dietrologo

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Mi chiamo B e ho settantuno anni. Per lungo tempo sono stato giornalista. Nel 1960 scrivevo pezzi di politica per l’“Unità”. Dormivo in una mansarda di Milano, stretta e calda come le cosce di una donna.
Votavo il Partito Comunista. Nel 1945, a dodici anni, avevo urlato la mia voglia di libertà in piazzale Loreto, nella massa degli ultimi antifascisti.
Credevo nell’Unione Sovietica e nel socialismo reale.

Scrissi della prima guerra di mafia, quando Angelo La Barbera fu arrestato in viale Regina Giovanna, ridotto ad uno straccio sanguinante.
A quei tempi vivevo con una ragazza. Si chiamava Virginia, veniva dalla provincia di Genova.
Ero innamorato.
Il mio amore esplose in mille pezzi il 12 dicembre del 1969, in piazza Fontana. Ma Virginia non fu tra i sedici morti di quella prima bomba, e nemmeno tra i feriti.
Una bomba uguale era esplosa da qualche altra parte, nel luogo più buio dei miei affetti. E con la bomba era esplosa Virginia.

Fui molto duro, con lei: le dissi che non potevo più vederla.
Le dissi che un nuovo abisso ci separava. Parlavo un linguaggio che lei non era pronta per ascoltare. Il nostro amore non c’entrava: qualcosa di più grande mi stava chiamando.
Pianse, quando le chiesi di lasciare la casa. Soffrivo per lei, ma a questo punto la mia vita non mi apparteneva più: il dubbio si era impossessato del mio cervello.
Non posso dire altro.
Non sono in grado di ricordare cosa esattamente, nella strage di piazza Fontana, mi avesse sconvolto.
Non ricordo la sensazione che provai nel vedere per la prima volta la luce. Però una cosa mi appariva lampante, chiara come il giorno, limpida come l’aria di montagna: non era stata solo una bomba, ma un messaggio, un frammento di verità.
Avevo colto questo frammento. Avevo per un attimo intravisto la cifra che muove il mondo.
A questo punto la mia vita assunse un unico significato: trovare quella cifra, capirla, addomesticarla.

Il primo segnale sul nuovo cammino mi fu inviato dalla televisione: un oggetto che fino a quel momento avevo considerato un semplice elettrodomestico.
Ricordo un’immagine: è il 1970, Andreotti parla dell’omicidio De Mauro. In apparenza, tutto è molto semplice. Un uomo politico parla di un giornalista assassinato. Ma la domanda, a ben rifletterci, sorge spontanea: a chi sta parlando, quell’uomo politico? E perché?
Non fu difficile accorgersi del linguaggio cifrato.
Un insieme di piccoli gesti, ammiccamenti, scelte lessicali. La televisione stava comunicando con qualcuno.
Lo stesso volto contratto di Andreotti, lo scudo crociato, le inquiete occhiate lanciate fuori campo: non a me, erano rivolte quelle parole (quel cordoglio fasullo), ma a qualcun altro, più oltre, molto, molto più in alto di me, da qualche parte nell’etere dei potenti, di coloro che tirano le fila, che sanno la cifra segreta e la usano per schiacciarci sotto le suole come una colonia di termiti.

In poco tempo, la soffitta milanese divenne la mia prigione. E carcerieri (e carcerati) furono i cittadini, le masse, le orde di democristiani che timbravano il cartellino alla Fiat, che non credevano ai complotti, che ridevano dei golpe.

(In quegli stessi istanti, ma lo venni a sapere molti mesi dopo, un principe neofascista stava occupando il Ministero dell’Interno, con l’appoggio della mafia, della massoneria e dei servizi segreti americani. E non ne morii proprio perché, per mia grande fortuna, lo venni a sapere solo molti anni più tardi).

Ma fu una faccenda americana a decidere della mia vita.
Una paura totale, un panico irrazionale si impossessò di me, quando vidi gli aeroplani di Pinochet, pagati in dollari statunitensi, bombardare la Moneda.
Non ascoltai le parole di Allende. Non piansi, non urlai, non riuscii nemmeno a vomitare: il terrore mi paralizzava.

In Italia, il Patito Comunista blaterava di “compromesso storico”.
Non ricordo che cosa provai, quando presi la decisione. Ricordo solo una paura dei grandi spazi, dei cataclismi, delle epoche, la paura della Storia.
Sentivo il fiato di un mastino in divisa fiatarmi sul collo. Vedevo le bandiere nere del capitalismo fascista dilagare per l’Italia, per l’Europa e infine per il mondo.
Fu a questo punto che decisi: sarei diventato un militante della causa comunista, una nuova, imperscrutabile cellula del partito armato.
All’inizio mi mossi con cautela.
Il mio nome era allora abbastanza conosciuto, la mia discreta notorietà poteva in qualche modo essermi utile: dovevo sfruttarla, prima che l’esplosione della mia rivolta la distruggesse per sempre.

Nel 1974 incontrai Licio Gelli ad Arezzo. Mi fu presentato da un amico giornalista, che sapevo appartenere ad una loggia massonica.
Ricordo una giornata ventosa. Ricordo che prendemmo il caffé in un bar qualunque, camminammo come buoni amici, discorrendo della famiglia, dello Stato e del destino.
Nel corso dello stesso anno, vidi il Gran Maestro altre due volte, sempre ad Arezzo. All’ultimo di questi incontri era presente Michele Sindona. Non ci parlammo.

Il 1974 fu un anno improduttivo. Speravo che la frequentazione degli alti vertici della massoneria mi avrebbe dato un’indicazione, un traccia, un percorso da seguire.
Niente.
Per molti anni, non fui al corrente di niente. Nemmeno dell’esistenza di una loggia che tutto controllava, chiamata “Propaganda 2”.

Nel 1976 fondai il primo movimento antimperialista della mia nuova carriera di militante.
Si chiamava “Fronte Organizzato per la Resistenza Comunista Armata”. Negli stessi anni feci parte di altri movimenti in Piemonte, in Veneto, in Lombardia.
Per un certo periodo restai in contatto con le Brigate Rosse, ma presto abbandonai ogni illusione: si trattava di piccoli uomini, per cui l’omicidio era un fatto estetico, morale in un senso vagamente cristiano.
Cattocomunisti con il mitra a tracolla.
Non erano loro a possedere la cifra della conoscenza, la parola che avrebbe fondato una nuova epoca.

Fui incarcerato una prima volta nel 1977, per aver violato una legge che regola la fabbricazione di armi e ordigni.
Non trovarono prove sufficienti contro di me, e fui subito rilasciato: avevo studiato bene i miei nemici, avevo imparato la loro tattica, le loro strategie per difendersi, la loro serenità nel mentire.
Ma fu inutile.
Vidi lo stesso gli anni di piombo dalle grate di San Vittore.
Questa volta l’accusa fu di aver fornito assistenza ai carcerati non dissociati di Milano: per il contrappasso, divenni uno di loro.

Nel 1978 gioii per la morte di Moro e piansi quella di Giuseppe Impastato.
Odiai Curcio (con cui avevo una volta parlato, a Torino), odiai l’eroina raffinata in Sicilia per uccidere il movimento, per un breve, intenso periodo odiai la vita, odiai l’Italia, odiai la mia speranza di fermare il complotto che ci stava privando della libertà, dell’intelligenza, della fantasia.

Fui rilasciato nel 1980. Con l’obbligo di firma e la consapevolezza della digos alle calcagna.
Ad accogliermi, sugli schermi dei televisori, trovai di nuovo il volto impaurito di Andreotti, presidente del Consiglio della storia d’Italia, che versava lacrime torbide per la morte, questa volta, dell’amico Piersanti Mattarella.
Nel 1982, un fatto, irrilevante per un uomo che ha consacrato la vita alla ricerca delle cause prime della Storia, insidiò un nuovo dubbio nella mia mente.
E il dubbio mise radici, come un’edera.
Questo il fatto: l’omicidio del generale Dalla Chiesa, per mano di Cosa Nostra. E questo il dubbio: perché la mafia uccideva un uomo fino a quel momento praticamente innocuo? E perché uccideva un uomo che era diventato un eroe nella lotta al terrorismo di sinistra?

(Molti anni dopo, un articolo letto su “Repubblica” confermò la mia ossessione.
Tommaso Buscetta, il superpentito di Falcone, dichiarava all’Antimafia che l’omicidio Dalla Chiesa costituiva un’anomalia nella storia di Cosa Nostra.
Dalla Chiesa, sosteneva, dava fastidio a qualcun altro molto più che a Totò Riina. L’identità di quel mandante segreto Buscetta se la portò nella tomba).

Poi, per un lungo periodo, rimasi in silenzio.
Ogni notte pregavo il mio dio personale per i morti di Bologna, per i morti di Santiago del Cile, per i morti del Vietnam, per tutte le vittime dell’imperialismo fascista e capitalista, per le vittime dei democristiani e dei socialisti, per le vittime dei mafiosi e dei massoni, dei ministri e dei banchieri, per Jan Pallak, per Ernesto Guevara e tutti i martiri che il capitalismo aveva fagocitato, stampando i loro volti sulle magliette mentre li eliminava dai libri di storia.
Poi, il 9 novembre del 1989, cadde il Muro. E fu la seconda grande frattura, il raggio di luce che permise ai miei occhi, finora soltanto socchiusi (ma lo capii solo in quei giorni d’angoscia), di vedere il mondo, e i fili che lo muovono.

Per una lunga, straziante settimana rimasi attaccato al televisore, convinto che qualcosa sarebbe successo, l’invasione sarebbe cominciata, i piani si sarebbero chiariti: avrei finalmente visto in faccia i volti spettrali dei profeti della nuova era, la restaurazione dello stato fascista.
Furono giorni febbrili. Aspettavo la grande rivelazione (avrei visto la mano dei grandi uomini nella ferocia dello stato), la parola che avrebbe dato un senso alle mie congetture, ai miei lampi d’intuizione.
Ma le settimane passavano e nulla accadeva.
Bush e Gorbaciov si stringevano la mano in mondovisione.
Il PCUS veniva soppresso e a centinaia di chilometri di distanza Gorbaciov riceveva il Nobel per la pace.
Giorno dopo giorno era sempre più chiaro che niente sarebbe successo.
Fu a questo punto che iniziò la seconda metamorfosi.

Il ragionamento è logico, limpido come l’etere: quando due nemici sorridono, e si baciano, e brindano al futuro, significa soltanto una cosa: che i due nemici sono nemici solo per finta, che la guerra è un’invenzione, o una distrazione, o una copertura.
Ma che cosa (questa era la domanda), che cosa si voleva coprire? Chi, se non le potenze della restaurazione fascista, stava dietro al linguaggio cifrato degli elettrodomestici impazziti? Se Stati Uniti e Unione Sovietica combattevano assieme (mano nella mano dalla Volga al Tennessee, dalla vodka al rinato mito del cow-boy), chi era il nemico?

Poi capii.
Era molto semplice. Molto più semplice di quanto avessi mai immaginato, e molto più tremendo: il terrore si fece panico, conquistò ogni cosa, dall’infinitamente piccolo (fare un caffé, lavarsi le mani) all’infinitamente grande (l’universo in espansione), questo panico strideva come un gesso sulla lavagna, perché era l’angoscia del niente, la totale impotenza.
Noi siamo il nemico.
Noi, il popolo, i cittadini, le masse, i democristiani impenitenti, gli assassini del cattolicesimo, i riformisti moderati, gli estremisti, i padri e le madri di famiglia, tutti quelli che si svegliano una mattina senza rendersi conto di nulla e chiudono gli occhi, un giorno, convinti che nulla stia accadendo.
Un sistema perverso ci sta usando come combustibile per la sua indecifrabile macchina: questa è la verità, la più atroce di tutte.
E non c’è via di scampo.
E non c’è redenzione: noi siamo il nemico, noi siamo il sistema.
Le nostre vite sono la benzina che giorno dopo giorno ci permette di vivere. Questo (e questo soltanto) offusca la visuale, concede la gioia, ritarda il suicidio del singolo, dell’epoca e della specie.

Abbandonai la lotta armata. Uscii dal giro senza dare spiegazioni, cambiai numero di telefono e indirizzo.
Tornai a fare il giornalista. Non più, è ovvio, per quell’organo del sistema che è la stampa ufficiale.
Tra il 1990 e il 1995 scrissi per ogni sorta di rivista sotterranea, pubblicazioni non autorizzate, tutto un mondo di gente che aveva trovato una via, la sua strada personale per resistere al peso delle domande, per opporvi una risposta.
Esposi le mie opinioni sistematicamente.
Scrissi su riviste di avanguardia poetica (“Oltre”, “Neo”, “Carne & Ferro”); scrissi volantini per organizzazioni neofasciste (“Impero”) e comuniste (“Comitato Sovietico Italiano”); scrissi per mensili di scienza (“Benzedrina”), riviste ultracattoliche (“Alzatevi!”), bimestrali satanisti o dediti al culto del male (“La Bestia”); scrissi volantini antisemiti (“La Piovra”); intervenni nei dibattiti di riviste che trattavano unicamente la vita extraterrestre (“Più in là dell’umano”); non esclusi alcuna ipotesi, non accettai alcun compromesso, non feci mai un passo indietro nelle mie posizioni.

Gli articoli si somigliavano tutti, perché la tesi espressa era una sola: il capitalismo è ovunque, e il capitalismo ci vuole narcotizzati o morti.
Il capitalismo è nella borsa di Wall Street, negli harem degli Emirati Arabi, nella mafia russa, nelle stragi in Ruanda, nella sirenetta di Copenhagen, nei carri armati di piazza Tien-An-Men, nelle sei punte dello Stato di Israele, nelle “Mani Pulite” dei socialisti, nel cratere di Capaci, nei campi di addestramento in Nicaragua.
Il capitalismo non è una teoria, ma un complotto.
Il capitalismo ci porterà alla morte, se non troveremo il modo di estirparlo dai nostri cervelli, dalle nostre anime, dai nostri figli.
Il capitalismo ci ha resi vermi schifosi, miseri insetti, ci ha resi nevrotici e impotenti.

Con il passare degli anni mi feci un nome tra gli esperti del genere.
In breve tempo i miei articoli si costruirono un ristretto ma solido pubblico. Vennero raccolti in un’antologia e tradotti nelle principali lingue europee.
Partecipai a convegni in giro per l’Italia. Nel 1993 uno storico inglese, uno dei maggiori esperti mondiali di quella che, con un misto di ironia e passione, chiamava la “teoria del complotto”, venne a Milano per intervistarmi.
Persino qualche rete televisiva si interessò al mio lavoro di ricerca e al coraggio delle mie opinioni. Non mancavano, è ovvio, le opposizioni, le accuse di carrierismo, le voci che mi dicevano pazzo.
Non me ne curavo.
Sapevo che gli stessi che di giorno ridevano di me, la notte avrebbero pensato alle mie parole. Al buio, in una stanza prodotta in serie, stesi accanto ad una donna che non conoscevano, che solo per legge chiamavano moglie, una piccola parte della mia paura sarebbe stata anche loro, anche loro per un attimo avrebbero visto la violenza di questa esistenza da topi, e mi avrebbero dato ragione.

Ricevetti la prima lettera minatoria nel 1994. Un mittente anonimo mi intimava di smetterla “con tutti questi schiamazzi”, altrimenti avrei passato dei guai.
Non diedi al fatto alcun peso. Sul finire di quello stesso anno ricevetti la seconda lettera.
Era dicembre. La sera prima ero stato ospite ad un programma televisivo di cultura e attualità, negli studi di una rete regionale lombarda.
Il dibattito verteva sui mandanti della strage di piazza Fontana (cadevano quel giorno i venticinque anni). Per quanto mi rendessi conto che il momento era politicamente molto delicato, non seppi trattenermi: parlai della deriva neofascista di questa neonata Italia (veniva in quei tempi inaugurata, si diceva, la “Seconda Repubblica”), dei loschi traffici della massoneria milanese, infarcita di riciclati della P2, dell’aspetto inquietante di Forza Italia, delle inimmaginabili collusioni dei suoi gruppi di pressione, di Publitalia, di Finivenst.

La seconda lettera era un’esplicita minaccia di morte.
Sembrava scritta da due persone differenti: da un lato, come una madre preoccupata per il figlio scapestrato, mi consigliava un momento di riposo, lontano da Milano e dall’Italia.
Dall’altro, prometteva di uccidermi se non avessi seguito il consiglio.
Poco dopo, venni denunciato per diffamazione. Ad accusarmi era una complessa rete di politici e imprenditori, tutti, in qualche modo, toccati dalle mie rivelazioni.
Per il processo di primo grado, che si tenne a Brescia, mi fu assegnato un avvocato d’ufficio, perché non avevo mezzi sufficienti per assumere un libero professionista.
Il procedimento penale fu straordinariamente breve. Venni giudicato colpevole, ma riuscii a non pagare la grossa somma di risarcimento grazie alla perizia psichiatrica, che decise per la seminfermità mentale.
Il ricorso in appello mi fu negato, nonostante il sospetto di forti collusioni tra magistratura e banco dell’accusa fosse ormai generalizzato.

Ne uscii provato, ma non sconfitto. La crescente ferocia delle opposizioni nei miei confronti, poteva significare soltanto una cosa: ero sulla strada giusta.
Fu a questo punto che raggiunsi l’apice della mia popolarità.
Con una strategia spesso usata dai detentori del potere mediatico, dai costruttori di paura, dai padroni dell’informazione, gli stessi che pochi mesi prima mi avevano citato in giudizio, ora mi chiamarono ospite nella punta di diamante della nuova televisione asservita ai padroni: mi chiesero di parlare a “Porta a Porta”, il seguitissimo talk show di Bruno Vespa.
E parlai.
Nonostante avessi ben presente che l’obbiettivo dei potenti era quello di ridicolizzarmi, frantumarmi agli occhi della pubblica opinione, farmi ridere dietro come ad un pazzo, un paranoico, nonostante sapessi tutto questo decisi di non trattenermi, di raccontare tutto ciò che sapevo.
Parlai di come i servizi segreti americani (i servizi segreti che nel 1948 avevano fondato la repubblica italiana) avessero per anni pagato i neofascisti, in accordo con l’arma dei Carabinieri e i Ros.
Parlai di Borghese, dei suoi rapporti con l’OSS ai tempi della “Decima Mas”. Parlai del complotto giudeo che stava distruggendo la Palestina, di quello capitalista che aveva condannato a morte l’Africa.
Parlai dell’AIDS, della grande truffa dell’AIDS eretta dal nulla da un cartello di case farmaceutiche.
Parlai del governo Berlusconi, della mafia, delle bombe che avevano smesso di esplodere.

Poi dissi qualcos’altro.
Dissi quello che nessuno si sarebbe mai aspettato.
Dissi che tutto quello che avevo appena finito di raccontare non era vero. Non era mai accaduto. La Storia non era andata così. Tutto, dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande, era una costruzione mediatica, un trucco delle televisioni, un inedito aspetto della strategia della tensione.
Perché questo era il punto: la paura.

Interruppero la trasmissione con una scusa qualsiasi. Mi dissero di tornare subito a casa, che non sarebbe finita lì, che avrei ricevuto loro notizie.
Mentre uscivo venni fermato da un uomo in tuta da operaio.
Scappa, mi disse, questi ti ammazzano.

Due giorni dopo (era mattina, uscivo per fare la spesa) venni rapito da quattro uomini ben vestiti, bendato e portato nelle cantine di un appartamento a Milano.
Non ricordo nulla del luogo.
Buio. Odore di polvere. Freddo.
Non ricordo cosa accadde. Nessuno venne a parlarmi. Nessuno entrò mai nella cantina, nemmeno una volta.
Rimasi segregato per un tempo che mi parve interminabile. Senza cibo e senza acqua. Costretto a defecare in un angolo, a dormire per terra.
Senza una via di fuga: la porta era blindata. La stanza alta, senza finestre.
Cercai di salvarmi per poche ore. Poi accettai di morire, e cominciai a regolare i conti con la mia coscienza.

Poi mi accorsi delle cicatrici.
Sul cranio. Decine, di varie misure, lunghe fino a dieci centimetri.
Urlai, ma non servì a nulla. Sperai di morire il più presto possibile, di fame, di sete, di stenti, di rabbia.

Fu a questo punto che la porta si aprì.
La luce inondò la cantina. Una luce che non avevo mai visto. Una luce che agli uomini normali non è dato di vedere.
Fu un attimo. Capii che avevo ragione. Capii allo stesso tempo che avevo sbagliato tutto. Che i miei occhi non si erano ancora aperti.
La cifra che muove il mondo era davanti a me. Impossibile da guardare. Impossibile da dire. Impossibile da comprendere.
Allora mi inginocchiai e aprii le braccia, pronto ad accoglierla.
La cosa entrò nella stanza.

(photo by Racchio – flickr.com)

aimee bender – creature ostinate

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Storie che sono qualcosa di cattivo.
Eppure storie che sorridono.
Donne ben vestite. Uomini che seviziano uomini più piccoli. Dita a forma di chiavi. Denti.
E tutto percorso da un’ironia e da una pietà umana che tagliano. Storie impossibili per l’amore con cui è raccontata la crudeltà, la gioia con cui è vissuta un’incomprensione cosmica.
Terzo racconto, intitolato “Via”: “Avevo dipinto un campo di grano, è vero, ma a guardarlo da vicino si capiva che attaccato ad ogni spiga c’era un coltello scintillante”
Quando guardi da vicino trattieni il fiato. Hai l’impressione che le parole si aprano, ti accolgano in uno spazio che non conosci e non riesci perfettamente a comprendere.
La narrazione diventa cosa. Si concretizza. Si costruisce.
Ci sono scrittori che scrivono racconti e scrittori che edificano mondi. Ci sono frasi che veicolano un significato e frasi che aprono porte.
Il mondo di Aimee Bender è mitologia. È leggenda. È immaginario collettivo traslato nel regno dell’assoluto, sottocultura televisiva che diventa fiaba, racconto perverso di una bambina psicotica.
È l’eccezionalità di un quotidiano che contemporaneamente si disgrega e si ricostruisce. Non è frammentazione: è la colla che tiene assieme i brandelli di un’esistenza parcellizzata, il filo che unisce i singoli, che fonda la comunità globale della comunicazione.
Perché questo sono i racconti di Aimee Bender, leggende post-postmoderne di un villaggio globale che si è fatto comunità.
C’è qualcosa di molto moderno, in tutto ciò. Un medievalismo di ritorno che solo il popolo di internet, della rete sociale, dell’intersezione come valore può comprendere appieno.
Il racconto inizia e finisce. Il libro inizia e finisce.
Finiscono entrambi ma potrebbero non farlo. Perché in questo racconto e in questo libro c’è una sostanziale libertà della parola, una sostanziale autonomia del testo dal libro come oggetto.
C’è una sostanziale oralità nella parola di Aimee Bender. I suoi racconti sono chiacchiera popolare, passaparola. Sono popolati da esseri mutanti e prodigi della natura, ragazze da copertina e déi vendicativi. E tutto questo senza stupore, perché nessuno si stupisce guardando il telegiornale, perché per Ulisse era del tutto normale incontrare sul suo cammino un gigante con un occhio solo.
È sospensione del giudizio.
Accettazione di un mondo in perenne mutamento, dove il nuovo (l’assurdo) non sconvolge più, ma si configura come “pura e semplice sopravvivenza” (Vattimo).
Gehlen l’ha chiamata post-histoire.
Aimee Bender dice: benvenuti.

(photo by arobe2 – flickr.com)

walter tevis – l’uomo che cadde sulla terra

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Cominciamo sfatando un mito: “L’uomo che cadde sulla terra” non è un romanzo di fantascienza. Almeno non in senso stretto. Potremmo dire che è un romanzo di fantascienza come la Bibbia è una saga fantasy: i prodigi accadono, ma altrove, in una dimensione puramente narrativa. Non è questo, che conta.
L’alieno che cade sulla terra è un uomo: questo significa, anche troppo esplicitamente, il titolo. Il parallelo costante tra Thomas Jerome Newton (l’alieno, appunto) e l’Icaro di Bruegel è, se possibile, ancora più esplicito. Bruegel non parlava di mitologia e Tevis non parla di alieni. Icaro affonda in un’acqua che non significa altro che morte per annegamento: sguazza, si dimena e alla fine affoga, ignorato da una composizione che relega in un angolo tutte le presunte smanie di assoluto della sua vicenda. Allo stesso modo annega T. J. Newton, in un bicchiere di gin e angostura, ovvero nel più umano dei vizi umani. E le navi spaziali, le civiltà aliene, i pianeti sconosciuti accadono, seppure accadono, da tutt’altra parte, lontanissimo dal qui ed ora di questo mondo.
Che sarà pure brutto, ma è l’unico che (almeno per ora) ci è dato di conoscere.

Walter Tevis era un alcolista, e non, come fa giustamente notare Evangelisti nella prefazione al libro, un alcolista alla Bukowsky, un artista maledetto disperatamente votato all’autodistruzione. Walter Tevis era un alcolista e basta. Un professore stimato, uno scrittore di successo, e un alcolista. Uno che si dedicava alla propria morte con costanza inconsapevole (con “quieta disperazione”, si dice ad un certo punto, citando Thoreau): c’è chi fuma troppo, chi lavora troppo e chi beve troppo.
E qui sfatiamo un altro mito: “L’uomo che cadde sulla terra” non è la storia di un alieno deluso dal mondo degli umani, tanto deluso da cercare conforto nell’alcol. Che Newton finisca per dedicarsi al gin è del tutto tangenziale, e non rispecchia, se non in minima parte, l’esperienza autobiografica di Tevis. Poteva dedicarsi al sadomasochismo, o all’eroina, e sarebbe stata la stessa cosa. Anche questo accade altrove.

C’è un’altra cosa che questo romanzo non è: una parabola cristiana (o romantica, che in questo senso è la stessa cosa) sulla perdita della purezza. Newton non è un essere puro, al contrario è una forma evoluta dell’istinto imprenditoriale/politico proprio della razza umana. Se “cade” sulla terra non è per eccessiva purezza d’animo, ma al contrario per eccessiva ambizione: come Icaro che immaginava di raggiungere il sole, Newton (e la sua stirpe di uomini evoluti) immagina (e lo dice, ancora una volta, esplicitamente) di vivere sulla terra come un essere umano vivrebbe in una colonia di scimmie: dominando.
Il sole non si raggiunge, gli esseri umani, anche se a volte ci somigliano molto, non sono scimmie.

A questo punto la domanda è legittima: che cos’è allora questo romanzo di Tevis?
È essenzialmente un romanzo di uomini, scritto da un uomo per altri uomini, fatto di protagonisti umani, pieno di umana disperazione, di vizi e gioie e pietà in tutto e per tutto umane.
Newton è un alieno nello stesso senso in cui Kurt Cobain era un alieno, o Cristo (almeno in una visione “letteraria”, e vagamente apocrifa, della religione), o lo stesso Tevis: un essere diverso dagli altri, più evoluto, forse, ma con una struttura ossea incapace di sostenere il peso della gravità. Un alieno è un essere umano fatto di vetro: basta toccarlo perché si spezzi. Non è come gli altri ma vorrebbe esserlo, e qui sta la sua ambizione titanica e blasfema, e la sua condanna (questa volta sì) mitica.
E l’alcol a sua volta non è un rifugio o una pulsione di morte: è solamente il mezzo, molto umano, per diventare come gli altri esseri umani, un medium di comunicazione, una ricerca di spontaneità, un tentativo di scordare la propria natura aliena per fondersi con quella umana, più calda e pulsante.
Se “L’uomo che cadde sulla terra” fosse la storia fantascientifica di un alieno alcolista e della sua caduta dagli olimpi della purezza al magma indistinto della perdizione – se fosse tutto questo non avrebbe alcun valore. Sarebbe paccottiglia tardo-vittoriana imbevuta di luoghi comuni sulla letteratura di genere, vagamente trasgressiva e assolutamente troppo pretenziosa.
Invece è una storia che parla di comunicazione, di bisogno di amore, di paura, di solitudine, di ricerca del contatto fisico.
In questo senso, e solo in questo senso, si scopre tutto il suo valore.

jonathan lethem – ragazza con paesaggio

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Jonathan Lethem è uno strano personaggio.
Leggi Ragazza con paesaggio è hai l’impressione di leggere due libri contemporaneamente. Uno si muove sottoterra, striscia come un verme, ricorda il rumore di fondo di un vecchio amplificatore. L’altro racconta. Spiega. Definisce.
Il primo è una storia di tumulti adolescenziali, una corsa a velocità folle verso l’autodistruzione, una tentazione irresistibile all’annullamento. Il panorama alieno che gli fa da contorno è magistrale, in questo senso: edifici diroccati, deserti di polvere rossa, creature ambigue e silenziose. Una teenage wasteland (direbbero gli Who) che sta a metà strada tra Sergio Leone, Giorgio De Chirico e T. S. Eliot. Una zona senza spazio e senza tempo. Mitica, crepuscolare.
Il secondo fa la parte del superio. Ha una tendenza reazionaria all’ordine: costruisce dove l’altro distrugge, smussa gli angoli, addolcisce le tinte. Razionalizza il caos frenetico della corsa verso la morte. Inibisce gli istinti. Recupera le istituzioni.
Più importante di tutto: edifica significato.
Perché questa, in fin dei conti, è una storia di significati e di tensioni: la storia della tensione tra il mondo asignificante degli istinti (leggi: adolescenza) e quello significante della razionalità (leggi: età adulta).
Tra i due estremi la corda è tesa come un nervo, pericolosa come una scarica elettrica, tagliente come la lama di un rasoio.

La narrazione genera il dubbio. È chiara come un’illuminazione, confusa come un sogno. Estremi che convivono, ancora una volta.
Pella Marsh ha quattordici anni e una certa nausea che si mischi all’euforia che si mischia ai primi appetiti sessuali. Ha una madre morta di cancro, un padre fallito come politico e come uomo. La terra è un luogo inospitale: l’ozono si è definitivamente consumato e i raggi UHV hanno reso la superficie inabitabile.
Allora la famiglia Marsh fugge. Migra su un pianeta poco colonizzato ai margini del sistema solare, una volta abitato dalla popolazione degli archisti, ora scomparsi per motivi ignoti.
Cosa si trova su un pianeta lontano anni luce dalla Terra? Qualche famiglia americana; animali più o meno fatiscenti che passano la loro esistenza a correre e a spiare gli esseri umani; archisti troppo stupidi per fuggire, che vagano nel deserto come naufraghi; Efram Nugent, cowboy dalla personalità indefinibile, paradigma vivente di qualcosa di lugubre e violento e incredibilmente attraente, signore malvagio (o forse no) e affascinante (o forse no) di questo pianeta fatto di relitti architettonici e umani.
E un virus alieno, che fa qualcosa di molto brutto agli esseri umani di età non adulta…

Poi comincia la fuga, la corsa, il movimento frenetico che è tentazione del nulla. E la corda si tende, tra poli opposti che contemporaneamente si attraggono e si respingono. Un romanzo racconta quello che l’altro prova sulla propria pelle. Il silenzio copre l’urlo, lo reprime e allo stesso tempo lo normalizza, gli conferisce una forma percepibile all’orecchio umano.
È una scatola cinese, un file compattato: due clic e le strade si biforcano, la storia si trasforma in due storie.
Il che significa: tensione. Compresenza di due stati opposti in uno stesso luogo (in una stessa persona) ovvero (ed eccoci al punto) adolescenza: la ragazza è contemporaneamente donna e bambina.
È in questo modo, più o meno, che il tema del racconto diventa il modo di raccontare.

Si potrebbe anche dire che questo libro è un contenitore senza fondo, una citazione continua e deliberata.
Partiamo dalle cose più semplici. Che Lethem ci sapesse fare con i generi lo sapevamo già da tempo. Ma qui la tecnica è di livello superiore: non solo Ragazza con paesaggio sposa fantascienza e western, ma lo fa citando a sua volta clichè popolari all’interno del clichè di genere. Tanto per intenderci: il terribile Efram Nugent, incarnazione quasi mitica dei principi di Eros e Thanatos, si ritrova di tanto in tanto a somigliare ad una macchietta dell’american dream come John Wayne. L’ironia insita in questa contraddizione, naturalmente, non va nemmeno commentata.
Ma c’è dell’altro.
Per esempio una vicinanza quasi incredibile tra questo romanzo e la lettura deleuze-guattariana dell’opera di Kafka: una rizoma (il pianeta alieno, la morte della madre, questa cosa feroce che è l’adolescenza) e una linea di fuga (il movimento frenetico di Pella, trasformata in un essere rapido come un impulso, pressoché invisibile e totalmente asignificante).

Insomma Lethem cita, strappa brandelli di cultura alta e bassa, mangia, digerisce, espelle. E poi con l’abilità di un grande artigiano, un po’ grezzo e un po’ raffinato, incolla per ricostruire.
Un bel romanzo, forse non un romanzo eccezionale.
Ma un’opera incredibile.
Da leggere, smontare e poi rimontare, a proprio piacimento.

olivier adam – passare l’inverno

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Accoglienza in tono minore per un libro dai toni minori. Minimum Fax esce con una pubblicazione che non fa urlare al genio. Niente antologie definitive, niente giovanissimi eccezionali talenti nostrani. Ogni tanto succede anche alle etichette di culto.
E a dirla tutta è proprio un peccato che di questo libro si sia parlato poco – perché se ne è parlato poco, pochissimo.
Meglio: se n’è parlato su canali inusuali. Recensioni sono comparse su riviste di moda (Elle) e su riviste di musica (Rolling Stones, Il Mucchio Selvaggio, Rock Star). Agli addetti ai lavori, esclusa qualche eccezione (Stilos, Mangialibri), è passato inosservato. Sarà un caso? Forse no.
Perché Adam è uno scrittore periferico di una letteratura periferica. Uno scrittore essenziale fatto di ritmi più che di parole, di scariche elettriche più che di concetti. Uno di quegli scrittori che piacciono agli scrittori, e non ai critici.
Eppure è giovanissimo e di talento ne ha da vendere. Eppure “Passer l’hiver” ha qualcosa da dire. Che cosa? La disperazione, il disfacimento, la solitudine. Ma anche tutto un universo di quotidiane gioie e speranze, di amori mai esplosi, di impossibili possibilità di fuga. Ha da raccontare l’umanità, nella sua forma più viva.
Storie che pulsano come un mal di testa. Nausee e sorrisi e pruriti di esseri umani che sono soltanto esseri umani.
Nervi e sangue, come diceva Cechov.

Meglio ancora: Adam non dice. Questi nove racconti sono silenzi interminabili, porte chiuse dietro le quali accade la vita. Sono istantanee a bassa saturazione di un Occidente in crisi, parole non dette, domande alle quali non esiste una risposta.
Sono essenzialmente assenza. Quello che manca. Quello che resta in questo universo senza centri di gravità, in questo mondo fatto di cose, di lavoro precario, di amore precario, di esistenza precaria.
C’è Carver, naturalmente.
Carver come scrittore e come esperienza, come punto d’osservazione obliquo, come pietà del vinto per i vinti. Carver come artigiano che fa delle parole un pretesto per dire qualcos’altro, un’impalcatura che nasconde, che svela il sacro dimostrando la sua totale ineffabilità.
C’è in questi nove racconti la convinzione intimamente minimalista che l’immagine sia superiore alla parola. Qualcosa come: questo è il fatto, a te l’interpretazione. Più lasci il vuoto più questo si riempie. Di cosa? Di tutto ciò che le parole non possono esprimere: solo ciò che non vale la pena di essere detto può essere detto.
Tutto il resto al lettore.

Insomma: Adam non inventa niente di nuovo.
Ma noi nell’originalità non ci crediamo più di tanto. Crediamo però in una letteratura che parli del presente e che lo faccia con questa efficacia, con questa determinazione.
Noi siamo le infermiere, i tassisti, le donne in lutto che popolano questi racconti. Siamo questi quadretti invernali tesi e trasparenti e fragili come il ghiaccio. Siamo queste nove unità di spazio e di tempo perché le nostre vite sono unità di spazio e di tempo, senza un disegno superiore, senza uno scopo.
Passare l’inverno è una colonna sonora di elettronica minimale, un video senza suoni, le storie che leggi sul giornale, le immagini che vedi dal finestrino dell’autobus. Di scrittori così ce ne vogliono. Contro le chiacchiere, contro lo spettacolo a tutti i costi.
Come in una splendida hit dei Depeche Mode: una celebrazione del silenzio, una letteratura che non vuole essere letteratura.
In un certo senso è tutto quello che si può chiedere a uno scrittore.