Qualche considerazione su Dark

Ho finito di vedere Dark, alcune considerazioni:

  1. Ci ho trovato dentro It (Winden is the new Derry), il “distruttore di mondi” del Bhagavad Gita (vabbè questa era facile), la coazione a ripetere freudiana, la querelle Niezsche vs. Schopenhauer, tramite quest’ultimo il Buddhismo “oscuro”, l’apocalisse gnostica, Keremode (questa non è mia ma un’ottima intuizione di Mario Schiavone), la fisica quantistica (i molti mondi, l’entaglement), David Mitchell, una bella dose di psichedelia nera e citazioni cinematografiche anche opinabili (Guerre Stellari, il Nolan di The Prestige)
  2. C’è un sacco di umorismo involontario, tipo quando Jonas piangendo dice alla madre cose come “ho fatto sesso con mia zia e mio padre morto è il figlio del tuo amante!!!”
  3. Essendo nato e visssuto fino a diciotto anni in un piccolo paese devo dire che poche serie TV rendono l’idea dell’oppressione ricorsiva (ma anche rassiscurante) della vita di paese, in cui il destino individuale è già segnato una volta per tutte e rimarrai per sempre ciò che eri a quindici anni
  4. Incredibile come dieci anni dopo Lost e Il tempo è un bastardo, sei dopo Boyhood (e se vogliamo pure venticinque dopo Pulp Fiction) il tempo, lo scorrere del tempo sulle storie individuali, la giustapposizione di piani temporali diversi produca ancora i migliori prodotti culturali sul mercato
  5. Per questa ragione la stagione migliore per me è la seconda, quella che raggiunge i più alti picchi emotivi sul piano dello sviluppo dei destini personali quando capiamo che tutta la vita (la sofferenza, l’amore e la gioia) non è altro che un errore. La terza è patinata e macchinosa (Emanuela mi faceva giustamente notare come tutte le macchine farraginose che popolano Dark siano una metafora della narrazione in Dark, una tormentosa autoriflessione degli autori sul meccanismo che hanno messo in piedi e che rischia sempre di rivelarsi un’immensa supercazzola). Dark smette di essere “dark” alla fine della prima stagione, quando il senso di oppressione claustrofobica è sostituito dalla visione induista-psichedelica-nicciana dei molti mondi che si ripetono all’infinito
  6. Resta che tenere insieme mistica orientale, fisica quantistica, filosofia e una storia d’amore non era facile e il meccanismo, anche se rischia sempre di crollare a pezzi, regge, traballante ma regge
  7. Nonostante tutta la metafisica quello che fa veramente andare avandi Dark è il sentimento dell’amore adolescenziale che lo pervade, l’idea romantica e tragica di un amore che dura tutta la vita (anzi, tutte le infinite vite) ed è destinato nonostante tutto alla distruzione. In questo Dark non è raffinata e per fortuna perché la carica libidica di un prodotto culturale viene sempre e solo drammaticamente distrutta dalla raffinatezza. Senza il cuore pulsante di questo sguardo adolescenziale sul mondo Dark sarebbe solo fuffa filosofica e sai che palle. Vorrei far notare che questa “anima libidinale” di Dark è in lunghi tratti portata avanti quasi esclusivamente dalla colonna sonora, che con il suo trap tamarro toglie sempre il dubbio che stiamo parlando del sesso degli angeli
  8. Se Dark fosse stata scritta dagli americani invece che dai tedeschi ci saremmo trovati dentro orsi polari, alieni, angeli e fantasmi (pensate a Lost), invece loro vogliono spiegare le cose bene il che salva la situazione. Dal punto di vista dello storytelling la narrazione seriale sembra sempre la prima stesura di un romanzo prima dell’editing ma insomma, poteva andare peggio
  9. Nonostante le lungaggini e le incoerenze credo che sarà una di quelle serie TV che rimarranno nel tempo e ancora in futuro diranno qualcosa dei nostri tempi, di sicuro io ci ho pensato tanto e continuerò a pensarci, credo.