roberto saviano – gomorra

(questo articolo comparirà su Atelier numero 45, marzo 2007)

warhol-dollar-sign.jpg

Esistono libri impossibili da recensire. Libri la cui semplice presenza fisica impedisce il compiersi di un atto che si suppone obbiettivo, come ancora oggi si suppone che debba essere la critica letteraria. Libri che per il solo fatto di esistere impongono una scelta, un atto politico, l’esercizio del proprio diritto di voto intellettuale. Libri che sono scomodi per tutti, per chi li scrive, per chi li legge, per chi ha il compito di parlarne. Gomorra è uno di questi libri. Questa non è una recensione.

 

Qualcuno ha detto che Lester Bangs è stato il più importante scrittore americano degli anni settanta, nonostante abbia scritto per tutta la vita di musica: recensioni a dischi, cronache dai concerti. Probabilmente aveva ragione. L’aneddoto raccontato da Forlani (alla Feltrinelli di Torino Gomorra è collocato tra i saggi) e poi arricchito da Saviano stesso (in una libreria di Roma lo stesso libro si trova nel settore “turismo”) è altamente indicativo. È sbagliato dire che Gomorra è anche un romanzo, e anche un reportage sul lato oscuro dell’economia capitalista, e anche una riflessione dai tratti epici sul potere, sulla miseria, sulla morte. Tradisce quella forma mentis tipicamente schematizzante che sociologi come McLuhan fanno risalire all’era industriale e meccanica dell’Occidente: frammentazione, specialismo, razionalizzazione fordista. Gomorra di Roberto Saviano non è niente di tutto questo, è un’opera complessa, un testo che richiede una lettura in profondità, inclusiva, organica. Ogni tentativo di definirlo, di smontarlo nei suoi ingranaggi, è già tentativo di riduzione a cosa domestica, è già ammissione del suo carattere problematico. Il bambino smette di aver paura del buio quando comincia a comprendere che il buio è soltanto assenza di luce, e nient’altro.

Detto questo è indubbiamente vero che quel contenitore chiamato Gomorra presenta al suo interno un romanzo di formazione, un trattato di macroeconomia, una rappresentazione tra l’epico e il mitico del sistema camorra, una riflessione quasi shakespeariana sul male, sull’uomo, sul potere. Ma non solo. La scrittura di Saviano funziona per strati, o per cerchi concentrici: tutto il libro può essere letto sotto chiavi interpretative molto diverse tra loro, nella misura stessa in cui ogni lettore è diverso dall’altro. Tanto per fare un esempio: se certamente non sbaglia chi vede in Gomorra un atto quasi titanico di denuncia al potere mafioso, non cade in errore nemmeno chi, in ottica diametralmente opposta, leggesse nelle parole di Saviano una sorta di fascinazione per questo potere1.

È una scrittura fatta di cose, di materia. La parola stessa è materia: Gomorra parla di merci, di movimenti di oggetti nello spazio, del potere feticista e distruttivo degli oggetti. Non capita mai, in questo libro, nemmeno nei momenti più lirici (la lunga cantilena pasoliniana dell’”Io so e ho le prove”, o l’incontro a Roma tra l’io narrante e un padre fatiscente) che la parola si stacchi, fisicamente, dall’oggetto fisico che identifica. Ogni termine ha un peso specifico enorme, perché ogni termine identifica un preciso fattore socio-economico, e perché in ogni termine è contenuta la scelta precisa e cosciente della testimonianza, della denuncia. Ogni parola pesa, in Gomorra, perché ogni parola è un atto politico autosufficiente, nello stesso modo in cui il solo parlare di mafia è (in Italia, nell’epoca del berlusconismo e della sommersione) violare un tabù.

Eppure Gomorra non è un trattato di storia contemporanea, Saviano non è uno storico, Saviano è uno scrittore. È importante ricordarlo. Tutto il libro è attraversato da una tensione lirica che assume di volta in volta sfumature epiche (l’albero genealogico dei clan, le faide, i grandi movimenti economici) o mitiche (seppure di mitologia moderna, a sfatare il luogo comune, reazionario oltre ogni dire, del mafioso in coppola e lupara).

Uno dei punti più interessanti a riguardo (forse il più interessante, come peraltro è già stato notato da diverse parti) è quello dell’io narrante. Il lettore medio (o il lettore assuefatto allo schema individualista che separa ogni singolo dal suo vicino) non può che trovare irritante la presenza di questo narratore onnisciente, eppure sempre presente, per così dire, sul luogo e al momento del delitto. È un narratore che c’è, che vive, eppure che sa troppo, e troppo lucidamente, per essere un semplice personaggio della fiction. Mi è capitato molto spesso di sentir muovere questa obiezione: ma è Saviano che racconta? Davvero Saviano ha visto tutte queste cose? Se, com’è logico, Saviano non ha visto (di persona) tutte queste cose, non è logico pensare che Saviano si stia inventando tutto di sana pianta?

Assolutamente logico. E assolutamente errato. Questo è forse uno dei tratti di maggiore novità (sostanziale e non semplicemente stilistica, sempre che le due cose possano essere ancora separate) che Saviano porta nella letteratura italiana, e che fanno di Gomorra una grande opera artistica oltre che storica, politica e giornalistica. Per comprendere la vera natura di questo io-narrante è necessario smettere quell’atteggiamento tipicamente razionale che porta alla creazione del concetto di individuo. Bisogna, in un certo senso, tornare alla filosofia presocratica, a Eraclito, a Omero, al mito, appunto: come non esiste una “personalità” di Ulisse nell’Odissea (Ulisse è al tempo stesso coraggioso e vigliacco, è furbo ma si lascia ingannare, a volte è debole, altre volte forte) così non esiste una personalità dell’io-narrante in Gomorra. Il narratore di Gomorra è un personaggio che non esiste, e nello stesso tempo sono migliaia di personaggi unificati sotto la stessa voce, è il chiacchiericcio del popolo, sono gli atti giudiziari della magistratura, sono trattati di storia della mafia. Saviano stesso, con la sua esperienza personale, è soltanto uno di questi personaggi. È il suo narratore colui che tira le fila, il denominatore comune, la chiave di lettura di un discorso complesso, impossibile da comprendere se la sua stessa presenza non lo traducesse in un linguaggio accessibile, lineare.

Anche per questo è necessario ribadire che Roberto Saviano è uno scrittore, e Gomorra è l’opera di uno scrittore. La sovrapposizione dei piani (letterario e civile, pubblico e privato) non può che generare confusione. L’attenzione febbrile, per certi versi morbosa, che l’opinione pubblica, la stampa, e parte della comunità letteraria hanno riversato sulle vicende personali di Saviano (le minacce, la scorta) è un gravissimo errore almeno da due punti di vista. Da un lato ha generato un approccio spesso acritico all’opera, che viene confusa con il suo autore. Saviano si è dimostrato (non solo con Gomorra) un ottimo scrittore, stilisticamente molto maturo nonostante i suoi ventotto anni; d’altra parte, proprio per i suoi ventotto anni, è certamente uno scrittore che può ancora crescere e migliorare2.

Dall’altro lato il clamore mediatico che ha suscitato il caso Saviano ha finito per fare dello stesso Saviano, e della sua opera, un grande simbolo (di legalità, di giustizia, di coraggio). Ne ha fatto un’icona, e le icone possono essere molto pericolose. Se quella di edificare simboli è una tendenza implicita ai media (a tutti i media, non solo quelli di massa, da internet alla parola umana), bisogna però fare attenzione che alla mitopoiesi non segua la tipica immobilità (per giunta pacificata) dell’uomo che si arrende al destino. Se una così grande attenzione mediatica per il caso Saviano ha indubbiamente risvolti positivi (grandissima diffusione dell’opera, sua penetrazione anche in fasce sociali e culturali non abituate a simili letture), bisogna stare molto attenti che l’attestazione di solidarietà non diventi (come succede in Italia almeno da quando l’Italia unita esiste) la scusa più comoda per conservare lo stato attuale delle cose. In altre parole: la lotta alla mafia non si fa con scrivendo articoli in sostegno di Roberto Saviano, non si fa con le condanne formali dei partiti, non si fa mandando l’esercito a presidiare i quartieri “caldi” di Napoli. Tutto questo va bene, ma non è sufficiente. E i toni spesso troppo enfatici con cui la questione Saviano viene trattata in certi ambienti culturali e politici fa pensare che si stia recitando, per l’ennesima volta, la milionesima nel nostro paese, la solita commedia delle riforme (e delle rivoluzioni) che lasciano tutto inalterato.

C’è il rischio, concretissimo, che Saviano diventi l’ennesimo simbolo immobile (o immobilizzato) della lotta alla mafia. Ha ragione Wu Ming 1 quando scrive: “Saviano non deve diventare un martire. Questa è la cosa più importante”.

Se il mondo della cultura può fare qualcosa per lui è proprio questo: evitare di farne un martire, accostarsi alla sua opera senza sensazionalismi e senza preconcetti di sorta. Solo in questo modo è possibile parlare, criticamente, di un libro come Gomorra. E solo in questo modo si può fare un lavoro anche politico, oltre che culturale, che produca veramente dei frutti.

In questo senso, e solo in questo senso, anche questa è una recensione.

 

 

 

 

1 Sono parole di Saviano stesso, in un’intervista apparsa su Lipperatura, il blog di Loredana Lipperini: “Se a volte cado in momenti di chiara fascinazione per loro (i boss) è perché i boss mi hanno affascinato. Questo non mi ha neanche per un minuto sottratto odio, vero, privatissimo, feroce nei loro confronti”.

2 Il che peraltro è vero quando si parla di Saviano-scrittore; vale, cioè, per un discorso prettamente letterario e stilistico, che niente ha a che vedere con la forza dirompete e con l’impatto politico di un libro come Gomorra. Ha ragione Moresco quando, in una lettera a Saviano comparsa su “Il primo amore” dice: “E anche quando a mio parere sbagli saturando troppo la pagina di informazioni, lo fai per generosità, per giovinezza, per impazienza, per senso di responsabilità e giustizia, per ansia di dire tutto, e quindi non sbagli”.


Statistiche

bovisa killer

mr-jaded.jpg

Novembre.

Avevano preso in gestione un piccolo supermarket per la stagione invernale. Vendevano frutta esotica e calze da donna, riviste spinte e attrezzi da lavoro, vendevano perfino qualche vecchia radio a transistor. Il locale era angusto ma accogliente, pulito, ordinato.
La vecchia proprietaria, una domenicana che era arrivata a Milano negli anni ottanta su un volo merci, era tornata a Santo Domingo a trovare i figli che non vedeva da otto anni. Aveva lasciato il negozio a Giulio, che era il suo unico commesso.
“Ritorno in primavera”, aveva detto. E poi: “I soldi che guadagni sono soldi tuoi”.
Giulio l’aveva accompagnata a Malpensa, poi si era trovato da solo in negozio, con le saracinesche abbassate.
Aveva preso in mano il telefono e aveva chiamato Pietro, il suo migliore amico.

Era arrivato quando già stava facendo buio, con il motorino giallo anche se la temperatura non superava i due o tre gradi. Aveva una grossa borsa piena di vestiti e di libri e di dischi. Conosceva bene quel posto. Anche lui aveva vissuto in Bovisa, quando faceva l’università. Era lì, da qualche parte, che aveva parlato con Giulio per la prima volta.
Era entrato dalla saracinesca alzata a metà. Lui e Giulio si erano stretti la mano. Poi, come se fosse stato a casa sua, Pietro aveva preso due birre dal frigorifero.
E in un certo senso, aveva pensato, questa è la mia nuova casa.

Sul retro c’era un bagno con anche la doccia e una stanza quadrata che Estela, la domenicana, usava per parcheggiare la bicicletta. Loro la pulirono la riordinarono e ci misero due brande per dormire. Ci misero anche un tavolo sul quale piazzarono il computer portatile di Pietro.
“Per non pagare l’affitto di un appartamento”, aveva detto Giulio al telefono, due o tre ore prima.
Poi erano andati a casa di Giulio a prendere Lucky. Lucky era un cane e aveva dei problemi psicomotori seri, per questo Giulio l’aveva tenuto con sé. L’avevano trovato una notte, lui Pietro e la sorella di Pietro che si chiamava Martina. Era legato a un palo vicino alla stazione del passante ferroviario. Era agosto, faceva caldo, avevano la bocca secca per la sete e per i negroni di un aperitivo.
Avevano deciso di portarlo a casa.
Martina, che aveva diciassette anni, aveva detto che quel cane aveva qualcosa che non andava, loro l’avevano trovato, era un cane fortunato. Aveva detto di chiamarlo Lucky, come una canzone dei Radiohead.
Quella sera Giulio aveva pensato che aveva ventidue anni e che stava per farne ventitrè. Martina invece aveva diciassette anni e pensava che ne avrebbe avuti diciassette per tutta la vita.

Dicembre.

Il lavoro andava discretamente. Non richiedeva molto impegno e il primo mese aveva fruttato quasi seicento euro a testa tolte le spese. I fornitori telefonavano la mattina presto, i clienti si chiedevano dove fosse Estela, ascoltavano le spiegazioni, se ne andavano soddisfatti.
Si era messo a fare ancora più freddo, il motorino di Pietro una mattina non era partito e da quella volta non era partito più. Martina veniva a trovarli quando usciva da scuola. A volte pranzavano insieme. Altre volte Martina restava al negozio e loro andavano al politecnico, vendevano qualche grammo d’erba agli amici, a volte Pietro giocava a calcio nel cortile del poli mentre Giulio parlava con una ragazza su una panchina.

Vendevano pannolini alle mamme, riviste d’auto ai papà, sigarette ai figli.
La stanza da letto, quella che Estela aveva usato come ripostiglio, si era riempita di abiti e dischi. Le casse del portatile di Pietro mandavano musica a basso volume tutto il giorno, Massive Attack, Portishead, Air.
Lucky stava nel cortile interno, ma lo facevano entrare all’ora di cena. Cenavano assieme, loro due e Lucky, poi a volte uscivano, altre volte restavano in casa.

Aveva cominciato a nevicare e due giorni dopo tutta Bovisa era sommersa dalla neve. Il muro diroccato, le gru, i capannoni. Tutto.
Una domenica pomeriggio Giulio aveva svegliato Pietro e Pietro gli aveva chiesto: “Che ore sono?”
“Le tre meno un quarto.”
Avevano passato la notte ad un rave fuori città ed erano tornati all’alba. Fuori stava facendo buio di nuovo.
“Possiamo portare Lucky al parco”, aveva detto Giulio.
Faceva freddo ma il cielo era limpido e rossastro. Lucky correva nella neve mentre Giulio e Pietro fumavano appoggiati alla saxo verde di Giulio. Faceva un freddo tremendo. Erano le otto di sera, erano svegli da cinque ore e avevano pranzato da tre.

La mattina di natale il corriere della sera, cronaca di Milano, titolava: “Killer di Natale”. E l’occhiello diceva: “Brutale omicidio in Bovisa, macellaio fatto a pezzi da sconosciuti. L’assassino ha usato i coltelli da lavoro della vittima”.
Poi c’era una foto, e sotto la foto un nome e un’età, cinquataquattro anni.
Pietro lesse l’articolo senza interesse. Si chiese se conosceva il morto e si disse che non lo conosceva.
Allora andò a farsi una doccia, perché quel giorno, per natale, avrebbe pranzato a casa di sua madre.

Gennaio.

Il negozio era rimasto chiuso per natale fino al sette, dopo l’epifania. Il capodanno l’avevano fatto in due posti diversi, ma tutti e due a Milano. Erano tornati in negozio la sera dei sei e tre giorni dopo era morto Lucky.
Avevano sempre discusso su chi dovesse cambiare l’acqua alla ciotola del cane. Avevano deciso che Pietro, la mattina, doveva rompere il ghiaccio che si era formato durante la notte e cambiare l’acqua. Però Pietro se ne dimenticava sempre, e capitava spesso che discutessero.
Una mattina si erano alzati e avevano trovato Lucky morto in cortile. Era freddo e rigido, non avevano nemmeno il coraggio di toccarlo. Attaccata alla ciotola ghiacciata c’era una cosa piccola e scura, sembrava una prugna secca, invece era un pezzettino della lingua di Lucky.
Avevano sollevato il cadavere e l’avevano buttato nel cassone della spazzatura, ma tutto questo in silenzio. E Giulio era rimasto silenzioso per tutta la sera e anche per i giorni dopo, e di colpo qualcosa era cambiato.
Dopo le cose avevano cominciato a peggiorare.

Il secondo omicidio era arrivato verso il quindici. Questa volta si trattava di una cucitrice cinese, una donna di quarantasette anni. L’assassino l’aveva rapita per strada, l’aveva violentata, le aveva rotto l’osso del collo e poi l’aveva lasciata in un campo, contro le macerie di un capannone industriale.
Avevano visto la polizia e l’ambulanza e avevano visto il cadavere coperto dal lenzuolo bianco. Tornando verso il negozio Pietro aveva detto: “Io questa la conoscevo”. E Martina, che era andata con loro, aveva detto che i cinesi sono tutti uguali. Giulio non aveva detto niente.
Già il giorno dopo tutto il quartiere parlava del mostro della Bovisa.

“Un mostro in Bovisa” era il titolo dell’articolo che Martina stava leggendo, sul corriere, cronaca di Milano, prima pagina.
Li andava a trovare più spesso, ora che Lucky era morto. Passava per fare due chiacchiere con suo fratello, lo portava a bere un caffé, a fumare una sigaretta sotto l’enorme antenna della tv. Giulio usciva molto spesso, tornava a casa tardi, a volte la mattina non si svegliava. Frequentava una ragazza che Pietro e Martina non conoscevano.
Fuori tutto era gelato, gli spacciatori agli angoli delle strade erano gelati, gli studenti di architettura erano gelati. La gente giocava al lotto, comprava i giornali, saliva e scendeva dagli autobus.
Il serial killer del quartiere, o i due assassini occasionali, giocava o giocavano al lotto, comprava o compravano i giornali. La stanza da letto dietro al negozio, come al solito, era piena di musica.

Prima che arrivasse la fine del mese c’era stato tempo per un altro omicidio. Si trattava di una studentessa di architettura di vent’anni. L’avevano trovata con la gola tagliata, sul sedile di una golf grigia, in un vicolo vuoto, pieno di ghiaccio e immondizia.
L’avevano ammazzata di giorno, sotto gli occhi di tutti. Non l’avevano violentata, non c’erano nemmeno segni di colluttazione, sembrava che si fosse fatta tagliare la gola tranquillamente. La polizia non sapeva cosa dire. Non c’era legame tra gli omicidi. Chi ammazzava non lasciava tracce, era bravo, o erano bravi, e fortunati.
In quel periodo erano cominciati i sospetti. Tutti sospettavano di tutti, i milanesi degli immigrati, gli egiziani degli ucraini, i baristi dei loro clienti e i clienti dei baristi. E qualcuno, profeticamente, aveva scritto sul muro di una casa: “bovisa killer, quartiere a rischio”.

Febbraio.

Martina non c’era, non si vedeva da un pezzo, e Pietro era in negozio. Giulio si era preso la mattinata per dormire, poi era uscito a farsi un panino, ora camminava nel cortile ghiacciato e deserto del politecnico.
Stava seduto su una panchina. Guardava le facce dei passanti e pensava che ognuno di loro era il mostro della Bovisa, bovisa killer, come si diceva, almeno potenzialmente. Ognuno di loro era un assassino, da qualche parte, oppure una vittima.
C’era un sole pallido e automobili nel parcheggio della stazione, e il passante ferroviario che si muoveva in silenzio. Pensava alla ragazza con cui stava uscendo, lei non era di Bovisa, non correva rischi. Le giornate erano lunghe e vuote. Le notti confuse. Ora aveva mal di testa.
E pensava a Martina, lei ogni tanto spariva, non chiamava, non si faceva più vedere. Aveva diciassette anni, anche Giulio aveva avuto diciassette anni un secolo fa. Gli mancavano i diciassette anni e gli mancava Martina.

La prima settimana di febbraio c’erano stati altri due omicidi. Due pensionati, marito e moglie, erano stati ammazzati con un colpo di pistola alla nuca, nel loro appartamento al quinto piano. La pistola aveva il silenziatore e nessuno aveva sentito gli spari.
Quattro giorni più tardi un uomo era stato ucciso a calci da altri tre uomini, certi, avevano detto, che si trattasse del mostro, o almeno di uno dei mostri.
Il morto aveva ventisette anni, soffriva di schizofrenia paranoide da dodici. I tre uomini erano stati arrestati. I giornali e la televisione invitavano alla calma, i telegiornali riprendevano le scene degli omicidi. Il sindaco di Milano e il capo della polizia avevano tenuto un discorso nel quartiere. La gente aveva paura.

Dietro i vetri del negozio l’atmosfera era sospesa. Ormai facevano vite diverse, frequentavano compagnie diverse, Martina non la vedevano quasi più. Pietro lavorava la mattina, Giulio il pomeriggio. Il quartiere era pattugliato giorno e notte dalle volanti della polizia, erano scomparsi gli spacciatori, erano scomparsi gli studenti.
Era tutto freddo e ghiacciato e vuoto. Le giornate passavano tutte uguali, Giulio chiudeva la saracinesca del negozio, prendeva un autobus per Cadorna e pensava al pomeriggio con Pietro e Lucky al parco Sempione. Pensava a Estela e a Martina e pensava che se Lucky non fosse morto tutto questo non sarebbe successo.

Ormai c’era un omicidio ogni tre o quattro giorni. Un immigrato egiziano, un’impiegata, un vecchio tossicomane.
Era il più eclatante caso di cronaca nera degli ultimi quindici anni. La polizia nel quartiere era triplicata. L’inefficienza delle misure repressive destava scandalo, arrestavano un uomo e la notte stessa un altro uomo veniva ammazzato.
Il corriere della sera aveva scritto che gli assassini erano molti, sconosciuti, gente anonima, forse le stesse vittime. Sembrava che tutti, nel quartiere, senza un motivo, avessero cominciato ad uccidere.

Marzo.

Nel mese di marzo la carneficina aveva raggiunto il suo apice, e proprio a quel punto Giulio e Pietro avevano festeggiato il compleanno di Martina.
Fuori la situazione era andata progressivamente mutando. Ormai nessuno parlava più del mostro, o dei mostri. Il fenomeno era chiaramente dilagato, seppure un mostro c’era stato ora ce n’erano centinaia, forse tutto il quartiere. Chi uccideva spesso si costituiva, altre volte si impiccava con le calze di nylon della moglie. Altre volte resisteva alla polizia e veniva ucciso in una sparatoria. Altre volte ancora scompariva nella mischia, lasciava il quartiere, o tornava a uccidere.
Le autorità, la polizia, il sindaco, gli assessori e i politici di Roma, tutti insomma chiedevano di evacuare il quartiere, tutti si dicevano d’accordo e nessuno se ne andava. Qualcosa teneva gli abitanti del quartiere legati al quartiere, e alla probabilità di una morte violenta. Nessuno sapeva cosa fosse ma nessuno si faceva troppe domande.
Fuori era ancora tutto congelato, nonostante fosse marzo, e anche nelle case era tutto congelato, e anche le persone erano congelate. Un inverno che sembrava infinito.

Era arrivata dopo la scuola, come faceva nei primi mesi del loro lavoro al negozio. Avevano pranzato insieme, erano rimasti tutti e tre in negozio per tutto il pomeriggio. Avevano bevuto birra per tutto il pomeriggio e all’ora di cena erano tutti e tre già discretamente ubriachi, e allegri.
Erano andati a cena in un ristorante cinese, avevano bevuto ancora. Giulio aveva parlato per la prima volta della sua ragazza. Pietro aveva parlato di Lucky, aveva detto che continuava a sentirsi in colpa. “Era solo un cane”, aveva detto Giulio. “Non è successo niente”. Martina aveva parlato d’amore, poi avevano parlato di sesso, gli occhi di Martina brillavano di una dolcezza disperata.
Poi erano tornati in negozio. Avevano dato a Martina il loro regalo di compleanno, Giulio le aveva sorriso e lei si era messa a ridere. Avevano bevuto ancora e ormai erano ubriachi, e fuori faceva freddo, anche dentro faceva freddo. Così avevano avvicinato le brande e si erano infilati sotto le coperte, tutti e tre, si erano messi a guardare un film.
Avevano dormito qualche ora. Giulio aveva sentito contro il suo il corpo di Martina, che aveva appena compiuto diciotto anni, e anche quello di Pietro.
Erano stati bene, e stavano bene quando la sveglia era suonata alle sette, perché Martina doveva andare a scuola. Fuori era ancora buio, il cielo era illuminato dai lampeggianti della polizia. C’erano reparti speciali dei carabinieri agli angoli delle strade, tiratori scelti nascosti nei palazzi abbandonati. La gente moriva e la gente uccideva. La polizia sparava. L’assurda ondata di follia di quell’inverno non era ancora finita.
Il tram era arrivato, Martina li aveva salutati con un bacio ed era scomparsa nella foschia.

Il pomeriggio seguente Pietro aveva ricevuto una telefonata. Era sua madre. Chiedeva se Martina fosse lì.
“No”, aveva risposto Pietro.
“Ha detto che doveva parlarti”.
“Ha detto che veniva qui?”
“Sì, dopo la scuola”.
“Qui non c’è”.
Erano rimasti in silenzio per un lungo momento. Pietro era rimasti in silenzio ad ascoltare l’angoscia di sua madre all’altro capo del telefono. Aveva guardato Giulio e Giulio aveva capito tutto, in un attimo, aveva capito che non era la morte di Lucky, che non era niente, quello era solo un inizio, ora tutto era finito. Tutto.

Parentesi.

L’ondata di omicidi che colpi il quartiere Bovisa, periferia ovest di Milano, nell’inverno del 1996, si concluse di colpo, come era cominciata, sul finire di marzo di quello stesso anno.
L’ultimo omicidio fu quello di una donna di ventinove anni, strangolata dal suo fidanzato che l’aveva scoperta infedele. Era il 23 marzo 1996.
Molti degli assassini si costituirono, alcuni riuscirono a scappare e altri ancora si tolsero la vita. A tutti i 28 arrestati fu concessa l’infermità mentale: nessuno di loro riuscì a portare un movente plausibile per gli omicidi perpetrati. Tutti, nessuno escluso, sembravano in preda ad una strana confusione allucinatoria sui fatti riguardanti il loro recente passato.
Il caso che passò alla storia con il nome di “Bovisa killer” è ancora oggi, dieci anni dopo, oggetto di studio per equipe di psicologi, antropologi e sociologi di tutto il mondo. La spiegazione dei movimenti della strage si è indirizzata, di recente, su un tipo di teoria definita “generazionale”. Secondo questa scuola di pensiero il caso “Bovisa killer” costituirebbe una sorta di rappresentazione rituale dell’apocalisse, collegata con l’ansia per la fine del millennio e che ebbe la tendenza ad esprimersi nel rifiuto drastico e totale del proprio tempo, di quelli che oggi vengono chiamati “i virulenti anni 90”.
Questa tesi, bisogna dire, è però accettata solo da una parte del mondo accademico, ed è stata spesso accusata di mancanza di rigore scientifico.
Per quanto riguarda i 28 colpevoli accertati, esclusi due che si tolsero la vita in carcere, i restanti 26 sembrano ad oggi perfettamente reintegrati nella società, e non sembrano conservare ricordo, se non vago, di quell’incredibile inverno del 1996.

(photo by: Mr Jaded- flickr.com)

resfest 10: quattro considerazioni molto attuali sulla direzione che hanno preso le cose.

doll.jpg

PRIMA CONSIDERAZIONE
Finalmente questo rigurgito di autostrade, discoteche e caleidoscopi è stato ufficializzato. La prima ondata degli amarcord post-11 settembre è giunta a maturazione: ebbene sì, ci piacciono gli anni ottanta. Citiamo gli anni ottanta non appena ne abbiamo l’occasione, a proposito e anche a sproposito. Mastichiamo gli anni ottanta. Vorremmo essere gli anni ottanta, non siamo gli anni ottanta, ce ne rammarichiamo.
Della selezione infinita nel panorama sterminato (ramificato, pulviscolare) del video digitale nel mondo, questa è la prima cosa che emerge: gli anni ottanta. Gli anni ottanta come gusto per l’eccessivo, per lo smodato, per il truce, per il sanguinolento; gli anni ottanta dei primi video-giochi nelle prime (e ora defunte) sale-giochi: pacman, i lemmings, space invaders, l’Atari, il Commodore, e infine (con un tetris fatto di corpi umani, piccoli cadaveri scossi da lievi contrazioni nervose) il Mondo dell’Unione Sovietica, l’Italia della Prima Repubblica; gli anni ottanta come fuga, gli anni ottanta come promessa, gli anni ottanta come macabro, come dispendio, come speranza che muore nel momento stesso in cui te ne stai lì a sperare, e intanto fuori tutto è cambiato di nuovo.

SECONDA CONSIDERAZIONE
Su XL, un mesetto fa, Jeff Beck commentava: “un giorno apriremo un rubinetto e ne uscirà musica”. Jeff Beck aveva ragione, e noi lo sapevamo.
Il Resfest è in sostanza un rubinetto. Un rubinetto che cammina per cinque continenti e dal quale escono immagini in forma liquida. Senza un inizio e senza una fine. Perché il verbo “selezionare” significa tempo e non necessariamente qualità. Perché dividere una goccia da un’altra è operazione complessa e poco postmoderna, figuriamoci quando si parla di avanguardie. Perché se è vero che la rete è ovunque, se è vero che il virtuale e il reale distano solo di un click, un festival di cultura digitale lo sa meglio di chiunque altro.
Il Resfest lascia Torino oggi, dicembre 2006, lanciando un messaggio: “ci vediamo nel cyberspazio”.

TERZA CONSIDERAZIONE
Più passa il tempo e più abbiamo voglia di ridere. Negli ultimi anni l’ironia è una costante della produzione visuale (di quella letteraria un po’ meno, perché dentro ogni scrittore alberga un romantico, o un fedele timorato di dio, che in fin dei conti è la stessa cosa).
Da questi corti (non solo da questi corti) emerge un mondo che riconosce le proprie atrocità, che sente la violenza e la esprime e riesce a riderne. Hanno scritto che dopo l’11 settembre tutto è diventato possibile, e che dopo Auschwitz scrivere poesie è un atto di barbarie. Proprio perché tutto è diventato possibile, scrivere poesie dopo Auschwitz si può fare eccome, purché si tolga la maiuscola alla parola arte. Niente come l’arte fatta per l’industria (l’arte emanata dal mercato, spogliata di ogni metafisica) possiede ad oggi i mezzi per parlare del presente, niente, con tanta potenza e convinzione, può permettersi di giocare dove il resto del mondo edifica tabù. In questo senso il Resfest cita Nietzsche.

QUARTA CONSIDERAZIONE
Se c’è un futuro dobbiamo cercarlo in quella direzione.

Post Scriptum:
Per chi volesse saperne di più su questa bellissima manifestazione il sito ufficiale del Resfest Torino è www.resfestturin.it

(photo by nastiki – flickr.com)

giovane artista cercasi

man-machine.jpg

“Perché vivi?”
“Non lo so.”

(Neon Genesis Evangelion, ultima puntata)

0.

Io e B ci siamo sempre conosciuti.
Solo che fino a qualche anno fa lo odiavo.
Questione di compagnie rivali.

1999. Ho quindici anni. Giro al parco. Indosso jeans strappati. Ascolto i Sex Pistols e gli Sham 69.
Aspettiamo l’apocalisse.
Ci infiliamo sottoterra come insetti.
Notti alla stazione. Feste. Amplificatori. Sudore.
Poi muore Francesca, e finisce tutto.

Due anni dopo sono in Irlanda in viaggio studio.
C’è anche B. Case diverse. Zone diverse della città. L’epoca del punk è finita. Ora ascolto Ziggy. Indosso giacche di pelle. Occhiali scuri.
Sono i giorni del G8 a Genova. Il ritorno del movimento sugli schermi televisivi. Carlo Giuliani. I no global. I black block.
E la scuola Diaz. Se Francesca fosse stata ancora viva, sarebbe stata là.
Non posso fare a meno di pensarlo.
Poi ne parlo con B, in mensa. Un giorno come un altro. Fuori piove a dirotto. B sta solo con il suo pranzo.
Vado a sedermi con lui. Cominciamo a parlare. Scopro che anche lui conosceva Francesca.

Estate del 2005. 11 giugno.
Sono a casa di B, svaccato sul divano. Le imposte chiuse. La televisione accesa su Mtv, volume a zero. Nello stereo ci sono i Sonic Youth.
Fuori fa un caldo anormale.
Spengo la tv. Mi alzo. Accendo una sigaretta. Apro le imposte e mi appoggio al cornicione della finestra.
“Oggi sono cinque anni che Fra è morta”, dico.
B smette di dipingere e mi guarda.
“Cinque anni”, riprendo. “Non ho ancora capito perché l’ha fatto”.
“Che cosa”, dice B.
“Ammazzarsi. Eravamo dei bambini, in fondo”.

1.

Estate del 2005.
Passavo i pomeriggi a casa di B. Fuori l’aria era rovente. Senza vento. Un’ondata di caldo anomala, che stava accelerando lo scioglimento dei poli.
B era diventato un pittore.
Aveva sempre dipinto, ma io non lo sapevo. Adesso il suo nome cominciava a girare sulle bocche dei galleristi. A Milano, a Torino.

Dipingeva in cantina.
La cantina: una grossa sala e una taverna. Nella taverna c’era un divano. Una televisione e un videoregistratore. La filmografia completa di Lucio Fulci.
Un piccolo stereo che risaliva agli ultimi anni del Novecento.
Ero io a portare i cd che ascoltavamo.
I Sonic Youth, praticamente.

Estate del 2005, un periodo strano, per me.
Da mesi non vedevo e non sentivo mio padre.
Mio padre è un ingegnere. I miei hanno divorziato quando io avevo due anni. Mio padre è andato a vivere in Francia.
Lavora ad un progetto finanziato dalle Nazioni Unite. Non so che ruolo ricopra. Non so nulla del progetto.
Top secret.
Qualcosa che ha a che fare con gli embrioni. Con l’applicazione degli embrioni umani nell’industria bellica.
Non so altro.

Uscivamo verso sera.
Avevamo due o tre locali di riferimento. Posti per incontrare gente. Farsi una birra.
Però B era nervoso. Stava lavorando ad una mostra. Era in ritardo con i tempi. Il gallerista che gliel’aveva commissionata era importante e intransigente.
Una grande occasione.
Ma niente stronzate.
Io cercavo di tenerlo allegro. Proponevo uscite improbabili e bagni al lago. Di solito non ci riuscivo. Però a volte succedevano cose divertenti.
In quei momenti lo sentivo.
Qualcosa ci univa.
Non sapevo cosa.

0.

Coleman Singer: un nome capace di zittire le discussioni nei bar. Un nome circondato da un alone magico.
Nato a Brooklin nel 1928. Direttore esecutivo della Luff, una delle più grandi multinazionali del settore siderurgico.
Nel 1969 si sposa con Elisabetta C., una bella ereditiera di Milano.
Nel 1971 lascia la direzione della Luff e si trasferisce con la moglie in Italia, sul lago d’Orta.

La prima svolta nella vita di Singer: il collezionismo d’arte.
Dal 1971 in poi non si dedica ad altro.
In pochi anni crea una delle più importanti gallerie private italiane. Una galleria da sogno, costruita nei sotterranei della villa sul lago.
Una galleria avvolta dal mistero.
Accesso vietato a tutte le persone non autorizzate.
Cioè: Singer, la moglie, gli artisti.
Qualche gallerista. I migliori. I più ricchi. I più potenti.

Trent’anni.
11 settembre 2001: seconda svolta.
Il suo sentimento nazionalista è ferito. Comincia a sentire il richiamo della bandiera a stelle e strisce.
Prende la decisione. Tutti i proventi ricavati dall’arte avranno un’unica destinazione: la ricerca scientifica a fini bellici.
Proteggere l’Occidente dalla minaccia islamica.
Una priorità assoluta.

Dal 2002 è uno dei principali finanziatori del progetto Total Freedom.
Total Freedom: un progetto approvato e sostenuto dalle Nazioni Unite. Prevede la sperimentazione sull’embrione umano a fini bellici.
La creazione della prima arma umana della storia.
Centinaia di tecnici coinvolti in tutto il mondo.
Tre sedi operative, tutte situate nel cuore di basi militari della Nato: una negli Usa, una in Francia, una in Georgia.

2005.
Il progetto Total Freedom procede.
Nella sua villa di Orta, Singer continua a dedicarsi all’arte.
Colleziona quadri di artisti famosi.
Inaugura collezioni di giovani artisti promettenti.

2.

Coleman Singer.
Si raccontava di tutto su di lui. La grande villa sul lago nella quale abitava era fonte inesauribile di storie fantastiche.
Mitopoiesi della provincia.
Si diceva che avesse ucciso suo figlio. Che ne avesse trafugato il cadavere. La polizia aveva chiuso un occhio. Non aveva nemmeno aperto un’indagine.
In effetti Singer non aveva mai avuto figli.
Storie di paese.
Nient’altro che leggende.

B lavorava per Singer.
Venni a saperlo un pomeriggio qualsiasi. Il solito caldo innaturale. Io e B ce ne stavamo seduti sull’erba, all’ombra di un albero.
Il giardino di B: un quadrato di verde circondato dal cemento.
Intorno: la ferrovia, una chiesa sconsacrata, la collina.
Aspettai di avere la canna tra le dita. Diedi un tiro. Espirai guardando il sole. Pallido. Avvolto in una foschia che sembrava salire dall’asfalto.
“Che tipo è”, chiesi.
“Un vecchio”. B sembrò pensarci su un po’. “Un vecchio fascista del cazzo”.
Calo di pressione. Voglia di qualcosa di fresco. Una bibita.
“Sono vere le storie che si raccontano su di lui?”
B scosse la testa.
“E’ solo un vecchio”, disse.

Poi me lo chiese.
Disse: “Domani vado in villa a portare dei quadri”.
Era sera. Stavamo giocando a basket sull’asfalto del cortile. C’era un vecchio canestro fissato al muro della cantina.
“Se vuoi puoi accompagnarmi”.
“Non lo so”, risposi. “Posso vedere la galleria?”
Punto. Sedici a nove per lui.
“No”, disse, raccogliendo la palla. “Puoi solo accompagnarmi”.

3.

Cielo grigio, di colpo. Minaccia di pioggia.
Sedevo sulla vecchia alfa di B. Eravamo diretti alla villa. I sedili posteriori erano pieni di quadri, imballati nel polistirolo.
Guidava B, il braccio penzoloni dal finestrino aperto. Indossava una canottiera scura macchiata di vernice bianca.
Io portavo vecchi jeans e una maglietta gialla.
Una strada tutta curve. Sterrata, immersa nella collina. Andava stringendosi di metro in metro. Boscaglia. Canneti.
Il lago, di sotto, uno specchio.

Una strada che sembrava infinita.
Accostammo in uno slargo, accanto ad una costruzione diroccata.
“Da qui si va a piedi”, disse B.
Cielo grigio. Afa. Tutto intorno era immobile. La radio accesa mandava un vecchio successo di Madonna.

Un cancello di ferro battuto. Un giardino. Una casa.
Niente di eccezionale: una normalissima villa.
Niente di cui stupirsi.

Mezzora dopo ero rimasto solo. Sedevo su una panchina.
Mi trovavo nel giardino di villa Singer. Il cuore della mitologia locale. I cancelli della fortezza inespugnabile si erano aperti.
Nessuna emozione.
B era scomparso. Inghiottito da una scala a chiocciola che portava chissà dove.
La galleria, è ovvio.
La moglie di Singer sedeva a pochi metri da me. Sorseggiava un cocktail coloratissimo, riparata dall’ombra di un gazebo.
Con lei c’era una donna.
Due donne. Colori. La moglie di Singer indossava un abito rosso. Capelli color paglia. L’altra donna era magra come un’ombra. Aveva i capelli di un blu elettrico.
La chioma azzurra si voltò a guardarmi.
Fu un secondo.

Stavamo tornando alla macchina.
Passi lunghi. In silenzio.
Una Mercedes scura ci passò a fianco. B si voltò. L’auto si fermò davanti ai cancelli della villa. I cancelli si aprirono.
B disse: “Aspetta un attimo”.

Stavano entrambi davanti al cancello.
L’uomo alto si chinava per parlare con B. Aveva capelli di un bianco niveo. Risaltavano contro il nero intenso dell’auto.
B teneva lo sguardo fisso a terra.
Singer teneva B per il braccio destro. Un gesto d’affetto. Una morsa che non ti lascia scappare.
Un padre e un figlio.
Singer non sembrava intenzionato a mollare la presa.

0.

11 giugno 2000. Francesca R., sedici anni, viene trovata morta nella sua camera da letto.
Non ha optato per la decenza. Non l’ha mai fatto. Nemmeno nell’ultimo momento, appena prima di ammazzarsi.
Niente pillole. Niente gas.
Niente incidente in moto. Volontario, sì, ma ti resta il dubbio.
No.
Ha preso la pistola di suo padre dal cassetto. Si è sparata in bocca.
Una di quelle cose che nessuno vorrebbe mai vedere.

Autunno 1999 – primavera 2000.
L’epoca del parco.
Ogni giorno. Con qualunque clima. Abbiamo una radio che funziona a pile. Cassette dei Derozer.
Creste. Anfibi militari. Furti nei supermercati. Musica Oi!.
Francesca è il nucleo intorno a cui gira la compagnia.
Una ragazza difficile, dicono i genitori.
Una ragazza come tante, pensiamo noi.
Che andrà all’università. Troverà un lavoro decente. Metterà la testa a posto. Avrà dei figli.
Però una ragazza speciale.
Qui tutti la rispettiamo. Di più, le vogliamo bene. Perché anche se ha soltanto un anno più di me, sembra più vecchia.
Ha l’aria di esserci sempre stata, lei.
Poi è un’artista.
Dipinge.
Non ho mai visto un suo quadro, ma pare che abbia un talento particolare. I pittori e i galleristi della zona la tengono sotto osservazione.
Così giovane, solo sedici anni.
Un talento naturale.
Dicono tutti che avrà un futuro, nel mondo dell’arte.

Poi, un giorno d’inverno, Francesca viene da me.
È raggiante.
“Ieri è venuto qualcuno a vedere i miei quadri”, dice.
“Chi”, chiedo io.
Lei sorride.
“Non puoi neanche immaginartelo”.

4.

Il lavoro procedeva. Ma B era sempre più teso. Silenzioso. Aggressivo.
Decine di quadri e di schizzi riempivano le pareti della cantina. Poche settimane alla mostra. L’attesa era palpabile. Elettrica.

Lavorava giorno e notte.
Giorno: imposte chiuse per difenderci dal caldo. Stereo acceso. Tv accesa.
Notte: luci al neon. Imposte aperte.
I grilli.
Anche se sembrava impossibile.

Poi successe una cosa.
Un pomeriggio entrai in cantina. B non c’era. Le luci erano spente. Chiamai. Feci alcuni passi e chiamai di nuovo.
Poi accesi le luci.
Era lì. Al buio, contro una parete. Come uno scarafaggio. Guardava fisso nel vuoto. Appiattito. Come a voler scomparire.
“Che cazzo stai facendo”, chiesi.
Lui mi guardò.

0.

24 agosto 2005. Rassegna stampa.
Georgia: primo esperimento del prototipo TF-01. Test di sincronia con la componente umana parzialmente riusciti.
Risultato soddisfacente.
Il progetto Total Freedom sembra una realtà.
Conferenza stampa dei vertici del Pentagono a Washington D.C.
La prima verità: TF-01 ricalca la mappatura genetica di una forma di vita finora sconosciuta all’essere umano.
Più di una specie animale.
In effetti una minoranza etnica.
Scandalo nell’opinione pubblica. Ma non ci si può fermare. Le proteste vengono sedate. I cortei si disperdono.
Niente di cui stupirsi.

Poi mi dice: “Non mi lasciano fare quello che voglio. Io non dipingo per loro. Loro dicono che hanno capito, ma non sanno niente di me.
Io non voglio essere un’artista.
Io li odio.
Vaffanculo. Li odio. Non hanno capito niente. Non hanno capito niente dei miei quadri. Vaffanculo. Io…”
Piange.
Io l’ascolto piangere.
Ascolto il vento. Il profumo dei fiori. Stanno comparendo le lucciole.
È primavera anche al parco.

Singer chiude il giornale. Si alza dalla poltrona.
Va alla finestra, lentamente.
Uno strapiombo. Sotto solo il lago.
La sua piccola fetta di assoluto.

5.

Il 24 agosto: mancava meno di una settimana alla mostra.
Giorni febbrili.
Alla fine ci eravamo infilati nella strettoia dell’imbuto. Non parlavamo. B dipingeva. Spesso non dipingeva nemmeno. Stava seduto in silenzio.
Pallido. La barba non fatta. La sigaretta sempre accesa.

Giorni in questo modo.
Il cielo grigio non cambiava. Le giornate non avevano più un ordine logico. Senza tempo. Mangiavamo quando ci veniva fame. Dormivamo quando avevamo sonno.
Non uscivamo più di casa.
B dipingeva. Io gli stavo vicino. Io ero la sua spalla.
Poi arrivò il momento.
Il grande giorno.

6.

Era trascorsa una settimana.
Stavamo entrambi seduti sul divano della taverna. Mtv a volume zero. Immagini. Ci passavamo una canna.
Fuori, pioggia.
Pioggia ininterrotta da sette giorni.

La mostra era andata bene.
Un successo. B aveva ottenuto diverse offerte lavorative.
Ad una in particolare era impossibile rinunciare.
Una gallerista di Boston. La possibilità di esporre negli Stati Uniti. Pochi giorni: una settimana per preparare i locali, una settimana di mostra propriamente detta.
Ventidue anni. Due settimane di vacanza e un nome che oltrepassa l’Atlantico.
Impossibile rinunciarvi.

Ci restavano dieci giorni per godere dell’estate. Dopodichè B sarebbe partito. Sarebbe tornato a settembre. Per me tutto sarebbe tornato alla normalità.
Giorni che non scorderò mai.
Giorni densi di presagi. Sono certo che dissi a B qualcosa, in quei giorni.
Ci sentimmo uniti.
In realtà non successe nulla. Tornò il sole. Bagni al lago. Partite a basket. Gelati. Serate in piazza. Lattine di birra. Musica. Facce conosciute.
Poi finì.
Lo accompagnai in aeroporto.
Disse: “Due settimane e torno indietro”.

7.

Poi successe qualcos’altro.
Ero in macchina. Avevo appena lasciato B all’aeroporto. Ero diretto verso casa.
Intenzioni: concludere l’estate dignitosamente. Uscire. Ubriacarmi. Prendere il sole. Magari farmi una scopata.
Ma successe qualcosa.
Pensai a Francesca. Per la prima volta negli ultimi due mesi.
Mi tornò in mente una scena che avevo scordato.
Un pomeriggio d’inverno. Il parco è innevato. Sono seduto sotto la tettoia della biblioteca comunale.
Jeans attillati infilati negli scarponcini. Walkman nelle orecchie. I Rancid.
A questo punto arriva Francesca.
Bruna. Capelli corti, da maschio. Non è bella. Però ha un fascino tutto suo. Anche lei porta i jeans. Indossa un giubbotto da sci. Azzurro.
Si avvicina.
È raggiante.
“Ieri è venuto qualcuno a vedere i miei quadri”, dice.
“Chi”, chiedo io.
Lei sorride.
“Non puoi neanche immaginartelo”.
“Be’, allora dimmelo”, insisto.
“Coleman Singer”, fa lei.

0.

Due settimane dopo. Il giorno del ritorno di B.
Nove del mattino. Aspetto una chiamata. Aspetto che passi da casa mia e suoni il campanello.
Niente.
Cinque del pomeriggio. Ha ricominciato a piovere. Il telefono non squilla.
Nove di sera. Chiamo a casa di B. Risponde sua madre.
“No”, dice. “Sarà un po’ più lunga del previsto. Due o tre giorni ancora”.
“Non ha lasciato un recapito?”, chiedo.
“Facciamo così”, dice sua madre. “Appena torna ti faccio chiamare. Ok?”

Tre settimane da quando B è partito. Continua a piovere. Il telefono non squilla mai.
Silenzio assoluto.
Chiamo di nuovo a casa di sua madre.
“Senti”, dice la donna. “Può essere che questa storia si faccia piuttosto lunga. È inutile che telefoni ogni settimana”.
Il tono è duro. Seccato. Rimango in silenzio.
Sospira. Sento che si sta ammorbidendo. Muscoli facciali che si rilassano.
“Davvero”, dice. “Va tutto bene. Non devi preoccuparti”.

Un mese e una settimana.
Ho deciso che non telefonerò più.
Fuori piove. Oggi ho comprato il giornale. Total Freedom è in prima pagina. Un’intervista a Singer.
Singer: un fascista.
Non posso togliermelo dalla testa.
Singer e Francesca. B è un giovane artista. L’arte si vende. Singer è tra i maggiori finanziatori di Total Freedom. L’arte è parte della distruzione. Francesca è stata distrutta. Francesca si è autodistrutta.
B negli Stati Uniti. Non chiama.
Io lo sapevo.
L’ho sempre saputo.

Due mesi dopo.
Ultimi giorni di ottobre. Fuori piove. Non ha mai smesso.
Sono solo in camera. Solo in casa. Solo nel mondo. Pioggia: sensazione di malinconia. Non mi piace. La mia stanza: sono lo scarafaggio che abita la mia stanza. Non mi piace.
Squilla il telefono.
Alzo.
Rispondo. Lo sapevo. È B. Lo sapevo. Niente di cui stupirsi.
“Dove sei”, chiedo.
“Non lo so”.
Silenzio.
Dall’altra parte del capo: “Ho poco tempo. Devo parlarti”.
Silenzio.
“Vado lontano”.
“Ancora di più?”
Silenzio. Sensazione di denti che cadono. Denti che si sgretolano in bocca. Non puoi parlare. Sputi sangue e frammenti d’osso.
“Non potrò chiamarti da laggiù”
“Dove vai?”, chiedo.
“Non lo so. In una villa. Hanno una villa anche qui”.
Silenzio.
“Non ti preoccupare”.
Poi un’interferenza. La voce diventa metallica. Un ronzio sempre più insistente.
“Tra poco sono a casa”
Una voce non umana.
Che esita. Sembra voler aggiungere qualcosa. Attimi di tensione.
Poi dice: “Ciao”.
Appende.

(photo by Etherhill – flickr.com)

 

dietrologo

blood.jpg
Mi chiamo B e ho settantuno anni. Per lungo tempo sono stato giornalista. Nel 1960 scrivevo pezzi di politica per l’“Unità”. Dormivo in una mansarda di Milano, stretta e calda come le cosce di una donna.
Votavo il Partito Comunista. Nel 1945, a dodici anni, avevo urlato la mia voglia di libertà in piazzale Loreto, nella massa degli ultimi antifascisti.
Credevo nell’Unione Sovietica e nel socialismo reale.

Scrissi della prima guerra di mafia, quando Angelo La Barbera fu arrestato in viale Regina Giovanna, ridotto ad uno straccio sanguinante.
A quei tempi vivevo con una ragazza. Si chiamava Virginia, veniva dalla provincia di Genova.
Ero innamorato.
Il mio amore esplose in mille pezzi il 12 dicembre del 1969, in piazza Fontana. Ma Virginia non fu tra i sedici morti di quella prima bomba, e nemmeno tra i feriti.
Una bomba uguale era esplosa da qualche altra parte, nel luogo più buio dei miei affetti. E con la bomba era esplosa Virginia.

Fui molto duro, con lei: le dissi che non potevo più vederla.
Le dissi che un nuovo abisso ci separava. Parlavo un linguaggio che lei non era pronta per ascoltare. Il nostro amore non c’entrava: qualcosa di più grande mi stava chiamando.
Pianse, quando le chiesi di lasciare la casa. Soffrivo per lei, ma a questo punto la mia vita non mi apparteneva più: il dubbio si era impossessato del mio cervello.
Non posso dire altro.
Non sono in grado di ricordare cosa esattamente, nella strage di piazza Fontana, mi avesse sconvolto.
Non ricordo la sensazione che provai nel vedere per la prima volta la luce. Però una cosa mi appariva lampante, chiara come il giorno, limpida come l’aria di montagna: non era stata solo una bomba, ma un messaggio, un frammento di verità.
Avevo colto questo frammento. Avevo per un attimo intravisto la cifra che muove il mondo.
A questo punto la mia vita assunse un unico significato: trovare quella cifra, capirla, addomesticarla.

Il primo segnale sul nuovo cammino mi fu inviato dalla televisione: un oggetto che fino a quel momento avevo considerato un semplice elettrodomestico.
Ricordo un’immagine: è il 1970, Andreotti parla dell’omicidio De Mauro. In apparenza, tutto è molto semplice. Un uomo politico parla di un giornalista assassinato. Ma la domanda, a ben rifletterci, sorge spontanea: a chi sta parlando, quell’uomo politico? E perché?
Non fu difficile accorgersi del linguaggio cifrato.
Un insieme di piccoli gesti, ammiccamenti, scelte lessicali. La televisione stava comunicando con qualcuno.
Lo stesso volto contratto di Andreotti, lo scudo crociato, le inquiete occhiate lanciate fuori campo: non a me, erano rivolte quelle parole (quel cordoglio fasullo), ma a qualcun altro, più oltre, molto, molto più in alto di me, da qualche parte nell’etere dei potenti, di coloro che tirano le fila, che sanno la cifra segreta e la usano per schiacciarci sotto le suole come una colonia di termiti.

In poco tempo, la soffitta milanese divenne la mia prigione. E carcerieri (e carcerati) furono i cittadini, le masse, le orde di democristiani che timbravano il cartellino alla Fiat, che non credevano ai complotti, che ridevano dei golpe.

(In quegli stessi istanti, ma lo venni a sapere molti mesi dopo, un principe neofascista stava occupando il Ministero dell’Interno, con l’appoggio della mafia, della massoneria e dei servizi segreti americani. E non ne morii proprio perché, per mia grande fortuna, lo venni a sapere solo molti anni più tardi).

Ma fu una faccenda americana a decidere della mia vita.
Una paura totale, un panico irrazionale si impossessò di me, quando vidi gli aeroplani di Pinochet, pagati in dollari statunitensi, bombardare la Moneda.
Non ascoltai le parole di Allende. Non piansi, non urlai, non riuscii nemmeno a vomitare: il terrore mi paralizzava.

In Italia, il Patito Comunista blaterava di “compromesso storico”.
Non ricordo che cosa provai, quando presi la decisione. Ricordo solo una paura dei grandi spazi, dei cataclismi, delle epoche, la paura della Storia.
Sentivo il fiato di un mastino in divisa fiatarmi sul collo. Vedevo le bandiere nere del capitalismo fascista dilagare per l’Italia, per l’Europa e infine per il mondo.
Fu a questo punto che decisi: sarei diventato un militante della causa comunista, una nuova, imperscrutabile cellula del partito armato.
All’inizio mi mossi con cautela.
Il mio nome era allora abbastanza conosciuto, la mia discreta notorietà poteva in qualche modo essermi utile: dovevo sfruttarla, prima che l’esplosione della mia rivolta la distruggesse per sempre.

Nel 1974 incontrai Licio Gelli ad Arezzo. Mi fu presentato da un amico giornalista, che sapevo appartenere ad una loggia massonica.
Ricordo una giornata ventosa. Ricordo che prendemmo il caffé in un bar qualunque, camminammo come buoni amici, discorrendo della famiglia, dello Stato e del destino.
Nel corso dello stesso anno, vidi il Gran Maestro altre due volte, sempre ad Arezzo. All’ultimo di questi incontri era presente Michele Sindona. Non ci parlammo.

Il 1974 fu un anno improduttivo. Speravo che la frequentazione degli alti vertici della massoneria mi avrebbe dato un’indicazione, un traccia, un percorso da seguire.
Niente.
Per molti anni, non fui al corrente di niente. Nemmeno dell’esistenza di una loggia che tutto controllava, chiamata “Propaganda 2”.

Nel 1976 fondai il primo movimento antimperialista della mia nuova carriera di militante.
Si chiamava “Fronte Organizzato per la Resistenza Comunista Armata”. Negli stessi anni feci parte di altri movimenti in Piemonte, in Veneto, in Lombardia.
Per un certo periodo restai in contatto con le Brigate Rosse, ma presto abbandonai ogni illusione: si trattava di piccoli uomini, per cui l’omicidio era un fatto estetico, morale in un senso vagamente cristiano.
Cattocomunisti con il mitra a tracolla.
Non erano loro a possedere la cifra della conoscenza, la parola che avrebbe fondato una nuova epoca.

Fui incarcerato una prima volta nel 1977, per aver violato una legge che regola la fabbricazione di armi e ordigni.
Non trovarono prove sufficienti contro di me, e fui subito rilasciato: avevo studiato bene i miei nemici, avevo imparato la loro tattica, le loro strategie per difendersi, la loro serenità nel mentire.
Ma fu inutile.
Vidi lo stesso gli anni di piombo dalle grate di San Vittore.
Questa volta l’accusa fu di aver fornito assistenza ai carcerati non dissociati di Milano: per il contrappasso, divenni uno di loro.

Nel 1978 gioii per la morte di Moro e piansi quella di Giuseppe Impastato.
Odiai Curcio (con cui avevo una volta parlato, a Torino), odiai l’eroina raffinata in Sicilia per uccidere il movimento, per un breve, intenso periodo odiai la vita, odiai l’Italia, odiai la mia speranza di fermare il complotto che ci stava privando della libertà, dell’intelligenza, della fantasia.

Fui rilasciato nel 1980. Con l’obbligo di firma e la consapevolezza della digos alle calcagna.
Ad accogliermi, sugli schermi dei televisori, trovai di nuovo il volto impaurito di Andreotti, presidente del Consiglio della storia d’Italia, che versava lacrime torbide per la morte, questa volta, dell’amico Piersanti Mattarella.
Nel 1982, un fatto, irrilevante per un uomo che ha consacrato la vita alla ricerca delle cause prime della Storia, insidiò un nuovo dubbio nella mia mente.
E il dubbio mise radici, come un’edera.
Questo il fatto: l’omicidio del generale Dalla Chiesa, per mano di Cosa Nostra. E questo il dubbio: perché la mafia uccideva un uomo fino a quel momento praticamente innocuo? E perché uccideva un uomo che era diventato un eroe nella lotta al terrorismo di sinistra?

(Molti anni dopo, un articolo letto su “Repubblica” confermò la mia ossessione.
Tommaso Buscetta, il superpentito di Falcone, dichiarava all’Antimafia che l’omicidio Dalla Chiesa costituiva un’anomalia nella storia di Cosa Nostra.
Dalla Chiesa, sosteneva, dava fastidio a qualcun altro molto più che a Totò Riina. L’identità di quel mandante segreto Buscetta se la portò nella tomba).

Poi, per un lungo periodo, rimasi in silenzio.
Ogni notte pregavo il mio dio personale per i morti di Bologna, per i morti di Santiago del Cile, per i morti del Vietnam, per tutte le vittime dell’imperialismo fascista e capitalista, per le vittime dei democristiani e dei socialisti, per le vittime dei mafiosi e dei massoni, dei ministri e dei banchieri, per Jan Pallak, per Ernesto Guevara e tutti i martiri che il capitalismo aveva fagocitato, stampando i loro volti sulle magliette mentre li eliminava dai libri di storia.
Poi, il 9 novembre del 1989, cadde il Muro. E fu la seconda grande frattura, il raggio di luce che permise ai miei occhi, finora soltanto socchiusi (ma lo capii solo in quei giorni d’angoscia), di vedere il mondo, e i fili che lo muovono.

Per una lunga, straziante settimana rimasi attaccato al televisore, convinto che qualcosa sarebbe successo, l’invasione sarebbe cominciata, i piani si sarebbero chiariti: avrei finalmente visto in faccia i volti spettrali dei profeti della nuova era, la restaurazione dello stato fascista.
Furono giorni febbrili. Aspettavo la grande rivelazione (avrei visto la mano dei grandi uomini nella ferocia dello stato), la parola che avrebbe dato un senso alle mie congetture, ai miei lampi d’intuizione.
Ma le settimane passavano e nulla accadeva.
Bush e Gorbaciov si stringevano la mano in mondovisione.
Il PCUS veniva soppresso e a centinaia di chilometri di distanza Gorbaciov riceveva il Nobel per la pace.
Giorno dopo giorno era sempre più chiaro che niente sarebbe successo.
Fu a questo punto che iniziò la seconda metamorfosi.

Il ragionamento è logico, limpido come l’etere: quando due nemici sorridono, e si baciano, e brindano al futuro, significa soltanto una cosa: che i due nemici sono nemici solo per finta, che la guerra è un’invenzione, o una distrazione, o una copertura.
Ma che cosa (questa era la domanda), che cosa si voleva coprire? Chi, se non le potenze della restaurazione fascista, stava dietro al linguaggio cifrato degli elettrodomestici impazziti? Se Stati Uniti e Unione Sovietica combattevano assieme (mano nella mano dalla Volga al Tennessee, dalla vodka al rinato mito del cow-boy), chi era il nemico?

Poi capii.
Era molto semplice. Molto più semplice di quanto avessi mai immaginato, e molto più tremendo: il terrore si fece panico, conquistò ogni cosa, dall’infinitamente piccolo (fare un caffé, lavarsi le mani) all’infinitamente grande (l’universo in espansione), questo panico strideva come un gesso sulla lavagna, perché era l’angoscia del niente, la totale impotenza.
Noi siamo il nemico.
Noi, il popolo, i cittadini, le masse, i democristiani impenitenti, gli assassini del cattolicesimo, i riformisti moderati, gli estremisti, i padri e le madri di famiglia, tutti quelli che si svegliano una mattina senza rendersi conto di nulla e chiudono gli occhi, un giorno, convinti che nulla stia accadendo.
Un sistema perverso ci sta usando come combustibile per la sua indecifrabile macchina: questa è la verità, la più atroce di tutte.
E non c’è via di scampo.
E non c’è redenzione: noi siamo il nemico, noi siamo il sistema.
Le nostre vite sono la benzina che giorno dopo giorno ci permette di vivere. Questo (e questo soltanto) offusca la visuale, concede la gioia, ritarda il suicidio del singolo, dell’epoca e della specie.

Abbandonai la lotta armata. Uscii dal giro senza dare spiegazioni, cambiai numero di telefono e indirizzo.
Tornai a fare il giornalista. Non più, è ovvio, per quell’organo del sistema che è la stampa ufficiale.
Tra il 1990 e il 1995 scrissi per ogni sorta di rivista sotterranea, pubblicazioni non autorizzate, tutto un mondo di gente che aveva trovato una via, la sua strada personale per resistere al peso delle domande, per opporvi una risposta.
Esposi le mie opinioni sistematicamente.
Scrissi su riviste di avanguardia poetica (“Oltre”, “Neo”, “Carne & Ferro”); scrissi volantini per organizzazioni neofasciste (“Impero”) e comuniste (“Comitato Sovietico Italiano”); scrissi per mensili di scienza (“Benzedrina”), riviste ultracattoliche (“Alzatevi!”), bimestrali satanisti o dediti al culto del male (“La Bestia”); scrissi volantini antisemiti (“La Piovra”); intervenni nei dibattiti di riviste che trattavano unicamente la vita extraterrestre (“Più in là dell’umano”); non esclusi alcuna ipotesi, non accettai alcun compromesso, non feci mai un passo indietro nelle mie posizioni.

Gli articoli si somigliavano tutti, perché la tesi espressa era una sola: il capitalismo è ovunque, e il capitalismo ci vuole narcotizzati o morti.
Il capitalismo è nella borsa di Wall Street, negli harem degli Emirati Arabi, nella mafia russa, nelle stragi in Ruanda, nella sirenetta di Copenhagen, nei carri armati di piazza Tien-An-Men, nelle sei punte dello Stato di Israele, nelle “Mani Pulite” dei socialisti, nel cratere di Capaci, nei campi di addestramento in Nicaragua.
Il capitalismo non è una teoria, ma un complotto.
Il capitalismo ci porterà alla morte, se non troveremo il modo di estirparlo dai nostri cervelli, dalle nostre anime, dai nostri figli.
Il capitalismo ci ha resi vermi schifosi, miseri insetti, ci ha resi nevrotici e impotenti.

Con il passare degli anni mi feci un nome tra gli esperti del genere.
In breve tempo i miei articoli si costruirono un ristretto ma solido pubblico. Vennero raccolti in un’antologia e tradotti nelle principali lingue europee.
Partecipai a convegni in giro per l’Italia. Nel 1993 uno storico inglese, uno dei maggiori esperti mondiali di quella che, con un misto di ironia e passione, chiamava la “teoria del complotto”, venne a Milano per intervistarmi.
Persino qualche rete televisiva si interessò al mio lavoro di ricerca e al coraggio delle mie opinioni. Non mancavano, è ovvio, le opposizioni, le accuse di carrierismo, le voci che mi dicevano pazzo.
Non me ne curavo.
Sapevo che gli stessi che di giorno ridevano di me, la notte avrebbero pensato alle mie parole. Al buio, in una stanza prodotta in serie, stesi accanto ad una donna che non conoscevano, che solo per legge chiamavano moglie, una piccola parte della mia paura sarebbe stata anche loro, anche loro per un attimo avrebbero visto la violenza di questa esistenza da topi, e mi avrebbero dato ragione.

Ricevetti la prima lettera minatoria nel 1994. Un mittente anonimo mi intimava di smetterla “con tutti questi schiamazzi”, altrimenti avrei passato dei guai.
Non diedi al fatto alcun peso. Sul finire di quello stesso anno ricevetti la seconda lettera.
Era dicembre. La sera prima ero stato ospite ad un programma televisivo di cultura e attualità, negli studi di una rete regionale lombarda.
Il dibattito verteva sui mandanti della strage di piazza Fontana (cadevano quel giorno i venticinque anni). Per quanto mi rendessi conto che il momento era politicamente molto delicato, non seppi trattenermi: parlai della deriva neofascista di questa neonata Italia (veniva in quei tempi inaugurata, si diceva, la “Seconda Repubblica”), dei loschi traffici della massoneria milanese, infarcita di riciclati della P2, dell’aspetto inquietante di Forza Italia, delle inimmaginabili collusioni dei suoi gruppi di pressione, di Publitalia, di Finivenst.

La seconda lettera era un’esplicita minaccia di morte.
Sembrava scritta da due persone differenti: da un lato, come una madre preoccupata per il figlio scapestrato, mi consigliava un momento di riposo, lontano da Milano e dall’Italia.
Dall’altro, prometteva di uccidermi se non avessi seguito il consiglio.
Poco dopo, venni denunciato per diffamazione. Ad accusarmi era una complessa rete di politici e imprenditori, tutti, in qualche modo, toccati dalle mie rivelazioni.
Per il processo di primo grado, che si tenne a Brescia, mi fu assegnato un avvocato d’ufficio, perché non avevo mezzi sufficienti per assumere un libero professionista.
Il procedimento penale fu straordinariamente breve. Venni giudicato colpevole, ma riuscii a non pagare la grossa somma di risarcimento grazie alla perizia psichiatrica, che decise per la seminfermità mentale.
Il ricorso in appello mi fu negato, nonostante il sospetto di forti collusioni tra magistratura e banco dell’accusa fosse ormai generalizzato.

Ne uscii provato, ma non sconfitto. La crescente ferocia delle opposizioni nei miei confronti, poteva significare soltanto una cosa: ero sulla strada giusta.
Fu a questo punto che raggiunsi l’apice della mia popolarità.
Con una strategia spesso usata dai detentori del potere mediatico, dai costruttori di paura, dai padroni dell’informazione, gli stessi che pochi mesi prima mi avevano citato in giudizio, ora mi chiamarono ospite nella punta di diamante della nuova televisione asservita ai padroni: mi chiesero di parlare a “Porta a Porta”, il seguitissimo talk show di Bruno Vespa.
E parlai.
Nonostante avessi ben presente che l’obbiettivo dei potenti era quello di ridicolizzarmi, frantumarmi agli occhi della pubblica opinione, farmi ridere dietro come ad un pazzo, un paranoico, nonostante sapessi tutto questo decisi di non trattenermi, di raccontare tutto ciò che sapevo.
Parlai di come i servizi segreti americani (i servizi segreti che nel 1948 avevano fondato la repubblica italiana) avessero per anni pagato i neofascisti, in accordo con l’arma dei Carabinieri e i Ros.
Parlai di Borghese, dei suoi rapporti con l’OSS ai tempi della “Decima Mas”. Parlai del complotto giudeo che stava distruggendo la Palestina, di quello capitalista che aveva condannato a morte l’Africa.
Parlai dell’AIDS, della grande truffa dell’AIDS eretta dal nulla da un cartello di case farmaceutiche.
Parlai del governo Berlusconi, della mafia, delle bombe che avevano smesso di esplodere.

Poi dissi qualcos’altro.
Dissi quello che nessuno si sarebbe mai aspettato.
Dissi che tutto quello che avevo appena finito di raccontare non era vero. Non era mai accaduto. La Storia non era andata così. Tutto, dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande, era una costruzione mediatica, un trucco delle televisioni, un inedito aspetto della strategia della tensione.
Perché questo era il punto: la paura.

Interruppero la trasmissione con una scusa qualsiasi. Mi dissero di tornare subito a casa, che non sarebbe finita lì, che avrei ricevuto loro notizie.
Mentre uscivo venni fermato da un uomo in tuta da operaio.
Scappa, mi disse, questi ti ammazzano.

Due giorni dopo (era mattina, uscivo per fare la spesa) venni rapito da quattro uomini ben vestiti, bendato e portato nelle cantine di un appartamento a Milano.
Non ricordo nulla del luogo.
Buio. Odore di polvere. Freddo.
Non ricordo cosa accadde. Nessuno venne a parlarmi. Nessuno entrò mai nella cantina, nemmeno una volta.
Rimasi segregato per un tempo che mi parve interminabile. Senza cibo e senza acqua. Costretto a defecare in un angolo, a dormire per terra.
Senza una via di fuga: la porta era blindata. La stanza alta, senza finestre.
Cercai di salvarmi per poche ore. Poi accettai di morire, e cominciai a regolare i conti con la mia coscienza.

Poi mi accorsi delle cicatrici.
Sul cranio. Decine, di varie misure, lunghe fino a dieci centimetri.
Urlai, ma non servì a nulla. Sperai di morire il più presto possibile, di fame, di sete, di stenti, di rabbia.

Fu a questo punto che la porta si aprì.
La luce inondò la cantina. Una luce che non avevo mai visto. Una luce che agli uomini normali non è dato di vedere.
Fu un attimo. Capii che avevo ragione. Capii allo stesso tempo che avevo sbagliato tutto. Che i miei occhi non si erano ancora aperti.
La cifra che muove il mondo era davanti a me. Impossibile da guardare. Impossibile da dire. Impossibile da comprendere.
Allora mi inginocchiai e aprii le braccia, pronto ad accoglierla.
La cosa entrò nella stanza.

(photo by Racchio – flickr.com)

aimee bender – creature ostinate

cannibals.jpg

Storie che sono qualcosa di cattivo.
Eppure storie che sorridono.
Donne ben vestite. Uomini che seviziano uomini più piccoli. Dita a forma di chiavi. Denti.
E tutto percorso da un’ironia e da una pietà umana che tagliano. Storie impossibili per l’amore con cui è raccontata la crudeltà, la gioia con cui è vissuta un’incomprensione cosmica.
Terzo racconto, intitolato “Via”: “Avevo dipinto un campo di grano, è vero, ma a guardarlo da vicino si capiva che attaccato ad ogni spiga c’era un coltello scintillante”
Quando guardi da vicino trattieni il fiato. Hai l’impressione che le parole si aprano, ti accolgano in uno spazio che non conosci e non riesci perfettamente a comprendere.
La narrazione diventa cosa. Si concretizza. Si costruisce.
Ci sono scrittori che scrivono racconti e scrittori che edificano mondi. Ci sono frasi che veicolano un significato e frasi che aprono porte.
Il mondo di Aimee Bender è mitologia. È leggenda. È immaginario collettivo traslato nel regno dell’assoluto, sottocultura televisiva che diventa fiaba, racconto perverso di una bambina psicotica.
È l’eccezionalità di un quotidiano che contemporaneamente si disgrega e si ricostruisce. Non è frammentazione: è la colla che tiene assieme i brandelli di un’esistenza parcellizzata, il filo che unisce i singoli, che fonda la comunità globale della comunicazione.
Perché questo sono i racconti di Aimee Bender, leggende post-postmoderne di un villaggio globale che si è fatto comunità.
C’è qualcosa di molto moderno, in tutto ciò. Un medievalismo di ritorno che solo il popolo di internet, della rete sociale, dell’intersezione come valore può comprendere appieno.
Il racconto inizia e finisce. Il libro inizia e finisce.
Finiscono entrambi ma potrebbero non farlo. Perché in questo racconto e in questo libro c’è una sostanziale libertà della parola, una sostanziale autonomia del testo dal libro come oggetto.
C’è una sostanziale oralità nella parola di Aimee Bender. I suoi racconti sono chiacchiera popolare, passaparola. Sono popolati da esseri mutanti e prodigi della natura, ragazze da copertina e déi vendicativi. E tutto questo senza stupore, perché nessuno si stupisce guardando il telegiornale, perché per Ulisse era del tutto normale incontrare sul suo cammino un gigante con un occhio solo.
È sospensione del giudizio.
Accettazione di un mondo in perenne mutamento, dove il nuovo (l’assurdo) non sconvolge più, ma si configura come “pura e semplice sopravvivenza” (Vattimo).
Gehlen l’ha chiamata post-histoire.
Aimee Bender dice: benvenuti.

(photo by arobe2 – flickr.com)

walter tevis – l’uomo che cadde sulla terra

ice.jpg

Cominciamo sfatando un mito: “L’uomo che cadde sulla terra” non è un romanzo di fantascienza. Almeno non in senso stretto. Potremmo dire che è un romanzo di fantascienza come la Bibbia è una saga fantasy: i prodigi accadono, ma altrove, in una dimensione puramente narrativa. Non è questo, che conta.
L’alieno che cade sulla terra è un uomo: questo significa, anche troppo esplicitamente, il titolo. Il parallelo costante tra Thomas Jerome Newton (l’alieno, appunto) e l’Icaro di Bruegel è, se possibile, ancora più esplicito. Bruegel non parlava di mitologia e Tevis non parla di alieni. Icaro affonda in un’acqua che non significa altro che morte per annegamento: sguazza, si dimena e alla fine affoga, ignorato da una composizione che relega in un angolo tutte le presunte smanie di assoluto della sua vicenda. Allo stesso modo annega T. J. Newton, in un bicchiere di gin e angostura, ovvero nel più umano dei vizi umani. E le navi spaziali, le civiltà aliene, i pianeti sconosciuti accadono, seppure accadono, da tutt’altra parte, lontanissimo dal qui ed ora di questo mondo.
Che sarà pure brutto, ma è l’unico che (almeno per ora) ci è dato di conoscere.

Walter Tevis era un alcolista, e non, come fa giustamente notare Evangelisti nella prefazione al libro, un alcolista alla Bukowsky, un artista maledetto disperatamente votato all’autodistruzione. Walter Tevis era un alcolista e basta. Un professore stimato, uno scrittore di successo, e un alcolista. Uno che si dedicava alla propria morte con costanza inconsapevole (con “quieta disperazione”, si dice ad un certo punto, citando Thoreau): c’è chi fuma troppo, chi lavora troppo e chi beve troppo.
E qui sfatiamo un altro mito: “L’uomo che cadde sulla terra” non è la storia di un alieno deluso dal mondo degli umani, tanto deluso da cercare conforto nell’alcol. Che Newton finisca per dedicarsi al gin è del tutto tangenziale, e non rispecchia, se non in minima parte, l’esperienza autobiografica di Tevis. Poteva dedicarsi al sadomasochismo, o all’eroina, e sarebbe stata la stessa cosa. Anche questo accade altrove.

C’è un’altra cosa che questo romanzo non è: una parabola cristiana (o romantica, che in questo senso è la stessa cosa) sulla perdita della purezza. Newton non è un essere puro, al contrario è una forma evoluta dell’istinto imprenditoriale/politico proprio della razza umana. Se “cade” sulla terra non è per eccessiva purezza d’animo, ma al contrario per eccessiva ambizione: come Icaro che immaginava di raggiungere il sole, Newton (e la sua stirpe di uomini evoluti) immagina (e lo dice, ancora una volta, esplicitamente) di vivere sulla terra come un essere umano vivrebbe in una colonia di scimmie: dominando.
Il sole non si raggiunge, gli esseri umani, anche se a volte ci somigliano molto, non sono scimmie.

A questo punto la domanda è legittima: che cos’è allora questo romanzo di Tevis?
È essenzialmente un romanzo di uomini, scritto da un uomo per altri uomini, fatto di protagonisti umani, pieno di umana disperazione, di vizi e gioie e pietà in tutto e per tutto umane.
Newton è un alieno nello stesso senso in cui Kurt Cobain era un alieno, o Cristo (almeno in una visione “letteraria”, e vagamente apocrifa, della religione), o lo stesso Tevis: un essere diverso dagli altri, più evoluto, forse, ma con una struttura ossea incapace di sostenere il peso della gravità. Un alieno è un essere umano fatto di vetro: basta toccarlo perché si spezzi. Non è come gli altri ma vorrebbe esserlo, e qui sta la sua ambizione titanica e blasfema, e la sua condanna (questa volta sì) mitica.
E l’alcol a sua volta non è un rifugio o una pulsione di morte: è solamente il mezzo, molto umano, per diventare come gli altri esseri umani, un medium di comunicazione, una ricerca di spontaneità, un tentativo di scordare la propria natura aliena per fondersi con quella umana, più calda e pulsante.
Se “L’uomo che cadde sulla terra” fosse la storia fantascientifica di un alieno alcolista e della sua caduta dagli olimpi della purezza al magma indistinto della perdizione – se fosse tutto questo non avrebbe alcun valore. Sarebbe paccottiglia tardo-vittoriana imbevuta di luoghi comuni sulla letteratura di genere, vagamente trasgressiva e assolutamente troppo pretenziosa.
Invece è una storia che parla di comunicazione, di bisogno di amore, di paura, di solitudine, di ricerca del contatto fisico.
In questo senso, e solo in questo senso, si scopre tutto il suo valore.

jonathan lethem – ragazza con paesaggio

nico.JPG

Jonathan Lethem è uno strano personaggio.
Leggi Ragazza con paesaggio è hai l’impressione di leggere due libri contemporaneamente. Uno si muove sottoterra, striscia come un verme, ricorda il rumore di fondo di un vecchio amplificatore. L’altro racconta. Spiega. Definisce.
Il primo è una storia di tumulti adolescenziali, una corsa a velocità folle verso l’autodistruzione, una tentazione irresistibile all’annullamento. Il panorama alieno che gli fa da contorno è magistrale, in questo senso: edifici diroccati, deserti di polvere rossa, creature ambigue e silenziose. Una teenage wasteland (direbbero gli Who) che sta a metà strada tra Sergio Leone, Giorgio De Chirico e T. S. Eliot. Una zona senza spazio e senza tempo. Mitica, crepuscolare.
Il secondo fa la parte del superio. Ha una tendenza reazionaria all’ordine: costruisce dove l’altro distrugge, smussa gli angoli, addolcisce le tinte. Razionalizza il caos frenetico della corsa verso la morte. Inibisce gli istinti. Recupera le istituzioni.
Più importante di tutto: edifica significato.
Perché questa, in fin dei conti, è una storia di significati e di tensioni: la storia della tensione tra il mondo asignificante degli istinti (leggi: adolescenza) e quello significante della razionalità (leggi: età adulta).
Tra i due estremi la corda è tesa come un nervo, pericolosa come una scarica elettrica, tagliente come la lama di un rasoio.

La narrazione genera il dubbio. È chiara come un’illuminazione, confusa come un sogno. Estremi che convivono, ancora una volta.
Pella Marsh ha quattordici anni e una certa nausea che si mischi all’euforia che si mischia ai primi appetiti sessuali. Ha una madre morta di cancro, un padre fallito come politico e come uomo. La terra è un luogo inospitale: l’ozono si è definitivamente consumato e i raggi UHV hanno reso la superficie inabitabile.
Allora la famiglia Marsh fugge. Migra su un pianeta poco colonizzato ai margini del sistema solare, una volta abitato dalla popolazione degli archisti, ora scomparsi per motivi ignoti.
Cosa si trova su un pianeta lontano anni luce dalla Terra? Qualche famiglia americana; animali più o meno fatiscenti che passano la loro esistenza a correre e a spiare gli esseri umani; archisti troppo stupidi per fuggire, che vagano nel deserto come naufraghi; Efram Nugent, cowboy dalla personalità indefinibile, paradigma vivente di qualcosa di lugubre e violento e incredibilmente attraente, signore malvagio (o forse no) e affascinante (o forse no) di questo pianeta fatto di relitti architettonici e umani.
E un virus alieno, che fa qualcosa di molto brutto agli esseri umani di età non adulta…

Poi comincia la fuga, la corsa, il movimento frenetico che è tentazione del nulla. E la corda si tende, tra poli opposti che contemporaneamente si attraggono e si respingono. Un romanzo racconta quello che l’altro prova sulla propria pelle. Il silenzio copre l’urlo, lo reprime e allo stesso tempo lo normalizza, gli conferisce una forma percepibile all’orecchio umano.
È una scatola cinese, un file compattato: due clic e le strade si biforcano, la storia si trasforma in due storie.
Il che significa: tensione. Compresenza di due stati opposti in uno stesso luogo (in una stessa persona) ovvero (ed eccoci al punto) adolescenza: la ragazza è contemporaneamente donna e bambina.
È in questo modo, più o meno, che il tema del racconto diventa il modo di raccontare.

Si potrebbe anche dire che questo libro è un contenitore senza fondo, una citazione continua e deliberata.
Partiamo dalle cose più semplici. Che Lethem ci sapesse fare con i generi lo sapevamo già da tempo. Ma qui la tecnica è di livello superiore: non solo Ragazza con paesaggio sposa fantascienza e western, ma lo fa citando a sua volta clichè popolari all’interno del clichè di genere. Tanto per intenderci: il terribile Efram Nugent, incarnazione quasi mitica dei principi di Eros e Thanatos, si ritrova di tanto in tanto a somigliare ad una macchietta dell’american dream come John Wayne. L’ironia insita in questa contraddizione, naturalmente, non va nemmeno commentata.
Ma c’è dell’altro.
Per esempio una vicinanza quasi incredibile tra questo romanzo e la lettura deleuze-guattariana dell’opera di Kafka: una rizoma (il pianeta alieno, la morte della madre, questa cosa feroce che è l’adolescenza) e una linea di fuga (il movimento frenetico di Pella, trasformata in un essere rapido come un impulso, pressoché invisibile e totalmente asignificante).

Insomma Lethem cita, strappa brandelli di cultura alta e bassa, mangia, digerisce, espelle. E poi con l’abilità di un grande artigiano, un po’ grezzo e un po’ raffinato, incolla per ricostruire.
Un bel romanzo, forse non un romanzo eccezionale.
Ma un’opera incredibile.
Da leggere, smontare e poi rimontare, a proprio piacimento.

olivier adam – passare l’inverno

banlieu.jpg

Accoglienza in tono minore per un libro dai toni minori. Minimum Fax esce con una pubblicazione che non fa urlare al genio. Niente antologie definitive, niente giovanissimi eccezionali talenti nostrani. Ogni tanto succede anche alle etichette di culto.
E a dirla tutta è proprio un peccato che di questo libro si sia parlato poco – perché se ne è parlato poco, pochissimo.
Meglio: se n’è parlato su canali inusuali. Recensioni sono comparse su riviste di moda (Elle) e su riviste di musica (Rolling Stones, Il Mucchio Selvaggio, Rock Star). Agli addetti ai lavori, esclusa qualche eccezione (Stilos, Mangialibri), è passato inosservato. Sarà un caso? Forse no.
Perché Adam è uno scrittore periferico di una letteratura periferica. Uno scrittore essenziale fatto di ritmi più che di parole, di scariche elettriche più che di concetti. Uno di quegli scrittori che piacciono agli scrittori, e non ai critici.
Eppure è giovanissimo e di talento ne ha da vendere. Eppure “Passer l’hiver” ha qualcosa da dire. Che cosa? La disperazione, il disfacimento, la solitudine. Ma anche tutto un universo di quotidiane gioie e speranze, di amori mai esplosi, di impossibili possibilità di fuga. Ha da raccontare l’umanità, nella sua forma più viva.
Storie che pulsano come un mal di testa. Nausee e sorrisi e pruriti di esseri umani che sono soltanto esseri umani.
Nervi e sangue, come diceva Cechov.

Meglio ancora: Adam non dice. Questi nove racconti sono silenzi interminabili, porte chiuse dietro le quali accade la vita. Sono istantanee a bassa saturazione di un Occidente in crisi, parole non dette, domande alle quali non esiste una risposta.
Sono essenzialmente assenza. Quello che manca. Quello che resta in questo universo senza centri di gravità, in questo mondo fatto di cose, di lavoro precario, di amore precario, di esistenza precaria.
C’è Carver, naturalmente.
Carver come scrittore e come esperienza, come punto d’osservazione obliquo, come pietà del vinto per i vinti. Carver come artigiano che fa delle parole un pretesto per dire qualcos’altro, un’impalcatura che nasconde, che svela il sacro dimostrando la sua totale ineffabilità.
C’è in questi nove racconti la convinzione intimamente minimalista che l’immagine sia superiore alla parola. Qualcosa come: questo è il fatto, a te l’interpretazione. Più lasci il vuoto più questo si riempie. Di cosa? Di tutto ciò che le parole non possono esprimere: solo ciò che non vale la pena di essere detto può essere detto.
Tutto il resto al lettore.

Insomma: Adam non inventa niente di nuovo.
Ma noi nell’originalità non ci crediamo più di tanto. Crediamo però in una letteratura che parli del presente e che lo faccia con questa efficacia, con questa determinazione.
Noi siamo le infermiere, i tassisti, le donne in lutto che popolano questi racconti. Siamo questi quadretti invernali tesi e trasparenti e fragili come il ghiaccio. Siamo queste nove unità di spazio e di tempo perché le nostre vite sono unità di spazio e di tempo, senza un disegno superiore, senza uno scopo.
Passare l’inverno è una colonna sonora di elettronica minimale, un video senza suoni, le storie che leggi sul giornale, le immagini che vedi dal finestrino dell’autobus. Di scrittori così ce ne vogliono. Contro le chiacchiere, contro lo spettacolo a tutti i costi.
Come in una splendida hit dei Depeche Mode: una celebrazione del silenzio, una letteratura che non vuole essere letteratura.
In un certo senso è tutto quello che si può chiedere a uno scrittore.