Essere senza casa su Artribune

Oggi su Artribune c’è questa bella recensione a Essere senza casa di Marco Petroni, che ringrazio. Marco (che coglie molto bene il tentativo del libro di funzionare come “cassetta degli attrezzi per smontare e rimontare il nostro reale”) scrive tra le altre cose:

Il grande merito di Didino è quello di tratteggiare un saggio utile a leggere le maglie senza bordo di una realtà complessa. Ci si muove fragili e provati con il viso coperto su una soglia dove si fa sempre più spazio lo smarrimento, una demondificazione per dirla con Heidegger. Nessuna comfort zone ma solo l’energia per comprendere e provare a reagire al “non sentirsi più a casa in questo mondo.

Radio Festivaletteratura di Mantova

Quest’anno il Festivaletteratura di Mantova si fa tutto in radio. Tra gli invitati ci sono anch’io che oggi (giovedì 10) parlo con Martina Tazzioli di “confinamento” nell’ambito del bel programma “Sintomatiche Parole” organizzato e condotto da Lorenzo Alunni. Potete ascoltarci in radio oppure, se siete a Mantova, in Piazza Alberti o nelle biblioteche dell’area citadina.

Aggiornamento del 14/09: ora tutti i podcast di “sintomatiche parole” si possono riascoltare su questa pagina.

Oltre l’orrore del Reale

Oggi la filosofia pessimista non solo è quella meglio in grado di descrivere il mondo, ma da un decennio almeno è anche una fucina creativa di idee, ipoetsi e immaginari. Eppure il pessimismo ha la tendenza a finire in un vicolo cieco. Come mai? Perché è a disagio nei confronti della propria origine.

Ne parlo sull’Indiscreto, spaziando tra pillola nera, pessimismo filosofico, Thomas Ligotti, Illuminismo vs. nichilismo e dark Buddhism.

Paolo Leonardo, Senza titolo (2002)

Essere senza casa sul Foglio e a Pantagruel (Radio Rai 3)

Due segnalazioni che riguardano Essere senza casa: oggi Alessandro Mantovani ne scrive sul Foglio definendolo “uno tra i saggi più interessanti provenienti da autori italiani che mi sia capitato di leggere negli ultimi tempi” (recensione nella foto qua sotto). Invece sabato 22 intorno alle 15:30 italiane sarò ospite di Graziano Graziani a Pantagruel su Radio Rai 3: parleremo di case, weirdness e di come la pandemia ha cambiato l’abitare nelle grandi metropoli occidentali.

Aggiornamento del 24/08: la puntata di Pantagruel è ora online.

I May Destroy You

Contemporanea al punto che brucia, più londinese del fish & chips mangiato sugli autobus notturni, del tutto ipermoderna e quindi weird, psichedelica e metanarrativa, l’uomo senza inconscio di Recalcati e l’Eros in agonia di Byung-Chul Han, strana crasi tra Me Too e Black Mirror, complessa al punto della rarefazione intellettuale ma anche spontanea, coinvolgente e, soprattutto, desolante: questa qui sotto per me è già la serie TV dell’anno. Spero di riuscire a parlarne più diffusamente presto.

Essere senza casa: alcune segnalazioni

Essere senza casa è finito in quattro liste di consigli letterari per l’estate, finora: consigliato da Francesco D’Isa sull’Indiscreto e da Vanni Santoni, Dario De Marco e Donato Porcarelli su Altri animali. Dario ha anche scritto un interessante pezzo per Esquire sulle “distopie domestiche” che parla del senso di crisi dell’abitare partendo dalla domanda sulla post-gentrification, finendo a parlare di due romanzi di fantascienza e passando, appunto, da Essere senza casa.

Essere senza casa su Il Libraio

Ora che sono dall’altra parte della barricata, per così dire, mi rendo conto che i bravi critici sono quelli che sanno trovare in un libro qualcosa che l’autore stesso non sapeva di averci messo ma che è nondimeno in grado di riconoscere istantaneamente nel momento dell’incontro (come disse una volta James Wood, il critico è colui che sa leggere l’inconscio di un testo): in questo lungo approfondimento che Gianluca Catalfamo dedica a Essere senza casa il mio libro viene descritto come “un lunghissimo tentativo di descrivere una singola sensazione composita (quella di stare al mondo, oggi)”. E in effetti, teoria a parte, è proprio così, questo credo sia il vero motivo per cui ho scritto Essere senza casa: per dare una forma a quella sensazione. Il finale dell’articolo di Gianluca, poi, finisce dritto nella top-5 delle cose scritte su Esssere senza casa:

Questa la linea principale, ma in realtà Essere senza casa può essere letto in molti modi. Come cinque saggi su cinque argomenti, che in realtà è un saggio su un argomento e anche un centinaio di saggi su un’infinità di argomenti, cioè come un prisma o un codice nascosto. Come una collezione di punti di sutura, tra argomenti, discorsi e riflessioni, e, anche, tra generi e modi di scrittura (è, di fatto, qualcosa di simile alla theory fiction) che alla fine visto da lontano, cucitura sopra cucitura, è un corpo vivo e pulsante. Come la descrizione di un paesaggio che collassa nell’astratto, nell’immateriale. O come un reportage di guerra, e di una guerra psichica, dove il nemico non è alle porte, ma è già dentro, e colpo di scena, non per convenienza, ma per giustizia, siamo sempre stati dalla sua parte. O ancora come il manuale di uno gnostico a cui non frega nulla della natura della simulazione, ma è ossessionato da ogni meccanismo con cui i demiurghi la creano. Forse ci si può leggere anche il fatto che senza appartenenze, senza rifugi, senza una casa, tolte le finzioni che ci tengono insieme, anche noi, non siamo altro che questa dispersione.

La mischia di Valentina Maini

Ogni tanto mi succede questa cosa: ci sono libri che mi si piazzano davanti mentre vado per la mia strada, che solitamente è una strada ignara di gran parte di ciò che le capita attorno, e di cui mi basta leggere la sinossi per sapere che in quel libro cadrò come in una voragine. Mi capita raramente ma quando capita non c’è scampo, un po’ come le fiammelle mistiche che guidano le scelte dell’agente Cooper dopo che si è apparentemente rincoglionito per aver passato troppo tempo nella Loggia Nera. La mischia è uno di questi libri. La prima cosa a cui ho pensato leggendolo sono i quadri di Chagall, complice forse la copertina (più tardi ho aggiornato il mio immaginario artistico su Schiele). Ho pensato a Clarice Lispector, a Burroughs, al Faulkner di Mentre morivo (“mia madre è un pesce”), ho pensato a Bolaño, al Bolaño dei Detective selvaggi in cui l’arte è la grande menzogna ma anche l’unica salvezza e in cui l’identità è qualcosa di fluido e mai dato per sempre (in effetti ho pensato tantissimo a Bolaño: un giorno dovremmo parlare seriamente dell’influenza che Bolaño ha sulla letteratura italiana della mia generazione; Bolaño è stato per me un altro di quei libri-fiammella quasi vent’anni fa). A un certo punto mi sono reso conto di essere in una specie di riscrittura della Trilogia della città di K, ma una riscrittura obliqua e vertiginosa, un po’ come C di Tom McCarthy è una riscrittura di un famoso caso clinico di Freud. Ho pensato alla Nouvelle Vague, al Tempo materiale di Vasta e ai romanzi di Jennifer Egan in cui tutti sono spie e tutti hanno molti nomi, ho pensato a un album di musica ricorsiva e pischedelica, un album dei Black Angels, ad esempio, poi il romanzo ha cambiato direzione ancora due volte, l’ultima proprio all’ultima pagina, quindi la metto così: se non credete alla storia delle fiammelle mistiche pensate che certamente i riferimenti letterari stanno nella mente del lettore tanto quanto nella penna dello scrittore, o meglio che questa cosa che chiamiamo letteratura è un sistema di segnali radio che scrittori e lettori si scambiano continuamente, intercettandoli da un etere la cui origine va cercata chissà dove, ma se uno scrittore o una scrittrice vi fa pensare ai nomi elencati sopra per cinquecento pagine senza praticamente un momento di sosta vuol dire che questo scrittore o questa scrittrice stanno volando ad altezze siderali e sono portatori o portatrici di una voce letteraria fuori dal comune, che è esattamente quello che ho pensato di Valentina Maìni per tutto il libro. Quindi la morale di questo lungo post è: credete nelle fiammelle mistiche, se potete, ma quale che sia il vostro grado di fiducia nell’invisibile leggete questo bellissimo romanzo.