Essere senza casa su Cicles

Oggi su Cicles Crista Neculai firma una bella recensione a Essere senza casa, scrivendo tra l’altro questa cosa che mi fa particolarmente piacere:

Assumendo a tratti la forma del personal essay e dello storytelling, il saggio dà più l’impressione di una chiacchierata informale e intima, che ci mette subito a nostro agio e, ironicamente, quasi ci fa sentire a casa (ma solo per poi portarci fuori)

Sapere che il libro è riuscito a parlare ai suoi lettori in questa maniera “intima” è una delle cose migliori che possano capitare a un autore.

Essere senza casa su Rumore

Quando avevo vent’anni abitavo in un appartamento davanti alla vecchia sede dell’Hiroshima Mon Amour, facevo la spesa solo al Lidl e ascoltavo quasi solo ciò che all’epoca si chiamava indie rock, Strokes, Bloc Party e via via giù nell’indie nei meandri di Myspace. Scrivevo anche racconti che venivano pubblicati su riviste come Catrame, Frenulo a Mano, Toilet, Eleanor Rigby. Una decina di questi li avevo raccolti in un file che avevo intitolato “Generazione Rumore” da un brandello di conversazione carpito alla Piola di Alfredo (qualcuno che diceva “noi siamo la generazione Rumore” parlando di riviste musicali). Per qualche ragione non ho mai cercato un editore per quella raccolta, chissà perché. Ad ogni modo lo sconosciuto aveva ragione: all’epoca tutti i miei amici avevano una band e tutti, indistintamente, sognavano di essere recensiti su Rumore, tutti tranne me, ovviamente, perché io non suonavo. Qualcuno degli amici del mio gruppo sarebbe stato recensito su Rumore, la maggioranza no, certo all’epoca non avrei potuto immaginare che su Rumore sarebbe finito un mio libro: quindi grazie a Daniele Ferriero che ha un po’ hauntologicamente realizzato il sogno inespresso del ragazzo che ero, paragonando Essere senza casa a Giano Bifronte (ottima immagine) e valutandolo con un bel 77/100, come l’anno in cui è finito il futuro.

Qualche considerazione su Dark

Ho finito di vedere Dark, alcune considerazioni:

  1. Ci ho trovato dentro It (Winden is the new Derry), il “distruttore di mondi” del Bhagavad Gita (vabbè questa era facile), la coazione a ripetere freudiana, la querelle Niezsche vs. Schopenhauer, tramite quest’ultimo il Buddhismo “oscuro”, l’apocalisse gnostica, Keremode (questa non è mia ma un’ottima intuizione di Mario Schiavone), la fisica quantistica (i molti mondi, l’entaglement), David Mitchell, una bella dose di psichedelia nera e citazioni cinematografiche anche opinabili (Guerre Stellari, il Nolan di The Prestige)
  2. C’è un sacco di umorismo involontario, tipo quando Jonas piangendo dice alla madre cose come “ho fatto sesso con mia zia e mio padre morto è il figlio del tuo amante!!!”
  3. Essendo nato e visssuto fino a diciotto anni in un piccolo paese devo dire che poche serie TV rendono l’idea dell’oppressione ricorsiva (ma anche rassiscurante) della vita di paese, in cui il destino individuale è già segnato una volta per tutte e rimarrai per sempre ciò che eri a quindici anni
  4. Incredibile come dieci anni dopo Lost e Il tempo è un bastardo, sei dopo Boyhood (e se vogliamo pure venticinque dopo Pulp Fiction) il tempo, lo scorrere del tempo sulle storie individuali, la giustapposizione di piani temporali diversi produca ancora i migliori prodotti culturali sul mercato
  5. Per questa ragione la stagione migliore per me è la seconda, quella che raggiunge i più alti picchi emotivi sul piano dello sviluppo dei destini personali quando capiamo che tutta la vita (la sofferenza, l’amore e la gioia) non è altro che un errore. La terza è patinata e macchinosa (Emanuela mi faceva giustamente notare come tutte le macchine farraginose che popolano Dark siano una metafora della narrazione in Dark, una tormentosa autoriflessione degli autori sul meccanismo che hanno messo in piedi e che rischia sempre di rivelarsi un’immensa supercazzola). Dark smette di essere “dark” alla fine della prima stagione, quando il senso di oppressione claustrofobica è sostituito dalla visione induista-psichedelica-nicciana dei molti mondi che si ripetono all’infinito
  6. Resta che tenere insieme mistica orientale, fisica quantistica, filosofia e una storia d’amore non era facile e il meccanismo, anche se rischia sempre di crollare a pezzi, regge, traballante ma regge
  7. Nonostante tutta la metafisica quello che fa veramente andare avandi Dark è il sentimento dell’amore adolescenziale che lo pervade, l’idea romantica e tragica di un amore che dura tutta la vita (anzi, tutte le infinite vite) ed è destinato nonostante tutto alla distruzione. In questo Dark non è raffinata e per fortuna perché la carica libidica di un prodotto culturale viene sempre e solo drammaticamente distrutta dalla raffinatezza. Senza il cuore pulsante di questo sguardo adolescenziale sul mondo Dark sarebbe solo fuffa filosofica e sai che palle. Vorrei far notare che questa “anima libidinale” di Dark è in lunghi tratti portata avanti quasi esclusivamente dalla colonna sonora, che con il suo trap tamarro toglie sempre il dubbio che stiamo parlando del sesso degli angeli
  8. Se Dark fosse stata scritta dagli americani invece che dai tedeschi ci saremmo trovati dentro orsi polari, alieni, angeli e fantasmi (pensate a Lost), invece loro vogliono spiegare le cose bene il che salva la situazione. Dal punto di vista dello storytelling la narrazione seriale sembra sempre la prima stesura di un romanzo prima dell’editing ma insomma, poteva andare peggio
  9. Nonostante le lungaggini e le incoerenze credo che sarà una di quelle serie TV che rimarranno nel tempo e ancora in futuro diranno qualcosa dei nostri tempi, di sicuro io ci ho pensato tanto e continuerò a pensarci, credo.

Essere senza casa su Stanza 251

Su Stanza 251 Stefano Loria propone una bellissima lettura di Essere senza casa, che definisce (credo molto appopriatamente) un “libro-prisma” “caleidoscopico” identificando con estrema accuratezza (quando si dice che il critico è lo psicanalista dello scrittore) le due emozioni che mi hanno attraversato nello scriverlo: l’esaltazione associativa e l’ansia, sopratutto l’ansia heideggeriana che mi accompagna un po’ da sempre, quella del senso:

Essere senza casa propone una brillante ed accurata cartografia di temi culturali oggi fondamentali, ma al tempo stesso conserva all’interno della sua fitta trama concettuale un nucleo radiante di ansia, poiché insegue – dentro i rischi di dominio delle reti di comunicazione sociale, negli scenari politici in agguato, nella consapevolezza che il progresso scientifico potrà modificare la nozione stessa di essere umano – la grande fatica di dare un senso al mondo

Bunker archeology in Suffolk

In questa zona della costa est dell’Inghilterra, da Seaford a Orforfd, durante la seconda guerra mondiale furono costruiti 633 bunker per preventive l’invasione nazista, che andarono a sommarsi alle 29 torri Martello (oggi in gran parte adibite a hotel di lusso) costruite tra il 1800 e il 1812 per prevenire l’avanzata di Napoleone. Né i bunker né le torri Martello furono mai utilizzate. Ieri mentre camminavo sulla costa, lungo lo stesso percorso di cui Sebalt parla negli Anelli di Saturno, mi chiedevo se è un caso che al referendum del 2016 le regioni in cui si è registreato il maggior numero di voti per il Leave fossero tutte sulla costa est, una zona militarizzata che da duecento anni aspetta l’arrivo di un nemico invisibile dal mare.

“I May Destroy You” ribalta tutto

Sono contento che Link – Idee per la TV mi abbia dato l’opportunità di scrivere di quella che per me è senza dubbio la serie TV dell’anno, capace di stravolgere il modo in cui parliamo di questioni importanti come il genere o il clima per arrivare a dire che il presente è una dissonanza cognitiva e noi che lo abitiamo siamo nebulose di senso prive di un centro che possa essere chiamato “io”: I May Destroy You di Michaela Coel spinge un po’ più in là i paletti dello storytelling contemporaneo. Provo a spiegare perché.

Un’intervista e una recensione: Carlo Mazza Galanti e “Bifo” Berardi

Nel weekend sono usciti due miei articoli su libri recentemente pubblicati in Italia. Il primo è un’intervista che ho fatto per Esquire a Carlo Mazza Galanti, autore di Cosa pensavi di fare?, un librogame per precari intellettuali che tocca temi come la letteratura ipertestuale, le autobiografie potenziali e nientemeno che il destino. Il secondo è una recensione a Fenomenologia della fine di “Bifo” Berardi che parte discutendo il ruolo della theory-fiction nel nuovo panorama post-pandemico e finisce per ipotizzare che il mondo realizzato dal virus sia in fondo quello che Bifo ci raccona dagli anni Settanta. Qui sotto le copertine dei due libri.

(Aggiornamento del 18/09: qui potete sentire Edoardo Camurri che legge estratti dalla recensione a Fenomenologia della fine a Pagina 3)

Essere senza casa su Artribune

Oggi su Artribune c’è questa bella recensione a Essere senza casa di Marco Petroni, che ringrazio. Marco (che coglie molto bene il tentativo del libro di funzionare come “cassetta degli attrezzi per smontare e rimontare il nostro reale”) scrive tra le altre cose:

Il grande merito di Didino è quello di tratteggiare un saggio utile a leggere le maglie senza bordo di una realtà complessa. Ci si muove fragili e provati con il viso coperto su una soglia dove si fa sempre più spazio lo smarrimento, una demondificazione per dirla con Heidegger. Nessuna comfort zone ma solo l’energia per comprendere e provare a reagire al “non sentirsi più a casa in questo mondo.