La truffa

Al liceo avevo un solo amico: lo chiamerò M. Era un ragazzo magro e perennemente stupito dalla vita. Era anche silenzioso – molto silenzioso. Non avevamo molto in comune. Una cosa sola: lui, come me, voleva diventare scrittore.
Ci incontravamo tutti i pomeriggi nel parcheggio di un supermercato. Portavamo dei libri (non ricordo quali) e leggevamo i nostri brani preferiti ad alta voce. Erano i primi anni 80 ed era inverno. Ricordo i carrelli del supermarket e le dita congelate della mano che reggeva il libro. Altre volte facevamo lunghe passeggiate costeggiando il fiume.
Lui era affascinato dallo smercio di eroina sotto i ponti, io dal panorama ruvido della collina: non parlavamo molto.
A me piacevano le citazioni, lui di solito ascoltava senza sorridere.

Questo succedeva in seconda liceo (era il 1983). Alla fine dell’anno scolastico successe qualcosa: M fu bocciato.
Ricordo bene quel giorno. Ci eravamo dati appuntamento davanti alla scuola per consultare i tabelloni. C’era vento e misteriosi fogli di carta mulinavano nel cortile del liceo. Il vento era percepibile anche all’interno – attraversava le pareti dell’edificio come una presenza. Salimmo la lunga rampa di scale e arrivammo alla sala in cui erano esposti i voti.
M era insufficiente in tutto meno che in religione.
Quando mi voltai stupito verso di lui mi accorsi che sorrideva.

Sono passati gli anni. Ho finito il liceo con buoni voti. Mi sono iscritto all’università e ho cominciato a lavorare come corrispondente per un importante quotidiano. Mi sono sposato, ho avuto due figli e ho pubblicato il mio primo libro.
E dopo il primo il secondo, il terzo, il quarto, il quinto.
Ho ricevuto alcuni riconoscimenti. Ho vinto dei premi e sono stato invitato a numerosi convegni in Italia e in Europa.
Di M non ho più avuto notizia fino a ieri.

L’ho incontrato al bar della stazione (tornavo da Barcellona dove avevo incontrato alcuni amici anch’essi scrittori). Beveva pernot: l’orologio sopra il banco segnava le sei e mezza di mattina.
Ho stentato a riconoscerlo. Era più magro di prima, l’espressione meno arcigna, più fluida. Lui invece mi ha riconosciuto subito. “Saranno trent’anni”, ha detto. Mi ha invitato a sedermi e a ordinare la colazione.
Poi ha cominciato a raccontare.

La prima cosa che ha detto è che aveva il cancro ma che sarebbe guarito. Certamente. Al di là di ogni ragionevole dubbio.
Poi è tornato al 1983. L’estate della seconda liceo era stata un momento importante, per lui. Aveva capito due cose: che non avrebbe più studiato; e che sarebbe sicuramente diventato uno scrittore. Entrambe queste previsioni, aveva detto, si erano puntualmente avverate.
Così aveva lasciato il liceo e aveva trovato lavoro alle poste. Consegnava lettere con un motorino giallo. Girava la città (amava molto girare per la città) e aveva tempo di osservare le cose: le persone, gli oggetti, la pioggia.
Non ha mai più lasciato quel lavoro.
“Nel tempo libero”, ha detto, “scrivo”.

Ho guardato il bicchiere mezzo vuoto di pernot e il suo volto giallo, scarno. Ho guardato l’orologio e ho visto che era tardi: mia moglie mi aspettava per portare i bambini a scuola.
Mi sono alzato dal tavolo e ho pagato le consumazioni (lui non ha cercato di fermarmi). Accomiatandomi ho detto che mi aveva fatto piacere vederlo, avrei avuto piacere di incontralro un’altra vola con più calma.
“Quando sarò guarito”, ha detto lui.
“Quando sarai guarito”, ho ripetuto.
“Ora devo andare”, ha detto come se fosse lui ad avere fretta. “E’ meglio che mi rimetta a scrivere, ora”.

Ieri pomeriggio ho acceso il computer e ho cercato di lavorare: ho un romanzo da finire e un editore che mi chiama tre volte al giorno. Ho cercato di scrivere ma non ci sono riuscito. Ho guardato a lungo fuori dalla finestra cercando ispirazione. Non c’era il sole, non pioveva: non c’era nessun tempo.
Più tardi ho deciso di fare una cosa: ho digitato sulla stringa di google il nome e il cognome di M e ho dato avvio alla ricerca.
Esattamente quello che mi aspettavo: nessun risultato.

Nemmeno oggi riesco a lavorare. Fingo di tormentarmi ma conosco bene il motivo di questa paralisi: l’incontro con M mi ha turbato.
Sono uno scrittore famoso. Ho una moglie che amo e due figli ben educati. Una bella casa e molti amici.
Amo davvero queste cose: per me sono davvero importanti. Non mi nascondo nulla, cerco sempre di essere rigoroso con me stesso. Non sono insoddisfatto, non rimpiango il passato: sono esattamente ciò che avrei voluto essere.
M, ora. Delle due l’una: o ha davvero il cancro, come dice, e quindi morirà a breve; oppure è semplicemente pazzo.
Dunque? Sono fermamente convinto che la mia vita sia molto più ricca e appagante della sua, in maniera assoluta e sotto qualunque punto di vista.
Perché allora non posso fare a meno di sentirmi truffato?

letteratura e nudità

per me la letteratura ha molto a che vedere con l’idea di nudità.

vi faccio degli esempi: una volta (avevo sette, otto anni al massimo) mi trovavo al mare con i miei genitori. a quei tempi avevo un’amica, una certa silvia, una ragazzina di quattordici o quindici anni che giocava con me in spiaggia e con cui facevo interminabili passeggiate lungo il litorale. dopo le passeggiate facevamo il bagno, e dopo il bagno andavamo a cambiarci in quei piccoli capanni di legno che le spiagge mettono a disposizione come spogliatoi. un giorno succede questa cosa: io mi cambio in fretta e furia, come al solito, e aspetto che lei esca dal suo capanno di legno per tornare in albergo dai miei genitori. sono lì che aspetto nell’aria fresca della sera quando mi accorgo di qualcosa: lungo la parete dello spogliatoio in cui si trova silvia c’è un piccolo foro, un’incrinatura tra le assi. dominato da un imponderabile (e fino allora sconosciuto) impluso mi accosto al foro e guardo.

quello che provo è difficile da definire se non come l’idea stessa di nudità. non tanto la sua (non ricordo nemmeno se in effetti fosse completamente nuda o meno; probabilmente la differenza, a quell’età, era per me del tutto irrilevante) quanto la mia: i miei sentimenti messi a nudo, il mio imbarazzo, i fiotti di sangue incontrollabile che pulsa nelle tempie.

un altro esempio: la mattina in cui mio padre mi dice che mio nonno, malato da tempo di cancro ai polmoni, è morto. di nuovo nudità: dolore, paura, violenza (della vita che finisce) per un istante infinitesimale allo stato puro.

ancora: la scena di “novecento” in cui donald sutherland uccide il bambino. troppo rapida, troppo incocepibilmente violenta per essere compresa, metabolizzata, assorbita.

questa sensazione indefinibile (la nudità delle cose che improvvisamente si svela, con una potenza d’urto incontrollabile) resta per me un importantissimo sintomo di buona letteratura. la parola scritta che riesce a sollevare per un istante il velo di teorie (di finzioni, di rimozioni) che permettono alla nostra vita di proseguire ogni giorno senza collassi improvvisi. il senso più profondo delle cose che senza alcun preavviso si rende manifesto e ti colpisce come uno schiaffo in pieno volto.

chiudo citando carver: “è possibile scrivere una sola riga di dialogo e far tremare la spina dorsale del lettore”.

fai questo, mi dico nei momenti di maggiore lucidità, e forse le parole che scrivi avranno senso.

Compito generazionale e sentimento ambiguo

ieri, durante qualche lavoro di ristrutturazione del mio appartamento a torino, ho formulato un pensiero ambiguo di cui vorrei mettervi a parte.

il motivo per cui noi, venti-trentenni di oggi, possiamo permetterci di dedicare gran parte della nostra vita alla cura dello spirito è essenzialmente che i nostri genitori, cinquanta-sessantenni, hanno dedicato la loro alla risoluzione dei problemi materiali del mondo (leggi: il nostro mondo, l’occidente).

se io posso permettermi di parlare di “intelligenza emotiva”, per esempio, di leggere vollmann e di scrivere racconti, è perchè mio padre ha cooperato a creare il benessere economico necessario a concedermi un’educazione e una cultura degne di questo nome, e perchè, prima di lui, mio nonno (era un sarto) ha ricostruito l’Italia dopo il flagello fascista.

la nostra tremenda fatica intellettuale (per sopravvivere spiritualmente in un mondo senza certezze, in un paese governato da berlusconi, in un sistema violento e oppressivo come questo nostro liberismo senza confini) si fonda sulla loro tremenda fatica fisica (il sudore delle fronte delle generazioni passate).

noi non abbiamo mai vissuto la guerra, non sappiamo cosa sia la fame (viviamo male, anche economicamente, ma non sappiamo cosa sia la fame), ma abbiamo altre magagne ad affliggerci l’esistenza: il lavoro precario, i rapporti umani ridotti a niente, la paura che un bel giorno tutto quanto vada a puttane.

i nostri genitori vivevano di cose, noi viviamo di simboli.

l’altro giorno negli occhi degli operai che montavano un nuovo bidet (il vecchio è andato a pezzi ed è finito a rimpolpare le montagne di rifiuti di questo mondo di rifiuti) leggevo (ma lo leggo molto di più nei discorsi dei miei genitori, dei genitori dei miei amici) l’incomprensione per questa nostra vita costruita (a loro modo di vedere) sul niente: loro sudavano per installare un bidet che tra qualche anno, forse pochi, non sarà più mio ma di altri, e poi magari raderanno al suolo il palazzo per farci un centro commerciale.

e quella fatica, la loro fatica, dove andrà a finire? e cosa c’entrano con tutto questo i nostri simboli?

dovremmo provare gratitudine per chi ci ha dato la possibilità di pensare all’intelligenza emotiva e a vollmann, eppure proviamo rancore per una generazione che non capisce fino a che punto i nostri piedi affondino nella merda (che il panico è come la fame, soltanto una fame diversa: in questo senso siamo pionieri, cercatori d’oro nel klondike).

eppure, di questo sono convinto, il nostro rancore è giusto, sacrosanto: noi ogni giorno ci svegliamo e non sappiamo come andrà a finire questa vita, questo amore, questa passione, questa rabbia, tutto. noi dobbiamo lottare giorno dopo giorno per la sopravvivenza esattamente come i partigiani hanno dovuto lottare sessant’anni fa, per dare un senso (anche minimo) a questa vita. soltanto, il terreno della battaglia è altrove, nelle profondità dell’anima, nel significato nascosto delle cose.

e allora come capirsi, su quale suolo costruire una nuova comunicazione?

e tutta questa fatica, la loro e la nostra, dove andrà a finire?

che senso ha tutto questo soffrire, dentro e fuori la membrana labile del corpo?

Sulla morte di David Foster Wallace

 

 

 

 

 

 

 

 

La morte di David Foster Wallace mi ha lasciato incredulo. Impossibilità di credere: non saprei come altro definire la somma di emozioni contrastanti che ho provato leggendo la notizia sul Corriere, durante la mia rassegna stampa quotidiana.

Non sono un fan di Foster Wallace. I suoi libri non sono mai stati un esempio, per me, nè una guida o un modello. L’ho sempre trovato troppo ironico, troppo pungente, troppo sottile: troppo bravo, per farla breve. Ognuna delle sue pagine destava in me un sospetto sgradevole che non saprei come definire, la sensazione vaga che qualcosa non quadrasse alla perfezione. Come spiegare razionalmente lo sforzo titanico di un’opera come “Infinite jest”, 1400 pagine traboccanti una fantasia immensa, titanica, mostruosa; come ammettere che libri del genere esistano ancora oggi, nel 2008, nella liquidità permanente di vite, amori, mestieri, amicizie?

Come dicevo sopra, la prima reazione alla notizia del suo suicidio è stata in me incredulità. Parlano di un altro Foster Wallace, ho pensato. E subito dopo: la notizia verrà smentita. Nel corso della giornata ho consultato le pagine culturali di cinque quotidiani diversi: Corriere, Stampa, Repubblica, Manifesto e persino L’Unità. Foster Wallace era lui, David, e la notizia non veniva smentita: era tutto vero, tremendamente reale.

La seconda emozione che ho provato è stato rifiuto per la falistà, per l’atteggiamento vacuo di giornalisti che scrivevano di lui cose insensate. Repubblica titolava: “Addivo a Foster Wallace, lo scrittore dell’angoscia”. Ho pensato: questo è falso. Ho letto decine di pagine di Volmann sulle catacombe di Parigi, conosco l’infanzia tormentata di Palanhiuk e ricordo i problemi con la droga di Rick Moody. Ma non Foster Wallace: se l’espressione “scrittore dell’angoscia” ha un senso (e cioè: cos’è la scrittura se non una forma d’angoscia, una cattedrale nel nulla?), bene, quest’espressione non poteva essere accostata al nome di David Foster Wallace.

Un libro come “Infinite Jest” non ha nulla a che fare con l’angoscia. E’ il suo contrario, la sua negazione. La volontà disperata di dire tutto, comprendere tutto, essere tutto. Postmoderno allo stato puro. E’ l’espressione di un atteggiamento mentale illuminista e romantico insieme, la capacità del singolo di plasmare il mondo, il suo mondo, di strappare la realtà ai suoi binari per farne altro. E’ un monumento infinito e insondabile, così fuori dal tempo da gettare sull’autore un controverso spettro di dubbi: Foster Wallace è un genio, l’ultimo uomo aristotelico, leonaridano, che l’Occidente ha concesso ai suoi figli malati di reificazione della realtà, di desertificazione emotiva, di disperante superficialità prima della Grande Esplosione? O è un moderno Raskolnikov, un esteta kierkegaardiano incapace di cogliere i limiti del proprio essere, la sua misera e sfuggende umanità? Questo libro è un capolavoro o una presa in giro? Chi, in nome di dio, può credere davvero a tutto questo, chi al giorno d’oggi può avere tanta fiducia nel mondo, nel prossimo, nel futuro, negli dei e in sè stesso da impiegare 1400 pagine per plasmare un mondo, oggi che il mondo in cui viviamo, il mondo reale, si sta sgretolando sotto i nostri piedi?

Avevo promesso a Giorgio Fontana di rispondere adeguatamente alle sue acutissime osservazioni riguardo alla distanza tra letteretura e dolore. Lo farò altrove (non mi sento ancora pronto ad affrontare davvero l’argomento); qui mi limiterò ad una banale considerazione.

Abbiamo visto la letteratura contemporanea fare a pezzi sè stessa, esplodere in miliardi di schegge distinte, negarsi in quanto tale e negare la propria radice umana. Abbiamo visto la narrativa selvaggia, l’elogio dello schianto, dell’esplosione, della dissonanza, del caos. Abbiamo letto centinaia di pagine grondanti la più cupa sofferenza, il senso d’oppressione tipico delle crisi di panico, la disperazione più assoluta. Abbiamo visto la violenza più brutale rappresentata senza filtri, senza emozioni, nella sua nudità schelettrica.

E quasi mai (pensateci: quasi mai) queste pagine hanno trovato la loro conclusione nella morte violenta del proprio autore. La strada di David Foster Walace, invece (Foster Wallace che raccontava delle crocere, che osservava come un entomologo divertito le nostre interminabili nevorsi, che soffriva per la sofferenza delle aragoste) è finita con un cappio al collo.

Tutta questa faccenda ha valide spiegazioni psicologice, molto buon senso a posteriori, pagine di quotidiani piene di: “io lo sapevo, ve l’avevo detto”. La verità è che saperlo, basandosi su criteri letterari, era impossibile.

La verità (anche questa scopera a posteriori, quando ormai è troppo tardi per tutto) è che Foster Wallace ha fatto della propria opera letteraria il massimo che uno scrittore titanico ed iperattivo come lui poteva fare: ha posto un grosso tassello in più nel mosaico infinito e incoerente del postmodernismo. Ci ha spiegato ancora una volta come la parola scirtta sia illusione, gioco, vanità.

Come Piero Manzoni che confezionava sedicenti “merde d’artista”, Foster Wallace ci ha ribadito l’illusione dei nostri universi artificiali costruiti sui simboli, in pericoloso equilibrio sul nulla.

Lo capisco solo ora, cronicamente in ritardo.

Beppe Grillo e la vendetta dei puri

O ANCHE: VI RICORDATE ANCORA DEL VECCHIO GUY?

L’unica passione della mia vita è stata la paura

(Thomas Hobbes)

Voglio premettere a qualunque altra considerazione alcune note preliminari che, spero, aiuteranno una corretta comprensione di ciò che segue; e cioè:

  1. Ho firmato il primo appello di Beppre Grillo l’8 settembre 2007 e il secondo venerdì scorso 25 aprile in Piazza San Carlo a Torino;
  2. Non sono un giornalista. Ho collaborato e collaboro con alcune riviste e webzine dal carattere assolutamente indipendente. Nella mia vita ho pubblicato un solo articolo di carattere politico rintracciabile a questo indirizzo
  3. Non ho mai avuto a che fare, e non ho tuttora a che fare, con nessuna delle istituzioni e delle aziende criticate dal movimento di Grillo. Non sono tesserato a nessun partito, non faccio parte di nessun ordine professionale;
  4. Ho ventidue anni e mi sto laureando alla triennale di lettere all’Università di Torino.

Detto questo posso cominciare ad esporre quanto segue.

L’enorme polemica mediatica che aveva seguito il primo V-Day (settembre 2007) aveva posto sul piatto della discussione politica una serie di interessanti argomenti riguardanti lo stato di salute delle istituzioni, i principi fondanti della nostra democrazia, la partecipazione giovanile negli affari della cosa pubblica. L’establishment politico aveva attaccato il movimento dei “grillini” segnandolo con il marchio infame dell’“antipolitica”, mentre (quella che dovrebbe essere) l’élite culturale aveva dimostrato una volta di più la propria insussistenza ontologica guardandosi bene dall’esprimere un’opinione chiara e seria a riguardo. Il dibattito era finito (come al solito) nelle mani di Bruno Vespa, relegato agli slogan dei nostri telegiornali sensazionalistici, e i pochi intellettuali che avevano veramente qualcosa da dire (per esempio Giovanni Sartori) semplicemente non erano stati presi in considerazione. Nonostante tutto questo (sempre posto che esista davvero un nonostante tutto questo) la discussione aveva in sè vari nuclei di interesse che sarebbe il caso di riprendere, oggi, a pochi giorni dal secondo V-Day tenutosi a Torino lo scorso 25 aprile.
L’argomento che mi interessa di più discutere è ciò che i media, con una formula facile, hanno definito “antipolitica”. Comincio subito con il dire che il termine non soltanto arreca in sè ambiguità (cosa vuole dire esattamente “antipolitica”?), ma soprattutto palesa un’arroganza della casta politico-culturale piuttosto preoccupante: dire che Grillo fa “antipolitica” significa, stando ai fatti, dire che la politica è solo e soltanto quella fatta dai partiti. Ad un primo sguardo, questo sembrerebbe l’atteggiamento di un bambino egoista che possiede una palla e dice agli altri bambini: “la palla è mia, o giochiamo come voglio io oppure non giochiamo”. Ma nasconde di più. Una definzione ampia e accurata del termine “politca” è fornita da wikipedia italia:


la politica è quell’attività umana, che si esplica in una collettività, il cui fine ultimo – da attuarsi mediante la conquista e il mantenimento del potere – è incidere sulla distribuzione delle risorse materiali e immateriali, perseguendo l’interesse di un soggetto, sia esso un individuo o un gruppo (fonte)


Esistono in effetti altri significati del termine “politica”, più inerenti alle forme di governo istituzionale e all’attività delle camere – ad ogni modo nessuno dei politici e dei giornalisti che ha parlato di “antipolitica” si è curato di fare le dovute distinzioni. Ne consegue che dire, come è stato detto, che la politica è dominio esclusivo dei partiti significa esprimere a gran voce (e con compiacimento) lo scollamento sempre maggiore tra l’istituzione e la base popolare che ne legittima l’esistenza: è l’atto (lessicalmente) estremo della partitocrazia che, per autoconservarsi, si arroga il diritto di decidere cosa sia e cosa non sia l’impegno politico. Tutto questo non è infantile – è un errore che i nostri governanti non possono permettersi di fare.
Appurato questo punto, e spogliato il concetto della sua sovrastruttura lessicale, il nucleo del problema rimane; per comodità, potremmo esporlo in questa forma interrogativa: quello che Grillo cerca di fare, con il suo movimento e il suo impegno, è di dare nuova vita alla nostra democrazia malata? Sta lavorando per migliorare un sistema democratico, il nostro, corroso da anni di partitocrazia selvaggia, devastato da clientelismi e infiltrazioni mafiose, pervaso dalle spinte centripete di poteri economici e parastatali – o sta facendo qualcosa di più, e di diverso? In questo caso, che cosa esattamente sta facendo Beppe Grillo? Cos’è esattamente un V-Day?
La questione è complessa e cercherò di affrontarla nella maniera che mi è più congeniale – cioè attaccandola dai lati. Pochi anni fa è uscito un film di grandissimo interesse sociologico, anche, ma non solo, per l’ampia distribuzione a cui era fin da subito destinato: V for Vendetta di James McTeigue. Senza entrare nello specifico della trama e tralasciando completamente qualunque considerazione di tipo artistico, è d’obbligo ricordare che V for Vendetta era un film che si basava su uno dei costrutti tipici di ciò che gli storici chiamano “antimodernismo”, e cioè il rifiuto della democrazia parlamentare. Dato che mi sto occupando (insieme ad un caro amico, il professor Mario Gamba) della stesura di un lavoro che ha come tema proprio l’antimodernismo, un film come questo non poteva lasciarmi indifferente, soprattutto per una serie di aspetti che cercherò di approfondire in questo articolo.
Naturalmente trattare in questa sede di cosa si intenda con il termine “antimodernismo” sarebbe troppo lungo; rimando per approfondimenti ad un qualsiasi dizionario di politica. Quello di cui mi interessa parlare, comunque, è la scena finale del film in questione (chi sa di cosa sto parlando la ricorderà certamente, gli altri possono trovarla qui): mi riferisco all’esplosione del parlamento inglese per mano del protagonista, un vendicatore mascherato che si fa portavoce del malessere generale della popolazione nei confronti di un sistema politico corrotto e autoritario che ricorda da vicino i grandi totalitarismi del Novecento. Ora, il parlamento inglese che esplode fa pensare a chiunque sia dotato di una seppurminima coscienza storica ad un grande precedente (peraltro esplicitamente citato nel film), ovvero l’attentato dinamitardo (fallito) di Guy Fawkes alla House of Lords nel 1605. La storia del “vecchio Guy” è, almeno nei suoi tratti essenziali, rintracciabile qui, o in maniera più approfondita qui.
I fatti essenziali per il nostro discorso, comunque, possono essere riassunti in 4 punti:

  1. Guy Fawkes era un cattolico. In effetti era un estremista cattolico che considerava pura la propria anima e pura la propria religione – e in nome di questa purezza aveva deciso bene di far saltare il parlamento, non riuscendo, probabilmente, a far saltare anche il re;
  2. Guy Fawkes aveva deciso di far saltare il parlamento perchè si opponeva ad una complessa manovra di modernizzazione e laicizzazione dello stato inglese; in questo senso la sua “congiura delle polveri” aveva un chiaro e spiccato senso antimodernista;
  3. L’esperienza di Guy Fawkes ha avuto parecchia fortuna nella storia culturale e artistica occidentale. In un periodo di enorme sfiducia nel sistema democratico parlamentare (gli anni tra la prima e la seconda guerra mondiale) T. S. Eliot gli dedicherà l’epigrafe a The hollow men, un’epigrafe che recita letteralmente così: A penny for the Old Guy;
  4. La ripresa dell’esperienza di Fawkes in un film destinato ad un larghissimo pubblico come V for Vendetta non può che significare, se già non l’avessimo capito, che il mondo contemporaneo vive un sentimento di fastidio e di sfiducia nei confronti delle istituzioni democratiche molto simile (per certi versi troppo simile) a quello che attraversava l’Europa nel ventennio nero degli anni 20 e 30 del Novecento.

Bene, potrebbe obiettare qualcuno, e cosa c’entra tutto questo con Beppe Grillo e con il V-Day? Quale legame intercorre tra un kolossal hollywoodiano, un dinamitardo cattolico del ‘600, e le nuove forme della politica extraparlamentare italiana?
La connessione si pone ad un livello innanzitutto visuale, di immagini: il logo con cui è stato pubblicizzato V for Vendetta (una V rosso sangue in campo nero) assomoglia molto al logo scelto da Beppe Grillo e dal suo staff per presentare il secondo V-Day; gli assomiglia così tanto che spesso, su siti e riviste, i sostenitori di Grillo hanno compiuto la sovrapposizione che era implicita nelle scelte “ufficiali” del movimento “grillino”. Ecco qui di seguito a che cosa esattamente mi riferisco:

Ora, chiunque può capire che un certo tipo di scelte a livello comunicativo non sono casuali e anzi veicolano più profondi significati. Dunque la domanda che viene a porsi diventa: cosa intende dirci Beppe Grillo scegliendo di comunicarci V for Vendetta, e, per traslato, Guy Fawkes? Ci sta dicendo: “lottiamo insieme per una democrazia migliore”, oppure ci sta dicendo: “siamo stufi delle istituzioni (e quindi necessariamente anche della democrazia, visto che di questo si parla in Italia, seppure con molte doversoe eccezioni) punto e basta”? Oppure ci sta dicendo entrambe le cose, con un procedimento ambiguo e forse, questa volta, non del tutto conscio e intenzionale? Se è vero che il gesto del nostro “vecchio Guy” non potrebbe in nessun modo essere inteso come un atto specificamente “antidemocratico” (la democrazia inglese del ‘600 aveva poco a che vedere con la democrazia come la conosciamo nel 2008), è anche indubbio che la rilettura operata da McTeigue in V for Vendetta finiva con l’assumere, e volontariamente, esattamente questo significato. E Beppe Grillo, non citando direttamente Guy Fawkes ma il film di McTeigue, non può in nessuna maniera sottrarsi al peso di questa intenzionalità: le immagini, esattamente come le parole, sono molto importanti – e vengono sempre usate con un preciso scopo e una precisa volontà comunicativa.
È in questo senso che il discorso su quella che impropriamente (peggio: malevolmente) viene detta “antipolitica” torna in primo piano. Ora, sappiamo o dovremmo sapere tutti che le “eccezioni” di cui parlavo sopra riguardo alla democrazia italiana non sono cose da poco. Come l’Unione Europea ricorda spesso, ed evidentemente invano, l’Italia sta alla democrazia come quei soggetti che la psicanalisi definisce “borderline” stanno al benessere mentale: la situazione non è ancora esplosa (andiamo a votare regolarmente) ma potrebbe farlo da un momento all’altro; la facciata regge, ma i sintomi si aggravano di giorno in giorno. Mi sembra dunque chiaro che nell’analizzare la situazione del movimento “grillino” sia necessario distinguere due piani: uno, che mi appare come decisamente positivo, in cui un grosso movimento popolare e de-ideologizzato si sta muovendo per ricordare alla democrazia italiana il suo stato di malessere, e si sta attivando, con strumenti democratici (il 25 aprile si raccoglievano firme per un referendum) per modificare in senso positivo la situazione esistente; e uno, più oscuro e strisciante, che ha molto più a che vedere con i significati reconditi di quella V rossa in campo nero, e che, a mio avviso, rappresenta un grosso rischio non soltanto per i sostenitori di Beppe Grillo, ma, in ultima analisi, per tutto il Paese.
Quello che voglio dire è che l’ambiguità (o meglio la polivalenza semantica) delle strategie comunicative di Grillo rischiano di produrre, se non hanno già prodotto, un pericoloso effetto collaterale. Dire che la casta politica è corrotta, senza mediazioni nè distinzioni, sortisce certamente l’effetto di radunare un malessere più che legittimo e di veicolarne le potenzialità in azione politica; ma ha il difetto (a mio parere imperdonabile) di non porre dei limiti all’azione stessa. Sappiamo tutti che la situazione politica mondiale è instabile, sappiamo che spinte centripete e veramente “antidemocratiche” arrivano da ogni parte: gli opposti estremi di sinistra e destra (dalle frange estreme della sinistra “autonoma” fino ai neonazisti), il terrorismo nazionale e quello internazionale; per restare nel giardino di casa basti pensare ai leghisti che minacciano (l’hanno rifatto pochi giorni fa) di “imbracciare i fucili”, oppure all’opinione comune di chi ha votato Berlusconi secondo la quale un mafioso (nello specifico Mangano) che non parla in carcere è da considerarsi un eroe e non, come da dizionario, un omertoso. Tutto questo ha un nome: rifiuto per le istituzioni democratiche. La scena finale di V for Vendetta ha un nome – lo stesso. Lo stesso nome, e lo stesso sentimento, sono quelli (e chiunque affronti il passato storico di questo continente senza pregiudizi ideologici sarà concorde nell’ammetterlo) che hanno trascinato l’Europa verso il caos delle guerre mondiali, verso il fascismo, verso Auschwitz e verso i gulag.
Ora (e sia chiaro) non voglio assolutamente dire che Beppe Grillo è un fascista (come pure è stato detto) nè che sta lanciando al Paese un messaggio antidemocratico – se pensassi questo non avrei firmato entrambi i suoi appelli. Quello che voglio dire è che un messaggio come quello che Beppe Grillo sta comunicando ora alla moltitudine di italiani giustamente esasperati può diventare, se non lo si tiene sotto stretto controllo, molto pericoloso. Perchè parlare ad una massa (e quella del 25 aprile in Piazza San Carlo era una massa) è molto complesso, e sappiamo bene (la storia lo insegna) che uno stesso messaggio lanciato ad una massa viene interpretato da alcuni in maniera positiva e propositiva, da altri (anche se si trattasse di una minoranza) in maniera radicalmente distruttiva. Avevano torto le BR ad esprimere il malessere di migliaia di giovani schiacciati dall’economia neoliberista e da un sistema politico che li aveva scordati? No. Ma avevano ragione le BR quando uccidevano giornalisti innocenti che avevano come unica colpa quella di raccontare la verità? Di nuovo no. Un discorso simile potrebbe essere fatto tanto per il fascismo quanto per il marxismo-leninismo, tanto per la questione israeliana quanto per il terrorismo internazionale – è esattamente la scollatura che nasce tra mezzi e fini, tra Idea e Realtà – ed è esattamente quello che voglio dire.
Beppe Grillo, in questo momento, ha nelle sue mani una grandissima responsabilità – ed è necessario che ne sia conscio. Con il suo movimento potrebbe davvero, forse, cambiare le sorti di questo Paese che ancora una volta sembra sprofondare nel qualunquismo, nella connivenza mafiosa, nell’illegalità endemica del suo sistema mediatico e dei suoi meccanismi clientelari. Ma deve fare molta attenzione al fatto che la massa è formata di esseri umani, e gli esseri umani a volte fanno cose strane. La pretesa della purezza (loro sono corrotti, noi noi; loro sono antidemocratici, noi no; loro sbagliano, noi abbiamo ragione) è sempre stato, nel corso dei secoli, l’inizio della distruzione, dell’intolleranza, della violenza – pensate un po’, a questo punto, al vecchio Guy Fawkes. Nell’insoddifazione generale, nella violenza repressa di un mondo stremato da paure inesistenti (se non mi voti torna Bin Laden) e da modelli irraggiungibili (l’imperativo categorico è young cool and sexy), nel nichilismo di una popolazione “disempowered” perchè si sente impotetnte (e di conseguenza rischia di diventare violenta alla sola promessa del potere) e che è stata impotente, in effetti, per quindici anni, davanti a Falcone e Borsellino, a Travaglio e Biagi cacciati dalla Tv, alla legge Gasparri (ma anche alla truffa dell’11 settembre, a Giuliani ammazzato a Genova, davanti al lavoro precario e al capitalismo selvaggio) in questa situazione, insomma, il messaggio di V for Vendetta, il parlamento che esplode, può assumere significati nefasti.
A tutti noi (e non solo a Beppe Grillo) il compito di far sì che la democrazia cambi – senza esplodere – e risorga nuova e, finalmente, più democratica.

Gianluca Didino

orgone5@gmail.com


Statistiche

(dopo mesi di silenzio boring machines riparte da) una recensione insolita: Amen dei Baustelle

PARTE PRIMA (ovvero perchè sono arrivato a questo disco e soprattutto come ci sono arrivato)1

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(photo by: J.Ota, on Flickr.com)

Quattro anni fa lasciai la casa di mia madre (nel basso novarese, in quella terra di nessuno che congiunge Piemonte e Lombardia) per salire sul treno che mi avrebbe portato a Torino. Ero pieno di speranze confuse, la maggior parte delle quali espresse sotto forma negativa: non essere più questo e quest’altro, non fare più questo e quest’altro eccetera. Avevo con me poche cose: una copia dei Quarantanove racconti di Hemingway (ma ancora non potevo sapre di cosa parlasssero davvero, quei racconti) e un iPod pieno di musica scaricata alla rinfusa nella fretta dei preparativi. Tra i pezzi uno in particolare mi colpì: si chiamava Martina (non sapevo perchè diavolo l’avessi scaricato, forse a causa dell’eco lontana di adolescenza che mi suggeriva quel nome), lo riascoltai alcune volte e appuntai il nome del gruppo sul retro di copertina del volume Mondadori di Hemingway. Mi ripromisi di fare qualche ricerca, e per il momento la cosa finì lì. Fuori si era fatto buio e il treno era entrato nella cintura di Torino. Rimasi a guardare luci e ombre cercando di pensare il meno possibile.

Dodici mesi dopo tutto era cambiato, ed erano cambiate anche le mie letture: non più Hemingway né Pavese (né Thoreau o Sherwood Anderson) ma Bolaño, Mutis, Ballard, Kafka, Bernhard. Un libro che rilessi almeno quattro volte nel corso di quell’anno si intitolava Le cose del mondo sono fumo e questo era il mio pensiero costante: naufragio, crollo delle speranze, cattedrali costruite nel bel mezzo della foresta nera e lasciate per sempre incmpiute. Erano cambiati anche i miei ascolti, approdavo allora ai Sonic Youth, agli Einsturzende Neubauten, allo shoegaze, all’elettronica. Cosa fosse successo esattamente dal momento in cui avevo lasciato il paese per trasferirmi nella grande città (che a guardarla bene non è così grande, ma io allora non potevo saperlo) è inessenziale ai fini di questo discorso. Quello che conta è ciò che nel corso di quel primo anno di università scoprii (o intuii): la solitudine, il dolore, l’ansia, le notti di panico e insonnia vissute nella certezza di una fine imminente – fine che naturalemte non arrivava mai, trascinando l’attesa giorno dopo giorno, ora dopo ora. La consapevolezza di un mondo instabile, la nevrosi collettiva del post-undici settembre, la scoperta di non essere unici e non essere immortali, la visione paralizzante del lato oscuro dell’esistenza: niente di strano. Eppure un niente (Il niente, il vuoto) al quale non sei preparato, perchè nessuno a scuola ti ha mai insegnato che esiste, perchè tutti intorno a te sembrano ignorarlo, perchè il processo di rimozione del malessere è l’unica cosa che funziona ancora in quest’Occidente malato… niente di strano, dicevo, chiunque l’abbia provato sa di cosa parlo. E non voglio nemmeno dilungarmi, o ammantare questa cosa di troppa letteratura. Ma era un inizio (l’unico inizio possibile del destino umano) e una fine (la prima vera fine che fui costretto ad affrontare) e fu doloroso. Fu grazie a questo dolore che iniziò il mio rapporto con la musica dei Baustelle.

In quello stesso periodo comincai con la psicoterapia. Poi abbandonai la psicoterapia per rivolgermi ad uno psichiatra: presi ipnotici e tranqullanti, ansiolitici e antidepressivi. Quando capii (ne sono tuttora fermamente convinto) che la soluzione non è nei farmaci ricomincai le sedute di psicoterapia (che proseguono tuttora regolarmente). Un pomeriggio di primavera ripresi in mano il volume di Hemingway e sul retrodi copertina trovai scritto il nome di quel gruppo che nel frattempo avevo praticamente dimenticato. Visto che mi ero munito di un computer con connessione ad internet scaricai altri pezzi (che mi piacquero di più ad ogni ascolto) finchè non decisi di comprarmi un album, il primo, Sussidiario illustrato della giovinezza. E questa volta fu una folgorazione; perchè lì dentro c’era tutta l’adolescenza, come l’avevo vissuta e come cercavo di raccontarla ogni vlta che scrivevo; perchè c’era amore e disperazione, e ironia e un qualcosa di acerbo e vibrante che riconoscevo interamente come mio. La moda del lento me lo persi2 (lo ascoltai solo alcuni anni più tardi) e quando si arrivò al boom (decisamente tardivo) de La malavita potevo già considerarmi un eistimatore più ancora che un fan. Gli ultimi versi de Il corvo Joe e pezzi come I provinciali (che non potevano far altro che ricordarmi me stesso) mi fecero capire c’era ancora dell’altro. Poi, esattamente diciassette giorni fa, è uscito Amen.

PARTE SECONDA (cioè il disco)

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Eviterò in questa sede di fare la “classica” (almeno stando alle recensioni comparse sul web per quest’album) disamina brano per brano, e questo almeno per due motivi: primo perchè non ho nessuna competenza per un’analisi di stampo tecnico di qualsivoglia lavoro musicale; e secondo perchè in Amen, come in un racconto di Carver, conta molto di più il non detto (l’atmosfera, tutte quella sfera di sensazioni epidermiche che in qualche modo vanno oltre l’espressione artistica) della composizione musicale stessa. Quindi quello che state per leggere è il resoconto delle mie emozioni di fronte ad un’opera d’arte, e poco conta, qui, che si tratti di musica o di altro. Non una recensione tout curt, insomma, ma qualcosa di leggermente diverso.

La prima cosa importante da dire a chiunque voglia accostarsi a questo ascolto è di seguire il consiglio di Bianconi & Co. riportato all’interno della custodia del disco: questo non è un album da sottofondo, va ascoltato a volume alto, meglio se in cuffia. Detto ciò, la prima cosa che colpisce è la differenza sostanziale che si nota tra Amen e i precedenti lavori della band toscana. Insomma, prima di tutto si rimane spiazzati: gli arrangiamenti sono corposi, le armonie complesse, la melodia compie virate bruschissime da passaggi tra semitoni vagamente dissonanti e chiusure cantabili che ricordano la più commericale tradizione pop italiana (il ritornello de L’aeroplano) o addirittura il jingle pubblicitario. La stessa vena schizofrenica la si ritrova a livello di testi: dalle citazioni coltissime (e esasperate) di Baudelaire all’ostaggio di un linguaggio colloquiale ai limiti della banalità (in Charlie fa surf: “Io non voglio crescere, andate a farvi fottere”, detto da un quindicenne pasticcomane…). Colpisce poi l’utilizzio ampio di archi e fiati, il ricorso (assolutamente inedito nei Baustelle) a vasti spezzoni strumentali, l’accostamento a generi musicali tra i più disparati (dal pop all’elettronica, dalla fusion alla bossa fino alla western sountrack della seconda traccia nascosta). Insomma, una gran confusione.

Le cose cominciano a chiarirsi dopo il secondo o terzo ascolto e dopo un’accurata lettura dei testi. Allora si ritrovano i Baustelle che conoscevi, con ampi riferimenti che vanno dai Pulp a Battiato fino al cantautorato italiano più tradizionale. E questo ti rassicura. Ma c’è dell’altro che ancora non riesci a penetrare, senti che ciò che conta ancora non ti è arrivato…

Il passo successivo (ma qui sto parlando a livello strettamente personale; immagino che le cose cambino per ogni ascoltatore) è una sensazione di angoscia e schianto e liberazione tutto sovrapposto, e anche, in un certo qual modo, soffocante. Superato lo scoglio dei primi ascolti l’essenza di questo lavoro comincia a trapelare sempre più rapidamente, è come una diga che esplode e valanghe d’acqua ti si riversano addosso. E comincia a sfilarti davanti una carrellata di ombre, naufraghi della deriva occidentale e assassini in giacca e cravatta, cannibali e schiavi magrebini nei campi di pomodori di Foggia, sadomasochisti, gente che non ha più voglia di vivere e gente che vorrebbe vivere e chiede una grazia che non potrà mai ottenere… e poi ci sono i simboli, i miti della nostra Storia che si confondono l’uno nell’altro, pistoleri e detective, guerra armata e avanguardia, DC e PCI, e l’eco delle guerre infinite del Medio Oriente e astronavi che lievitano in un “ingoto spazio profondo” che sembra liquido amniotico, e poi ancora Pasolini e Socrate, e la morte in diretta di Alfredino Rampi…

I toni variano entro uno spettro pressochè infinito di emozioni umane. Si va dal disagio psichico trasfigurato in pop (Il liberismo ha i giorni contati: qui la creazione di immagini raggiunge uno dei suoi punti più alti; ogni singola parola è tagliente e ineluttabile come il destino contenuto nei nervi e nel sangue dell’uomo contemporaneo) fino all’hard boiled di matrice politica (Colombo, un piccolo saggio sul Male), dall’estasi visionaria (L.) fino all’intimismo più straziante (Alfredo, forse, tutto considerato, il pezzo migliore dell’album) all’”inno rock-and-roll” liberatorio e (solo apparentemente) scanzonato (Panico!).

Fino al breve pezzo che chiude l’album, Andarsene così, con echi di quelle feste massificate dell’elettronica anni 90 (in sottofondo voci e cori – una partita di calcio? – e un loop di synth stile Underworld) e il cantato di Bianconi che chiama all’impegno civile (o meglio alla resistenza civile) da profondità siderali, lasciando stupefatti (e commossi) perchè una cosa così, in Italia, non si vedeva da molto tempo.

PARTE TERZA (discussione; o anche: non so se ve ne siete accorti ma da un po’ di tempo a questa parte tira aria di catastrofe)

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(photo by: Norma Desmond, on Flickr.com)


Direi che le considerazioni extra-musicali relative al nostro discorso si estendono in due direzioni principali:

1. L’arte buona è quella che pone radici nel lato oscuro dell’anima, o anche: conosci te stesso.

Qualche riga sopra dicevo che con il mio arrivo a Torino (e la crisi che ne è necessariamente derivata), con il mio accostamento alla psicologia e il transito nel mondo degli antidepressivi sono cambiate anche le mie letture: non più Hemingway o Pavese, dicevo, ma Ballard, Bernhard ecc. Ma qual’è la differenza tra Pavese e Ballard, ci si potrebbe chiedere, cosa rende un autore radicalmente differente dall’altro?

Mi viene abbastanza naturale distinguere in due tipi di elaborazione artistica della realtà: un’elaborazione tesa a ignorare (o vincere o superare) il malessere e un’elaborazione che tende invece a scontrarsi con il malessere, a conoscerlo, a farlo proprio e dunque (ma solo a quel punto) alleggerirlo del suo peso insostenibile. Ogni volta che mi trovo nelle mani un libro di Hemingway (per molto tempo uno dei miei autori preferiti) non posso far altro che provare un senso di falsità: tutte quelle parole mi sembrano scritte all’unico scopo di mascherare l’ineluttabilità del destino umano – a far finta che la morte non esista. (E così fu la sua vita: il safari in Africa per annullare l’essenza propria e del proprio tempo.) Hemingway e Pavese videro il vuoto3 ma costruirono un’architettura infinta per evitare di affrontarlo (la guerra, il mito eccetera). E finirono per suicidarsi quando semplicemente non c’era più nient’altro da fare.

A differenza loro, Ballard o Bernhard o Kafka (ma, per cambiare ambito: gli Einsturzende, Nick Cave e i Bad Seeds, i Sonic Youth) cominciano il loro percorso da una presa di coscienza estrema del Male; e alla fine del percorso il Male viene compreso, conosciuto, addomesticato4.

Detto ciò mi sembra che il passo per collegare questi mostri sacri all’ultimo lavoro dei Baustelle sia piuttosto breve. Perchè proprio questo (credo) è il punto di maggior valore di Amen – e siamo già oltre ad un giudizio asettico sulla compiutezza o meno di un artefatto artistico; si tratta già di militanza, in qualche maniera. Perchè lungo le quindici (più due) tracce si respira un’aria di infinita consapevolezza del problema del Male (individuale, storico, sociale, spirituale, divino), e perchè quello stesso Male viene addirittura, in qualche caso, esorcizzato (si veda per esempio Panico!, un vero e proprio “inno” all’accettazione del proproio malessere). E dire cose del genere (e dirle in modo così compiuto), lasciate che lo ripeta, è indice di una maturità profonda e difficilissima da raggiungere; è segno che forse, almeno da qualche parte, le cose stanno cambiando.

2. Storia presente e militanza

E arriviamo al punto principale. Signore e signori, le Torri Gemelle sono cadute. L’America è in recessione economica, manipulite e le stragi mafiose sono passate da quindici anni, la Russia è governata da un ex dirigente del KGB, la guerra in Medio Oriente rischia di diventare più pericolosa della pericolosissima atomica coreana. I prezzi dei beni di prima necessità sono alle stelle, la tensione sociale è palpabile per le strade delle città (le province collassano nel silenzio, con qualche morto ammazzato di tanto in tanto) e come se non bastasse al governo del nostro Paese rischia di tornare un massone dai comprovati legami con Cosa Nostra.

Oppure possiamo metterla così: io ogni tanto ho il panico, Francesco Bianconi ha (o ha avuto) il panico, molti di voi che state leggendo sapete cosa significa avere il panico. Possiamo pensare di essere noi i malati o possiamo renderci conto che questo maledetto panico è una malattia sistemica e non individuale, che la pressione sotto il coperchio della pentola è a livelli davvero troppo alti e che bisogna fare qualcosa perchè le cose cambino.

Viviamo in un tempo e soprattutto in un luogo di oscillazioni (davvero schizofreniche) tra immagini della realtà diametralmente opposte: si va dalla nostra piccola Italia di colletti bianchi, dove tutto ancora oggi nel 2008 appare morto e stagnante5 a immagini insistenti di un futuro prossimo di grandi sconvolgimenti socio-politici (il clima, il terrorismo internazionale, la polarizzazione della lotta politica, la globalizzazione e l’anti-globalizzazione, la clonazione, l’ecosostenibilità eccetera), un presente insomma che conserva in sé i tratti fantascientifici di un futuro che parrebbe (nel bene e nel male) ineluttabile.

Ora, il succo di tutto questo lungo discorso è che per noi, italiani alle soglie delle ennesime elezioni politiche, futuri cittadini dell’Unione Europea e occidentali in crisi, un lavoro come Amen acquisisce un importanza capitale. E non per perdersi in un elogio sperticato dei Baustelle o di chi come loro cerca di fare del proprio mestiere d’artista un bene utile al sociale (o un macigno di militanza politica); ma perchè un album come Amen è il segnale che le cose stanno cambiando, o quantomeno che le cose possono cambiare. Direte voi che non era del tutto necessario spandersi in tante parole per giungere ad una conclusione così semplice – ma questa conclusione semplicissima è oggi, e soprattutto in Italia, difficilissima da sostenere.

Quindi invito tutti coloro che hanno avuto la pazienza di arrivare a questo punto ad ascoltarsi Amen con attenzione e a meditare. Ma non solo. Invito tutti quanti a tenersi informati e a prendere coscienza delle grandi transizioni che stiamo vivendo, invito chi legge a leggere sempre i più e chi scrive a rendersi conto che la scrittura, come qualunque altro atto umano, è necessariamente militanza politica, comunque la si voglia mettere.

È un appello facile da esprimere e difficilissimo da perseguire – me ne rendo conto – però mi sembra l’unica cosa onesta che può essere detta, senza retorica, in questi tempi di parole vuote. Non si sa mai che, contro ogni previsione, ci sia un futuro anche per noi.

NOTE:

1Nota per il lettore. Prima che cominci vorrei chiederti un favore: flessibilità. Insomma, arrivato alla fine della prima parte ti stupirai delle coincidenze e penserai con astio che ti ho perso in giro o che sono un inguaribile narcisista. Be’, non è questo l’intento. Voglio dire che sì, questo resoconto pseudo-veritiero del mio incontro con la musica dei Baustelle non è del tutto aderente allla realtà. Ma “boring machines” è un blog dove si parla soprattutto di letteratura (si scrivono racconti, per lo più) e anche questo pezzo vuole essere qualcosa a metà strada tra una narrazione, una confessione, una recensione musicale, un analisi del tempo presente e un appello alla militanza politica. Quindi fidati: il succo del discorso è ricalcato fedelmente sulla realtà come l’ha vissuta chi sta scrivendo. Le circostanze del discorso invece sono romanzate. Spero sinceramente che ciò non ti disturbi più di tanto. (Peraltro, se non sei un lettore abituale di “boring machines”, questa prima parte puoi tranquillamente saltarla. Senza sensi di colpa, davvero.)

2Tenete conto di questo: Sussidiario è del 2000 e io lo ascoltai per la prima volta interamente nel 2005, poco prima che uscisse La malavita. La moda del lento è del 2003 e io lo ascoltai nel 2006, cioè due anni fa.

3Si badi: qui si sta gia parlando di esseri umani con un alto livello di consapevolezza: Hemingway e Pavese fecero i conti con il vuoto, ma non riuscirono a superarlo. Chiunque nella sua vita decida che il vuoto proprio non va considerato, semplicemente parte da presupposti troppo diversi dai miei perchè un dialogo proficuo sia possibile.

4Sull’ironia in Kafka leggetevi Deleuze-Guattari – Per una letteratura minore. Fatelo davvero, è splendido.

5Questo senso di decomposizione è presente lungo tutto il percorso di Amen come un verme strisciante. Bianconi a volte usa immagini degne dell’Ecclesiaste e anche questo, a mio avviso, gli rende merito.

per chi abita a milano e dintorni: fischli e weiss

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di arte ne so pochissimo, quindi evito di dilungarmi.

la personale si tiene a palazzo litta in corso magenta 24, dura fino al 16 marzo, ed è gratuita, quindi non esiste un “perchè no” a priori.

e ne vale davvero la pena, sia che siate frequentatori compulsivi di qualunque tipo di evento “artistico” in senso lato, sia che siate semplicemente curiosi.

per dare l’idea: si tratta di un misto di amore punk per gli scarti del capitalismo e di ironia minimalista e raffinatissima.

a me, per dire, ha fatto pensare a un disco dei pixies.

comunque come promesso non vado oltre.

loro due, stanto alle parole di wikipedia, sono:

Peter Fischli (* 8th June 1952 in Zurich) and David Weiss (* 21st June 1946 in Zurich), often shortened to Fischli/Weiss, are an artist duo that have been collaborating since 1979. They are among the most renowned contemporary artists of Switzerland. Their best known work is the film “Der Lauf der Dinge (The Way Things Go).”

For their work, they make use of a large bandwidth of artistic forms of expression: Film and photography, art-books, sculptures made out of different materials, and multimedia-installations. They adapt objects and situations of the everyday life and place them into an artistic context — often using humour and irony.

Art critics often see in the parodying bearing of their work parallels to the artists Marcel Duchamp, Dieter Roth or Jean Tinguely.

Fischli/Weiss frequently represent Switzerland at international cultural events, like the Venice Biennale and others. Both live and work in Zurich.

di seguito uno dei lavori esposti, certamente il più famoso.

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maggiori informazioni qui.

#3 cattive interpretazioni

Nell’ultimo periodo della sua vita, quando si interessò della Provenza, Heidegger fu un concentrato di cattive interpretazioni: aveva già male interpretato Rilke, ma in Provenza male interpretò anche Cézanne e persino Van Gogh e Klee. Chi non ama Heidegger sostiene che la colpa fu sua, altri che non lo amano ma non si accontentano di spiegazioni facili sostengono che la colpa fu della Provenza.