Il nostro scopo è morire

(così mi ha parlato un omino di “Rise of Nation”, l’altra notte, in un momento di inaspettata lucidità)

 

 

di boring machines e nuclearfreedom

 

 

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A che cosa pensano

Questi umani fragili?

(Baustelle)

 

 

 

Sono stato generato al minuto III dell’Epoca Moderna. Sono nato adulto e morirò senza invecchiare. Noi non conosciamo evoluzione, nè decadenza.
Sono passate molte ore dal momento in cui ho aperto gli occhi su questo mondo. Un tempo questa terra era tranquilla, non esisteva niente al di là del mare. I nostri aeroplani hanno percorso lunghe distanze. Tutto è noto, ora, fino ai confini più estremi della nostra immaginazione. Non c’è più niente da scoprire, l’impensabile è scomparso dalle nostre vite come un istinto rimosso. Non esiste altro che queste case, gli arsenali militari che si preparano per l’offensiva imminente. Ma non importa, non ho mai desiderato altro che questo: ciò che vedono i miei occhi è sufficiente per sopravvivere. Va bene così.
Una volta avevo un’occupazione, uno scopo: ero taglialegna. Quando anche l’ultima foresta fu scomparsa ricevetti l’ordine di raccogliere l’oro. Oggi anche i giacimenti minerari sono esauriti. Abbiamo accumulato risorse sufficienti per le prossime sette generazioni. Il commercio prolifera. Per la prima volta nella vita sono disoccupato, aspetto che accada qualcosa sotto l’ombra di una grande roccia. La guerra, forse, o la morte. Non importa.
So bene che la mia attesa significa inefficienza, e un uomo inefficiente è un uomo inutile. Ma anche questo va bene. L’offensiva è alle porte. Schiere di carri armati si allineano lungo la spiaggia, pronti ad imbarcarsi per le isole nemiche. Aerei da guerra sorvolano i cieli per difendere la capitale. I nostri laboratori stanno ultimando la prima testata nucleare della storia dell’umanità. Meraviglie e altri enormi feticci proliferano nelle regioni dell’interno. Sorpassata la soglia dell’Era Digitale la guerra diverrà necessaria. Con ogni probabilità in quel preciso istante la mia vita avrà fine…

… perchè arriverà un giorno in cui il limite della popolazione verrà raggiunto, ma sarà necessario costruire altre armi.
E centinaia di uomini nuovi verranno generati al preciso scopo della distruzione…
… e crolleranno le università, le case saranno rase al suolo per fare spazio a nuovi laboratori nucleari, caserme diverse da quelle che conosciamo produrranno esseri mai visti prima… cyborg…
… e tutto sarà morte, e distruzione, e buio…

… e in quel preciso istante la mia vita avrà fine. Verrò soppresso per fare spazio ad altri uomini armati, ad altri aeroplani carichi di bombe.
Ma non importa. Non proverò dolore, nè gioia, perchè non ho mai conosciuto gioia nè dolore. Smetterò semplicemente di esistere, conscio di aver dato il mio piccolo contributo a questa impresa gloriosa. Morirò, e nello stesso istante moriranno tutte le donne e tutti gli uomini che come me hanno avuto uno scopo, e ora non ce l’hanno più: contadine, taglialegna, raccoglitori di cibo e ferro, pionieri, mercanti… tutto scomparirà in uno stesso istante di vuoto e silenzio.
Ora che siamo giunti alla fine restiamo a guardarci, assiepati nel luogo che è stato deciso per la nostra eliminazione. Quello che vediamo sono corpi identici in tutto e per tutto, volti coraggiosi e stupidi, sicuri, inespressivi…

… e adesso le macchine cominciano a muoversi. Le navi aprono i boccaporti, la fanteria si allinea ordinatamente davanti al porto. La bomba atomica torreggia nel centro della nostra piccola città come un trofeo.
L’Era Digitale sta per cominciare, ancora pochi secondi e sarà la guerra.
Noi continuiamo a guardarci, e non abbiamo paura. Perchè adesso lo sappiamo con certezza: l’attesa è finita, adesso abbiamo un nuovo compito.
Adesso, il nostro scopo è morire.

(photo by udronotto)

 

25 Torino Film Festival

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Alcune considerazioni sulla venticinquesima edizione del TFF ordinate secondo un assurdo schema per punti1.

 

 

A. Nanni

 

… e quest’anno c’è Moretti. Anche sorvolando sull’encomiabile presenza scenica (Rondolino c’era e non c’era, comunque nessuno riusciva mai a vederlo) i punti a suo favore sono moltissimi. La selezione delle opere innanzitutto: la qualità media dei lavori presentati (in concorso, fuori concorso, nelle sezioni collaterali, nelle retrospettive) è stata strabiliante. In altre parole: se entri in una sala a caso ad un’ora qualsiasi avrai ottime probabilità di vedere un buon film. E non è poco.

Certo, diranno in molti, il festival è sceso a compromessi. Verissimo. Da queste parti ci siamo sempre vantati di amare il cinema alternativo, controculturale, radicalmente critico, post-settantasette, post-punk, post-Fiat. E con ragione: fino alla scorsa edizione quello di Torino era davvero un festival radicale e coraggioso, forse uno dei più radicali e coraggiosi “grandi festival” d’Europa2. Ora non più. Adesso è semplicemente una mostra del cinema come se ne vedono tante, semplicemente migliore di tante altre. Punto. Qualunque giudizio morale è lasciato al lettore.

 

 

B. Code

 

Il problema vero di tutta la faccenda è la logistica. Corollario di qualunque proiezione (credetemi: qualunque) è un’interminabile attesa davanti alle sale. I biglietti finiscono con giorni d’anticipo, abbonamenti e accrediti entrano forse, e comunque soltanto dopo quarantacinque minuti buoni di coda. Il tasso di aggressività percepito è altissimo. La speranza è che la storia sia maestra di vita, e che per l’anno venturo si prendano seri provvedimenti.

 

 

C. Film

 

Almeno sette film meritano una menzione speciale:

 

 

1. The Tracey fragments di Bruce McDonald (Canada 2006)

Storia di un’adolescente in fuga da sé stessa, che ipnotizza il fratello, lo perde nel bosco, esce di casa per cercarlo e decide di non tornare più. L’attenzione per la psicologia dei personaggi è elevatissima e la narrazione non cede mai né a livello sintattico né a livello semantico. L’uso esasperato dello split screen riflette le infinite frantumazioni dell’adolescenza apportando nel contempo un significativo contributo alla sperimentazione visuale nel campo dei testi narrativi. Il montaggio per ellissi mantiene l’attenzione sul filo del rasoio, e gli inserti extracinematografici (simulazione di videoclip e spezzoni pubblicitari, o l’immagine che va a comporsi come la copertina di una rivista di moda) rivelano grande abilità di movimento attraverso i vari generi della comunicazione visiva. Ellen Page si conferma un’ottima attrice. La splendida colonna sonora dei Borken Social Scene (scaricabile gratuitamente qui) completa l’opera. Impeccabile3.

 

 

2. The doorman di Wayne Price (USA, 2006)

Documentario atipico su quello che viene definito il PR più cool di New York: elegante senza stile, bello solo al primo sguardo, totalmente inconsapevole di sé stesso e del mondo. New York gli concede la fama, e quando si stanca di lui lo condanna alla scomparsa. Il mondo del nightclubbing è indagato senza pregiudizi di sorta, lo sguardo della macchina da presa non produce miti ma svela esseri umani. Il risultato è una compassione inaspettata per un universo ridicolo popolato da esseri umani ridicoli. Diverte, ma con un fondo di amarezza. Un esperimento molto interessante.

 

 

3. Vogliamo anche le rose di Alina Marazzi (Italia, 2007)

La storia dell’emancipazione femminile dagli anni 50 agli anni 70, raccontata con tecniche narrative di alto impatto estetico ed espedienti visuali pionieristici nel campo del documentario sociale. L’inserto di scene animate, l’utilizzo patemico (e non semplicemente decorativo, come accade di solito in questi casi) della colonna sonora, il ricorso a filmati di repertorio e diari di donne alzano incredibilmente il tasso di partecipazione emotiva dello spettatore. Un documentario che tocca tasti dolenti della nostra cultura senza ideologismi di sorta ma riuscendo nello stesso tempo a dimostrare la propria militanza. Non sembra per niente italiano ma lo è. Finalmente.

 

 

4. Naissance des pieuvres di Céline Sciamma (Francia, 2007)

Durante un’estate tre adolescenti appassionate di danza acquatica si confrontano sul tema del sesso. Film essenziale nei contenuti e preciso nella forma, sottilissimo nell’individuare le psicologie e i rapporti tra i personaggi, molto attento alle emozioni. Tutte e tre le attrici protagoniste si dimostrano in grado di reggere un ruolo difficile con classe non indifferente. Opera prima di Céline Sciamma, da tenere d’occhio.

 

 

5. Lars and the real girl di Craig Gillespie (USA, 2007)

Lars, trentenne paranoico, si innamora di una bambola gonfiabile. Parenti e amici credono che sia pazzo, ma comprenderanno che ogni pazzia ha una sua ragione d’essere e che solo attraverso l’assurdo comincia la guarigione. Il clima è quello di un racconto di Wallace, o di Aimee Bender, sorridente e terrificante allo stesso tempo. Se da un punto di vista puramente narrativo il film presenta qualche imperfezione (escluso Lars gli altri personaggi non sembrano avere una psicologia) una lettura simbolica della vicenda ne rivela i pregi: ognuno di noi costruisce i feticci che gli sono necessari per la sopravvivenza; accettare e accettarsi è l’unica strada per superare le proprie debolezze; ogni follia, se interpretata correttamente, lavora allo scopo di autoeliminarsi e significa dunque l’inizio di una nuova igiene mentale. Sottile, forse troppo per la media del pubblico, che continua a ridere anche quando invece ci sarebbe da piangere.

 

 

6. Noise di Matthew Saville (Australia, 2007)

Un serial killer, un massacro in metropolitana, un poliziotto che teme di avere un tumore e che suo malgrado diventa il confidente di una comunità terrorizzata. Poliziesco con pochissima polizia, dove l’assassino da scoprire si palesa subito e scompare per lunghi tratti dalla narrazione. I punti focali sono la violenza latente e inespressa, la fragilità della vita, la confusione in cui un giorno ci si ritrova e dalla quale non si riesce più ad uscire. Il titolo richiama i sintomi della malattia del protagonista (un fischio costante alle orecchie) ma anche il rumore continuo del nostro mondo fatto di oggetti. Lavoro cupo, tagliente, rumoroso oltre la soglia della gradevolezza.

 

 

7. Nelle tue mani di Peter Del Monte (Italia, 2007)

E ora gli sfoghi. La storia è questa: Lui sta con un’altra, ma un giorno incontra Lei e si innamora. Fanno un figlio. Lei è pazza. Scappa, torna, dimentica la bambina in casa. Lui se ne va. Lei lo accoltella. Lui scompare. Lei fa un figlio con un’altro. Nonostante tutto lui la ama e decide di vivere con lei. Probabilmente uno dei peggiori film italiani di sempre: i personaggi dimostrano la psiche di bambini di quattro anni, l’impianto narrativo fa acqua da tutte le parti, i dialoghi sono degni delle più dimenticate telenovelas sudamericane. Tutto è superficiale, dalla caratterizzazione degli attori, alla recitazione, all’analisi delle passioni e delle emozioni umane. Arrivati alla fine viene da chiedersi se un uomo anziano come Del Monte abbia mai compiuto nel corso della sua vita un qualsiasi tipo di percorso interore. “Nelle tue mani” è il trionfo di tutte le bassezze della cinematografia italiana recente, compresa la reificazione dell’animo umano all’interno di schemi preordinati di movimento e di pensiero4. Viene da chiedersi se l’accoglienza tenera della critica (la maggior parte lo classifica sostanzialmente come “film potenzialmente bello ma non riuscito”, da altre parti addirittura lo si loda, come per esempio su Repubblica) sia semplice cattiva fede (tanto ormai ci siamo abituati), palesi una sostanziale impreparazione (non professionale: umana) dei nostri critici, oppure riveli come certi schemi di pensiero siano ormai penetrati sottopelle al punto da far apprezzare davvero un film come questo. La nota peggiore di tutto il festival, senza dubbio.

 

 

NOTE

1 Attenzione: questo NON è un testo di critica cinematografica. Da intendersi unicamente come chiacchierata informale tra amici in un bar qualunque. L’autore si assume la responsabilità legale ma non morale dei giudizi sputati un po’ a caso nel testo. L’autore si scusa per la forma ma oggi ha mal di testa.

2 Con “grandi festival” intendo: certamente la mostra del cinema lesbo-splatter organizzata in un centro sociale è più radicale e coraggiosa, ma prevede un pubblico non pagante di dieci persone. Qui, comunque, si sta parlando di mainstream, che piaccia oppure no.

3 Curiosità: sul sito ufficiale del film viene offerta la possibilità di montare il girato a proprio piacimento. È anche possibile scaricare una graphic novel ispirata al film, in formato pdf. Quasi certamente il film sarà distribuito anche in Italia, probabilmente con un titolo idiota tipo “Tracey a pezzi” o cose del genere.

4 Giuro che verso la fine del film arriva questo dalogo: Lui: “Vuoi sposarmi?” Lei (la sua nuova fidanzata): “No”. Lui: “Perché?” Lei: “Perché no”. Lui abbassa lo sguardo. Lei (sorridendo): “Non chiedermelo mai più”. Naturalmente le ragioni profonde di questo rifiuto non vengono esplicitate, e forse non se ne ipotizza nemmeno l’esistenza.

 

C ODA – alcuni trailer dei film menzionati sopra:

 

 



un sole luminoso come fosse vero

di Barbara Bernardini

 

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Deve solo mettere la sabbia sotto la veranda di cartone e la casa sarà finita.
Ha costruito la facciata con il portoncino e le due finestre sui lati, la veranda con la scale che scendono in spiaggia, il vialetto, con le gomme per cancellare al posto dei grandi ciottoli, che inizia dai gradini e finisce contro il bordo della scatola di scarpe.
Con le tempere ha colorato di bianco la facciata e di azzurro il portone.
All’inizio aveva pensato di disegnarla sulla torta, la loro casa al mare. Ci aveva anche provato ma il cioccolato si era mescolato con la panna e i granellini colorati avevano cominciato ad affondare nella copertura dissolvendo il disegno in pochi minuti.

La settimana prima il padre l’aveva portata al mare, c’è una cosa che voglio farti vedere, le aveva detto.
L’aveva trattata come un’adulta, spiegando segreti di un mondo quadrato: soldi, case, ipoteche. La Banca aveva cominciato allora a prendere una forma più fredda e geometrica e a perdere tutta la magia che aveva attribuito alla stessa parola solo pochi anni prima, quando in punta di piedi, mentre sua madre era allo sportello per pagare, rubava i moduli vuoti per portarseli a casa e fingere di essere l’uomo in giacca e cravatta blindato dietro a un vetro e sicuro di ogni suo gesto.
Mentre il padre le parlava, lei fissava suo fratello che raccoglieva conchiglie, i pantaloni arrotolati al ginocchio e si era sentita così grande, importante.
Le aveva detto: ricordi? Indicando una casa sulla spiaggia.
Lei aveva scosso la testa. No.

L’avrebbe nascosta nell’armadio per portarla poi giù a cena. Prima di chiudere lo sportello la guarda meglio, allontanandosi. È bella.
Esce dalla camera e nel corridoio vede suo fratello che legge qualcosa sdraiato sul tappeto della sua camera. In giardino, suo padre sta spingendo il tosaerba, sua madre stende i panni. E capisce cosa manca: la casa che ha costruito non ha niente di diverso dalla casa che hanno visto al mare, da fuori, con le finestre chiuse, il portone chiuso. Deve aprire le persiane, deve ritagliare le loro sagome e metterle in veranda, o sui gradini. Suo fratello potrebbe stare sulla sabbia a giocare.
Torna su e si mette al lavoro. Si sarebbero ripresi quella casa aveva detto papà.
Lui aveva costruito un’altalena, continuava a chiederle: ricordi?
Aveva detto: la ricompriamo e torniamo qui per l’estate.
Aveva detto: mamma non lo sa ancora, è una sorpresa, è un segreto fra me e te.
Avrebbe voluto abbracciarlo, ma gli aveva solo promesso, seria, che non l’avrebbe svelato a nessuno. Poi era corsa dal fratello vicino l’acqua. “Perché ridi?” niente, così. “Perché piangi?” niente, scemo, sta’ zitto.

La sagoma di se stessa l’ha vestita con i jeans e la sua maglietta preferita, quella nera con la stella rossa. Alla mamma non piace quella maglia. Come non le piace la musica che ha cominciato ad ascoltare, come non le piace la sua amica, come non le piace quando si mette un po’ di matita nera intorno agli occhi. Hai dodici anni, dove vai così? Come non le piace cosa sta diventando.
Sistema le quattro sagome e rimane a guardare di nuovo.
Sono brutte, la linguetta sotto i piedi di ciascuno si vede, la colla esce dai lati e ha impiastricciato tutto. Il lavoro ora è diventato sciatto, sporco, poco curato. Per aprire le finestre ha fatto un taglio fra le persiane e le ha piegate verso l’esterno, ma col taglierino è andata storta, non è perfetto. Non è più perfetto. E quelle sagome sono davvero brutte, non somigliano per niente a loro, tranne la sua.

I suoi sono rientrati, sono in cucina. Si chiede se vedranno la torta in frigo, se si ricorderanno del loro anniversario.
Si affaccia dalle scale per ascoltare.
Stanno urlando.
Agli angoli della torta, con uno stuzzicadenti, aveva inciso, piccolissime, quattro parole: non-litigate-mai-più. Poi con la mano stretta a pugno quattro colpi e le aveva cancellate, ora gli angoli erano un pochino più bassi, ma non era male, sembrava fatto apposta.
Torna in camera, la porta chiusa, lo stereo acceso, le voci arrivano solo leggere. Silenzio e urla si potrebbero anche mescolare. Si mescolano sempre, da che ricorda.
Strappa via quelle orribili sagome, la casa era meglio prima.
Sua madre apre la porta. “Ho visto la torta che hai fatto”, dice.
Lei indica la casa, “ho fatto anche questa”.
“Ah, tu lo sapevi?”
La sua voce è diventata subito più asciutta. “Tu lo sapevi? Tuo padre gioca, tuo padre ci riporterà sul lastrico, tuo padre ci farà togliere tutto di nuovo…”
La voce si scioglie, sua madre si inginocchia e la stringe. Le prende la testa fra le braccia a piange contro di lei. Quella carne è troppo calda, è troppo morbida, le guance bagnate, è sporco e fuori posto, la sensazione è quella di quando il suo amico le ha messo una mano sul culo, indagando insistente. Ed è sicura che sia la sensazione sbagliata.
Lei si scosta, guarda, le ripete, “ho fatto anche questa”.
“È molto bella.”
Ma sa che non la sta guardando, vorrebbe chiederle cosa manca, mamma secondo te cosa manca, voglio che sia perfetta. Vorrebbe dirle che prima la casa era bellissima, che non c’erano quelle macchie di colla, vorrebbe chiederle di rifare quelle sagome insieme, vorrebbe chiederle aiutami, ma lei ha smesso di piangere. La guarda, “stai diventando grande, stai diventando una donna”. Gli occhi per un attimo sulle sue tette piccole, si sente avvampare, la sensazione è sempre sbagliata.
“Sei abbastanza grande da capire anche tu che quello che abbiamo passato è stato un periodo nero, stiamo tirando fuori la testa solo ora, stiamo respirando solo ora, per comprare quella casa dovremmo ricominciare tutto daccapo. Non ce la faccio più, sono stanca.”
Sulla porta le ripete: “grazie per la torta e grazie per il lavoro, è bellissima quella casa”.
Lei rimane di spalle, non si volta, sa che sua madre non ha mai guardato per davvero. Si sarebbe accorta dei difetti, dei buchi, altrimenti.
“Scendi per cena.”
“Arrivo, un attimo.”

Nel silenzio della cena ci sono ancora le urla del pomeriggio. Suo fratello mangia facendo scorrere avanti e indietro un’automobilina vicino il piatto. Quando la spinge indietro si sentono una serie di piccoli scatti.
Osserva la mano del fratello, l’automobile color fuoco, vorrebbe essere in grado di incenerire gli oggetti con lo sguardo.
Suo padre si alza e va fuori a fumare. Nel buio del giardino, in fondo, si vede brillare di rosso la sua sigaretta. Si vede, vaga, la sua sagoma, un braccio sul fianco, le gambe un po’ larghe.
Sua madre si gira verso il lavandino, i piatti in lavastoviglie. Silenziosa, fa un cenno, “andate a letto” sta a dire.
Suo fratello la guarda, forse è l’unico a ricordarsi della torta.
Lei si mette un dito sulla bocca, sta’ zitto, e lo tira via per un braccio.

Toglie la sabbia, cerca di ripulire le tracce di colla. Le sagome non sono poi così male, prova a ritoccarle con un pennarello, affinando i tratti e inserendo i particolari. Ritaglia una nuova base per ciascuna e le incolla nuovamente ai loro posti. Rimette la sabbia, nel doppio travaso ne ha sparsa parecchia sul pavimento.
Guarda fuori la finestra e vede suo padre ancora lì, nella stessa posizione. Suo fratello gli corre intorno, gli chiede qualcosa, lui scuote la testa, senza guardarlo. Pensa al pomeriggio al mare, allo spiraglio, a suo padre che le parlava, che la guardava, che le raccontava aneddoti della sua infanzia.
Suo fratello torna lentamente dentro casa voltandosi indietro un paio di volte verso il padre. Il profilo di lui rimane immobile.

La porta che si apre la fa saltare. Suo fratello, con due piatti di torta.
“Che fai? Cos’è quella?”
Lei lo guarda, un ragazzino grassottello che i compagni chiamano “differita” e non gli risponde.
Lui si siede vicino a lei, osserva meglio la casa e le dice che manca il sole.
“Quel sole che sta appeso di fianco la porta. L’avevi fatto tu, a scuola, e mamma l’ha attaccato fuori. Mi piace quel sole, sta ancora lì.”
Lei prova a ripensare alla casa sulla spiaggia, non ricorda di aver visto.
Forse sì.
Suo fratello ritaglia un piccolo sole da un pezzetto di cartoncino giallo.
“Posso?”
Lo incolla vicino il portoncino.
Assaggiano la torta. Il fratello dice che è buona, che avrebbe dovuto prenderne di più. Lo osserva e si accorge per la prima volta, o per l’ennesima, dello sguardo che ha quando la guarda, quando le dice che la torta è buona, che la casa è bella, che il sole che aveva fatto da bimba era luminoso come un sole vero.
Vorrebbe accarezzargli la testa, vorrebbe proteggerlo, ripensa a quando l’ha visto pochi minuti prima rientrare in casa a testa bassa, voltarsi in attesa di un cenno del padre e poi trascinare i piedi fino a scomparire. Ma ricorda la sensazione dell’abbraccio di sua madre, nel suo corpo non c’è la soluzione.
Apre la finestra, mette fuori, sul davanzale, la casa di carta. In giardino suo padre non c’è più.
“La bruciamo?”
“Dovrai rifarla.”
“Non importa.”
Gli occhi del fratello brillano.
“Io ho un accendino.”
“Accendila tu, allora. vai.”

La casa è davvero perfetta in quel preciso istante. La luce delle fiamme li illumina mentre mangiano l’ultimo pezzo di torta e dalla finestra aperta entrano piccole ali di carta bruciata.

(photo by maria flor. on flickr.com)

#2 quarto frammento

Lo stesso giorno in cui Karl Rossman si presentò per essere assunto al Teatro di Oklahama, si presentò anche un altro ragazzo, di origini bulgare ma di madre greca, che per qualche anno aveva lavorato come meccanico ma aveva finito con l’annoiarsi, e che, soprattutto, non aveva portato con sè in America alcun parente, amico, o ricordo.
Naturalmente c’era, tra gli sportelli di reclutamento, anche quello per ragazzi bulgari di madre greca, ma quando a questo sportello gli chiesero cosa volesse fare e lui dichiarò che non c’era niente al mondo che volesse fare, gli addetti all’assunzione, pure volenterosi, si trovarono molto perplessi. Era infatti impossibile trovare un posto nel Teatro a qualcuno che dichiarasse di non voler fare niente, e così, seppure con rammarico, e seppure dopo aver cercato parecchie volte di convincerlo che ci doveva per forza essere qualcosa che egli volesse fare nella vita, si videro costretti a rifiutare la sua domanda di assunzione e a rimandarlo a casa.
Seduto nella grande piazza polverosa davanti all’ippodromo, mentre in cielo si addensavano strane nuvole violacee, il ragazzo pensò che il suo destino era ben misero, se non riusciva ad essere assunto nemmeno al Teatro di Oklahama. E che sebbene non volesse alcun posto nella vita, allo stesso modo avrebbe voluto avere nel Teatro il posto riservato a tutti coloro che non vogliono un posto nella vita: purtroppo però, come gli era stato ripetuto più volte, quel posto era l’unico non disponibile.
E a riprova della sua inconsistenza la gente che attraversava indaffarata la piazza sembrava non accorgersi di lui, e addirittura una ragazza, ancora vestita da angelo, gli sbattè contro e cadde a terra, e una volta che si fu rialzata rimase a guardarsi intorno perplessa, e anche un po’ spaventata, come se non si fosse resa conto che dell’ostacolo che aveva intralciato il suo cammino, e anzi come se non riuscisse proprio a vederlo.
In quel preciso istante il ragazzo capì che aveva cominciato a scomparire.

#1 due pittori

Due amici, entrambi pittori, hanno una discussione. Il primo sostiene che la vita vada vissuta in maniera eroica, nel totale dispendio delle proprie energie. Il secondo parla di naufragi, del vuoto che inghiotte ogni speranza, del disastro sottile e ineluttabile che grava sull’esistenza umana.
Il primo dice che vorrebbe morire giovane per regalare alla sua parabola il carattere dell’assoluto, vorrebbe scalare ogni vetta del mondo e di lì contemplare il mare di nebbia della gente comune. Ad impedire la sua ascesa è la concretezza della materia, la banalità dei giorni scanditi dal tempo, le imperfezioni del corpo.
Il secondo afferma che la morte è il suo pensiero ossessivo ormai da vent’anni, e che una certa sensazione di sradicamento lo costringe a stare sempre in casa fingendosi malato: per il resto lavora poco, e ogni volta che completa un quadro lo appoggia alla parete per non spostarlo più. D’altra parte, dice, dipinge solo per passatempo, perchè anche la pittura, come le altre attività umane, è stupida e vana.
A questo punto il primo amico obbietta che ci vuole certamente molto eroismo per continuare a condurre una vita nella quale non si crede, e altrettanto eroismo è implicito in un atteggiamento di tanto profonda rassegnazione mista a quell’ironia che è il maggior pregio dell’amico.
L’amico, però, afferma che la sua ironia non è fatta per divertire gli altri ma soltanto sè stesso, e che il suo movimento è così inutilmente circolare che ha finito con il perdere per lui ogni senso, tanto che lui stesso non saprebbe dire, in questo preciso momento, se sta continuando a vivere o se al contrario si trova in un altro posto.
Interpellato su quale sia questo posto, però, non sa come rispondere, e porta questa sua indecisione come prova decisiva della sua totale incapacità di sollevarsi.

perfetti

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Poi le cose erano cambiate. Qualcosa si era rotto, da qualche parte. Si sentiva stanco. La notte faceva incubi terribili in cui le figure del suo passato si decomponevano come ombre. Aveva paura.
Sapeva che non sarebbero mai dovuti partire, e la consapevolezza non faceva che peggiorare le cose. Il mare, la terra arida, il vento, non facevano che peggiorare le cose. Avrebbe voluto essere a casa, nel suo appartamento al quarto piano, con il rumore rassicurante del camion della nettezza urbana. Con le auto in coda, i semafori, la pioggia. Non poteva sopportare tutto quel dolore sotto il sole d’agosto. Era fuori luogo, lo faceva sentire in colpa.
Lei, Marta, si sentiva pressappoco come lui. Quando riuscivano a guardarsi negli occhi vedevano sgomento, e tristezza. La sensazione era quella di affogare. I gesti sicuri con cui lei si truccava la mattina avevano smesso di provocargli un’eccitazione latente che sarebbe proseguita per tutta la giornata. Gli parevano meccanici, vacui. Le gonne nuove che indossava sopra il costume erano prive di colore. Quel corpo aveva smesso di emanare luce. Le insegne delle farmacie segnavano quaranta gradi e lui sentiva freddo. Quel gelo l’avrebbe risucchiato, anche lui come gli altri si sarebbe trasformato in un’ombra. Solo l’immagine bastava a terrorizzarlo.
Nei lunghi momenti di solitudine fissava il mare e provava a pensare. Cos’era successo? E quando? Perché un tempo loro due erano stati perfetti. Erano rimasti perfetti per quattro anni. Leggeri. Innamorati. Lievi come pezzi di carta colorata, capaci di illuminare tutto il grigio di Torino con la loro semplice presenza. Gli ospiti d’onore di tutte le serate migliori. Loro due, e nessun altro. Loro. In una parola, perfetti.
Poi erano cominciati i sogni. Lande desolate popolate da esseri informi. Le case bruciavano. La terra sembrava sciogliersi sotto i piedi.
Inizialmente non ci aveva badato. Faceva il fotografo, ed era sempre stato convinto che le fotografie avessero a che fare con la realtà. I sogni non c’entravano. Lei era la sua modella d’eccezione, gli scatti di quelle gambe lunghe erano finite sui cartelloni pubblicitari di mezza Europa. Erano solo sogni. Sarebbero tornati da dov’erano venuti.
Era cominciata così. Poco più di niente. Immagini volatili. Sensazioni. E poi si erano allontanati, senza nemmeno sapere perché. Una sera lei gli sembrava troppo truccata. Un’altra sera gli appariva sciatta. Si sentiva solo. Cominciava ad avvertire un freddo inspiegabile dentro le ossa. Divideva il letto con un’estranea, l’idea di affondare il viso nei suoi umori corporei a volte bastava a turbarlo. Quando lei usciva a fare la spesa si stendeva sul letto e si masturbava senza pensare a niente. Orgasmi tristi che avevano l’unico risultato di peggiorare il suo morale.
Non c’era niente, da nessuna parte, il vuoto completo.
Stavano scomparendo, ne era certo. Qualunque cosa volesse dire scomparire.

Adesso si trovavano nella Corsica del nord-ovest, in una zona desertica lontana dal mare. Avevano scelto la Corsica perché erano affascinati dalle isole e il deserto perché erano affascinati dal nulla. Ne avevano parlato per un intero inverno, prima che cominciassero i sogni. Quando alla fine si erano imbarcati era stato per salvare il salvabile, o almeno così pensavano. L’albergo era già stato pagato da mesi, e avevano evitato di farsi troppe domande.
Il luogo dove si trovavano non aveva nome, se ce l’aveva non era scritto da nessuna parte. Era una pensione a gestione familiare, persa nella campagna più arida che avessero mai visto. Suggestioni lunari, o da vecchio spaghetti-western psichedelico. Non c’era connessione telefonica e la corrente elettrica proveniva da un generatore autonomo. La prima pozza d’acqua salata si trovava a mezzora di strade tortuose in direzione nord-est, come anche il primo centro abitato. Nessun rumore, mai. Se trattenevi il respiro sentivi il sole bruciare le rocce. Gli uccelli neri che vedevi in lontananza potevano benissimo essere condor, niente di più probabile.
A mantenere vivo quel luogo senza tempo erano in tre. Un corso ruvido, con la faccia da cinghiale. Il figlio. E lei, la ragazza bionda che rifaceva le camere e aiutava in cucina, senza un nome per quanto lui si sforzasse di chiederglielo, praticamente muta. Quella ragazza lo attraeva. I polpacci spessi, la fronte bassa, lo sguardo caprino. Bella forse, non avrebbe saputo dire. All’inizio immaginava di fotografarla nuda, a quattro zampe, su una roccia. L’immagine lo lasciava perplesso, ma lo distraeva dal panico. Certamente quella donna non era un’ombra. Era già molto.
Dopo la prima colazione all’aperto, riparati da un gazebo di lino, lui l’accompagnava al mare. Marta e il mare avevano qualcosa in comune, l’aveva sempre pensato. Una certa fluidità, e anche violenza burrascosa. Ora, quando la vedeva scomparire sotto le onde, temeva che non sarebbe più riemersa. Se loro due non erano perfetti la vita poteva essere fragile, o mostruosa. Immaginava Marta come una donna marina, un mostro degli abissi, terrificante. Lei tornava a galla e tutto ricominciava come prima. Un corpo tra tanti corpi, senza niente di speciale. Cosa gli era successo? Capitavano volte che sarebbe volentieri scoppiato a piangere. Il sole e il vento non lo permettevano nella maniera più assoluta.
Poi, di solito, si allontanava. Con una scusa qualsiasi, il giornale, le sigarette che stavano finendo, qualunque cosa pur di stare solo. Lei annuiva. Gli sorrideva pallida dalle profondità dello spazio. Quella donna non era Marta, non era nessuno.
Tornava invariabilmente al deserto. Qualcosa lo attraeva di quel luogo. Nel corso dei giorni aveva scoperto sentieri che portavano ad alture dalle quali partivano altri sentieri. Come una ragnatela senza centro, e senza ragno. Camminava senza meta. Si nutriva di quelle immagini, aride come gli occhi che le stavano guardando. Se esisteva un luogo adatto per la sua anima, niente di meglio che un ammasso informe di pietre grigie, cardi, rovi. Popolato da roditori, serpenti, uccelli rapaci, insetti enormi e scuri. Per quanto si sforzasse non riusciva a pensare a niente di più simile.
Quando cominciava a fare troppo caldo tornava in albergo. Chiamava Marta, vuoi che venga da te, mangiamo qualcosa insieme? La risposta era sempre la stessa, no grazie, non ti preoccupare, non ho fame, raggiungimi nel pomeriggio. Sedeva all’ombra e osservava, come una lucertola. Era solo. Completamente solo. Nessun simulacro di lei, nessuna voglia o attesa di lei. Non gli era mai capitato in quattro anni. La sua mente prevedeva soltanto silenzio, non c’era posto per nient’altro.

Cominciò a pensare quelle cose dopo la prima settimana. Da quando erano arrivati in Corsica non avevano più fatto l’amore. Non che litigassero, facessero scenate, niente di simile. Non l’avevano mai fatto quando erano perfetti, non avrebbero cominciato adesso. Grazie a dio almeno quello.
No, tornavano in camera dopo la cena sotto il gazebo, una bottiglia di vino corso piuttosto costoso, qualche chiacchiera stanca, vaga. Lui apriva il computer portatile, guardava le fotografie ancora in corso d’elaborazione, puliva l’obbiettivo dell’unica macchina che aveva portato con sé. Lei leggeva una rivista sul balcone, poi si infilava nel letto e spegneva la luce. Lui la raggiungeva più tardi, facendo attenzione a non toccarla. Poi chiudeva gli occhi e ricominciavano gli incubi.
Adesso era solo. Seduto sotto un ulivo, riparato dal sole di mezzogiorno. Intontito dopo un’altra notte popolata da ombre. Marta era al mare, ad anni luce di distanza.
L’aia era pressoché deserta. Il padre non si vedeva. Il figlio stava in piedi in un angolo di sole, grembiule e sigaretta, incurante dei quaranta gradi. Un oggetto. Dalla cucina proveniva rumore d’acqua corrente e di stoviglie. Lei, lo spirito santo carnale di quella trinità silenziosa. Il figlio scompariva dietro la porta di un magazzino. Lui aspettava immobile. Se abbassava le palpebre per pochi secondi aveva l’impressione di assopirsi. Le ombre si avvicinavano, lo guardavano senza occhi prima di decomporsi. Li riapriva e ricompariva l’aia invasa dal sole. Lei uscì dalla cucina portando un grosso secchio pieno d’acqua. Malvestita, arruffata, sudata. Con la fronte caprina ostinatamente rivolta verso il basso.
Fu la prima volta. Pensò di seguirla in magazzino, di tapparle la bocca, di infilarle una mano tra quelle cosce muscolose. Era curioso di sentire il sapore del suo sudore, nient’altro. Di capire cosa si prova a penetrare una donna come quella, l’antitesi di Marta, di tutte le donne che aveva avuto in passato. Non ne fece niente. Non la seguì. Chiuse gli occhi e ricomparvero le ombre. Li riaprì e ricomparve il sole. Si accese una sigaretta, pensieroso.
Non tardò a diventare un’ossessione. Se la portava al mare quando guardava Marta senza riconoscerla, invaso da quel senso di lacrimoso sgomento. Più ancora durante le sue passeggiate solitarie nel deserto. In un certo senso quella donna muta era il deserto. Carne plasmata nella roccia. Inconsapevole come lo sono i rovi e gli avvoltoi. Viva forse non del tutto, ma concreta. Reale. Tangibile.
Cominciò ad immaginarla in situazioni grottesche. Pensava di portarla al pascolo nuda e violentarla come certi pastori sardi fanno con le pecore. Oppure di mungere quei seni grossi nascosti dal grembiule. Leccare l’odore d’aglio dalle sue cosce. Quel luogo era come la luna, vuoto, cavernoso. Poteva scomparire in un cratere qualsiasi, sarebbe diventato anche lui roccia. Lontano dagli incubi. Nel fondo più estremo di qualcosa che non aveva fondo.
Una mattina finirono di fare colazione. Fumarono in silenzio. Marta disse che saliva in bagno. Lui annuì e chiuse gli occhi. Le ombre erano lì, in attesa.
Quando li riaprì la ragazza era a pochi centimetri da lui, intenta a impilare le tazze sporche sul vassoio. Non pensò a niente, allungò una mano e le afferrò il braccio. Lei si spaventò, il vassoio cadde a terra e le stoviglie esplosero in centinaia di schegge bianche. Guardò perplesso quello che aveva fatto. Lei era già china a raccogliere i cocci, se mai gli aveva badato per un secondo la sua attenzione si era esaurita. Scivolò via dalla sedia, lontano dal tavolo. Fuori il sole era accecante. Non trovò niente di meglio da fare che accendersi un’altra sigaretta.

E alla fine si decise, anche se ormai era troppo tardi. Per lui, per loro, per tutto. Erano passate più di due settimane dal loro arrivo in Corsica. Non avevano mai fatto l’amore. Le ombre erano ovunque, dentro e fuori di lui. Poteva inginocchiarsi e pregare, oppure fare quello che stava per fare.
Marta dormiva. Silenziosa come sempre. Dalle finestre aperte non veniva alcun rumore. A tratti una cicala, nient’altro. Le luci della cucina erano ancora accese, poteva vederlo restando comodamente disteso sul letto. Si alzò senza far rumore, prese il pacchetto di Lucky Strike. Non fece troppa attenzione nel chiudere la porta. Se anche Marta si fosse svegliata non l’avrebbe seguito, ne era certo.
Gli toccò aspettare una mezzora buona, sotto il solito gazebo di lino. Si sentiva un predatore, un animale senza scrupoli. Non importava. Alla fine lei uscì. Spense le luci e chiuse la porta della cucina a chiave. Si diresse a passo spedito verso il centro dell’aia. Lui chiuse gli occhi: ombre. Li riaprì e trovò un’ombra più grande, più densa. Doveva andare.
La raggiunse prima che entrasse nel magazzino a riporre le chiavi. Le disse qualcosa, ma lei tirò dritto. Le afferrò un braccio e le parlò all’orecchio. Lei si divincolò. Disse qualcos’altro, a voce più alta, che la fece fermare. Le si avvicinò. Restarono vicini per un pezzo, parlando a bassa voce. Aprì il portafogli e ne estrasse due banconote. Lei disse ancora qualcosa, indicando un’altra ala di appartamenti.
Poi prese i soldi, e scomparve nel buio.

Marta era al mare. Lui era solo in camera, le imposte chiuse. Il sole non era mai stato così spietato. Il silenzio assoluto, potevi sentire le lucertole strisciare sotto i sassi. Le ombre erano reali, tutto intorno a lui. Guardò l’orologio. Tra mezzora sarebbe dovuto andare.
Si alzò e cominciò a camminare per la stanza. Quella notte i sogni erano stati peggiori. Le figure del suo passato erano cadaveri putrefatti, che lui invano si sforzava di eliminare definitivamente. Marta era comparsa per la prima volta in una posa agghiacciante. Vestita da bambina perversa, sola in una città cupa, fatiscente. E giocava, inconsapevole dei palazzi che crollavano intorno a lei.
Tra poco sarebbe andato. Lei lo aspettava in una stanza qualsiasi, pronta ad uccidere in lui tutto ciò che aspettava soltanto di morire. L’avrebbe trasformato in pietra. L’avrebbe posto di fronte alla necessità di vedere, proprio lì dove non aveva il coraggio di guardare.
E sarebbe finito tutto…

… dieci minuti. Si sciacquò la faccia, si pettinò con le mani bagnate. Dallo specchio stava a fissarlo un mostro. Chiuse gli occhi per non vedere.
Non c’erano ombre adesso nella sua testa. Erano fuori dalla camera che lo aspettavano. Quiete, tutto sommato.
Dentro c’erano solo ricordi. Di una vita e di un amore perfetto. Immagini luccicanti di locali in città. Marta era accanto a lui, splendente di luce propria. Dentro di lui, ovunque fosse, confusa nella folla di una mostra fotografica. Quelle fotografie erano sue. La sua vita perfetta che stava per morire. Non sentiva più niente, nemmeno tristezza. E non poteva piangere perché allora avrebbe pianto per ore. E non poteva affrontare le ombre in lacrime. Era una cosa che non stava bene. Non si conveniva.
Aprì la porta e il sole invase la piccola camera da letto. Le ombre erano lì fuori. Doveva andare, oppure avrebbe fatto tardi. Lei non avrebbe aspettato, era stata molto chiara. Doveva fare quello che stava per fare, oppure inginocchiarsi e pregare…

… supplicare dio di perdonarlo per la sua presunzione. Lui che aveva creduto di essere perfetto. Supplicarlo per la propria imperfezione, perché la carne era debole e lui stava morendo dentro.
Per le luci di Torino che non erano la vita, ma altre ombre che si aggiungevano alle ombre.
Ringraziarlo per quel dolore che sentiva dentro, perché la vita era tanto fragile e le cose muoiono come le persone, e nessuno scompare, mai.
E perché non erano stati perfetti ma soltanto inconsapevoli, felici, leggeri. E perché l’universo è popolato di mostri, e ci vuole troppa forza per guardarli in faccia e sconfiggerli, e perché ci sono organi che necessitano soddisfazione corporale, e esseri umani che si avvicinano e si allontanano, e poi si scordano a vicenda, e perché lui a tutto questo non era pronto, non lo sapeva, non stava scritto da nessuna parte…
… in quel regno di cose senza nome, mute e animali, che non cadono perché non sanno cosa significhi salire, tra il nodo di quelle cosce dove lui avrebbe cercato una risposta primigenia a domande che non sapeva di essersi posto…
… e glorificare il suo nome per avergli concesso una vita perfetta, un amore perfetto, per avergli mostrato come le cose si corrompono, come l’anima si decompone, che esiste la morte che rende imperfetto ogni essere…

… ma non poteva. Perché non era mai riuscito a credere in dio, nemmeno per un secondo. Era troppo facile e troppo inquietante. Lui non era nato dalla costola di nessuno. Dallo sperma di suo padre, era già sufficiente così.
Era in ritardo di cinque minuti. Avrebbe dovuto alzarsi dal letto e uscire nell’aia. Soltanto pochi passi. Sarebbe stato tutto semplice. Quella donna aveva i suoi soldi, lui il suo carnefice. Poi avrebbe raggiunto Marta. Le avrebbe raccontato cos’aveva fatto.
Finalmente avrebbe pianto, fregandosene del sole. Non c’era sole dentro di lui.
Si alzò in piedi. Guardò la porta spalancata. C’era odore di cardi e terra secca.
Uscì nell’aia e chiuse gli occhi.

***

Finì di asciugarsi i capelli e si guardò allo specchio. Si sentiva stanco, provato. Dimagrito forse. Ma quella era la sua faccia, non c’erano dubbi. Pensò di sorridere ma non ci riuscì. Poco male, avrebbe imparato di nuovo come si fa.
Infilò gli stessi vestiti che si era tolto per farsi la doccia. Accese una sigaretta e guardò l’ora. Le sei meno venti. Erano passati quaranta minuti dall’ora dell’appuntamento. A quel punto lei doveva essersene andata. La cosa lo rassicurò. Non avrebbe voluto incontrarla proprio mentre lasciava l’appartamento. Avrebbe dovuto trovare una spiegazione, o cercare di non vergognarsi troppo. Non era certo che ci sarebbe riuscito.
Schiacciò il mozzicone della sigaretta e infilò le scarpe. Prese la macchina fotografica. La porta della camera era ancora chiusa a chiave. Fece per aprirla, ma esitò. Pensò che prima era meglio chiamare Marta. Pensò anche che era giovedì, avevano ancora cinque giorni di tempo prima dell’imbarco. Non erano molti, ma qualcosa si poteva ancora fare.
Compose il numero e attese. Mentre il telefono squillava pensò che quella sera l’avrebbe portata fuori a cena. E che la mattina dopo avrebbero lasciato il deserto e avrebbero passato gli ultimi giorni in albergo, da qualche parte. E che avrebbe voluto una piscina per nuotare, e il mare vicino, e un ristorante dove cenare con lei per ricominciare a costruire tutto quello che era crollato.
Poi lei rispose e lui smise di pensare.

(photo by moominsean, flickr.com)

(ps. guardatelo il book di moominsean – andate su flickr.com e cercate il suo nick. le foto sono in media bellissime…)

pubertà

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Passavano sotto la finestra di casa sua tutte le sere, puntuali come orologi. Venivano dalla parte della montagna, perché Roberta abitava lì, ai piedi della montagna, e Roberta era il capo: su questo inutile discutere. Quindi si incontravano tutte e quattro là sotto, al bivio con il cartello NIVOLET – FRANCIA, accendevano una sigaretta e si incamminavano. E passavano sotto la finestra di casa sua, alle nove meno un quarto, pigolando come pulcini.
Quando finalmente scomparivano dietro la curva del lavatoio Sofia rientrava in casa. Alzava il volume dello stereo per non sentire sua nonna che parlava a voce alta nell’altra stanza, mentre rigovernava i piatti della cena. Le opinioni di sua nonna sulla famiglia di Roberta l’avevano sempre lasciata perplessa. “Contadini”, diceva. “Si sono fatti la villa ma sono soltanto dei contadini”. Perché, pensava Sofia, cosa siete voialtri? Non foste stati contadini sareste andati a vivere a Torino, come zia Gilda, che lei no, che non era una contadina…
Ma poi non importava, non era certo quello il punto. A lei mica faceva schifo vivere in montagna, con le vacche l’orto e tutto il resto. Le piaceva anzi. Era sempre stata felice di tutto quel verde umido in cui affondare. Si sentiva protetta.
Era cresciuta con le ginocchia sbucciate, il fiatone, i capelli fradici di sudore. I ripostigli per gli attrezzi in cui si nascondeva, giocando con gli altri bambini, erano un buio incommensurabile: sentiva il ritmo accelerato del suo battito cardiaco e la vita le sbocciava davanti agli occhi, nei termini della possibilità assoluta. Non rimpiangeva un solo istante di tutto questo.
Un tempo, se l’avessero trascinata a forza fino giù in città, avrebbe piantato le unghie nella terra e si sarebbe messa a urlare. Le conosceva lei le ragazze di Torino, le vedeva tutte le estati in villeggiatura con la famiglia: bambole di porcellana piene di idee assurde. E cos’era poi quella storia che a dieci anni giravano per strada con lo smalto rosso sulle unghie? Quella era casa sua. Loro non sapevano niente. Le odiava.
No, il punto era un altro: che Roberta non la voleva più, la salutava a stento se la incontrava per caso dal giornalaio e la domenica a messa faceva finta di non vederla. Ecco qual era il punto. Che una volta erano inseparabili, vivevano praticamente l’una a casa dell’altra. E poi? E poi a Roberta era spuntato il seno, e a lei Sofia invece no. E adesso quando si incontravano per strada Roberta faceva un cenno veloce e tirava dritta.
Per questo lei Sofia aveva cominciato a leggere Emily Dickinson, a riempire quaderni su quaderni di frasi inutili, a passare ore su ore a camminare nei boschi: perché si sentiva sola. E tradita, e abbandonata.
Perché anche Roberta, di colpo, aveva cominciato a girare per strada con lo smalto rosso sulle unghie. E in un attimo non c’era stato più niente da dire.

Un tempo era stato diverso. A Pratolungo, frazione di Locana, tra l’82 e il 90 erano nate tre bambine: Roberta, lei Sofia, e Sandra, che era la più vecchia di tutte ma era ritardata mentale, e ormai si muoveva solo con sua madre al fianco. Sofia e Roberta erano nate lo stesso anno. Erano cresciute insieme. Giorno dopo giorno, nei prati d’estate e a casa della nonna di Sofia d’inverno, davanti alla tv con la stufa accesa. Alla fine era arrivata la pubertà, come una condanna.
Di questa recente solitudine della nipotina, la nonna di Sofia pensava molto ma diceva poco. Di solito se la prendeva con Roberta, e con tutta la sua famiglia giù giù fino ai nonni dei nonni. E non si limitava alla villa, o alle origini contadine. “Perché”, diceva, “cosa credi che vanno a farci a Locana tutte le sere? Vanno a cercare i ragazzi, ecco cosa vanno a farci. Alla sua età sua madre era lo stesso. E sua nonna anche”.
Lo diceva con un certo astio, ma su questo non aveva torto. Perché andare a Locana altrimenti? Per niente, perché a Locana non c’era niente: una pompa di benzina, due negozi, la chiesa e il bar. E al bar c’erano i ragazzi più grandi, quelli con la moto o la macchina addirittura, un po’ d’erba da fumare al parco giochi e dio sa cos’altro.
A Pratolungo invece no. C’erano i ragazzini di dieci o dodici anni che giravano con la bicicletta e in testa avevano soltanto il pallone. E lei Sofia che leggeva Emily Dickinson e camminava da sola nei boschi. Il deserto, insomma.
Eppure finché era stato inverno, con la pioggia e la neve e tutto il resto, quella solitudine era stata meno dolorosa. È vero, a scuola Roberta non le rivolgeva la parola, ma pazienza. C’erano le lezioni da seguire, gli appunti da prendere… e comunque alle tre del pomeriggio era buio, e faceva un freddo cane: passare la giornata sola in casa era quasi confortevole.
E poi le vedeva, Roberta e le altre, fuori della scuola che parlavano con i ragazzi delle superiori, e vederle le dava un senso di sicurezza. Ridevano un po’ troppo, è vero, e continuavano a fumare. Ma si trattava di una parentesi, di una fuga temporanea: dieci minuti dopo sarebbe passato l’autobus, l’unico della giornata per Pratolungo, e tutto sarebbe tornato alla normalità. Almeno fino al giorno successivo alla stessa ora.
Ma adesso che era arrivata l’estate le cose erano diverse. Roberta scendeva a Locana nel pomeriggio e ci restava fino a sera, saliva per la cena e alle nove meno un quarto tornava giù. Cosa faceva in tutte quelle ore? C’era tempo sufficiente per fare un bambino, in tutte quelle ore, per farne cento di bambini. Questa indeterminatezza la lasciava sgomenta, non le riusciva di pensare ad altro.
E poi, soprattutto, d’estate non c’era niente da fare. Senza Roberta nei dintorni, Pratolungo si trasformava in una camera a gas: i ragazzini in bicicletta con la radio nel portapacchi, i pastori, i vecchi che dormivano agli angoli delle strade. C’erano giorni in cui l’unica persona con cui parlava era Sandra, che tutte le mattine veniva con sua madre a prendere l’acqua alla fontana. Allora c’erano volte che Sofia le incontrava e si fermava un po’ a parlare. Ma la madre di Sandra era scorbutica (incattivita da quella disgrazia di figlia che le era capitata) e Sandra non diceva quasi niente.
Mugugnava, sfogliando le pagine del Topolino senza nemmeno capire le figure.
E ormai aveva più di vent’anni.
Pochi minuti dopo Sofia salutava, e si incamminava sola verso casa…

… ma poi restava a pensarci, a volte addirittura tutto il pomeriggio. Pensava che le cose cambiano, persino a Pratolungo frazione di Locana.
Da qualche tempo incontrare Sandra le dava un dolore acuto, un turbamento nuovo che riusciva solo a stento a definire. Guardava quegli occhi vuoti e avrebbe voluto urlarci dentro tutta la sua rabbia. Ma non poteva, e comunque non sarebbe servito: non c’era mai stata vita in quello sguardo, nemmeno prima che succedesse quello che era successo. Forse Sandra non ricordava neppure, e certamente era meglio così. Forse le cose erano andate esattamente come dovevano andare.
Lei Sofia invece ricordava, eccome se ricordava. Era stato d’inverno, due o tre anni prima. Comunque era una ragazzina di dieci anni (faceva ancora le elementari) ed era spensierata: voleva bene a sua nonna e voleva bene a Roberta. Quando camminava per strada si sentiva leggera e sentiva di possedere una consistenza: i suoi pensieri e il suo corpo erano ancora la stessa cosa, a quei tempi.
Era stato un inverno lungo e pieno di neve. Roberta era sempre a casa sua, guardavano la televisione o ascoltavano dischi chiuse in camera. A volte uscivano nei prati completamente bianchi e correvano e poi si lasciavano cadere in quel nulla soffice e accecante… o anche restavano alla finestra a spiare i vicini, goffi negli abiti invernali, che spaccavano la legna o rassettavano gli orti ghiacciati. Era semplice, ed era bello. Non c’erano maschi e femmine (non ancora) ma solo eschimesi che spaccavano la legna per sopravvivere a un’altra notte in montagna.
E loro due, in casa al caldo, non chiedevano altro che poter spiare. E ridere di quei travestimenti, di quella goffaggine obbligata…
Poi era successa quella cosa. Era un pomeriggio come gli altri, quieto e bianco e soleggiato esattamente come gli altri. Già quella sera in paese non si parlava d’altro.
Erano arrivati a Pratolungo dopopranzo, in due, con una macchina scura. I vecchi li avevano guardati passare con circospezione, ma non si erano mossi dalle loro case. Li conoscevano: era gente di Locana, diciottenni contadini figli di contadini e nipoti di contadini. Poveracci. Sempre al bar e sempre ubriachi. Non erano nemmeno scesi in strada, i vecchi, perché loro con quella gente non volevano averci niente a che fare. Erano teppisti, lo sapevano tutti: andavano nel bosco a drogarsi. E si drogassero pure, e magari ci restassero anche nel bosco, nessuno si sarebbe dato troppa pena. Nemmeno i loro padri.
E infatti c’erano andati, nel bosco. A bere vino e a fumare e a schiamazzare come oche. Sandra era passata di lì per caso, sola, perché a quei tempi usciva ancora sola.
L’avevano fermata con una scusa. Lei non capiva. Avevano riso e l’avevano insultata, per essere certi che non capisse. Poi gli era venuta l’idea. L’avevano fatta sedere vicino a loro sul tronco d’albero e s’erano messi a dire porcate, prima ridendo e poi sul serio, e avevano cominciato a toccarla e lei s’era fatta toccare ovunque e continuava a non capire.
Poi l’avevano fatta salire in macchina, e mentre uno stava dentro con lei l’altro restava fuori a bere e a cantare.
Alla fine l’avevano lasciata andare ed erano tornati a Locana, soddisfatti…

Ma adesso era estate. Erano passati tre anni. Era tutto finito.
Finì tutto il giorno stesso, nelle chiacchiere del paese. Tutti conoscevano i colpevoli, ma denunciarli alla polizia significava mettere i fatti nero su bianco. Significava un articolo sul giornale locale, i commenti dei vicini, la certezza che la notizia facesse il giro delle valli. Non valeva la pena di fare uno scandalo. E in quanto a loro, i due ragazzi, si sarebbero dati da sé quel che meritavano. Zappando la terra, e continuando a bere… ci avrebbe pensato il loro stesso destino a punirli.
E basta: Sandra non era più uscita sola, ma sempre con la madre alle calcagna, come un mastino. Nient’altro.
Eppure adesso, che erano passati tre anni ed era di nuovo estate, a Sofia sembrava di capire per la prima volta cosa fosse successo. Non che prima non lo sapesse… Ma ora aveva l’impressione di sentirle sul proprio corpo, quelle mani invadenti, di uomini volgari, sporche… Mani cariche di violenza…
Non importava. Poteva chiudere gli occhi, riaprirli, guardare i prati verdi inondati di luce. Tutto quel dolore poteva scomparire.
Era estate un’altra volta.

I giorni passavano così. Nel vuoto. Si alzava presto la mattina e aiutava la nonna a raccogliere gli zucchini, o restava sola seduta su un sasso al ciglio della strada che porta al NIVOLET – FRANCIA. O guardava le lucertole che si infilavano sotto i sassi, come faceva da bambina. Solo che non era più una bambina: ecco qual era il punto.
I pomeriggi li passava a camminare sola per i prati, , raccogliendo fiori, sassi, lattine, tutto quello che le capitava di incontrare sulla strada. Vedere le altre del paese, ormai donne fatte, le provocava uno strano turbamento. Avrebbe voluto toccare quei seni pesanti per capire cosa si prova a portarli sul petto.
Degli uomini invece percepiva l’odore. Di tabacco, sudore e qualcos’altro che non avrebbe saputo definire. Era un aroma che associava alla montagna, alle domeniche lontane con Roberta, d’inverno, passate sotto le coperte. Si spogliavano nude e restavano a guardarsi a vicenda, anche per ore. A volte si toccavano. Ridevano molto, senza sapere perché.
Non voleva pensarci, avrebbe voluto scordare tutto, tornare a correre libera… ma non poteva. Si sentiva confusa, oltre che sola. E se Emily Dickinson poteva alleviare la solitudine, contro la confusione non proponeva risposte plausibili. Da quel punto di vista non diceva proprio niente di interessante.
Innanzitutto c’era la faccenda del sangue, che sua nonna, che pure s’era impegnata, non era riuscita a spiegarle come si deve. E quel prurito incessante alle braccia e alle gambe, e quelle idee assurde che le passavano per la testa ogni tanto e attimi di gioia incontrollabile e crisi di pianto immotivate. Si sentiva come un terremoto dentro e se ne vergognava, e si vergognava di arrossirne, anche. E poi quel suo corpo che s’era allungato, ma senza seni e senza fianchi, come quello di un uomo. Non capiva.
E tornavano tutti quei pensieri… La sensazione di centinaia di mani che la toccavano, che le frugavano dentro…
Ma poi anche le passeggiate solitarie finivano, e con loro tutte quelle sensazioni assurde. A casa c’era la nonna che guardava il telegiornale, o che tagliava le verdure per la cena. La sua cameretta con i dischi dei Nirvana e i libri di poesia. Il balcone da cui spiava Roberta che scendeva a Locana, alle nove meno un quarto, per andare dai ragazzi.
E basta.

Una notte, poi, successe qualcosa. Era molto tardi, l’una o le due, e lei Sofia non riusciva a prendere sonno. Era scossa da pensieri violenti, brividi, paure: le solite sensazioni che non riusciva a decifrare. Decise di scendere sotto casa ad ascoltare i grilli per calmarsi. Si vestì in silenzio per non svegliare la nonna, e in silenzio scese le scale.
Era seduta da mezzora sull’ultimo gradino della scala quando arrivò la macchina. Passò piano davanti a lei e si fermò poco più avanti, in un prato che di giorno serviva da pascolo per le vacche. Ne scesero due persone: un ragazzo alto (che non conosceva) e Chiara, l’amica bionda di Roberta. Accesero una sigaretta. Lei Sofia si fece più piccola sull’ultimo gradino della scala, si infilò più in profondità nel buio per non essere vista. I due fumarono la sigaretta parlando (ma di cosa? Da quella distanza non riusciva a distinguere le parole) e poi cominciarono a baciarsi.
Il ragazzo la baciava sulla bocca e poi sul collo, e intanto le toccava il seno e le natiche con forza, come fanno i pastori per vedere se le loro pecore sono in salute oppure no. E Chiara lasciava fare, questo era ciò che lei Sofia trovava più assurdo, che la ipnotizzava. Poi il ragazzo disse qualcosa, entrambi salirono in macchina e spensero i fari. Tutto crollò nel buio…

… e allora in quel silenzio improvviso senza luce qualcosa le salì dentro… come nausea…
… e in un attimo le tornarono davanti agli occhi tutte le estati della sua infanzia, e i ricordi… gli inverni quieti e bianchi e silenziosi… il silenzio di casa sua, con sua nonna che metteva legna nuova nella stufa, e il calore e il profumo delle verdure messe a scottare… e tutte le estati con Roberta passate a correre nei prati luminosi, la sensazione del sudore contro la schiena, gli angoli bui dove si nascondevano per parlare… di loro, della loro amicizia, della vita che sarebbe venuta, di tutte le cose che avrebbero fatto insieme…
… e poi di nuovo inverno, quell’inverno di tre anni prima quando due balordi di Locana avevano violentato Sandra che non capiva… non sapeva cosa stesse succedendo, e nemmeno lei Sofia lo sapeva e Roberta neppure, non capivano… e anche quello era stato tanto semplice, crudele ma semplice, e non c’erano quelle mani che frugavano dentro il tuo corpo, quelle sensazioni…
… quelle stesse mani che stavano frugando il corpo di Chiara in quella notte d’estate senza luce, in quel buio misterioso e terrificante…
… mani sporche e prepotenti che di tappavano la bocca, non ti lasciavano urlare il tuo dolore e la tua rabbia… la voglia di cambiare, il bisogno… mani che stavano forse stavano frugando il corpo di Roberta in un’altra parte della vallata, in un’altra macchina parcheggiata in un prato al buio e che non avevano mai frugato lei Sofia, nemmeno una volta per gioco… e non sapeva non capiva nemmeno lei come Sandra, non riusciva a vedere le cose chiaramente…
… se quelle stesse mani violente la disgustavano oppure se ne era attratta… se il suo rancore era invidia… o bisogno…

… allora si alzò di scatto, e quando fu in piedi restò immobile perché si rese conto che non sapeva cosa avrebbe fatto. Avrebbe voluto urlare, ma perché poi? Oppure arrivare alla macchina in silenzio e spegnere i movimenti frenetici di quei due corpi, ammazzarli come conigli… o chiudere gli occhi e immaginare di essere lei, il suo corpo quel movimento frenetico… e restare a guardarli morire o anche urlare di smetterla, di smetterla per favore di smettere di fare quello che stavano facendo per carità di dio…
Ma nemmeno di questo sarebbe stata capace. Allora si voltò e cominciò a correre per le scale, corse fino in camera sua e chiuse la porta con violenza, e poi si infilò nel letto tutta vestita e cominciò a piangere affondando la faccia nel cuscino per non svegliare la nonna.
Pianse per un’ora buona e mentre piangeva si chiedeva perché di tutto quel dolore, chiedeva perdono a sua nonna per essere diventata quel mostro informe, chiedeva perdono a Roberta per averla tradita… per aver tradito sé stessa… perdono per quella voglia e quella rabbia…

… e poi continuò a piangere senza chiedere più perdono a nessuno, e non pensò più a niente.
E smise di piangere e restò in silenzio distesa sul letto, senza pensare e senza sentire, immobile come un insetto.
Poi, quando anche le ultime lacrime si erano asciugate, pensò una cosa sola: che l’estate era finita. Che quella era stata l’ultima estate della sua vita e non ce ne sarebbero più state altre.
Poi si addormentò.

(photo by jsmithly on Flickr.com)

le tedesche

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La prima si chiamava Micaela. Non sono certo che si scriva così. Non importa.
Avevo dieci anni, lei anche, più o meno. Era l’87, la fine di luglio. Ero con mia madre, tutte le sere mi portava sul lungolago a passeggiare, io prendevo un gelato, lei fumava una Kim seduta su una panchina, in silenzio, la punta del naso rivolta verso la Svizzera.
Io guardavo: minigonne, capelli biondi, lentiggini. Una lingua che era un suono qualsiasi confuso tra gli altri, non tanto diverso dal fischio degli uccelli. Discorsi sfuggenti, un’allusione continua, spazi vuoti da riempire.
I turisti affollavano il Lago Maggiore da giugno ad agosto. Erano olandesi, svizzeri, tedeschi. Nemmeno questo importava. In casa mia erano “i tedeschi”, da sempre e per sempre, imprigionati nella loro nazionalità fittizia. Esotici. Diversi. Loro, tutto ciò che non è noi.
Un altoparlante, da qualche parte, mandava Vamos a la playa. Questo lo ricordo. Questo è importante, perché erano gli anni ottanta, avevo dieci anni, il lungolago era una sfilata di minigonne, scarpe laccate, acconciature improponibili. Calze di nylon accavallate ai tavoli dei bar. Parlavano una lingua che non potevo comprendere. Che spiavo, nascosto nell’ombra, dando la mano a mia madre.
Lei, non so come avesse conosciuto i genitori di Micaela. Stresa è un piccolo paese, alla fine dei conti. Mia madre era una bella donna, sapeva stare in società, sapeva cosa dire e quando dirlo. La invidiavo, l’ho sempre invidiata.
Vennero a sedersi accanto a noi sulla panchina. Con mia madre parlavano in tedesco. A me dissero qualcosa in italiano, non risposi, cercai di mostrarmi cordiale, educato. Si presentarono. Strinsi le loro mani. A contatto con quella di Micalea, piccola come la mia, rabbrividii. Qualcosa mi passò lungo la spina dorsale, lieve. Cercai di sorridere, di sembrare disinvolto, stavo già imparando senza rendermene conto. Poi andammo in un bar, a bere qualcosa tutti insieme.
E non accadde altro. Guardai gli occhi azzurri di lei che mi guardavano. La spiai mentre correva con la sorellina piccola su e giù dalle calette, sulle barche dei pescatori, dentro e fuori una siepe che delimitava un imbraco privato. Non capivo cosa stava succedendo, perché non potevo toglierle gli occhi di dosso, non potevo parlare, né muovermi.
Poi mia madre disse che era tardi, era ora di andare a dormire. Colsi un ultimo sguardo mentre si allontanavo in direzione del Grand Hotel, poi scomparve tra la folla.
Non la rividi mai più.

Il mito personale andò gonfiandosi negli anni successivi, e finì per esplodere. Dalle scuole medie uscii vivo, ma fortemente provato. Quando mi iscrissi alle superiori una cosa fu subito chiara: ero parte di un disegno più ampio, la mia ossessione era l’ennesima sfaccettatura di un’ossessione generalizzata tra il popolo maschile. Non ero più solo, il mito si era fatto collettivo.
Al liceo classico di Arona conobbi altri maschi. Figure incerte nella mia memoria, instabili, poco più che ombre. I ragazzi non mi interessavano. Erano una massa fumosa di comportamenti stereotipati, guerre, vittorie e sconfitte che mi sembravano misere.
Li attraversavo come nebbia, e in qualche maniera loro si facevano attraversare, accettavano la mia presenza transitoria. Non chiedevo altro.
Cominciai ad ascoltare i Nirvana, David Bowie, Lou Reed. Gente che con me aveva in comune una cosa: l’amore per il mondo femminile, i tacchi delle scarpe, i trucchi, i golfini d’angora, il nylon. E la rabbia per un mondo ottuso, dove maschio e femmina erano due entità contrapposte, gli istinti venivano repressi, gli amori codificati dai film demenziali visti alla televisione. Da bambino giocavo a vestirmi da donna. Una sera dell’87 avevo scoperto cos’era una donna. Le donne, da quel momento, furono il mio unico pensiero, il mio unico obbiettivo, la mia unica pietra di paragone.
I discorsi, con gli altri ragazzi del liceo Fermi, gravitavano introno a pochi nuclei stabili: lo sport (che non mi interessava nella maniera più assoluta), le risse (che mi lasciavano indifferente) e le ragazze.
Anche qui le argomentazioni erano vacillanti. Esplosioni ormonali e poco più. Come l’acne, o la barba che cominciava a crescere sulle loro guance. Nessuno riusciva a cogliere la grazia, la sensualità, il mistero, la perversione. Mi annoiavo.
La mia attenzione si attivava soltanto in un caso: quando la discussione verteva sul mito collettivo, sulle tedesche in vacanza sul Lago, sui loro capelli biondi, le loro forme, la loro lingua incomprensibile. Qui l’immaginario si sfaccettava. Nei bagni bui del liceo Fermi, quelle mattine d’inverno, compariva una traccia di calore pulsante. Ragazzine intraviste nude da una finestra aperta. Madri sole con scollature da capogiro e lo sguardo triste. Slip umidi trovati per caso sotto i balconi degli alberghi.
Chiudevo gli occhi durante le lezioni di matematica. Cominciavo a immaginare.
I sogni continuavano al pomeriggio, nel perimetro protetto della mia stanza. Mia madre era al lavoro, lontana, assente. Ero solo.
Mi masturbavo piano, cercando di assorbire ogni goccia di quel piacere proibito.

Arrivò l’estate del 93, passata ad Arona in una bettola per amanti del grunge, sugli slarghi del lungolago a bere superalcolici rubati, a fumare haschisch apertamente, sotto gli occhi di tutti. Bevevo lontano dagli altri, quasi non fumavo. Ero un alieno, ormai era chiaro a tutti. Tutti l’avevano accettato, io, loro, tutti.
Conobbi la seconda tedesca della mia vita una sera come le altre, altrettanto vuota e perduta. Cominciammo quasi per caso. C’erano delle ragazze della nostra età sedute su una panchina, non lontano da noi. Parlavano la solita lingua misteriosa, esotica. Avevamo bevuto molto. Fu il più intraprendente tra noi (il più disperato, il più affascinante) ad attaccare discorso. Ad allusioni, a gesti, ad occhiate. Loro ridevano.
Erano tre, noi quattro. La solita lotta all’ultimo sangue per uno spazio nel branco. Le portammo lungo una scaletta buia che scendeva fino all’apertura di una darsena abbandonata, un vecchio luogo delle nostre solitudini mattutine, quando decidevamo di non farci vedere per i corridoi della scuola. Ci sedemmo sull’erba, lo sguardo in direzione dell’Isola Bella.
Naturalmente il privilegio della scelta toccava a lui, l’affascinante, l’intraprendente, il disperato. Noi del codazzo venivamo dopo. Ma ero io il suo migliore amico, io il secondo a decidere in quella gerarchia idiota.
Scelsi. Si chiamava Alina. L’ultima se la contesero a lungo, a colpi di gesti eclatanti, battute per farla ridere. Noi ci appartammo, giusto qualche metro più in là. Restammo a guardarci a lungo. La baciai. Sentii sotto le mani le ossa delle spalle, le vertebre incurvate, i seni piccoli e appuntiti.
Feci quello che sognavo di fare da anni: infilai una mano sotto la gonna, scostai gli slip, sentii per la prima volta quel calore divampante avvolgermi le dita. Lei, quasi subito, fece lo stesso. Mi slacciò i jeans strappati, prese il pene tra le sue piccole dita. Fu lungo e incredibilmente piacevole, l’orgasmo più bello della mia vita, forse. Eiaculai così, in ginocchio, la bocca affondata nella sua, sull’erba, sulle sue cosce nude.
Ridemmo. Lei disse qualcosa in tedesco, maliziosamente. Andammo a lavarci con l’acqua del lago, le offrii una sigaretta e restammo in silenzio.
In quel momento mi accorsi che anche l’ultima coppia si era formata. Una figura solitaria, il quarto di noi (non avrei saputo dire chi), camminava lentamente nei pressi della scaletta. Quando cominciò a salire i gradini voltai lo sguardo. Sarebbe scomparso in quel buio lontano, e la sua serata sarebbe finita così.
Un’ombra tra le altre, niente di più.

La terza arrivò molti anni dopo. Ero riuscito a diplomarmi con un punteggio discreto, voti altissimi in italiano e letteratura inglese. All’esame di maturità avevo presentato una tesina sulla bellezza in arte, forse troppo perversa per un diciottenne. I professori avevano preferito sorvolare.
Mi ero trasferito a Milano per studiare Lettere in Statale. Abitavo solo in un monolocale molto costoso a Porta Ticinese.
Milano possedeva quello che cercavo: la cultura, la rabbia, l’amore, il sesso. Avevo trovato gente simile a me, altri alieni abbandonati nella metropoli. La città era viva, organica, potentemente simbolica. L’effetto caleidoscopico delle luci al neon, di ritorno dai locali a tarda notte, era una boccata d’aria. Si sommava a tutti i volti di donna intravisti nei tram, nelle spalle scoperte dei pomeriggi di primavera, in piccoli piedi femminili lasciati nudi in Piazza Duomo, nelle giornate torride della prima estate.
Toccavo tutto con mani nuove. Il mio sguardo era una promessa. Bastava un cenno, una parola detta al momento giusto, per trovare un sorriso femminile pronto ad aprirsi come un fiore. Labbra che si schiudevano nella folla di un caffé milanese: un dono privato di incommensurabile bellezza. L’architettura rigida della città esplodeva, si decomponeva in un calore antico come l’uomo.
Imparai molte cose. Come si invita una ragazza ad uscire, come farla ridere, come sedurla. Quanto ci si può spingere in là una volta che il tuo corpo nudo tocca il suo. Quando sussurrare parole dolci e quando legarla al letto, lasciandola immobile ad aspettare le tue mani su di lei.
Imparai a distinguere la seta dallo chiffon, a capire cos’è una redingote, ad indossare una cravatta senza apparire elegante, o formale. Mi innamorai dei manichini nelle vetrine dei sarti, gli occhi vuoti carichi di un erotismo terrificante.
Comprai scarpe da donna, indossai biancheria intima femminile sotto i jeans da uomo, passai lunghe ore in sexy shop sotterranei insieme a compagne saltuarie, che il giorno dopo non avrei più rivisto.
E dimenticai il paese. Mia madre. Il Lago, plumbeo d’inverno, rosa nelle albe estive. Tornavo sempre meno, e non mi guardavo intorno. A Stresa non avevo più amici, ammesso che li abbia mai avuti. Il bel maledetto di quella sera del 93 faceva la fila per il metadone la domenica mattina. Gli altri erano sempre state ombre, non avrebbero mai smesso di esserlo.
I turisti non li vedevo più. C’erano, non significavano niente.
Era Milano la mia casa, il mio esperimento, il mio progetto.
Non volevo nient’atro.

Mi laureai a marzo del 2002, 110 senza la lode. A settembre sarei partito per Londra, dove avrei cominciato un master di scrittura per audiovisivi. Valutai l’ipotesi di passare l’estate a Milano. Era sconfortante.
Sapevo cosa dovevo fare e lo feci. Affittai per quattro soldi un pulmino e ci caricai tutte le poche cose che tenevo nell’appartamento. I primi di giugno ero tornato a Stresa, a casa di mia madre.
Lei, ricordo che quel giorno la guardai, per la prima volta in molti anni. Non era cambiata. Dubito che sia mai cambiata in tutta la sua vita. I capelli le si andavano ingrigendo sulle tempie, nient’altro. Era una donna forte e sola, era sempre stata così, anche prima che mio padre se ne andasse.
Guardai anche me stesso, quel giorno, nel grande specchio della sala da pranzo. Vidi un ragazzo di venticinque anni, magro, i capelli troppo lunghi spettinati, la barba incolta. Indossava una camicia attillata, aperta sul petto e con le maniche rimboccate, un paio di calzoni neri non stirati, scarpe eleganti comprate in Inghilterra tre anni prima. Era quella la persona che volevo diventare? Decisi di sì.
Cominciai a passare le giornate alla darsena di famiglia, in completa solitudine. Leggevo e rileggevo Crash di Ballard, incapace di penetrarne fino in fondo l’erotismo e la disperazione. Facevo lunghe nuotate solitarie, la sera, quando l’acqua del lago era calma e fredda come ghiaccio.
Un’altra cosa avevo imparato a Milano: che mi piaceva fare sport, purché non ci fosse competizione. Che il corpo è come un vestito, da curare con creatività, senza fanatismo. Avevo cominciato ad andare in piscina, poi in palestra. I miei muscoli lunghi si erano tonificati, la pelle si era scurita. Mi sentivo bello.
Lei, la numero tre, non ricordo come la conobbi. Non ricordo nemmeno come si chiamasse. Avevo molte donne in quegli anni, ne avrei avute molte negli anni successivi. Fu una parentesi estiva, niente di più. In fondo non ha importanza.
Era in vacanza con due amiche. Erano molto ricche, ricordo che studiavano architettura a Ginevra. Ci incontravamo nella sua camera al Grand Hotel Des Ile Borromees, tutti i giorni, sempre ad un’ora diversa. Non parlavamo molto, eppure sapevo che la sua bellezza era qualcosa di più di un bel corpo, di due occhi in cui affogare. C’era paura, nei suoi gesti, rabbia, speranza. Un universo che non sarei mai riuscito a penetrare.
Chiudevamo a chiave la porta della stanza e facevamo sesso, a lungo, con fantasia. Esploravamo i nostri corpi come si esplora una terra nascosta, con curiosità, timore, coraggio, timidezza. Le piaceva fare l’amore da dietro, per terra. Il contatto con la moquette le arrossava il seno, la gola, le guance. Bevevamo molto, vini costosi che un cameriere in livrea ci portava direttamente in camera. Mi chiedeva di eiacularle addosso, o in bocca. A volte ci masturbavamo a lungo, sentivo la sua schiena tendersi al momento dell’orgasmo. Poi di solito si addormentava, rannicchiata contro il mio corpo. Io fumavo, guardando il movimento circolare del ventilatore sul soffitto.
Non durò molto. Dieci giorni, forse quindici. Poi un pomeriggio andai a cercarla e il portiere disse che era partita. Non mi aveva lasciato un biglietto, né un mazzo di fiori, nemmeno una bottiglia di champagne pagata, da bere per dimenticarla.
Quella sera tornai a casa presto. Era la metà di luglio. Cenai con mia madre sul terrazzo della vecchia casa.
Decisi che per quell’estate non avrei avuto altre storie con ragazze straniere. Mantenni la promessa.
Un mese dopo partii per Londra.

Passarono gli anni. Finii il master e trovai lavoro come scrittore per una nuova emittente televisiva in rete, che aveva necessità di tradurre i programmi nelle maggiori lingue mondiali, di adattarli alla cultura a cui erano destinati. Lasciai l’appartamento a Wandsworth, dove avevo vissuto per sedici mesi, e mi trasferii in città, a Camden.
Dopo una serie di esperienze frugali cominciai una relazione con una donna. Si chiamava Anna, era nata in Bosnia ma viveva a Londra da più di dieci anni. Non abbastanza, comunque, per scordare la tragedia del suo popolo. Aveva visto l’incendio di Belgrado. Era scappata in Inghilterra per ricominciare. C’era riuscita, ma portava addosso un carico di dolore inestinguibile. Quel dolore, a saperlo prendere, si trasformava in erotismo. Per la prima volta in vita mia mi innamorai.
Venne a vivere a casa mia. Dividemmo tutto: letto, soldi, nottate interminabili nei locali di Soho, amici, passioni. Fui io a lasciarla, quattro anni dopo. Le cose tra di noi non funzionavano più. A letto eravamo diventati violenti. Il piacere era dolore, mortificazione. Non c’era più creazione, soltanto esplorazione del limite. Eravamo andati troppo in là.
Ricominciare la vita da single fu difficile, ma anche liberatorio. Avevo un appartamento in centro, venivo pagato profumatamente per il mio lavoro, conoscevo la gente giusta, frequentavo i posti giusti. Conobbi altre ragazze, le portai a bere in locali sconosciuti ai margini della città. Con una di loro passai una settimana al mare, a Bournemouth, poi ci lasciammo. Qualche volta incontrai Anna per strada, alla fermata della metropolitana, in un pub che eravamo soliti frequentare insieme. Non ci parlavamo. Non avevamo nemmeno il coraggio di guardarci negli occhi.
Negli anni successivi intrapresi soltanto un’altra relazione degna di nota. Lei era americana del New Jersey, si chiamava Eileen, lavorava nella pubblicità. Andammo avanti a vederci per tre anni, ma senza alcuna regolarità. Passava lunghi inverni in casa mia, poi scompariva per mesi. Era una donna problematica, fragile, perennemente abbagliata dalle luci e dai colori di quella vita irreale che stavamo vivendo. A letto esigeva la luce spenta. Facevamo l’amore teneramente, quasi con tristezza. Anche lei, comunque, un giorno scomparve. Disse che si trasferiva a Tokyo.
Probabilmente lo fece, perché nessuno la rivide più.

Ricevetti la telefonata la mattina del mio quarantunesimo compleanno. Era mia madre, mi faceva gli auguri. Le chiesi come stava. Non tanto bene, disse, da qualche settimana si sentiva debole, faticava ad alzarsi dal letto la mattina. Le chiesi se avesse parlato con un medico. Disse di no, che non era niente, solo l’età. Certamente nel giro di qualche giorno si sarebbe ripresa.
Erano i primi di luglio. Pensai che potevo anticipare di qualche settimana il mio abituale ritorno in Italia, che di solito durava tutto il mese di agosto. Le avrei fatto una sorpresa. Potevo portarla dieci giorni al mare, in Liguria, in Toscana, ovunque. Ero sicuro che le avrebbe fatto piacere.
Com’era mia abitudine partii senza avvisare nessuna delle mie amanti. Staccai il telefono di casa, spensi il cellulare. Il volo veloce Heathrow-Malpensa durò meno di cinquanta minuti. Ringraziai le nuove tecnologie e i nuovi combustibili, chiamai un taxi.
Ad aprirmi la porta di casa, quando infilai la chiave nella toppa, fu un’infermiera. La guardai a lungo senza capire. Disse di scendere in giardino, che doveva parlarmi.
Qualche sera prima mia madre si era sentita male in cucina. In qualche maniera era riuscita a chiamare un’ambulanza, ma non aveva voluto essere portata in pronto soccorso a nessun costo. Il medico di famiglia, che nel frattempo era stato contattato, le aveva fatto gli esami preliminari: battito cardiaco, pressione, prelievo del sangue. Accertatosi che le sue condizioni erano stabili era rincasato, con la promessa che sarebbe tornato a controllare la mattina dopo, appena sveglio.
Non era stato necessario andare oltre. Gli esami del sangue avevano insospettito gli ematologi dell’ospedale di Arona, ed esami più approfonditi avevano rivelato un tumore del sangue in stadio piuttosto avanzato. Il nome popolare della malattia era leucemia fulminante. In una persona di settantacinque anni non si trattava di giorni, ma di alcune settimane, forse più di un mese. Ad ogni modo qualunque tipo di cura si sarebbe rivelato assolutamente inefficace.
Restai con lei. Le chiesi perché non mi avesse avvertito prima, lei rispose che non voleva rovinarmi il compleanno. Mia madre era così, era sempre stata discreta, silenziosa, mai un lamento, mai una parola di troppo. Era vissuta sola e avrebbe preferito morire sola, senza disturbare nessuno. Era fatta così.
Quella sera mi fece promettere che non l’avrei portata in ospedale e che non l’avrei attaccata ad una macchina per nessuna ragione al mondo. Decidemmo insieme di pagare un’infermiera che si prendesse cura di lei, che le somministrasse dosi di morfina strettamente necessarie ad una morte serena. O decorosa, come disse lei.
Poi, più tardi, quando mi ritrovai solo nella camera da letto di quand’ero bambino, incominciai a piangere. Prima sommessamente, poi a grandi singhiozzi che cercai di soffocare con il cuscino.
Molto dopo, alla fine di quella lunghissima notte insonne, uscii sul lago a fumare l’ennesima sigaretta. Era l’alba. Il lago era immobile e silenzioso. Avevo pianto per ore, ininterrottamente. Pensai che avevo pianto, per la prima volta negli ultimi trent’anni.
Mi lasciai cadere su una panchina, spossato.
I primi turisti stavano uscendo dagli alberghi a passeggiare, in attesa della colazione.

Morì una mattina di tre settimane dopo, inaspettatamente, dopo giorni di progressivi miglioramenti. Compilai carte. Organizzai il funerale. Strinsi le mani di parenti lontani e di antichi conoscenti. E tutto finì.
Pensai di tornare subito a Londra, al lavoro, alle donne che avevo lasciato. Non ci riuscii. Non riuscii nemmeno a rientrare in casa, presi una stanza al Grand Hotel, la stessa che sedici anni prima aveva ospitato la terza tedesca della mia vita. Passavo le giornate in solitudine, a guardare canali satellitari sull’enorme schermo a parete, un recente acquisto di nuovi gestori dell’albergo. La sera andavo a sedermi ad un tavolo del solito bar della mia infanzia, e bevevo, ininterrottamente, fino all’ora di chiusura.
Fu lì che conobbi Tina, la numero quattro. Anche lei sedeva sola tutte le sere. A parte questo era uguale a tutte le altre, bionda, occhi azzurri in cui perdersi. Era più giovane di me, ma non di molto. La invitai a bere insieme. La corteggiai aggressivamente, e lei rispose aggressivamente, determinata, senza paura. La portai in camera la prima sera. Ero ubriaco. Anche lei lo era. La spinsi con la faccia contro una parete, le alzai la gonna, le strappai gli slip e la penetrai. Venimmo quasi subito entrambi, e non fu piacevole, non fu niente. Mi staccai dal suo corpo e mi lasciai cadere sul letto, ancora mezzo vestito. Mi addormentai all’istante.
La mattina dopo era scomparsa. La incontrai per strada nel pomeriggio e le feci un gesto, poi andai in albergo. Dieci minuti dopo stava bussando. La feci sedere sul letto. Le misi una mano sulla bocca e cominciai a toccarle i seni. La baciai. Lei morse il mio labbro inferiore e sentii le nostre bocche che si riempivano di sangue. Mi slacciò i jeans e cominciò a masturbarmi. Ancora una volta eiaculai quasi subito, schizzandole di sperma la maglietta leggera di Armani.
Andò avanti così alcuni giorni. Un pomeriggio si presentò in albergo e quando provai a baciarla mi respinse. Non pronunciò una sola sillaba. Si sedette sul bordo del letto e cominciò a piangere, con il volto affondato tra le mani.
Le chiesi se le andava di uscire a far due passi. Potevamo bere qualcosa insieme.
Annuì, e scomparve nel bagno.

Due ore dopo eravamo seduti sull’erba della darsena abbandonata, dove una notte di venticinque anni prima avevo sfilato gli slip ad Alina, la numero due. Mangiavamo un gelato. Parlavamo.
Per la prima volta mi scoprivo a raccontare a una tedesca della mia vita, della mia infanzia, di mia madre. Anche Tina parlava. Di suo marito che l’aveva tradita per anni, e che ora l’aveva lasciata sola, senza figli, troppo vecchia per pensare di averne.
Parlava un inglese discreto, sufficiente a capirsi. A capire me, il dolore che mi portavo dentro, il dolore recente per la morte di mia madre, quello che c’era sempre stato senza che nemmeno sapessi perché.
Il dolore di lei era la stessa cosa. Vivo. Umano.
Parlammo fino a sera, poi disse che era stanca, avrebbe dovuto riposarsi. Pensava di ripartire la mattina seguente. Sarebbe passata all’albergo a salutarmi. Sorrideva. Era felice di aver parlato, diceva di sentirsi meglio.
Anche io sorrisi. La guardai negli occhi nell’ultima luce della sera e vidi una cosa: dolore. E gioia, e speranza.
Vidi un essere umano.
In quel preciso istante capii che sarei tornato a Londra, che avrei ricominciato la mia vita. Capii che Tina sarebbe tornata in Germania e non l’avrei più rivista. In fondo non importava.
Capii con assoluta certezza che quella sarebbe stata l’ultima tedesca della mia vita.

(photo by Tuffer on Flickr.com)

Niccolò Ammaniti – Come Dio comanda

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Quando decidi di leggere un libro di Ammaniti decidi che non vuoi sorprese. Vai sul sicuro: sai che continuerai ad amarlo, se lo ami, o continuerai ad odiarlo, se lo odi. Le vie di mezzo poco si adattano ai reduci della “gioventù cannibale”, questo si sa.

Ammaniti è uno scrittore popolare: scriveva romanzi popolari quando si muoveva nel sottosuolo del Pulp anni 90 e scrive romanzi popolari oggi che si è dato al mainstream. È schietto e non fa il letterato: questo in Italia succede di rado, troppo.
E poi scrive bene, con una chiarezza e un’efficacia difficile da trovare nel nostro paese, nella nostra lingua letteraria o burocratica o televisiva.
Ma questo già si sapeva. E in questo senso quest’ultimo libro non nasconde sorprese.

Ad uno sguardo superficiale, in effetti, le sorprese sono poche. Tanto poche che “Come Dio comanda” appare inizialmente come una summa poetica, o peggio un collage di estratti dalle opere precedenti. C’è tutto: la campagna devastata dell’Italia centrale, il ragazzino solo (solo con la campagna, con la sua adolescenza, con suo padre), un Paese fatto di comprensori abitativi e televisione spazzatura, abitato dalla sua ambigua umanità di naziskin, pazzi, storpi, alcolizzati e impasticcati. C’è persino una lunga notte apocalittica che scompone e rimescola le vite dei protagonisti (vedi “L’ultimo capodanno dell’umanità”, in “Fango”), nella quale (cito la quarta di copertina) è proprio il “fango” che “sembra seppellire ogni speranza”.

Dunque un ritorno alle origini, almeno in parte. Una svolta brusca dopo i toni relativamente soft e le tinte pastello di “Io non ho paura”, una ripresa decisa dei colori forti e della prosa appuntita delle prime prove. Un’opera narrativamente nemmeno troppo interessante, ben lontana dall’equilibrio quasi perfetto di un romanzo come “Ti prendo e ti porto via”.

Questo ad un primo sguardo. Ma naturalmente non finisce qui: un silenzio di cinque anni e un ritorno al (sanguinolento) grembo materno non significano quasi mai, in uno scrittore smaliziato come Ammaniti, manierismo. Tutto al contrario.
E quindi? Cosa c’è di nuovo in questo romanzo, che già non appartenesse al narratore che tutti conosciamo? La risposta è semplice, ed è ben visibile fin dal titolo: Dio.

È Dio la vera chiave di svolta di questo romanzo, il perno attorno a cui ruota la faccenda e l’elemento inedito che segna la rottura con tutte le opere precedenti. Un Dio che non si trova, che ordina omicidi, che impone voti grotteschi, che muove gli esseri umani come fossero pedine di un gioco da tavolo; un Dio fondamentalmente assurdo, ma pur sempre Dio.

Il divino, come qualsiasi altra forma di spiritualità, era sempre stato il grande assente della narrativa di Ammaniti (e della narrativa anni 90 più in generale): anzi, era proprio l’assenza di Dio a giustificare tanto incomprensibile spargimento di sangue. E il ritorno di Dio si accompagna, coerentemente, ad un ritorno della terza dimensione, ad un tentativo comico e terribile dei personaggi di uscire dal loro mondo bidimensionale, da quel grado zero della parola e della vita che viene anche detto, più comunemente, società dei consumi. Il risultato è un fitto dialogo interiore dei personaggi con sé stessi (con le proprie illusioni irraggiungibili, con le proprie paranoie concretizzate in deliri) che sembrano (in qualche splendida scena) avvicinare questo libro di Ammaniti ad un caposaldo del postmodernismo anni 90 come “Tolleranza zero” di Irvine Welsh.

“Come Dio comanda” è un romanzo di passaggio. È il romanzo in cui si compie la tormentosa mutazione di uno scrittore (di una generazione, di un paese) in una direzione non meglio definita. Ammaniti non dice: “Dio esiste”, dice: “Abbiamo bisogno di Dio”. È proprio l’impressione che si ricava a lettura conclusa. “Come Dio comanda” non è il migliore dei libri di Ammaniti, ma il primo che tenti una risposta al nichilismo della nostra epoca.
Se, come sembra, una trasformazione è in atto va seguita molto attentamente. Potrebbe essere l’inizio di qualcosa. Oppure no. Ad ogni modo ci prova, e questo è senza dubbio un merito.

(pubblicata su http://www.tifeoweb.com)


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