Lasciare i luoghi

Qualche settimana fa ho lasciato il quartiere nel nordest londinese dove ho vissuto due anni per spostarmi a sud del fiume. A Londra ho cambiato quattro case in quattro anni: un anno nella prima, un anno nella seconda, due anni nella terza – e qui siamo appena arrivati e speriamo di rimanerci un bel po’.

A Londra ogni luogo lasciato è un luogo parzialmente perduto: la città è troppo grande per permettere ritorni troppo frequenti nei luoghi del passato, ma il fatto che si tratti pur sempre della stessa città consente di lasciarsi dietro questo passato con una relativa leggerezza. Soprattutto a Londra le cose cambiano troppo in fretta perché un luogo possa essere davvero tuo. Troppa gente ci è passata prima di te, troppa ce ne passerà dopo, e l’incessante ritmo a cui la città si trasforma farà comunque a pezzi quello che hai conosciuto e lo rimonterà secondo logiche che non puoi immaginare. Stupisce al massimo come il genius loci riesca a rimanere invariato negli anni e nei secoli: come ad esempio Whitechapel sia ancora l’East End violento di Joseph Merrick sotto i vari strati di sviluppo urbano, immigrazione bangladese, gentrificazione eccetera.

L’effetto di questa trasformazione incessante (e della mobilità che ne consegue, o da cui deriva) è che in ogni quartiere si finisce per legarsi ai particolari allo stesso modo in cui ci si lega all’esperienza di un viaggio attraverso l’album di fotografie che hai scattato mentre vivevi quell’esperienza: la relazione con il luogo si instaura attraverso frammenti di senso strappati al caos, in maniera radicalmente asistematica, non esaustiva.

Così ogni luogo che ho lasciato in questi quattro anni è per me una piccola collezione di frammenti che sommati definiscono la mia esperienza di Londra – affetti che emergono dal buio indistinto come punti contrassegnati sulla mappa.

Di Southfields è rimasto Wimbledon Park d’inverno, a mesi dall’arrivo delle folle per il torneo di tennis, quando andavo a farci jogging e immancabilmente, correndo intorno allo stagno pieno di oche canadesi, pensavo a Salinger e alle anatre di Central Park; è rimasto il grande tempio buddista thailandese di Wimbledon, l’AELTC visto da fuori durante le passeggiate domenicali (lo Stadio di Wimbledon di Del Giudice), le cene nel terrazzo di una pizzeria italiana al secondo piano di un centro commerciale a Wandsworth.

Di Ealing sono rimasti i negozi di alimentari iraniani che per il nuovo anno persiano (nowruz), a marzo, riempivano vetrine e bancarelle sul marciapiede con bocce di pesci rossi, i riflessi scintillanti e dorati che le scaglie dei pesci gettavano sull’asfalto della strada; è rimasta una tavola calda polacca dove mangiare goulash e pierogi per pochi pound (il cuoco era quasi sordo e ti portava quasi sempre un piatto diverso da quello che avevi ordinato, ma lo accettavi di buon grado perché era tutto ottimo); la camminata sul Grand Union Canal, con i suoi viadotti ottocenteschi oggi abbandonati, che è diventata un luogo macabro dopo l’omicidio di Alice Gross.

Di Harringay, tra tutti il luogo dove tornerò più spesso (perché ci sono più ragioni per andarci, perché è più vicino al centro, perché ci ho lasciato anche degli amici oltre che delle strade e dei parchi e dei ristoranti) rimane l’attività incessante dei ristoranti turchi dove dio sa quante volte abbiamo mangiato a ore impossibili perché arrivavamo tardi con l’aereo da Milano o da un concerto; Clissold Park, con la sua cupola geodetica piena di farfalle e la sfilata di ebrei ultraortodossi che attraversavano il parco per scomparire nelle loro enormi case a Stamford Hill (noi invece andavamo a Stoke Newington a cena); le colline di Crouch End sulle quali camminavo la sera, d’inverno, dopo essere andato a meditare a un meetup diretto da un ex soldato in un ex centro per le arti ora parzialmente dismesso.

Arrivo in un nuovo quartiere, come adesso, e comincio subito a fare l’inventario delle cose a cui finirò per affezionarmi, per fare mie e un giorno per ricordare. Contrariamente a quello che può sembrare i tre momenti non sono separati nel tempo, ma sovrapposti. Come scriveva Basho:

Anche a Kyoto

Sentendo cantare il cuculo

Ho nostalgia di Kyoto.

(Photo: CC by Nico Hogg)

FN Mostra il futuro – Futureworld

Dal 3 al 6 novembre, nell’ambito di Artissima, allo spazio Toolbox di Torino c’è una bella mostra di Pietro Grandi sulle pubblicazioni della controcultura californiana degli anni 60 e 70. L’evento è organizzato da Federico Novaro e io ho scritto l’introduzione al catalogo. Chi si occupa di storia della controcultura sa bene che l’archivio di Pietro è tra i più completi in Italia, e su Federico c’è poco da dire – qualsiasi cosa organizzi è sempre sinonimo di cose belle e dalle quali uscirete sentendovi un po’ meglio di quando siete entrati. Toolbox è uno spazio meraviglioso. A me spiace di vivere tanto lontano, ma se siete a Torino per Artissima vi consiglio davvero di farci un salto. La pagina dell’evento è qui, oppure potete anche iscrivervi all’evento Facebook.

(Nella foto: The Whole Earth Catalog, marzo 1971)

Never forget, never remember

Sulle pagine di Studio Cristiano De Majo parla di un tema che mi sta molto a cuore anche per ragioni professionali, quello della memoria. L’articolo sottolinea un paradosso interessante: se da un lato la capacità di ricordare sembra decadere come tecnica della mente, sostituita da tecnologie che sono sempre più “hard disk esterno” della mente umana, dall’altro assistiamo da anni a un proliferare della memoria nella forma edulcorata della nostalgia nei prodotti culturali, dal cinema alla musica alla moda.

Credo che il paradosso sia più apparente che sostanziale. Il problema della memoria è tra i più antichi dell’uomo – forse il più urgente di tutti nel suo essere inscindibile dal dilemma fondamentale dello scorrere del tempo. Anche la prima opera della letteratura occidentale si apre con un inno alla memoria: “Cantami, o diva, del pelide Achille”. Il poeta chiede alla musa di ricordargli una storia che altrimenti teme potrebbe andare perduta per sempre.

Prima di diventare macchine militari, macchine dei sogni e infine protesi della psiche e del corpo umano, i computer sono stati dispositivi per immagazzinare e organizzare la memoria. Il primo tentativo di computer dell’era moderna, anni prima di Turing, era stato battezzato memex dal suo inventore e aveva lo scopo di permettere la lettura e lo studio di più libri contemporaneamente, ma già nel Seicento l’inventore Agostino Ramelli aveva progettato un dispositivo a forma di ruota che aveva lo stesso scopo del memex. E cosa sono i libri stessi se non dispositivi per immagazzinare la memoria, esternalizzandola su un supporto meno deperibile delle reti neurali?

Parte dell’importanza che la rivoluzione di internet ha avuto sul nostro modo di accedere alla conoscenza deriva dal fatto che non si tratta affatto di una rivoluzione – piuttosto di un lento sviluppo che dalla mnemotecnica di Simonide di Ceo passa per il Teatro di Giulio Camillo e l’invenzione della stampa. Recuperare l’informazione desiderata al momento del bisogno era già lo scopo del metodo dei loci dell’oratoria classica, è la base dell’information retrival che fonda la biblioteconomia moderna ed è la ragion d’essere di Google.

Quindi possiamo dire che niente è cambiato? No, perché la diffusione di internet è senza precedenti, e l’uso che facciamo dei database online, da YouTube a Flickr, è immensamente più invasivo di tecniche mentali riservate a un’elite di patrizi e di macchine che fino alla fine del Novecento sono rimasti degli esemplari unici nella storia.

Ha ragione De Majo a dire che ci stiamo trasformando in esseri che non hanno più bisogno di ricordare proprio perché abbiamo finalmente trovato un modo di immagazzinare quintali di informazione in porzioni molto ridotte di spazio. La nostalgia si fonda in parte sul fatto che possiamo attingere a questa informazione, e dunque lo facciamo. Ma le questioni di ordine tecnico, credo, non sono sufficienti a esaurire il discorso.

Un altro motivo per cui ricorriamo al passato (un trai tanti, immagino) è che in questi anni il futuro appare incerto, e forse nemmeno un posto così attraente verso il quale andare. Bisogna ricordare che quando parliamo di proliferazione della nostalgia nella cultura parliamo di cultura occidentale, quindi di un blocco di paesi che sta attraversando una profonda crisi di civiltà: sarebbe interessante sapere in che modo paesi emergenti come la Cina e il Brasile si rapportano al proprio passato culturale e come elaborano l’idea di futuro.

In epoche di crisi le culture si rivolgono sempre al passato, a quello remoto e a quello prossimo: si irrigidiscono in formalismi manieristici, come Bisanzio, o assumono un carattere introvertito e metatestuale, come la pittura e la poesia del Barocco secentesco. Mi sentirei di lasciare aperta la possibilità che la nostalgia di cui è intrisa la cultura contemporanea sia la nostra forma di fare i conti con la crisi di valori del tardo capitalismo.

Naturalmente l’articolo di De Majo cita Simon Reynolds, l’autore che ha detto quasi tutto quello che c’era da dire sul rapporto tra sistema culturale, passato e nostalgia. Tra le tante argomentazioni sollevate da Reynolds nel suo Retromania ne ricordo una meglio delle altre: quella secondo cui l’accessibilità totale degli archivi digitali ha cancellato il sentimento della noia. Quando lo spazio del ricordo, che è uno spazio abitato dai simboli e dalle narrazioni, viene riempito dalla fruizione diretta, il nostro tempo si satura di contenuti di cui solo in parte riconosciamo una componente personale. C’è differenza tra ricordare i propri anni Ottanta e vederli replicati in una serie TV. Il passato non passa mai, e smette di essere qualcosa di intimo.

Nel racconto breve An Advanced Reader’s Picture Book of Comparative Cognition, lo scrittore Ken Liu presenta una razza aliena, i Telosiani, il cui corpo segmentato è di fatto un dispositivo per registrare e immagazzinare il passato. Siccome sono incapaci di dimenticare, per i Telosiani il passato è sempre presente: “while the Telosian never forget”, scrive Ken Liu, “they also do not remember. They are said to never die, but it is arguable whether they ever live”. Ecco, quegli esseri sono sempre più simili a noi.

(Photo: Ward Shelley)