vendicatori mascherati a san salvario

come mai l’immigrazione clandestina diventa un problema soltanto quando fa comodo

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Quando si parla di immigrazione essere sinceri con sé stessi è sempre difficile. Si mettono in gioco paure ataviche dell’altro, complesse questioni di legalità democratica, ideologie, luoghi comuni. Quando l’immigrazione diventa un problema di sicurezza pubblica, passa cioè dalle competenze della politica istituzionale direttamente sulle spalle dei cittadini, il problema si complica. Se poi si vive anche in Italia, dove quello di raccontare la verità è sport molto poco diffuso, ecco che l’enigma diventa d’un tratto irrisolvibile. Direi di più: impronunciabile.
La questione delle ronde cittadine nel quartiere di San Salvario presenta nel suo nucleo innumerevoli complessità. C’è la questione prettamente politica della gestione dell’immigrazione extracomunitaria, c’è un problema più ampio di sicurezza e di legalità, c’è la questione fondamentale per la democrazia dell’uso della forza concesso a semplici cittadini, almeno nella teoria. Se si vuole provare (almeno provare) a raccontare la verità su questa storia è necessario sfatare alcuni miti, diffusi in maniera preoccupante tra la cittadinanza e sui media, tanto a destra quanto a sinistra.
Primo: per quanto sia convinzione diffusa nell’opinione pubblica, San Salvario non è un quartiere invivibile. Non è vero, come vuole far credere la Stampa (16 giugno 2007) che “dalle 20 fino all’alba è letteralmente impossibile passeggiare senza correre il rischio di essere aggrediti”. San Salvario è un quartiere giovane e culturalmente molto attivo, che offre ottime possibilità di intrattenimento notturno. Niente scenari apocalittici, dunque, nessuno spettro di Toxic Park, Vallette, borgate dimenticate da dio e dall’uomo. Niente di tutto questo.
Secondo: non è vero, come si racconta una certa sinistra buonista e vagamente alteromondista, che gli immigrati a San Salvario sono essenzialmente “brava gente”, portata sulla via della delinquenza dall’emarginazione e dalla povertà. Molti di loro spacciano haschisch perché è meno faticoso e più remunerativo che fare il muratore in un cantiere o l’operaio di fabbrica. Altri spacciano cocaina in via Ormea (o fanno prostituire le loro donne su corso Massimo) e all’alba tornano nei loro appartamenti in Crocetta a godersi magari 500 euro di guadagno notturno.
Non è possibile, peraltro, parlare genericamente di “immigrati”, facendo di tutta l’erba un fascio: esistono diversi tipi di immigrazione e queste differenze vanno colte e comprese, pena, di nuovo, una generalizzazione che semplicemente non tiene conto della complessità del reale. Esistono insomma diversi gruppi etnici (maghrebini, rumeni, rom, centrafricani, sudamericani, cinesi) e all’interno di questi gruppi etnici persone oneste e criminali. Persone, e non genericamente “immigrati”.
Terzo: le ronde volute da Azione Giovani nascondono ben altro che una “spontanea” reazione popolare ad un problema purtroppo reale. Se esistono (se si lascia che esistano) un motivo c’è, e sarebbe bene capire quale.

Qualche data, innanzitutto. Le ronde a San Salvario ricominciano il 15 giugno di quest’anno, in risposta ad una fantomatica escalation della violenza nel quartiere. Unico problema: l’escalation non c’è stata; la solita illegalità diffusa, questo sì, le solite piccole tensioni. Niente di grave, o comunque niente di nuovo.
Risposta a cosa dunque? All’aggressione di Maurizio Marrone, coordinatore nazionale di AG, avvenuta nel quartiere martedì 12 giugno. Un fatto sgradevole, certo, ma tutto interno all’orticello del partito. La situazione a San Salvario è la stessa da almeno dieci anni, ma ci volevano due schiaffi al povero Marrone perché la destra se ne rendesse conto. Bene.
Tralasciando queste futilità, c’è da dire che non stupisce molto il desiderio di una “giustizia-fai-da-te” proveniente da certi ambienti di destra, che, ormai è sotto gli occhi di tutti, stanno andando radicalizzandosi con il passare dei giorni. Quello che potrebbe stupire, semmai, è l’appoggio unanime che certi ambienti non solo destrorsi, ma “neutrali” o addirittura di sinistra hanno dato all’iniziativa. Potrebbe stupire che un sindaco che si ostina a definirsi erede della tradizione antifascista dimostri a questi moti popolari un dissenso tanto vago da sembrare una giustificazione. Un moto popolare che, se non lo è nei fatti (si tratta in effetti di una manciata sparuta di reazionari scortati dalla polizia), almeno nella teoria è fondamentalmente squadrista: un manipolo di vendicatori notturni che colpiscono dove lo stato non arriva. E questo, in una democrazia, è semplicemente inaccettabile.
A guardare più da vicino, comunque, ci si rende conto che di stupefacente, o incoerente, non c’è proprio nulla. E questo almeno per due motivi.
Primo: l’immigrazione clandestina, e il carico di illegalità che porta con sé, diventa un problema soltanto quando fa comodo. A chi? Ai politici, ma anche ai cittadini. Perché quando si parla di criminalità circoscrivere il discorso ad un’etnia, o a più etnie extracomunitarie è semplicemente falso. Intorno ai criminali maghrebini e senegalesi (ai pusher e ai magnaccia) prolifera un enorme giro di criminalità tutta italiana: strozzini che affittano a questa gente topaie invivibili, costringendoli a pagare affitti esorbitanti (e se provi a protestare ti denuncio, finisci in CPT e poi dritto al tuo paese); impresari edili che possono permettersi di assumere in nero muratori extracomunitari pagandoli tre euro l’ora, senza ferie e senza nessuna garanzia di sicurezza sul lavoro; speculatori edilizi che proprio grazie a dieci anni di criminalità e immigrazione clandestina possono permettersi, oggi, di comprare San Salvario a prezzi da fame.
E questo è il secondo punto: tutti sanno (perché è stato detto a gran voce e perché basta vivere in questo quartiere per accorgersene) che è in atto un processo, seppure molto lento e per certi versi anomalo, di riqualificazione del quartiere. E intendiamoci, niente di male a riguardo: tutti vorremmo vivere in un mondo pulito e ordinato, senza criminalità, prostituzione, eroina agli angoli delle strade. La questione fondamentale è il prezzo da pagare per raggiungere l’obbiettivo. Si possono fare retate di polizia indiscriminate, che vanno a colpire criminali effettivi e poveracci che lavorano dodici ore al giorno sottopagati per guadagnarsi la cittadinanza italiana. Si possono spedire in CPT donne vecchi bambini cani e gatti, se si vuole. Si possono anche organizzare le ronde neofasciste, purché il quartiere si depuri della sua malattia endemica.
Senza arrivare a supporre una speculazione edilizia in grande scala e diretta dall’alto, senza ipotizzare un diretto coinvolgimento di Chiamparino nell’organizzazione di queste fantomatiche ronde, il dubbio sorge spontaneo: non è per caso che questa situazione faccia comodo a tutti? A quei criminali italiani che su, e con, questa gente ha mangiato per dieci anni, e che ora vede la possibilità di affittare il proprio appartamento al doppio del prezzo; ai politici più o meno collusi con questa illegalità e a quelli che semplicemente cercano voti e consensi facendo leva su una problematica vicina alla gente, sentita, reale.
Se le cose stanno così, le ronde non solo non risolvono il problema, ma anzi vengono a costituirsi come l’ultimo tassello di un problema che parrebbe irrisolvibile.

In sintesi, una cosa vorrei che fosse chiara: il problema c’è, è grosso come una casa e va risolto. Il problema è un problema di legalità, e non di immigrazione extracomunitaria. È un problema che vede criminali extracomunitari vittime e carnefici di altri criminali, questa volta italiani, vittime e carnefici a loro volta.
La politica ha il preciso dovere di dare una risposta a questo problema, dura e mirata nei confronti di qualsiasi tipo di criminale, indipendentemente dalla sua etnia e cultura d’origine. Le forze dell’ordine farebbero bene ad arrestare chi spaccia il crack ai bambini e chi spaccia pollai per case, invece di controllare biglietti e documenti sugli autobus che attraversano il quartiere (come sta accedendo in questi giorni) con l’unico scopo di spedire in CPT gente che magari non ha il regolare permesso di soggiorno (e sfido ad averlo, con una legge come quella italiana) ma che non ha mai fatto niente di illegale in tutta la sua vita.
Insomma il problema è complesso, molto più complesso di quello che sembra, perché è complessa la realtà delle cose. Finché questa complessità non verrà percepita e compresa, finché non si abbandoneranno atteggiamenti conniventi o interessati, reazionari, violenti o utopici, il problema non verrà mai risolto.
Fino ad allora, per favore, niente moralismi.

uomo che cade

 

 

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I know a ghost
Can walk through the walls
Yet I’m just a man
Still learning how to fall

(Blonde Redhead)

28 aprile 2014. Apri gli occhi. Qualcosa ti ha svegliato. Sei confuso, non riesci a capire. Dove ti trovi? Ti guardi intorno: un treno. Qualcosa ti disturba, non riesci a capire cosa. Guardi fuori dal finestrino: campi di grano inondati dal sole. Campi… L’Illinois. Stai tornando a New York City. Ora ricordi. Ritorni… Qualcosa ti disturba, non riesci a capire cosa. Ti guardi intorno disorientato. Gente, facce comuni di gente comune. Poi capisci. La musica. Le cuffie che trasmettono musica in streaming, l’apparecchio che capta le onde radio con cui hanno saturato l’atmosfera. Questa musica… Ti ricorda qualcosa. Ti ricorda troppe cose. I ricordi ti soffocano, riempiono i tuoi polmoni come acqua. E tutto crolla, in un attimo, per un attimo. Stai facendo la cosa giusta? Non hai più scelta, a questo punto. Stai… Non hai più alcuna scelta, non puoi più tirarti indietro. Non hai… Questa musica… Nessuna scelta…

Aprile 1998. Vento. Un vento dolce sulla piazza. Solleva sacchetti di plastica. Scuote gli alberi. Scuote la gonna di N, scompiglia i capelli di B. Sole contro le lenti scure di tre paia di occhiali. Poi la porta si apre. Buio. Scale. Un attimo di luce. Il garage, di nuovo buio. Tre paia di occhiali scuri scompaiono, simultaneamente.

S posa la chitarra, una Rickenbacker arancione. Si alza, apre la finestra, si accende una sigaretta.
“Cosa ne dite?”, chiede.
“A me piace” dice N. Tiene il basso posato in grembo e si arrotola una ciocca di capelli lisci intorno all’indice. Ha la frangia sugli occhi e la coda di cavallo. “Forse è una delle cose migliori che abbiamo”.
Guardano entrambi B, che a sua volta guarda nel vuoto. I capelli lunghi gli coprono il volto magro, affilato. Non parla.
Il batterista, l’ultimo di una lunga serie, ha un’aria soddisfatta. “Cazzo”, dice. “Certo che mi piace. È una cosa che non si è mai sentita, questa.” Scuote la testa. “Ma da dove le tiri fuori, queste idee, eh?”, dice a B. “E pensare che non ti droghi nemmeno…”
B sorride.
Un sorriso pallido.

Serata di primavera. Il sole non è ancora tramontato. Sono seduti al tavolo di un bar, non lontano dall’università. Studenti che passano. Vento, vento caldo. B slaccia un bottone della camicia, si aggiusta la giacca di pelle.
Gli strumenti sono posati accanto al tavolo. C’è un’aria elettrica, tutto scintilla. Gli occhi di N scintillano dietro gli occhiali da sole. I capelli ricci di S scompigliati dal vento. Sensazione fresca della birra che scivola lungo la gola. Sorrisi.
N racconta dell’estate passata a Londra. I locali, la musica, i ragazzi. Sorrisi.
C’è un’aria elettrica, il gruppo va bene, hanno parecchie date in programma. Sono felici. B si scompiglia i capelli, accende una sigaretta, ride a una battuta di S. Gli occhi di N scintillano dietro gli occhiali da sole.
Ci sono ricordi da tutte le parti. L’Inghilterra. Il mare del nord. Il vento. L’inverno appena trascorso, Torino invasa dalla nebbia, il loro appartamento, luci di candele.
Sono felici.
Sorrisi.

Nove ore più tardi. L’orologio sulla parete segna le tre e venticinque. Le finestre sono aperte sulla notte di primavera. Vento. Profumo di fiori, odore della città, profumo di sesso, odore di sudore: è una questione di punti di vista.
Le tre e venticinque. Sono stesi sul grande letto matrimoniale disfatto. N è al centro. S gira una canna. B guarda il soffitto. Bianco, vuoto, perfetto.
“Dovremmo andare a Londra”, dice N. “Dovremmo andarcene. Non abbiamo futuro in questo posto”.
Nessuno risponde. N si alza. Si infila gli slip, scompare in bagno. S accende la canna.
Quando N torna dice: “Ci andremo, a Londra”. Espira. “Solo che questo non è il momento buono”. Pausa. Fiamma dell’accendino. Soffia. Tira. Inspira. Espira. “Non siamo ancora pronti”.
Sguardo inespressivo sul volto di N illuminato dall’abat-jour.
“Certo che siamo pronti”, dice. Non è convinta.
“Londra”, dice B. “Cosa volete che sia Londra”. Scuote la testa. Prende la canna dalle mani di S e la porge a N. “Londra non è abbastanza”.

Quattro e quarantasette. N dorme, rannicchiata come una bambina. I suoi occhi scintillano dietro le palpebre chiuse.
B è sul balcone, in mutande e infradito. Indossa un maglione a righe rosse e nere. Fuma una sigaretta. Si scompiglia i capelli che gli coprono il volto magro, affilato.
S si è chinato sullo stereo al centro della stanza. Mette un disco. Cerca una traccia. Abbassa il volume. Poi dice: “Buonanotte”. B, dal balcone, risponde: “Buonanotte”.
Notte di primavera. Profumo di fiori, odore della città, profumo di sesso, odore di sudore.
B dal balcone guarda un’auto della polizia passare, i lampeggianti accesi ma la sirena spenta. Fuma la sua sigaretta. Aspetta che parta il pezzo. Il pezzo parte. “Battle”, dei Blur.
Invade la notte come acqua nei polmoni.
B ascolta.
Sorride, senza sapere il perché.

Hai perso qualcosa, lo sai. Qualcosa è andato perduto. Cos’era? Com’è cominciato tutto? Non te lo ricordi. C’era quel sole di aprile che faceva male. E il vento. L’aria elettrica di quella primavera. Avevi vent’anni. Avevi avuto altre ragazze prima. Altri amici. Altri gruppi. Il gruppo andava bene, l’aria elettrica di quella primavera. Qualcosa stava per succedere. Cos’era? Avevi avuto altre ragazze, altri amici… Non eri innamorato di lei. L’amore non esisteva, e non esisteva la solitudine. C’era solo il sole di aprile. Faceva male. Le labbra di lei incollate all’orecchio… Com’era cominciato? Era un gioco, nient’altro. La consapevolezza che qualcosa stava per succedere. Era magico, era elettrico, era la sensazione di quel vento sulla pelle… Non avevi speranze. Sapevi che sarebbe finito e non t’importava. Poi però è finito davvero. Le labbra di lei incollate all’orecchio, la primavera… Qualcosa è andato perduto. Vi siete separati. Avete lasciato l’appartamento. Avete sciolto il gruppo. Qualcosa è andato perduto e sarà perso per sempre. Cos’era? Cosa viene dopo?

Aprile 2002. B slaccia la cintura di sicurezza. Guarda dal finestrino: buio, cemento, pioggia. La voce del pilota augura ai passeggeri una buona permanenza a Londra. B si alza.

Heathrow inondato di luce. Voci frettolose nelle lingue di mezzo mondo. Facce comuni. Cartelloni pubblicitari.
La porta del bagno si chiude, inghiottendo i rumori. B si guarda allo specchio. Si scompiglia i capelli, si slaccia un bottone della camicia, si aggiusta la giacca di pelle.
“Non avrei dovuto accettare l’invito”, pensa. “Non avrei…”. Si lava le mani. Sapone liquido rosa al profumo di fragola. “Sarà imbarazzante”.
Esce dal bagno. Luce. Rumori. Voci frettolose nelle lingue di mezzo mondo.
Non ha bagagli, niente da aspettare.
Segue l’indicazione “Exit”. Porte che si aprono automaticamente. Altra luce, altri rumori.
Li vede.

In auto, mentre guida sulla corsia sinistra, S parla. N ascolta dal sedile posteriore. B guarda dal finestrino e pensa:
S è ingrassato e si è fatto crescere la barba. È cambiato.
N ha un nuovo taglio di capelli e si è tatuata qualcosa sul polso. Non è cambiata.

Abitano da soli in un appartamento ad Islington, un quartiere che B non ha mai sentito nominare.
Sono belli, sono emancipati, sono medi.
Sono fotografie sulle pagine di una rivista di tendenza.
N posa saltuariamente per pubblicità di abbigliamento. Nel resto del tempo fa la cameriera in un locale sotto casa.
S ha cambiato molti lavori, al momento è disoccupato.

Passa a Londra due giorni in cui non smette di piovere.
Pioggia sottile, visite a casa di amici, sushi bar, aperitivi.
Cercano di scherzare ma non ci riescono.
Non c’è imbarazzo, solo un silenzio insormontabile.

Ultima sera della permanenza di B a Londra. Cena al ristorante indiano. Candele che illuminano il volto di N. I capelli ricci di S invasi dalla luce. Tre bottiglie di vino bianco fanno brillare i loro occhi.
“… no, non ho capito questa storia del progetto”, dice S. “Non ho capito bene di cosa ti occupi”.
“E’…”, B esita. “Applicazione del sistema nervoso umano alla musica”. Scuote la testa. “E’ semplice, alla fine dei conti. Io…”
Fa una pausa.
“… lavoro con uno staff di medici e di ingegneri del suono…”
Un’altra pausa.
“…mi… mi pagano bene”.
S sorride.
“Non sono i soldi, vero?”
B scuote la testa.
“No”.
Silenzio, un silenzio sospeso, morbido. Si guardano. Tutti e tre, per un secondo.
“Sei felice?”, chiede N.
“Faccio quello che mi piace”, risponde B. Anche il suo tono è morbido, sospeso.
S ride.
“Cazzo, sì”, dice. “E’ questo che ti piace, non è vero? E’ qui che volevi arrivare…” Fa una pausa. Scuote la testa. Beve un sorso di vino, senza smettere di sorridere.
“E’ qui che hai sempre voluto arrivare…”
B scuote la testa, si scompiglia i capelli.
“E’ solo l’inizio”, dice.
Di nuovo silenzio, morbido, sospeso. Candele che fanno brillare i loro occhi. S si appoggia allo schienale, appoggia la mano sulla spalla di N.
B nota quel contatto. N accende una sigaretta. Il suo volto invaso dalla luce, i suoi occhi che brillano nella luce delle candele. I loro sguardi si incontrano. N inspira. Espira. Sorride. Continuano a guardarsi. N continua a sorridere.
“Sei cambiato”, dice. “Sei dimagrito”.
B annuisce.
“Lo so”.

Com’è cominciato tutto? Quando hai capito che sarebbe stato il tuo obbiettivo, la tua unica ragione di vita? Non lo sai. È sempre stato uguale. Quella voglia… Quella tentazione a scomparire. Quell’amore per il vuoto. Quella… Tentazione… Londra. Cosa sono stati quei giorni a Londra? Nulla. Una parentesi. Avevi fretta di tornare a Torino. Al tuo lavoro. Al tuo obbiettivo, alla tua ragione di vita. Credi che avrebbero capito? No. Questo lo sai. Loro non capivano… Non hanno mai capito. Il progetto. Non l’avrebbero capito ugualmente, anche se avessi provato a spiegarlo. Il progetto… Applicazione del sistema nervoso umano alla musica. Una formula che nascondeva qualcosa di profondo. Quella tentazione a scomparire. Quell’amore per il vuoto. Fare musica non era abbastanza. Il tuo obbiettivo, la tua ragione di vita… Diventare musica. Trasformarsi. Scomparire. Ed era possibile, loro…. Non sapevano… Era possibile… Non a Torino, non nel 2002. Ma si poteva fare, e tu lo sapevi. Trasformare il proprio corpo. Annullarlo. Loro… Volevi solo andartene. Lontano da loro. Lontano… Loro… Non capivano, non avrebbero mai capito. Loro…

Aprile 2008. Vento. Un vento violento sulla piazza del paese. Buio. Pioggia contro i vetri delle auto parcheggiate. Pioggia sulle strade deserte. Vento e pioggia ovunque, vento e pioggia su campi, vento e pioggia nei polmoni.
S si allontana dal vetro e prende in mano il telefono.
Esita.
Rumori dalla cucina, stoviglie, televisione accesa sul telegiornale.
Esista.
Poi compone il numero.

“Ho saputo che sei tornata”.
“Mio padre non sta bene”.
“Lo so. Mi dispiace”.
Silenzio.
“Vorrei parlarti”.
“Non abbiamo niente da dirci”.
“Vorrei parlarti lo stesso”.
Silenzio. Dall’altro capo N esita. Sta cedendo. Lo sa.
“Va bene”, dice alla fine, fredda. “Quando? Dove abiti adesso?”.
“Fuori, dopo Nichelino”.
Silenzio.
“Possiamo vederci domani pomeriggio”.
“Finisco di lavorare alle sei”.
“Va bene. Dove?”
“Al solito bar?”
“Non c’è un solito bar”.
Silenzio. S fissa il vuoto davanti a sé. Guarda la pioggia contro la finestra. Abbassa lo sguardo a terra.
“Non dovresti fare così”, dice. “Sono passati quattro anni”.
Silenzio. Il respiro di N dall’altro capo del telefono.
“Scusa”, dice.
Silenzio. Il respiro di N dall’altro capo del telefono.
“Ci vediamo domani?”.
“Sì”.
“Bene.”
“Ciao”.
“Ciao”.

Pomeriggio di aprile. Pioggia. Vento e pioggia. Pioggia contro i vetri del bar, pioggia nei polmoni. N svuota la bustina di zucchero nel caffé. Mescola.
“Hai una donna?”, chiede, guardando la tazzina. Ha cambiato di nuovo taglio di capelli. È sempre la stessa.
“Sì”, dice S. “Noi…” Esita. “Aspetta un bambino”.
N annuisce.
“Congratulazioni”.
Adesso è S ad annuire.
“Grazie”.
“Perché hai voluto vedermi?”
S sospira. Ha lo sguardo basso sulle mani intrecciate.
“Sai qualcosa di…”
“No”, lo interrompe lei.
“L’ho chiamato qualche mese fa. Vive a New York”.
N annuisce.
“Questo lo sapevo”.
Silenzio.
“Il suo progetto?”
“Bene. Va…” Esita. “Va benissimo. È su tutte le riviste scientifiche, è…” Esita di nuovo. “Sembra la più grande scoperta della scienza dai tempi della ruota”.
Sorride. Un sorriso pallido.
Un attimo di silenzio. Rumore della pioggia contro i vetri del bar. Voci di gente comune. Rumore dei tram elettrici che passano sulla strada luccicante, inondata di pioggia.
I loro sguardi si incontrano. N continua a mescolare il caffé. Pensa che S è ingrassato ancora. Sarà padre. Pensa… Qualcosa. Ricordi. Londra, la sua vecchia casa, la sua nuova casa. Il suo nuovo fidanzato. “Tutto questo è così stupido”, pensa. Altri ricordi. Primavera di dieci anni prima. Qualcosa comincia a cedere dentro di lei. Il suo sguardo si addolcisce. Poi un sospetto. La dolcezza si tramuta in paura. Il sospetto si tramuta in certezza.
“C’è qualcosa che non va?”, chiede.
Conosce la risposta.
S continua a fissarla, senza parlare.

Nove di sera. Ha smesso di piovere. Vento dolce sulla piazza del paese. N accosta davanti al portone di un condominio. Non spegne il motore.
“Allora sentiamoci”, dice. Ha pianto. Sorride per trattenere altre lacrime.
S annuisce.
“E’ stata una bella serata”.
“Sì”.
“Sentiamoci”.
“Sì”.
Silenzio. Un silenzio lungo e intimo. La notte e il rumore del vento tra gli alberi.
“Scusa”, dice N. “Per questi anni”.
“E’ stata colpa mia, lo sai anche tu”.
“Sì”, dice N. “E’ vero”. Ride e una lacrima le cola sulla guancia. La asciuga con il palmo della mano.
“Sentiamoci”, dice S. “Davvero”.
“Sì”.
“E…” Esita. “Chiamalo”.
Si guardano. N distoglie lo sguardo. Lo abbassa. Annuisce.
“Ok”, dice S. “Ciao”.
Si china su di lei. La bacia sulla guancia. Apre la portiera.
“Ciao”, dice ancora.
“Ciao”, dice lei.
S si allontana e scompare nel portone, senza voltarsi indietro.
N comincia a piangere, in silenzio.

Telefonate. Lettere. E-mail. Gente conosciuta ad un aperitivo. Sala d’aspetto di un aeroporto. Cose che ti cambiano la vita. Tu… Cos’hai pensato quando hai capito che era possibile? Fino a quel momento non ci avevi creduto, non fino in fondo. Poi è successo. Dopo Londra. Dopo quel… Una telefonata. Un colloquio in un grande palazzo. Gente che parla in inglese. Americani… L’America. La sala riunioni di un grosso palazzo. Luci impersonali, facce impersonali. Le tue ricerche. Il tuo progetto… Cos’hai pensato quando hai capito che si poteva fare? Cos’hai pensato quando lei ha suonato il campanello di casa tua? Era il 2004, un’altra primavera. Vi siete guardati. Non potevate capire. Voi… Cos’hai pensato quando ti ha detto che si erano lasciati? Che lui l’aveva lasciata per un’altra, che aveva cambiato casa? Soddisfazione? Vendetta? Piacere? Niente. Tu non potevi… Saresti partito per New York la settimana successiva. Lei non lo sapeva. Lacrime. Sorrisi. Voi… L’hai baciata. Nessuno l’ha mai saputo. Avete provato a fare l’amore, ma tu non potevi… Non potevi più… Se n’è andata la mattina dopo. Non dovevi pensarci. Non potevi. Eri il tuo progetto, la tua ragione di vita. È passata una settimana. Attesa. Ansia. La sala d’aspetto di un aeroporto. Poi Manhattan, un altro grosso palazzo, altre luci impersonali. Avete cominciato a lavorare… Progetti. Il progetto. Immagini olografiche sugli schermi dei computer. Le luci impersonali di quella stanza, il tuo corpo ridotto a niente. Impulsi. Elettrodi applicati al tuo cranio rasato. E quella musica… Quei rumori… Quella tentazione… Dieci anni di esperimenti. Il tuo corpo ridotto a niente. Continuavi a dimagrire… Elettrodi applicati al tuo cranio rasato, e la musica che si perfezionava. Non dovevi pensare a lei. Non dovevi pensare a loro. Non potevi, non potevi più… Silenzio, solitudine, spazi vuoti. La musica che nascondevi dentro. Tutto questo è stata la tua vita, fino a quando… Oggi, 28 aprile 2014. Alba radiosa di una giornata radiosa dell’Illinois. Campi di grano al tuo risveglio. Campi di grano fuori dalla porta dell’edificio governativo che abiti da quattro anni. Oggi è il momento. Oggi tutto finisce e tutto comincia. Non provi niente, solo determinazione. Non provi… Non più… Mani che stringono mani. Consigli. Abbracci alla stazione. Il treno che arriva, sali i gradini, posizioni su un sedile prenotato di prima classe il tuo corpo ridotto a niente. Tu… La tua vita è finita. Qualcosa comincia. Chiudi gli occhi. Nessuna scintilla dietro le palpebre chiuse. Chiudi gli occhi… Dondolio del treno che comincia a muoversi… Chiudi gli occhi… Dormi. Devi dormire. È tutto finito. Devi dormire… Dormire…

28 aprile 2014. Vagone di prima classe di un treno diretto a New York City. Un tremito impercettibile sul volto di B. Occhi spalancati. Muscoli tesi. Denti stretti.
Cuffie nelle orecchie: questa musica. Questa… Capisce.
Ora ricorda. Un’immagine: un appartamento di studenti. Un letto matrimoniale. Uno stereo in mezzo alla stanza. Una finestra aperta. Musica che invade la notte.
Non respira.
Non riesce a comprendere fino in fondo. Cosa è andato storto? Cosa…
Qualcosa dentro di lui comincia a cedere.
Questa musica che lo avvolge, che invade i polmoni. Questi ricordi. Vent’anni. Londra. Vento di primavera. Ristorante indiano. Le labbra di lei incollate all’orecchio.
Cede, sempre più rapidamente.
Il bar accanto all’università. Occhiali da sole. Luci di candele. Londra. Vento di primavera. Capelli ricci scompigliati dal vento. Le labbra di lei incollate all’orecchio.
Crolla. In silenzio.
Campi di grano dell’Illinois, giornata di primavera, facce comuni di gente comune. Tutto si sgretola. Svanisce. Scompare.
Ora ricorda.
Un impulso irrefrenabile di urlare, di esplodere, di esistere.
Ricorda.
Comprende di avere paura.
Ricorda.

yelena sul ghiaccio

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Adesso era a me che toccava fuggire
(R. Bolaño)

A quell’epoca avevo quindici anni e abitavo in periferia. Vestivo sempre uguale: le trecce bionde sotto la cuffia di lana, i jeans strappati infilati nelle dottor martins.
Gran parte della mia giornata trascorreva camminando nella neve. Ricordo neve dappertutto: il parco ricoperto di neve, la ferrovia bloccata, le fabbriche che aprivano in ritardo. Un inverno da Unione Sovietica. Da crepuscoli atomici.
E mia madre che mi chiamava dall’altra stanza.
“Martina, ho scordato le uova. E due pacchetti di Ms. Ah, e la ricetta per quelle pastiglie, dove l’hai messa?”
Mi ricordava il ronzio del frigorifero. Allora uscivo.
Non so cosa fosse successo al cielo, in quel periodo. Aveva un aspetto livido, malaticcio. Sembrava il cielo Auschwitz dopo la liberazione, come si vede in tv, nelle immagini di repertorio.
Fuori faceva freddo, un freddo insopportabile. Non potevi rimanertene all’aria aperta per più di un’ora. Dopo un po’ eri costretto a cercarti un riparo.
Il più delle volte andavo a casa di Luca.

Luca era il mio migliore amico. Ci conoscevamo fin da piccoli, dai tempi della colonia estiva. A Orbetello, in Toscana, doveva essere il 1995.
Suonavo il campanello e salivo le scale del palazzo, scale gelide che sapevano di carne bollita. Luca stava tutto il giorno chiuso in camera. Leggeva libri di fantascienza, fumetti della Marvel e Kafka. Poi disegnava. Disegni pieni d’angoscia per qualcosa di invisibile.
Non mi piacevano per nulla.
Disegni di gente mutilata, a cui mancava una gamba o un braccio oppure tutti i denti. Non mi piacevano per nulla, ma allora non sapevo ancora come sarebbe andata a finire.

Mi sedevo accanto alla finestra e fumavo le sue sigarette. Luca metteva un disco: i Sonic Youth, i Pearl Jam, i Marlene, i Verdena.
Per lo più gli parlavo di Bibo, il ragazzo di cui mi ero innamorata.
Era più grande di noi e frequentava altri giri. Lo conoscevo perché ogni tanto ci vendeva il fumo, a Erica e a me. Poi aveva cominciato a venderci il popper e qualche funghetto. Poi una sera era scomparso con Erica dietro il municipio, e da quella volta tutti sapevamo che se la scopava.
Quella volta avevo dormito a casa di Luca. La mattina mi era venuta paura di uscire casa, nonostante fosse ancora settembre e ci fosse ancora il sole e non avesse ancora cominciato a nevicare.
Ero rimasta a casa di Luca quattro giorni.
Mia madre le aveva provate tutte, per portarmi indietro. Alla fine aveva chiamato i carabinieri. Ero salita sulla volante senza dire una parola, ma avevo freddo e mi veniva da vomitare.
La gente del palazzo mi guardava dalle finestre.
Anche Luca mi guardava, dalla porta della scala E, immobile come un pezzo di legno. Non un gesto, non una parola, niente di niente.
Restava lì e mi guardava, senza espressione.

In quel periodo, anche Luca stava vivendo un amore infelice.
L’amore di Luca era russo. Si chiamava Yelena.
Una ragazza piuttosto insignificante. Bionda, leggera, diafana. Ti faceva pensare ad un origami. Era una pattinatrice su ghiaccio e in prima stava in classe con noi. Prima B, liceo scientifico Salvador Allende. Poi aveva lasciato per dedicare tutto il suo tempo allo sport.
Era successo così, in un’estate. Prima c’era e poi non c’era più. Luca era diventato più silenzioso.
Io, con Yelena, avevo parlato sì e no due volte in tutto l’anno. La prima volta avevamo parlato della macchina del caffé, che non funzionava.
La seconda volta le avevo chiesto della Russia. I suoi avevano lasciato Mosca nel 1990, quando Yelena aveva cinque anni.
“Perché?”, le avevo chiesto. E lei aveva risposto:
“Perché mio padre è comunista”.

Uno dei passatempi preferiti di Luca era disegnare Yelena. La ritraeva in tutte le posizioni. Ritraeva anche singole parti del suo corpo, come il gomito o il ginocchio, per esempio.
Però in questi disegni era sempre presente un’interferenza: un grosso cappello che copriva il volto, un’inflorescenza al posto della mano, una serratura al posto della bocca.
Una volta scrisse un racconto che parlava di Yelena. Era un racconto di fantascienza.
In una città devastata e semideserta, pezzi di corpo umano sorgevano dall’asfalto. Assemblandosi gli uni agli altri davano vita ad una donna di vetro.
Nelle ultime righe del racconto la donna cominciava a ballare, mentre qualcosa di enorme e innominabile esplodeva all’orizzonte.

Tutto questo successe durante il primo anno di liceo.
Poi venne l’estate e partii per l’Inghilterra. Tornai a casa con una settimana di anticipo e un principio di intossicazione alimentare. La famiglia aveva trovato delle pastiglie nel cassetto del comodino e l’aveva detto agli accompagnatori. Loro mi avevano mandata a casa con il primo aereo.
Questo a luglio. Ad agosto Luca stava in riviera con i suoi e non ci vedemmo.
Sul finire di agosto feci per la prima volta un pompino ad un ragazzo, sotto le gradinate del campo sportivo abbandonato. Poi ricominciò la scuola.
Yelena non c’era più. Luca era diventato strano, quasi non lo riconoscevo.
Poi cominciò a nevicare.

Un pomeriggio di gennaio stavo con Luca davanti al Penny della circoscrizione nord-est. Avevamo comprato un pacco di pop-corn e due lattine di birra, che non riuscivamo a bere per via del freddo.
Non avevamo programmi per il pomeriggio. Stavamo in una zona desolata: case popolari, un parcheggio, un prato ghiacciato cosparso di rifiuti, un muro diroccato e il CPT.
E poi il palazzo del ghiaccio.
Quello dove si allenava Yelena.
“Ogni tanto ci vengo”, disse Luca. “A vederla pattinare”.
“Perché non entriamo?”, chiesi. “Non abbiamo niente da fare, intanto”.

Stava lì in mezzo, in quel quadrato di ghiaccio, ed era bellissima. Il quadrato era enorme e lei piccola e fragile. Le gradinate erano vuote. La pista era vuota. Era l’unico essere umano in tutto l’edificio.
Ed era bellissima. Yelena sul ghiaccio era tutta un’altra cosa che Yelena sulle scale del liceo scientifico Allende.
“Che bella”, dissi.
Ma gli occhi di Luca erano due biglie scure.
Poi mi accorsi dell’allenatore. Un vecchio basso e mingherlino, con una faccia da cane. Era vestito da sci. Stava al bordo della pista e fumava sigarette che poi spegneva sotto le suole delle scarpe.
Ad un tratto si voltò verso di noi e cominciò a fissarci.
Luca disse: “Andiamo via”.

L’inverno trascorreva in questo modo. Luca al palazzo del ghiaccio, io alle feste nei capannoni industriali. Storie d’amore e crepuscoli atomici.
Ero un po’ innamorata di Alberto dei Verdena, ma solo quando fuori il cielo era troppo basso e viola per uscire.
Allora Alberto cantava: “E anche se non c’è miele | mi viene dolce | e penso sempre lo stesso | mi affogherei”.
Volevo che Bibo mi scopasse. Che mi facesse salire sulla sua Punto, accostasse in un parcheggio deserto e cominciasse a scoparmi.
Ma questo non succedeva.
Passavano i giorni. Luca era sempre più silenzioso ma io non me ne accorgevo.
Io, a quel punto, stavo già cominciando a fare confusione. Confondevo le donne bioniche con la matematica, Altair IV con le allucinazioni da funghetto, la civiltà post-atomica con il punk, il volto di Kurt Cobain con quello di Bibo, il mio corpo con quello di Yelena.
Con Luca mi vedevo poco. Ognuno stava rintanato nella sua storia d’amore. All’intervallo fumavamo insieme. Di solito nessuno dei due diceva una parola.

Yelena pattinava sul ghiaccio. Il liceo scientifico Allende era coperto dalla neve.
Luca passava le ore di matematica a disegnare corpi di donna. Fragili come ramoscelli. Destinati alla distruzione.
Anche il cortile del liceo era ghiacciato. Un rettangolo d’erba secca, dove si ammucchiavano vecchi mobili, pacchi di riviste letterarie ancora avvolte nel cellophane e cocci di lampade al neon.
Per il resto erano lunghe camminate in un edificio vuoto.
Corridoi vuoti e lampade al neon. Lavagne, scale, interminabili ore di ginnastica passate con i Tre Allegri Ragazzi Morti nel lettore cd.
Ogni mercoledì pomeriggio il cineforum. Lo gestiva un ragazzo rachitico di quinta. I titoli erano cose come “Milano calibro 9”, “Napoli violenta” eccetera.
Storie di malavita cittadina, dove, nel finale, il buono moriva di cancro o tradito dalla fidanzata.
Oppure film fascisti. Questo almeno è quello che ricordo.
“E anche se non c’è miele…”
Luca era lontano anni-luce, sul Terzo Pianeta, in una realtà parallela. Di Yelena non sapevo più nulla. Di Bibo nessuna traccia.

Poi, sul finire di febbraio, successero due cose.
Un pomeriggio passai a trovare Luca. Mi aprì sua madre. Non era in casa, ma sarebbe tornato presto. Volevo aspettarlo in camera sua?
Sì, volevo.
Andai a sedermi sul letto. Le imposte erano chiuse. Le aprii sul cortile interno, sul palazzo di fronte con i panni stesi ad asciugare.
Nel cortile c’era un gatto. Stava annusando la carcassa di un piccione. Poi mi accorsi dei disegni.
Erano appesi alle pareti di cartongesso con le puntine da disegno.
Raffiguravano tutti Yelena. Yelena con le braccia sollevate, Yelena su una gamba sola.
Una particolarità: niente interferenze. Niente mutilazioni, niente cappelli, niente inflorescenze, niente serrature.
Fu a questo punto che mi accorsi di qualcosa. Li guardai da vicino. Poi mi allontanai. Poi uscii sul balcone e inalai tutta l’aria che mi fu possibile.
Poco dopo arrivò Luca.

Alcuni giorni più tardi si mise a piovere.
Era un lunedì. Passai la serata a guardare la pioggia battere contro i vetri. Guardai un film alla televisione e verso le undici andai a dormire.
Quasi subito dopo un rumore mi svegliò.
Il cellulare. Stava suonando. Guardai l’ora: l’una e venticinque.
Era Luca. Si scusò per avermi svegliata. Disse che non riusciva a dormire. Disse che qualcosa non andava.
Gli chiesi che cosa c’era che non andava e subito me ne pentii.
Allora lui cominciò questo discorso. Un discorso sulla paura e sulla fragilità e sugli errori che gli uomini commettono senza nemmeno rendersene conto. Parlò del destino collettivo della specie e dell’autodistruzione. Parlò dei suicidi di massa.
Disse che esiste una razza di uomini che possiede il dono della percezione, esseri senza pelle che espongono al mondo la carne viva e i nervi.
Poi disse: “Non posso credere che stia succedendo davvero”.

Questo accadde la notte di lunedì.
Martedì Luca non venne a scuola. Quando gli telefonai, quel pomeriggio, disse che aveva la febbre. Che sarebbe mancato da scuola per un po’. Che non passassi a trovarlo perché era in uno stato pietoso, mal di testa, vomito, brividi di freddo.
Due giorni dopo morì Yelena.

Appresi la notizia dalle mie compagne di classe. Poi lessi il giornale e guardai il TG regionale.
Era stata investita da un furgoncino che trasportava piastrelle. Il furgoncino le aveva strappato la gamba destra dal corpo. Era morta dissanguata in pochi secondi, prima che l’ambulanza arrivasse.
L’autista era stato fermato dalla polizia e interrogato.
Non era ubriaco, non andava oltre il limite di velocità, non aveva avuto un colpo di sonno. Aveva la fedina penale pulita. Era attendibile.
L’unica cosa che disse fu che non l’aveva vista. Che era comparsa dal nulla. Che si era praticamente buttata sotto le ruote.

La prima cosa che feci fu di chiamare Luca.
Rispose sua madre. Luca non c’era. Mancava da casa da più di ventiquattrore. Forse io avevo idea di dove fosse andato a finire.
“Ma non aveva la febbre?”, chiesi.
Sua madre disse: “Febbre?”

Solo a questo punto cominciai a mettere in ordine gli eventi.
Ci volle un decimo di secondo, il tempo di posare il ricevitore sul tavolo della cucina.
Yelena lascia il liceo. Luca diventa più silenzioso. Yelena al palazzo del ghiaccio. Luca disegna pezzi di corpo umano. Yelena viene mutilata e uccisa da un furgoncino che trasporta piastrelle. Luca scompare.
Un furgoncino è un oggetto. Un oggetto è il mondo. Yelena era fatta di vetro, troppo fragile per il mondo.
Luca lo sapeva. Stava immobile come un insetto e aspettava il momento giusto. Stava lì fermo, senza espressione, come un fantoccio senza vita.
Luca sapeva tutto fin dall’inizio.

Fu a questo punto che tutto divenne chiaro.
Allora andai a sedermi sul divano del salotto e accesi la televisione.
Passò una settimana. La storia era sulla bocca di tutti, ma potevi non ascoltarla. Potevi far finta di niente oppure cambiare canale e guardare un documentario sui coccodrilli.
A volte mia madre piangeva.
Si sedeva sul divano accanto a me, mi prendeva la testa tra le mani e si metteva a piangere. Mi chiedeva di parlare. Diceva che dovevo alzarmi dal divano, farmi la doccia, mangiare.
Io ogni tanto mi alzavo per fare la doccia e per mangiare, ma poi tornavo a sedermi davanti al televisore. Guardavo documentari. Partite di calcio. Talk show. Televendite.
Dicevo: “Mamma, sto solo guardando un po’ di tv”.
Ma non era vero.
Solo che lei non poteva capire. Mia madre non crede nel destino. Dice sempre che bisogna darsi una scossa, tornare a combattere.
Non poteva capire quello che stava succedendo. Non sa cosa significa attendere e non sa cos’è la paura.

Non sa cos’è il desiderio.
Una mosca nella tela del ragno non desidera soltanto di essere divorata. Una donna sì. Ero caduta nella trappola, non potevo far altro che aspettare.
Luca aveva ragione.
Sembrava impossibile, ma stava succedendo davvero.

Passavo sul divano anche la notte. La tv accesa. Il volume a zero.
Mia madre mi aveva portato una coperta. Ogni tanto il cellulare squillava, ma io non rispondevo.
Mi accorsi del rumore quasi subito. Mi svegliai, mi tirai a sedere, guardai l’ora: le cinque meno venti del mattino.
Buio. Silenzio. In tv una programma di automobili.
Rimasi in attesa. I denti stretti, tutti i muscoli in tensione.
Poi sentii di nuovo il rumore. Qualcosa che grattava alla porta. Qualcosa che grufolava. Come un rumore di sottobosco, un rumore selvatico.
Continuava a grattare. Rumore di unghie contro la porta.
Allora capii che era arrivato il momento.
Mi alzai e andai ad aprire.

(photo by Sputnik… – flickr.com)

senza un braccio

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Quando succede questa cosa B è a Liverpool da circa tre mesi.
Per tutto un anno, in Italia, ha frequentato gente strana: artisti visuali, membri di collettivi politici, femministe, compositori di musica elettronica.
Poi un giorno si è stufato. Ha deciso di partire per un viaggio. La sera prima di partire ha detto a F, un’amica di vecchia data e l’unica persona che ancora avesse voglia di vedere: “Penso che andrò in Inghilterra”.
F ha chiesto: “Perché proprio in Inghilterra?”.
Sul momento B non ha saputo rispondere.
Più tardi un ricordo gli è tornato alla mente: un altro viaggio in Inghilterra, molti anni prima. Poteva avere quattordici o quindici anni.
Durante quel viaggio qualcosa era successo. Una cosa che B non sa definire, e che solo ora, a distanza di anni, capisce avere a che fare con il sesso, la speranza e la giovinezza.
Così dice a F: “Magari succede di nuovo. Oppure non succede più: in entrambi i casi è una risposta”.
F capisce e non fa altre domande.

A Liverpool vive con un ragazzo inglese. Si chiama Mark. È più giovane di B (che a questo punto della sua vita ha superato i trenta) ma insieme si trovano bene.
B lo considera un ragazzo simpatico. È piuttosto silenzioso, e questo gli piace. Porta gli occhiali, anche questo gli piace.
Mark lavora di notte in una videoteca, e durante il giorno dorme. Prende pastiglie di valium e laroxyl. A volte mischia le pastiglie con la vodka.
Dormono entrambi nella stessa stanza, che fa anche da cucina e sala da pranzo.
Le pareti sono spoglie: nessuno dei due ha libri da appoggiare alle mensole o manifesti da appendere.
Però c’è un piccolo canestro appeso accanto alla finestra. È una cosa che Mark fa ogni sera prima di andare al lavoro: gioca a basket con una palla di gomma, grossa più o meno come una mela.
“Per tenermi in forma”, dice alle volte. “Se non fosse per questo sport sarei molle e schifoso come un anemone”.
Però Mark è magro come un grissino.
B non capisce, ma fa finta di niente.

A Liverpool B fatica a trovare lavoro.
A dire il vero trova molti lavori diversi, ma nessuno lo soddisfa.
Lavora, per esempio, come barista e come dogsitter, fa volantinaggio per McDonald’s, assiste gli anziani di un centro per disabili.
Poche settimane dopo il suo arrivo in Inghilterra ha avuto un’esperienza traumatica nel settore dei cibi ipervitaminici.
Ha trovato il lavoro su uno di quei giornali fatti per la gente che cerca lavoro. Al colloquio gli hanno spiegato le regole, poi l’anno messo in prova.
Il lavoro consisteva in questo: suonare i campanelli di una via e regalare un prodotto ipervitaminico a chiunque avesse aperto la porta.
Facile. Regalare, non vendere. Facile. C’erano regole in base a cui venivano assegnati i prodotti: snack alla frutta per i bambini e gli anziani, tavolette di soia per le donne, pasto precotto/1 per i maschi bianchi e pasto precotto/2 per i maschi di colore o di un’etnia diversa da quella europea.
Ma non è stato questo che ha convinto B a rifiutare il posto.
A convincerlo è stato il fatto che il responsabile delle vendite, per infondere energia ai giovani dipendenti, li costringeva a ballare un pezzo di musica techno ogni mattina, prima di sguinzagliarli per le strade della città.

Per questi motivi, prima che succeda quella cosa la vita di B è piuttosto vuota.
Passa lunghe ore a camminare sul porto. Beve birra in un pub che si chiama “The ancient mariner”. Se piove o fa freddo resta in casa: guarda talk show in inglese, su Mtv.
Un pomeriggio qualsiasi, all’ “Ancient mariner” incontra una ragazza che ha conosciuto da McDonald’s (lei stava alla cassa mentre lui distribuiva volantini per il settore B1, la zona nord-ovest di Liverpool.)
La ragazza è indiana. Si chiama Shanti. È bruna, piccola, un po’ strabica.
Probabilmente è una bella ragazza, però B trova che nel suo corpo ci sia qualcosa che non va. Come se fosse strabica anche nel corpo.
“Forse anche nel cervello”, pensa.
Poi il suo seno, che B intravede sotto la maglietta bianca con il logo dei Rolling Stones, è strano. B non vuole pensarci. Ordina due pinte.
Ad un certo punto decidono di giocare a bigliardo.
Errore: Shanti è molto più forte di B (che fino a quel punto della sua vita si è considerato un discreto giocatore) e vince con facilità.
Mentre la accompagna a casa, B viene a sapere che Shanti e Mark si conoscono.
Non solo si conoscono, ma tempo fa hanno avuto una storia.
Arrivati sotto casa di Shanti, B ha l’impressione che lei voglia essere baciata. Per prevenire ogni imbarazzo si accende una sigaretta.
Poi saluta e si avvia verso casa.

Liverpool gli piace perché gli piace l’Inghilterra.
Il tempo cambia in continuazione, da quelle parti. Può capitare che mentre sei steso su una panchina a prendere il sole, di colpo scoppi a piovere.
Poi ci sono i gabbiani. Un sacco di gabbiani che si nutrono di patatine fritte.
Non che le patatine fritte facciano bene ad un gabbiano, pensa B.
E poi la gente si muove in bicicletta. I ragazzi giocano a basket nei campi di quartiere. La domenica le famiglie vanno a farsi fotografare dalle macchinette, nei centri commerciali.
Più di tutto, quello che piace a B è la chiarezza con cui si esprimono gli inglesi.
Niente giri di parole. Dicono cose come: “Sì, certo”. Oppure: “No, sei pazzo?”
Quando B capisce questo capisce anche che in Inghilterra ha dimenticato una parte del suo passato. Paure. Presunzioni. Attese. Giri di parole.
È questo che cerca?
Non lo sa. Ha come l’impressione di andare scomparendo. Dimagrire: farsi aria. Per infilarsi sotto gli armadi. Cancellare il peso del nome proprio.
Per questo non si cura di quello che gli accade intorno.
Un giorno, per esempio, accenna a Mark di Shanti. Mark dice di ricordarla, e allora B chiede: “Non ti pare che il suo corpo abbia qualcosa che non va?”
Mark ci pensa per un pezzo. Va in bagno. Esce. Accende la tv. Apre una lattina di birra e si accende una sigaretta.
“Non conosco nessuna Shanti”, dice alla fine.
“Prima hai detto che la conoscevi”, dice B.
“Non è vero”, insiste Mark.
Questa volta è B a pensarci su. Forse si è sbagliato. Ma non importa.
“Okay”, dice alla fine.

Poi un giorno vede quest’uomo all’ “Ancient mariner”.
È alto, con pochi capelli lunghi di un bianco tendente al giallo. Anche il suo volto è giallo, e quando apre la bocca per ordinare un doppio whisky, B si accorge che è senza denti.
Sembra malato di cancro. Oppure sembra un cane.
“Ha proprio una faccia da cane”, pensa B.
Il muso allungato, le orecchie appuntite e tutto il resto.
B si sta facendo una birra e l’uomo lo osserva, con quei suoi occhi da cane. Intanto fuma una sigaretta dopo l’altra. Aspira il fumo con avidità.
Quando B esce dal locale l’uomo lo segue.
Camminano a pochi metri di distanza per un pezzo. Poi l’uomo-cane scompare in una via buia.
Da quella volta B comincia ad incontrarlo tutti i giorni. Sempre, apparentemente, per caso. Lo vede seduto su una panchina. Lo incontra all’ufficio postale e alla fermata dell’autobus. Lo trova in un piccolo negozio, intento a rovistare sullo scaffale dei biscotti di sottomarca.
Vorrebbe fermarlo. Chiedergli perché continua a seguirlo.
Non può.
Capisce che ha paura. Che sta aspettando qualcosa. E che il bisogno d’amore che si porta addosso è troppo grande per concedere quel gesto.
È per evitare la presenza di quest’uomo che una mattina B sale su un autobus.
Andrà al mare. Scorderà tutto.

È una giornata che ricorderà come un buon momento della sua vita.
C’è il sole e la spiaggia è spazzata dal vento. I gabbiani si mescolano alle pagine dei tabloid locali, ai pacchetti di sigarette e agli aquiloni.
B cammina senza scarpe sulla sabbia. Si infila gli occhiali da sole. Affonda le mani nelle tasche.
Mangia un hamburger e una vaschetta di olive.
Sotto un ombrellone sconquassato dal vento parla con Ellie, una vecchia che è rimasta vedova da poco.
“Questa donna deve avere ottant’anni”, pensa B.
Il suo uomo si è beccato un cancro ed è morto in due mesi.
Ma lei non è impazzita e non è diventata cattolica. No. Sì è comprata una casa sul mare. Si è fatta regalare dal canile comunale due cuccioli.
Storpi. Nati con una malformazione congenita alle zampe, troppo esili per reggerli. Ellie li ha scelti perché altrimenti al canile li avrebbero uccisi.
B prova per questa donna una profonda ammirazione.
Il suicidio del samurai: dignità.
Più tardi, prima di prendere l’autobus, chiama F da una cabina. È la prima volta che lo fa da quando è arrivato in Inghilterra.
“Ci sono novità?”, chiede.
Sì, ci sono novità. F ha un nuovo fidanzato. È innamorata di lui. Dice che finalmente riesce a sentirsi socialmente e culturalmente donna. E visto che B non dice niente aggiunge: “Non so se capisci quello che voglio dire”.
B risponde: “No”.
Poi pensa: “Non mi interessa”.
Ma F continua a parlare (di quanto è bello fare l’amore con lui, della liberazione nell’orgasmo, del bisogno di completamento che la donna cerca nell’uomo) e allora, di colpo, senza sapere perché, B aggancia.

Torna a casa verso le dieci di sera.
La porta d’ingresso è aperta. A quell’ora Mark dovrebbe già essere al lavoro.
Per capire basta entrare. Mark è disteso a terra, tra il letto e il tavolo da pranzo. Posizione fetale. Colorito terreo, occhi cerchiati da un alone bluastro e bava spumosa che gli cola dalle labbra.
B entra in bagno. Ci resta pochi secondi. Torna in sala e chiama il pronto intervento.
“Prozac”, dice, quando gli viene posta la domanda.
Mezzora dopo è nella sala d’aspetto di un grosso ospedale.
Una sala lunga e stretta, illuminata dalle lampade al neon.
Vuota.
Medici e infermieri passano dall’altra parte della porta a vetri come fantasmi o come ombre.
Ad un certo punto della notte (B dorme rannicchiato sulla sedia) un medico gli si avvicina, lo sveglia e gli dice: “Il suo amico è in coma. Non sappiamo se riuscirà a cavarsela”.
Pausa.
“E’ intossicato mica male, mi creda”.
Pausa.
“Comunque se vuole può vederlo”.
B entra nella stanza dove è ricoverato Mark. È a letto, sotto le coperte. Due tubi gli escono dalle narici e un altro tubo gli esce dalla bocca. Ha un ago nel braccio. Mani e piedi sono legati al letto con lacci di cuoio.
Non si muove.
Le macchine intorno a lui producono ronzii e cigolii. Respirano per lui. Lo nutrono.
Le macchine compiono ogni funzione fisiologica al posto di Mark.

Quella notte B resta a dormire in ospedale. I medici provano a convincerlo che la sua presenza è inutile. Lui è irremovibile.
Ad un’ora imprecisata della notte un infermiere gli porta una coperta e una tazza di tè caldo.
La mattina dopo torna a visitare Mark: nessun miglioramento.
Passa la giornata leggendo un libro di fantascienza di un autore giapponese. Cammina per i corridoi dell’ospedale. Le facce dei pazienti sembrano uscite dal libro.
Cerca di immaginarsi un eroe. Ci riesce solo a tratti.
Nel pomeriggio torna a visitare Mark altre due volte: situazione statica.
I medici provano a convincerlo che la sua presenza non solo è inutile, ma a tratti anche dannosa. Ingombra i corridoi. Fa domande che non andrebbero fatte.
B finge di non conoscere l’inglese.

Per la seconda notte di fila dorme in ospedale.
La mattina dopo, appena sveglio, chiede di vedere Mark. I medici acconsentono.
All’inizio tutto sembra uguale al giorno prima. Poi si accorge di qualcosa: le labbra di Mark, attorno al tubo, sono molli e rugose.
Si avvicina. Guarda. Capisce.
Gli hanno strappato tutti i denti.
“Mordeva il tubo”, spiega uno dei medici.
B ci pensa un attimo.
“Ora non ha più i denti”, dice.
“Glieli rimetteremo uno a uno”, lo tranquillizza il medico.

Giornata uguale a quella appena trascorsa.
Libro di fantascienza. Corridoi. Pazienti. Infermieri. Macchine.
Macchine con attaccati degli esseri umani. Sincronia dell’uomo con la macchina. È la macchina che tiene in vita l’uomo o l’uomo è il motore della macchina?
I medici si dimostrano ottimisti.
Quando incontrano B gli sorridono.
Dicono cose come: “Si sta riprendendo!” “Ce la farà sicuramente!” “Ancora un piccolo sforzo ed è fuori pericolo!”
Però quando B va a fargli visita non lo trova per niente migliorato.
Lo trova più magro e più pallido. Gli pare che i cerchi bluastri intorno agli occhi si siano fatti più scuri e profondi.
Ad un certo punto Mark muove una gamba.
“Si muove”, dice B.
“E’ solo il muscolo”, dice il medico.
Anche quella notte B dorme in ospedale. Si addormenta sulla sedia, poi qualcosa lo sveglia.
Un rumore. Il ronzio di un neon che sta bruciando. Nient’altro. Torna a dormire.
Più tardi si sveglia di nuovo. È un’ora imprecisata della notte. B si guarda intorno. Qualcosa lo colpisce.
Inizialmente fatica a metterla a fuoco.
La ragazza.
C’è una ragazza seduta di fronte a lui. Occhi azzurri e capelli corti. Indossa un paio di jeans. La felpa di una tuta.
Poi B si accorge di qualcos’altro: alla ragazza manca il braccio destro.
Ha una specie di moncherino, da quella parte. La manica della tuta si affloscia e dondola ogni volta che lei muove la spalla.
B pensa che potrebbe conoscerla. Chiederle se ha voglia di una birra. Potrebbe raccontarle di Mark e lei potrebbe raccontargli che fine ha fatto il suo braccio.
Pensa che non ne ha voglia.
Ma subito dopo pensa che invece ne ha voglia, eccome.
Non lo sa.
Resta indeciso per un pezzo.
Poi si alza.

(photo by Skullkid – flickr.com)

scomparire

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I.

Entrata

Un giorno gli ordini erano cambiati. La politica del governo era cambiata. Un corpo speciale della polizia era stato istituito per neutralizzarci. Renderci inoffensivi, in qualsiasi maniera.
Annichilirci, si diceva.
I metodi ricordavano quelli delle giunte militari sudamericane. Erano richieste efficienza e discrezione.
Silenzio, soprattutto. La guerra si combatteva là dove le parole non potevano arrivare. Dove la civiltà dell’abuso linguistico cedeva il campo ai fatti, spogliati da ogni interpretazione.
Era questione di affermare il proprio corpo. La propria esistenza fisica. Non cedere all’invisibilità, alla sua tentazione.
Cadevamo a decine, come mosche. I giornali non riportavano alcuna notizia. Le proteste di parenti e amici si spegnevano nel vuoto.
Non esistevamo, non eravamo mai esistiti.
Scomparire nel nulla, tutto qui.

Il 25 luglio del 2022 cominciava il terzo mese della mia latitanza. Ero un condannato a morte. Avevo paura.
La settimana prima avevo parlato con la digos. Avevo barattato la mia fuga con qualche delazione. L’unica scelta possibile.
Finivamo tutti così, prima o poi.
La bravura stava nel vivere al confine. Sfruttare le correnti d’aria. Disperdere la propria identità nel pulviscolo della superficie.
Un unico corpo, molte vite.
Un lavoro, un hobby, un cane.
Una ragazza. La mattina del 25 mi svegliai accanto ad Estela. Ci frequentavamo da alcune settimane. Estela non era il suo vero nome, come Danny non era il mio.
Era bella. Leggera. Slanciata. Seni piccoli e appuntiti. Capelli bianchi, secondo la moda di quell’estate.
Estela e Danny, senza un passato e senza un futuro.
Era giusto così.

Estela di mattina. Estela alla finestra. Estela nel chiarore del bagno, inondata di luce.
Restai a casa sua fino a mezzogiorno. Pranzammo insieme, nel ristorante vegano di un amico. Poi la accompagnai alla stazione della sopraelevata più vicina. Scomparve in un vagone.
Scesi nei quartieri sotterranei per aspettare che calasse il sole. Giocai a biliardo. Dormii qualche ora su una panchina.
Quando tornai in superficie si vedevano le prime stelle.
Restai a guardarle a lungo.
La mia fuga era cominciata.

1.

Una sera plumbea d’estate. Poche stelle in un cielo viola pallido. Alberi alti, fiume silenzioso. Traffico di esseri umani e mezzi elettrici.
Discreto, come sempre.
Torino è calma. Una quiete che ricorda l’apnea. Che spinge a nuotare più che a camminare, come pesci in una boccia di vetro.
Torino, il centro di Torino, non è più dei torinesi da almeno dieci anni. È un luogo d’incontri, come ogni altra città. Una rete. Uno spazio sicuro e protetto dove si spostano capitali, si firmano contratti, si stringono accordi.
Dove nascono mode e si lanciano idee. Un paradiso di luci e colori. Di cartelloni oleografici e architetture d’avanguardia.
Un film all’aria aperta, il tuo personale videogioco.
A quest’ora i protagonisti sono gli studenti. Bevono birra sui gradini dell’università. Giocano a calcio. Ascoltano musica.
Io, per ora, sono solo una comparsa.

Cammino lungo corso San Maurizio. Ora è buio. Le quattro lune sono accese. La ovest è gialla, questa sera. È ben visibile. Vicina.
La nord è azzurra. Oscilla. Ogni tanto la cima di un palazzo la copre. Poi ricompare.
Cammino tra i due dischi, in direzione nord-ovest. Mi fermo a compare le sigarette e un’auto della polizia mi passa accanto. Non rallenta.
Indosso jeans attillati e felpa con cappuccio. Porto bene i miei trent’anni. Non sono un tipo sospetto, almeno per sbirri di quartiere come questi.
Quelli che mi cercano per ammazzarmi non sanno nemmeno cosa sia, un tipo sospetto. Non fanno differenze. Non interpretano.
Ti fanno a pezzi, senza badare a come sei vestito.
In dieci minuti sono ai Giardini Reali, stazione della sopraelevata. Sulla piattaforma c’è un gruppo di impiegati che viene dall’aperitivo. Parlano ad alta voce. Ridono.
Il treno arriva quasi subito.
Mi guardo intorno, in cerca di un vagone vuoto.

Interferenza

Appoggiai la testa al finestrino. Svuotai la mente. Non potevo permettermi sentimenti umani. Niente paura. Nessun rimpianto.
Guardavo la città passarmi sotto come un plastico. Torino dall’alto è un luna park. Un divertimento infantile. La mia fuga era parte del gioco, così come la mia morte. E giocare era un dovere, un destino.
Per qualche motivo mi ritrovai a pensare come tutto era cominciato. Dal basso. Dai sotterranei. Dal fango, dall’odore delle spezie, dalle macerie.
Il sottosuolo ci aveva generati. Ci aveva protetti.
Ci eravamo mischiati con gli immigrati, con gli artisti, con le puttane. Con gli spacciatori. Con terroristi dell’Eta e registi di snuff movies.
La seconda fase era stata la superficie. Avevamo mostrato i nostri volti. Eravamo scomparsi là dove eravamo più visibili.
Un unico corpo, molte vite.
Una faccia, molte identità.
Nella massa il singolo è molteplice. Ciò che un momento esiste può scomparire il momento dopo.
Quasi tutto può essere edificato dal nulla.

E ora come finiva?
A venti metri d’altezza, nel vagone di una monorotaia. Una Torino di cartapesta. Un mezzo ad alta velocità e basso consumo energetico. Muzak in diffusione costante, per rilassare la mente e il corpo.
Qual era stato l’errore?
Dov’era il significato?

2.

Di colpo tutto si ferma. Le porte automatiche si aprono. Silenzio. Attesa.
Sullo schermo al plasma compare una scritta. “Monorotaia sopraelevata 413, linea verde. Parco della Pellerina, stazione di fine corsa”.
Capolinea. Devo scendere. Immergermi in quest’ultimo strascico della città. Da qui si continua a piedi.
Prendo l’ascensore. La prima cosa che noto è il buio. Niente lune artificiali, illuminazione stradale scarsa. Bagliori azzurri dalle finestre dei caseggiati popolari. Televisori che trasmettono partite di calcio.
Quello che trovo oltre non mi sorprende. Cantieri. Edifici diroccati. Officine meccaniche. Gelaterie.
Poi venditori ambulanti di kebab, negozi stracolmi di paccottiglia cinese, rosticcerie africane e peruviane. La periferia degli immigrati e il suo declino stabile, eterno. Una Torino che in superficie è rimasta soltanto in cintura, ai margini estremi della città.
Un mondo sconosciuto, praticamente.

Sono fermo davanti a un muro di mattoni rossi. La fine di un vicolo cieco. Tutto è molto buio.
C’è odore di cibo e grasso per motori. In fondo, sulla strada principale, passano ombre scure. Esseri umani che strisciano contro le case, come scarafaggi. Altri fantasmi che scompaiono dietro un angolo, sotto la saracinesca di un negozio pakistano.
Un muro di mattoni rossi. Una porta. Sulla porta c’è una scritta: “Amici del cinema d’essai”. Sotto un nome illeggibile, cancellato con un pennarello nero.
Questo è il luogo.
Guardo l’orologio al polso. Le nove meno due minuti. Centoventi secondi di angoscia. Poi mi guardo attorno.
Afferro la maniglia.

Interferenza

Avevo incontrato l’agente Donato della digos la sera del 19 luglio. Un appuntamento in una tavola calda come tante. Cibo cinese precotto. Una cameriera carina, frangia sugli occhi e auricolari. Telegiornale nei megaschermi che rimpiazzavano le finestre.
Avevamo scelto il sottosuolo per ragioni di sicurezza. Un piede sottoterra ed è come la legione straniera. Nessuno ti ha visto, nessuno fa domande.
I patti erano chiari. I nomi dei miei diretti superiori in cambio di un biglietto per Marrakesh. E della strada sgombra per arrivarci, naturalmente.
In fondo avevamo tutti qualcosa da guadagnare. Io la vita. Donato una promozione.
La digos stessa ci guadagnava. Elogi. Riconoscimenti. Discredito della polizia segreta rivale. I NAT si lasciano sfuggire il condannato, la digos arresta i suoi superiori. Foto sui giornali. Interviste.
Discredito significa meno soldi per i nuclei antiterrorismo e più soldi per la digos. Più soldi significa più impunità. Più impunità più potere.
E il potere significa tutto: è lì che comincia la vita.

Le istruzioni erano semplici. Poche direttive. Qualche consiglio sibilato tra i denti. Una caccia al tesoro. Solo una delle tante, in fondo.
Non c’era nessuna regola, soltanto un luogo da raggiungere. Un anonimo cinema d’essai in periferia, al capolinea della linea verde. Una porta su un muro di mattoni rossi. Sulla porta un nome illeggibile.
Alle nove sarebbe cominciato il film. Avrei aperto la porta. Mi sarei trovato di fronte a due sale, una più grande e una più piccola. Quella grande era la sala cinematografica vera e propria. Quella più piccola una specie di salotto.
In questa stanza un uomo magro vestito di giallo mi avrebbe atteso.
Mi avrebbe accompagnato ad un’altra porta, più piccola.
Da questa porta in un cortile.

3.

Un attimo di apnea che si trasforma in ore, giorni, anni.
Un attimo perché tutto crolli. La certezza di essere dalla parte della ragione. La possibilità di salvarsi. Tutto.
Sono immobile in uno spazio senza coordinate. Il muro di mattoni rossi è alle mie spalle. La porta anche. Ho ancora una mano sulla maniglia. Come se bastasse un passo indietro per ristabilire le regole. Come se esistesse una possibilità d’errore.
Non è così. E’ chiaro che non è così. Non c’è nessun errore. Il luogo è quello giusto. E anche l’ora è quella giusta, perché non esiste un’ora sbagliata, non per questo genere di cose.
Resto immobile guardando un cielo che non dovrebbe esserci. E un prato che non dovrebbe esserci. E i grilli che cantano in questo prato. E poi il binario arrugginito che mi passa sotto i piedi, la vecchia locomotiva, i resti di una costruzione in mattoni.
C’è una linea morta della ferrovia, in questo posto. Senza alcun dubbio una vecchia stazione abbandonata.
Non ha alcun senso.

Riesco a muovere qualche passo e il primo istinto è la fuga. Correre, a perdifiato. Uscire da questa dimensione irreale. Tornare allo scoperto, dove quello che conta sono i muscoli e il sangue. La lotta animale, senza spazio per i dubbi.
Non riesco a decidermi.
Non ho coraggio sufficiente per rispondere alle domande che mi pongo . Sono stato tradito? Da chi? Dalla digos? Dai miei compagni? Hanno fatto a me ciò che io ho fatto a loro?
Realizzo che non ci sarebbe nulla di strano. È un vicolo cieco. Una soluzione senza uscita. Una soluzione senza uscita si chiama: panico.
Mi appiattisco contro i muri. Cerco di scomparire.
Poi torno a farmi visibile, attendo l’agguato con tranquillità. Forse sarà dolce. Facce coperte da passamontagna e mitragliatori kalashnikov. Un’esecuzione sommaria, impersonale.
Non è me che stanno uccidendo. Non sono loro che io ho ucciso.
La risposta è una sola.
Siamo la stessa cosa.

Dieci minuti e non succede niente. Accendo una sigaretta. Aspetto.
Venti minuti. Ancora niente.
Mezzora. Poi delle ombre. Vengono nella mia direzione e si muovono in fretta. Sono in quattro, forse di più. Cerco di vedere i loro volti, ma sono troppo lontani.
Tengo una mano sulla maniglia e una sul muro in mattoni. Sono pronto a scappare.
Poi succede qualcosa. Le ombre scompaiono, come inghiottite dal terreno. Trattengo il respiro. Svuoto i polmoni. Mi rilasso.
Tutto si fa molto chiaro.
Un quartiere sotterraneo. Ci deve essere un ingresso da qualche parte. Ha inghiottito le ombre, mi farà scomparire.
Per un attimo sono me stesso nella sua forma più essenziale. Un impulso. Un fremito incontenibile.
Qualcosa dentro di me torna a vivere.

4.

La scala finisce in un lungo corridoio illuminato al neon. Il traffico di esseri umani è intenso. Arabi, africani, sudamericani, cinesi. Qualche bianco.
Il solito meltin’ pot del sottosuolo.
Senza dubbio il corridoio è una delle arterie principali del settore. È intitolata a Fidel Castro. Sotto il nome c’è solo la data di morte, marzo 2004.
Sono ricordi d’infanzia. La notizia sui megaschermi. Il sangue. La rivendicazione della CIA. Le folle. I carri armati statunitensi. L’invasione.
Mi fermo sul bordo della strada, mi appoggio al muro. È un negozio di animali. Alcuni li conosco. Altri sono modificazioni genetiche illegali, create per i salotti dei ricchi. Per le modelle e le rockstar.
Da un grosso acquario un pesce verde chiaro mi guarda. Ha occhi grossi e neri come quelli di un vitello. Di nuovo quella sensazione di apena.
Accendo una sigaretta.

Con il passare dei minuti la folla di avenida Fidel assume compattezza. Ogni secondo che passa è qualcosa di più omogeneo. Qualcosa di fluido e lento, come acqua.
Questa gente non si trova qui per caso.
Lo realizzo in un attimo. Lo capisco dagli sguardi, dall’andatura cadenzata, dal silenzio sospeso. Questa gente ha una direzione. Uno scopo. Una meta da raggiungere.
Qualcosa sta accadendo in fondo alla via, oppure oltre.
Adesso è lampante. Impossibile non comprenderlo. Non mi trovo in mezzo ad una trafficata via di un quartiere sotterraneo. Qui si respira un’atmosfera diversa. C’è qualcosa di grosso nell’aria. Qualcosa di sacro.
Questa è una processione, senza dubbio.

È chiaro che tutto questo non mi riguarda. Dovrei cercare un albergo per passare la notte. Dovrei mettermi in contatto con la digos e chiedere spiegazioni. Trovare una stanza buia e chiudere gli occhi e riordinare le idee.
Poi la vedo.
È in mezzo alla folla. Cammina lentamente, ciondolando appena. Ha lo sguardo fisso davanti a sé. Guarda qualcosa che sta oltre avenida Fidel, oltre il quartiere sotterraneo, da qualche parte nella sua testa.
Estela.
Conosco quello sguardo. So cosa significa sul suo volto. So che dovrei starne lontano, che potrebbe andarne della mia vita. Ma non importa. Non importa più niente, ormai. Ho bisogno di qualcosa di umano. Di una voce conosciuta, di un odore, di un corpo da stringere al mio.
Quello che sto per fare è un errore. Lo so e non mi interessa.
Corro in mezzo alla folla. Non sono esseri umani, questi, sono corpi senza vita. Li sposto come oggetti. Mi faccio largo tra braccia e gambe che non badano al mio passaggio, sembrano non accorgersi della mia esistenza.
La raggiungo. Indossa un abito di seta indiana. Sandali. Un anellino al naso, tanti anelli nelle orecchie.
La tocco. Mi vede. Per un attimo sembra non riconoscermi.
Poi sorride.

Interferenza

Inizialmente era contraddistinta da una sigla. Numeri, lettere. Non ricordo. E’ passato molto tempo, forse l’ho scordato.
Però c’era una sigla. Una volta. Quando ancora esisteva una concorrenza. Quando si parlava ancora di droghe estrinseche e di droghe intrinseche. Di droghe leggere e di droghe pesanti.
Una volta potevi decidere. Potevi restare in piedi a ballare la techno per quattro giorni e poi andare al lavoro come niente fosse. Potevi sniffare anestetico per cavalli e smettere di esistere per ore, giorni, settimane. Potevi aprirti, chiuderti, allontanarti, trasformarti, scomparire.
Fu una questione di pochi mesi. Man mano che le altre droghe sparivano dal commercio il suo nome si faceva più vago, più sottile.
Poi più nulla.
Bastava un’occhiata rapida, un breve cenno del capo, un’allusione. Era sufficiente per capirsi. Milioni di persone accomunate da un’unica esperienza collettiva. Tribù di giovani e imprenditori di successo. Segretarie e puttane. Guardie e ladri.

La “droga totale”, come la chiamavano i giornali, era stato il primo passo verso la nuova epoca. Era venuta prima della guerriglia. Prima dei quartieri sotterranei. Prima delle persecuzioni.
Era entrata nella vita delle masse con una naturalezza sorprendente. Aveva combattuto lo stress e la noia, la bulimia, le manie ossessivo compulsive. Tutti, seppure in misura diversa, ne facevano uso.
Io non l’avevo mai presa prima di allora. Ai compagni era vietato. La guerra santa era una questione di calcolo, non di fantasia. La purezza del corpo era un dovere verso la causa.
Credevamo si trattasse di un’evasione. Sbagliavamo. Non potevamo comprenderla. Non avevamo gli strumenti per spiegarla. Nessuna parola del nostro lessico era capace di definirla.
Ora lo so. Non era un’evasione.
Una nuova dimensione dell’esistenza, tutto qui.

5.

Camminiamo fianco a fianco, mano nella mano.
Alla mia destra c’è Estela. Alla mia sinistra c’è uno sconosciuto, un nero sui quarant’anni, alto, solido. Guardo i loro volti, cerco i loro sguardi. Non ci sono. Da nessuna parte. Penso che tutto questo è giusto. Non c’è stato nessun errore. Non c’è nessun significato.
Camminiamo piano, senza parlare. Percorriamo passo dopo passo la strada della salvezza. Che è anche la strada della disperazione, della nausea, del prurito: non abbiamo possibilità di scegliere, non la vogliamo.
La processione ha rallentato. Si è fatta ancora più compatta. Più densa. Un liquido oleoso, corpi che si sciolgono in altri corpi e scivolano sotto i neon di un quartiere sotterraneo.
Ci accalchiamo all’imbocco di una piccola via. Siamo pulviscolo. Massa che esplode in miliardi di singoli frammenti, eppure un unico essere.
Un singolo fatto, infinite interpretazioni.

All’improvviso mi accorgo di qualcosa. Le scritte. Le insegne dei supermercati, i cartelli stradali, gli slogan pubblicitari. Le lettere si confondono. Sfuggono. Si mischiano tra di loro.
È come una vertigine. Come se la testa mi si stesse riempiendo d’acqua, un’acqua calda e densa nella quale è possibile respirare.
Tutto questo è giusto.
Mi sento leggero, come non lo sono mai stato.

6.

Non c’è soluzione di continuità in quello che accade. Perché tutto accade, senza una causa e senza conseguenze.
La strada nella quale ci troviamo è stretta e buia. Ho l’impressione che vada aggrovigliandosi e stringendosi allo stesso tempo. Come il fondo di un imbuto. Come l’intestino di un grosso animale.
La processione si è fatta rumorosa. Canta. Mormora. Emette rumori incomprensibili, fischia, stride, sbuffa. Aspettiamo qualcosa. Quello che aspettiamo è vicino, sempre più vicino ad ogni passo.
Poi quel qualcosa succede, ed è una liberazione.
Il viottolo si allarga. Mi guardo intorno. Una piazza. Una piccola piazza tonda, circondata dai portici. Si fa silenzio, un silenzio religioso, soltanto il rumore dei passi sul grigio plumbeo dell’asfalto.
La piazza è gremita di persone. Qualcosa le attrae verso il centro. Guardo Estela, che è occhi sgranati e muscoli in tensione. Seguo il suo sguardo.
Allora lo vedo.
È qualcosa di luminoso. Un oggetto delle dimensioni di una valigia da viaggio, oppure un animale.
Un corpo. Un corpo rannicchiato che emana una luce chiarissima, bianca.
Centinaia di persone si stringono intorno a quella luce, come falene intorno a una lampada.

Interferenza

Non esiste soluzione di continuità. Esiste un unico errore, dal quale tutti gli altri derivano: la coerenza. La pretesa di essere uguali a sé stessi. L’obbligo di un significato.
Ti svegli una mattina con la consapevolezza della scommessa. Hai puntato tutto su una fuga disperata. Non ci sono mezze misure: se vinci sei salvo, altrimenti muori.
Poi basta un particolare, una nota stonata, una dissonanza. E tutto crolla. Le cose perdono il loro aspetto familiare. L’aria si fa rarefatta. Comincia il mondo della mitologia, l’universo degli impulsi animali.
Nessuna regola, solo la lotta per la vita.
Nessuna storia da raccontare, nessuna linearità del tempo. La strada che stai percorrendo si biforca. Scegli una direzione e si biforca di nuovo. E di nuovo e di nuovo, all’infinito.
Sei sempre più lontano dal tuo scopo ogni passo che fai, vorresti fermarti ma non ti è concesso. Allora cammini. Camminare produce stanchezza. La stanchezza produce certezze.
Smetti di alimentare il dubbio. Come per incantesimo la strada torna ad essere una sola.
È a solo allora che comincia la conoscenza.

Ad un certo punto il corpo si era tirato a sedere.
Un essere umano. Un bambino di cinque o sei anni, di etnia indefinibile. Pelle scura ma non nera. Occhi azzurri, vitrei.
Cieco, senza dubbio.
Porgeva le mani alla gente.
La gente chinava il capo, abbagliata da quella luce.

Il presente, non il futuro.
Li chiamavano con un nome particolare. Un termine orientale che significa “grande anima”. Specchi di carne e sangue del mondo che ti circonda. Fogli bianchi su cui il tuo sguardo imprime un segno.
Un attimo. Uno scorcio della tua vita. La verità, per un decimo di secondo.
Non il futuro, soltanto il presente. Con le sue conseguenze e le sue cause. Con le scelte e gli errori irrimediabili.
Guardarsi in faccia. Vedersi come da soli sarebbe stato impossibile.
Un istante di lucidità estrema dipinto negli occhi di un bambino.

7.

La massa di persone si stringe sempre di più. Sono sempre più vicino, risucchiato da una forza incontrollabile. Un gorgo, una spirale.
Poi arriva il mio turno.
Non capisco quello che sta succedendo. Corpi premono sul mio corpo. Si appoggiano alle mie spalle, spingono, invitano, impartiscono un ordine perentorio.
Tocco una mano minuscola.
Guardo la luce, cercando una risposta nel suo centro luminoso. Incontro uno sguardo senza vita, occhi ciechi, di un azzurro quasi bianco.
Resto a fissarli a lungo.
E vedo.
Tutto.

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II.

Entrata

Aprii gli occhi a mattino inoltrato. Mi trovavo in una grande stanza dalle pareti bianche, illuminata vagamente dalla luce del sole. Ero steso in un letto a due piazze. Al mio fianco non c’era nessuno.
Il luogo mi era familiare. Emanava vecchie sensazioni confuse, che non riuscivo a collocare nel tempo e nello spazio. Avevo la mente vuota. Nessun pensiero, nessun ricordo, nessuna emozione.
Mi tirai a sedere. Rimasi in attesa. Si aprì una porta in fondo alla stanza. Piano, come per evitare di svegliarmi. Era la porta del bagno. Lo sapevo, non sapevo perché.
Ne uscì una donna. Era nuda. Mi guardò e mi sorrise. Ricambiai il sorriso.
Andava tutto bene.

Pochi minuti dopo stavamo facendo colazione al tavolo della cucina. Estela sedeva di fronte a me. Guardavo i suoi capelli bianchi e le sue spalle sottili e mi piaceva. Mi piaceva il modo in cui sorseggiava il suo yogurt liquido, sfogliando una rivista di moda.
Finii la colazione e accesi una sigaretta. Mi alzai. Uscii sul balcone. Restai a guardare il profilo aguzzo della mole, i movimenti degli autobus elettrici, gli innumerevoli accessi ai settori sotterranei.
Poi rientrai. Mi lasciai cadere sul divano in pelle. Chiusi gli occhi. Li riaprii.
Non pensavo a niente. L’orologio digitale sul muro segnava le 11.45 del 26 luglio 2022. Non ricordavo niente. Non avevo un passato né un futuro, nessuna direzione da raggiungere.
Stavo bene.

Fu a quel punto che suonò il campanello. Guardai E

stela che si alzava dalla sedia e scompariva dietro la porta a vetri. Mi accesi un’altra sigaretta e rimasi seduto ad aspettare.
Poi Estela tornò in cucina. Tornò a sedersi e riprese in mano la sua rivista di moda.
Poi disse: “E’ per te”.
Allora notai che aveva parlato senza guardarmi.
Poi ricordai, ma a quel punto era già troppo tardi.

(photo by rakka – flickr.com)

gli altri

auto.jpg

Avete per caso visto passare una volpe?
(L. Buñuel)

Una sera qualsiasi.
Primi giorni d’estate, finiti gli esami, nessun impegno.
Alle nove e mezza squilla il telefono. Sono disteso sul divano a guardare una partita di rugby, ma ho il ricevitore a portata di mano.
Rispondo.
Solita storia: suoni confusi, interferenze, voci che si accavallano.
Una volta facevo fatica a capire, ma ormai ci sono abituato. I rumori e i discorsi sono quelli tipici di un paese di provincia: fiume, moto, pettegolezzi, droghe.
Sono alla panchina, ne sono certo.
Uno slargo sulla strada, una scala che scende, una piccola fontana: è il nostro punto di ritrovo.
Vado. Devo andare.

Look indie, questa sera.
Calzoni qualsiasi, maglietta gialla troppo stretta, converse, capelli sulla fronte. Ragazzo indie controlla di avere le chiavi. Ragazzo indie saluta la madre, poi esce.
Arrivo alla panchina in cinque minuti.
Tardi. Tardissimo.
Bottiglie di birra vuote. Un pacchetto di sigarette. Un fiore dimenticato sulla panchina.
Sono rimasti in tre: due ragazzi e una ragazza. Gente che conosco di vista. Non so come si chiamino, non so che cosa facciano delle loro vite.
Giri diversi.
Mi aggiorno sulle novità. A si è trasferita a Bologna in via definitiva. B ha fatto un incidente in moto, su in collina. Si è rotto una gamba, ma poteva andargli peggio.
Chiedo degli altri.
Sono appena partiti, dicono.
Una partita a calcetto. Qualcuno era in moto. In paese. Quale calcetto? Calciobalilla, specificano.
Dire calcetto è come cercare un ago in un pagliaio. Ma io ci sono abituato. Escludo alcune possibilità. Analizzo le restanti. Escludo di nuovo.
Ho trovato.
Saluto i superstiti della panchina.
Salgo in macchina.

(In auto ascolto: Arctic Monkeys – Whatever say I am, that’s what I’m not)

Calcetto del Tobruk, di solito il nostro calcetto.
Questa sera non si vede anima viva. Le solite due o tre facce al videopoker. Un gruppo di skin seduti sul marciapiede. Due ragazze in minigonna.
Parlo con C, il barista, amico di vecchia data.
Mi racconta la sua settimana al mare.
Discorso confuso. Una discoteca. Una ragazza. Una stanza d’albergo. La ragazza è sadomasochista. Un’amica. Urla. La strada. Il mare. L’alba.
Decido di farmi una birra: a questo punto non c’è fretta.
C va e viene tra il banco e i tavoli.
Parliamo del campionato di calcio appena concluso e dei mondiali imminenti. La Juve finisce in serie B. I mondiali li vince il Brasile.
D, un amico comune, quest’anno ha fatto parecchi soldi alla SNAI.
Il calcioscommesse. Guardo l’ora. Le scommesse sono un’alternativa a questo lavoro di merda, dice C. Le dieci e mezza.
Devo andare.
Non so dove.

Parcheggio del Tobruk: molte facce, nessuna conosciuta.
Sono indeciso sul da farsi. Accendo una sigaretta. Aspetto qualcosa.
Qualcosa arriva. Il cellulare squilla. Rispondo. Sono loro. Questa volta il rumore è più forte. Interferenze intensificate. Voci di molte persone e chill-out che sembra provenire da lontano.
Un locale.
Poi qualcos’altro: rumore d’acqua.
Un locale al lago.
Ci sono.

(In auto ascolto: Bloc Party – Silent Alarm)

Direzione lago maggiore.
Attraversare il paese. Prendere la statale del Sempione per quindici chilometri. Svoltare.
Oppure: prendere l’autostrada e lasciarla alla prima uscita senza casello.
In piazza qualcuno mi chiama.
Amici che non vedo da tempo. Amici che non ho voglia di vedere. Ragazzo indie registra il lampeggiare di abbaglianti. Ragazzo indie accosta, scende, stringe mani.
Guardo l’ora di sfuggita: le undici passate.
In ritardo sulla tabella di marcia.
Un ritardo che potrebbe costare benzina, minuti al volante, altro ritardo.
Gli amici chiedono se voglio fare una canna. Dico che ho appuntamento con gli altri. Dicono che una canna non si rifiuta a nessuno.
Grado di convivialità della marijuana: molto alto.
Una canna non si rifiuta a nessuno.
Li seguo. All’incrocio del Kabiria ci infiliamo verso la collina. Strada che diventa sterrata. Finestrino aperto. Notte estiva.
Accostiamo al ponte diroccato della circonvallazione.
Rumore di grilli. Lucciole. Profumo d’estate e profumo d’erba che si propaga nelle vicinanze.
Raccontano che F e G sono finalmente andati a vivere insieme, ora che G ha trovato lavoro in una fabbrica.
F è molto carina, dicono.
F è un ricordo di gioventù. Estate di quattro anni prima. Campi di grano. Feste del liceo. Vespa cinquanta special.
Da due settimane sto uscendo con F.
Una notte succede qualcosa.
Da quel punto in poi le cose cominciano a complicarsi.

Di nuovo nel 2006.
Anche la seconda canna è finita. Guardiamo le stelle. Restiamo in silenzio.
Sono il primo a parlare: devo raggiungere gli altri.
Di nuovo mani che stringono, pacche sulle spalle.
La macchina si muove lenta nel buio, come se strisciasse.

(In auto ascolto: Radio Dept. – Lesser Matter)

Sono fermo da un semaforo, in paese.
Un incrocio. Dall’altra parte della strada una piccola piazza. Nella piazza delle auto. Tra le auto un’Opel Corsa verde scuro. Qualcuno sta salendo sull’auto.
Un flash: è K.
K sta salendo sulla sua auto.
K sa dove si trovano gli altri.
K è gli altri.
Suono il clacson ma non mi sente. Accende il motore proprio quando il semaforo diventa verde. Decido di seguirlo.
Previsioni disattese: a quanto pare niente lago.
Prendiamo per la collina, seguendo i cartelli stradali per Torino. Strade sinuose come bisce. Colline che ospitano cinghiali e messe nere.
Poi un rettilineo. L’auto di K accelera, troppo per stargli dietro: qualche istante dopo è sparita dalla mia visuale.
Non importa.
A questo punto del tragitto la meta può essere una sola: casa di M.
Ne sono certo.
Mi fermo per fare benzina e ne approfitto per cambiare cd.

(Inserisco nel lettore: Graham Coxon – Happiness in magazines)

Casa di M, luci spente.
Potrei suonare il campanello.
Non lo faccio. Un attimo di silenzio per fermare la notte d’estate. Penso ai segmenti invisibili che collegano le cose.
Una casa. Una strada. Un bar. Un’auto. Un lago. Un’altra casa.
Luci. Persone. Storie.
La rete.
Un impulso elettronico tra le maglie della rete.
Un collegamento ipertestuale.
Ogni nodo è una storia.

Un attimo, poi si riparte.
Chiamo M sul cellulare: spento. Chiamo R, sua sorella. È in casa. Io sono sotto casa. Dice: non posso farti salire. Scendo io.
Aspetto qualche minuto. Accendo una sigaretta. Cammino per il cortile.
Arriva.
M non c’è. È uscito, dice. L’interpretazione non era sbagliata: sono andati al lago. Un lago, l’altro. È tornato J dall’Egitto. J ha portato un regalo per gli amici.
Serata con l’erba sul pontile del Lido.
Vorrei raggiungerli, dovrei farlo.
R chiede se ho un attimo. Una sigaretta, dice.
Dico di sì.

Porte che si aprono: R ora vive a Milano.
Sta in casa con S, una ragazza che ho conosciuto in Irlanda cinque anni fa.
Un universo che si svela: vita della periferia milanese. Passanti ferroviari. Penny market. Cartelloni elettorali.

Sediamo su un muretto, la recinzione di un campo incolto.
R indossa un paio di sandali. Insetti come falene ci volano attorno. Odore d’erba tagliata e fumo delle nostre sigarette.
Un’altra storia. N ha dormito a casa loro, qualche tempo prima. N sembrava impazzito. Diceva di pensare seriamente al suicidio.
Un momento sospeso: N era del gruppo, una volta.
Ora non lo è più.
Pare sia andato in Sud America per stare lontano dalle droghe.

Devo salire in macchina.
Devo raggiungere il lago, fare un ultimo tentativo.
R mi bacia su una guancia.
Un bacio che ha tutto il sapore dell’estate.

(In auto ascolto: Babyshambles – Down in Albion)

Venti minuti di strada statale e sono al lago.
Il pontile. L’albero. Il tavolo di pietra.
Nient’altro.
Deserto, come immaginavo.

Ho parcheggiato l’auto.
Sono in piedi sul pontile. C’è vento, qui. Il lago è una macchia scura che non finisce da nessuna parte.
C’è silenzio.
Ci sono le tracce di un passaggio, le solite: bottiglie, pezzi di carta, pacchetti di sigarette.
Mi siedo in terra.
Guardo l’ora: le due e mezza passate.
Una notte d’estate come tante altre.
Voglio dormire.

(photo by HAMACHI! – flickr.com)

crononauta (parte 3 di 4)

1.

new york city, marzo duemilasette

E poi mi gira la testa, così sono costretto a sedermi. La gente intorno mi guarda perplessa ma non fa domande. Io dal canto mio non muoio. Tutti quanti tornano ai loro ipertrofici caffé.
Devo aspettare un pezzo perché la prospettiva si assesti. Poi mi alzo. Prendo la bibita gelata al gusto di caffé dal banco. La cameriera è carina e sorride ad un altro. Penso che potrei fare sesso con lei, ma non dura molto. Ringrazio ed esco.
Sulla Fifth Avenue la prima cosa che succede è che mi bagno. Piove che sembra debba annegarci tutti, eppure io non me lo ricordavo. Avevo forse un ombrello da qualche parte? Controllo e mi rispondo che no, forse questa mattina quando sono uscito non pioveva ancora.
Che confusione.
Comunque Manhattan è bella sotto tutta quest’acqua. Tutta questa gente sotto gli ombrelli, i mendicanti sotto le tettoie. Sotto la tettoia del mio Starbuck’s c’è uno zingaro con la faccia da zingaro e una tromba in mano. Fuma una sigaretta tozza senza filtro.
Vorrei capire cosa ci sono venuto a fare qui questa mattina. Quel piccolo calo di zuccheri deve avermi cancellato un po’ di memoria. Avevo un appuntamento? Direi di no. Un impegno di qualche tipo? Nemmeno.
Forse volevo soltanto fare una passeggiata.
Con questa pioggia?
Forse prima non pioveva.
Ad ogni modo decido di gironzolare un po’ prima di tornare a casa. Vado a piedi fino a Brodway e quando sono lì mi accorgo che non c’è niente da vedere. Non trovo niente di meglio da fare che prendere un altro caffé freddo nell’ennesimo Starbuck’s, poi esco a fumare una sigaretta. Una donna nera mi avvicina e comincia a parlare in una lingua yankee che non conosco. Mi stringo nelle spalle e lei mi manda al diavolo. Continuo a stringermi nelle spalle.
Mi accendo una sigaretta e fumo in silenzio.

Alla fine è andata così: ho girato in tondo fino all’ora di pranzo e poi mi sono mangiato un hot dog.
La cosa tremenda è che New York per un turista è minuscola. C’è Manhattan, Brodway, metà Brooklyn e stop. Il Bronx e il Queens non si possono vedere, come l’altra metà di Brooklyn. Little Italy e China Town invece sì, però non sai mai esattamente dove si trovino.
E poi se c’è qualcos’altro tu nemmeno lo sai. Tutto si concentra a Central Park, alla statuina, a Wall Street, al buco luminoso che c’è adesso alo posto delle torri.
Vai a capire.
Un giorno prenderò una linea della metropolitana a caso e mi farò trasportare fino al capolinea. E se un nero o un portoricano cercano di uccidermi mi metto a strillare che sono emofiliaco, come Woody Allen. Tanto lui in qualche modo se l’è cavata, no?

Finito l’hot dog sono sul lungomare che fumo l’ennesima sigaretta della giornata, indeciso sul da farsi. Ho comprato dell’uva in un negozio greco, non so nemmeno più dove.
Mangio quest’uva e butto qualche acino in mare per vederlo precipitare nel vuoto.
Poi si infila nell’acqua senza fare rumore.
Nel frattempo ha smesso di piovere, ma il cielo resta piuttosto incasinato. Mi sento sporco come se non mi lavassi da giorni e le guance mi prudono, mi sa che ho bisogno anche di farmi la barba.
Insomma decido di tornare a casa.
Vado a prendere il maledetto trenino, mollo il biglietto al bigliettaio (che dev’essere turco, ha una faccia che non riesco a capire) e mi metto seduto comodo sul sedile imbottito.
Poi il coso attraversa il fiume Hudston, acqua acqua acqua tutta intorno e alla fine il New Jersey.
Fatemi scendere, ho bisogno di fumare.

Ebbene sì, ho trovato casa ad Hoboken! Quando sono arrivato ho messo sul lettore mp3 tutti i dischi dei Yo La Tengo (che sono nati proprio qui) e da allora non ho ascoltato altro.
Comunque, Storia Del Rock a parte, Hoboken è proprio un bel paesino. Ci sono un sacco di case bianche e basse e il fiume. E poi vedi Manhattan proprio di fronte a te. Casomai ti venisse voglia di fumarti una sigaretta sullo Hudston, fumi una sigaretta guardando Manhattan.
Ho trovato posto in questa pensione, che per metà è un piccolo albergo e per metà è un appartamento. Non costa molto e due volte la settimana qualcuno viene a farti le pulizie a casa. Nell’appartamento ci sono fornello, doccia e tutto il resto, però la casa è una specie di piccolo hotel senza reception, ogni appartamento è una stanza con il numerino sulla targhetta di ottone.
Questo.
E poi per il resto non sembra nemmeno di stare a dieci minuti di trenino da New York. Ci sono queste panchine sul fiume, questi vecchietti deliciously american a spasso con il cane.
Sto bene, mi sembra di stare bene.
Anche se parlare di questo mi costringe a pormi una domanda che non vorrei pormi: da quanto tempo sono qui?
Mi sforzo, eppure non riesco a ricordare. È possibile che un calo di zuccheri provochi amnesia parziale? Perdita della memoria breve? E se non fosse stato un calo di zuccheri ma un ictus sventato? Un embolo neutralizzato prima che potesse colpire?
Che poi, per carità, luci e ombre le distinguo ancora.
Ho molti flash su questa città, e un senso tipo di affetto per quello che vedo. So che sono qui da un bel po’, ma non saprei dire quanto. Quello che mi manca sono i numerali. Il sistema metrico decimale.
Il tempo, in linea di massima, mi sembra una stronzata bella e buona.
Sto pensando a questa cosa quando mi vedo riflesso nella vetrina di una pescheria, con questi capelli arruffati, la barba lunga e la sigaretta ancora accesa. Mi guardo bene e vedo che indosso quella t-shirt gialla con scritto: “Shampoo suicide”.
Rido, perché questa cosa mi fa sempre ridere.

In definitiva sto in questo posto da un po’ di tempo (non so quanto) e non so perché.
La sera mentre mangio quelle schifezzine surgelate che gli americani chiamano tv dinner resto a guardare la pioggia dalla finestra. Dopo faccio un po’ di flessioni e di addominali, smette di piovere ed esco a fare due passi lungo il fiume.
Pare che questa città abbia 39.000 abitanti. Qualcuno mi conosce o almeno sembra avermi già visto. Io no, non riesco a ricordarmi di loro.
Vado a fumare un tot di sigarette serali e torno a casa a riflettere.
(Mentre fumo Manhattan è lì davanti che sembra sospesa sull’acqua, con i gabbiani e tutto il resto. Le luci delle ex torri sono accese, nonostante tutto è un bello spettacolo.)
Penso:
1. Cosa farò domani mattina.
2. Da dove vengo e dove sono diretto.
Comincio a credere che il piccolo calo di zuccheri sia stato in realtà il primo sintomo di un trotterellante cancro al cervello. Degli ultimi anni ricordo molto poco: immagini, facce di persone che sembrano fotografie segnaletiche.
Non so.
Vicino al letto scopro che c’è uno stereo (mi ricorda Prince: mi sa che viene dal profondo degli anni 80) e vicino allo stereo un po’ di cd. Che poi sono i miei cd, solo che ci metto un po’ a capirlo.
Ecco, prendo questo: Brian Eno – Another green world.
Premo play e mi butto sul letto, e mi viene in mente che non mi sono fatto né la doccia né la barba.
Che condizione pietosa.

Tutte le mattine mi alzo presto, prendo il trenino e sono a New York City.
Provo a girarla un po’ tutta e un po’ a caso, prendendo metropolitane, autobus, taxi. Non ho idea di quello che sto facendo, eppure qualcosa dentro di me dice che sto facendo la cosa giusta. Inspiegabilmente (davvero inspiegabilmente) ho il portafogli pieno di soldi, quindi per il momento non c’è nessun problema.
La cosa bella è che più passano i giorni più questa città si espande. Ho scoperto che esistono anche Chelsea, Midtown, l’Upper East Side, SoHo, Inwood. E poi le isole: Staten Island e Ellis Island.
E poi un sacco di altre cose belle come la gente.
La gente qui è cordiale ed è disposta ad ascoltare le mie domande assurde. Chiedo ad una donna zoppa con un gran foulard in testa cosa ci faccio a New York e lei mi risponde: “God bless you, man”, e mi molla in mano una monetina.
L’unica delusione è il CBGB.
Chiedendo informazioni a destra e a sinistra scopro che si trova al 315 di Bowery. Mi ci porta un taxista che si chiama Paul e che giustamente reclama il suo 15% di mancia quando faccio finta di dimenticarmene.
Mentre scendo mi aspetto di trovare David Byrne e Dee Dee Ramone che si fumano una canna davanti all’entrata, e invece no.
Niente.
C’è questo posto sotto il cielo tutto grigio e mi sento un po’ preso per il culo. (La t-shirt GODZILLA! che indosso oggi porta male, avrei dovuto saperlo.) Comunque non faccio in tempo a rimuginarci troppo, perché appena ci provo la testa comincia a girarmi come una matta e cado a terra fulminato.

Mi risveglio sul letto della mia casetta ad Hoboken. Zero idee su come diavolo ho fatto a tornarci, ma ormai mi ci sto abituando.
Quando guardo fuori dalla finestra mi accorgo che è quasi notte, e l’acqua dello Hudston è tutta scombussolata dal vento. Visto che ho fame decido di farmi un tv dinner, questa volta davanti alla tv.
E mi accorgo di una cosa strana: ho una voglia tremenda di musei. Sono a New York da chissà quanto tempo e non ho ancora visto un museo. Sembra impossibile? Be’, è così. Se ne ho visto qualcuno l’ho scordato, quindi fa lo stesso.
Così vorrei vedere un museo, solo che non posso perché è notte e ormai sono convinto all’85 % di avere un cancro al cervello. Poi c’è vento e può anche darsi che il vento faccia male al cervello, per quanto ne so. Quindi per questa sera decido di stare in casa.
Faccio flessioni e addominali, tutto.
Poi infilo nello stereo un disco del 2000 dei Yo La Tengo che si chiama And then nothing turned itself inside-out. Cerco l’ultima traccia, che dura 17 minuti e si chiama Night falls on Hoboken.
Dice così:

Frightened face
Worried dream
Break my heart
With your sad scream
Sun is down
Spirit low.

È bello ascoltarla da qui, mentre guardo la sera calare sul New Jeresey.

Dunque. La mattina dopo mi sveglio come al solito prestissimo e questa volta scelgo meglio la t-shirt della giornata. C’è “Leggere è sexy”, ma la trovo troppo gialla per un giorno di pioggia. C’è “Minimal art” ma è troppo Nevermind the bollocks nell’estetica, e scarto anche lei.
C’è n’è una dei DEVO che mi fa sentire molto New Wave e molto New York. Poi è anche scura, quindi posso dire che ho deciso.
Bene, e una è fatta.
Dopodichè attraverso Hoboken appena sfiorata da quella pioggerellina di marzo, con i gabbiani che svolazzano sull’acqua e i gatti randagi che per un po’ addirittura si mettono a seguirmi.
E poi i gatti se ne vanno e mi accorgo che ancora non mi sono fatto la barba. Merda, a questo punto sembro musulmano. Dalle torri sono passati sei anni, speriamo che dall’altra parte del fiume le acque si siano un po’ calmate.
Speriamo.
E poi il solito: trenino pieno di wasp (e non wasp, figuriamoci) che vanno al lavoro, acqua acqua acqua, e alla fine della corsa di nuovo Manhattan, fresca e profumata come un bambino, con quell’aria innocente che hanno le città appena sveglie.
E poi comincio a vedermi tutti i musei che mi capitano a tiro.

Sono anarchico e sistematico allo stesso tempo. Sono senza pietà, non risparmio nessuno per nessuna ragione. Quel giorno vedo il MOMA, il Metropolitan, il Guggenheim e persino il Museo Degli Immigranti di Ellis Island.
Il giorno dopo è il turno della Pop Art, dell’Espressionismo astratto, dei pittori Art Punk (non credevo che esistessero, lo giuro) e di una retrospettiva su Anarchitecture.
Sono rapido ed efficiente, Henry Ford sarebbe fiero di me.
Il giorno dopo ancora tocca al Museo degli Indiani d’America, al Whitney, al Museo di Storia naturale e…
E poi basta. Sto salendo i gradini della collezione Frick quando la testa ricomincia a girarmi, e per la seconda volta in meno di una settimana stramazzo al suolo.
Dopodichè buio.

Come al solito mi risveglio ad Hoboken, buttato sul letto come una marionetta senza fili.
Come al solito è quell’ora incerta tra il giorno e la notte. Fuori ha smesso di piovere, però il cielo è viola in una maniera quasi dolce. E nelle orecchie ho un ronzio fastidioso che non riesco a togliermi.
Quando il ronzio passa mi accorgo che ho una voglia matta di fotografie.
Capisco questo: ho sbagliato musei. Non me ne importa un’accidenti di niente dell’arte visuale, quello che voglio sono pellicole, diaframmi, obbiettivi, tempi di esposizione.
Bene.
Anzi, no, bene neanche un po’.
Questa volta sono infastidito. C’è qualcuno da qualche parte che sta indirizzando le mie scelte, e fin qui può anche starci. Però i metodi che sceglie per farlo mi sembrano francamente un tantino eccessivi.
Mi sento trattato come un lemming, e vi assicuro che non è una bella sensazione.
Dopo il solito tv dinner e i soliti addominali/flessioni vado a dormire. Decisissimo, questa volta, ad alzarmi tardi. Ad andare in città all’ora che mi pare e a fregarmene della fotografia.
E che questa storia finisca, una buona volta.
Spengo la luce e non ci penso più.

Così la mattina dopo mi sveglio molto deciso a cambiare vita, e per prima cosa cambio t-shirt. (Questa è senza parole, c’è Grande Puffo con la faccia di Marx.)
Questa volta non mi metto fretta. Vado a fare colazione al bar, compro un giornale e lo leggo su una panchina in riva al fiume. Saluto i gatti randagi e i gabbiani, poi mi infilo sul trenino.
Ed eccoci a New York, per il millesimo giorno di fila.
La tentazione di comprare riviste di fotografia è forte. Quella di correre a vedersi tutte le mostre fotografiche della città quasi insostenibile. Ma so che posso farcela. Ho un portafogli zeppo di dollari (chissà poi come mai) e mi trovo al centro del mondo: posso essere felice, fotografia o meno.
E allora che faccio?
Finisco dove ho cominciato: al solito Starbuck’s sulla Fifth Avenue.
Entro ed è tutto come qualche settimana fa, c’è ancora la cameriera carina che guarda altri e sorride ad altri. (Questi altri tra parentesi sono il prototipo del broker newyorkese, mi sembrano usciti da un qualsiasi programma della Fox. Questa loro irrealtà li rende un po’ inquietanti.)
Mentre bevo il frappuccino numero due della giornata (il primo ad Hoboken) decido che farò una cosa: prenderò una linea a caso della metropolitana e mi farò portare fino al capolinea.
E così forse finalmente vedrò la New York che conta, niente broker, niente mostre di fotografia, soprattutto.
No?
Se non piove, ma ancora non piove.
Così pago, sorrido e mi infilo nel traffico della Fifth, con la sigaretta tra le labbra come Clint Eastwood ai tempi d’oro degli spaghetti-western.
E appena trovo un ingresso alla metropolitana mi ci infilo, inghiottito dalle viscere della città.

2.

bensonhurst, brooklyn, primo aprile duemilasette

(Presi la linea M senza un motivo. Mi sedetti in un posto qualsiasi e cominciai a guardare dal finestrino.
Buio, gallerie. Alle stazioni artisti di strada, musicisti, nani. Eroinomani con il cappuccio della felpa tirato in testa. Barboni. Puttane e travestiti.
Poi il treno lasciò Manhattan. I nomi delle fermate che diventavano illeggibili.
Chiusi gli occhi e lasciai che venissero sommersi dall’oscurità. Continuai a tenerli chiusi quando la luce cominciava a filtrare dai finestrini. Poi la luce scomparve e tornò buio. Aprii gli occhi.
Ancora gallerie per un pezzo, ma alla fine arrivammo in superficie. Il cielo si era progressivamente schiarito, qualche nuvola in un azzurro pallido. Il sole andava e veniva.
Binari sopraelevati coperti dai tag più improbabili. Graffiti. C’era Mikey Mouse con una pistola in bocca. Le case erano già più basse. In un parco ragazzini del melting pot giocavano a lanciarsi sassi.
Poi un quartiere interamente cinese, uno ebreo ortodosso. Scritte incomprensibili sulle insegne dei negozi. Barbe lunghe, Kippah, ristoranti che si chiamavano Yin Tiao, un’infinità di facce confuse di etnie meticcie.
Poi una fermata. Sul cartello c’era scritto BENSONHURST.
Quando le porte si aprirono qualcosa mi spinse ad alzarmi.
Scesi.)

Brooklyn! Finalmente Brooklyn!
Non la Brooklyn che conta, non Downtown, non Brooklyn Heights, non Boerum Hill. No. Niente negozi di lusso, aperitivi, ristoranti etnici, locali lounge, dj set.
No no no.
Cercavo questo, case di mattoni, vecchi gay a spasso con il cane, strade affollate, enormi scritte sui muri dei negozi.
Decido di camminare un po’ a caso. Mi fermo davanti ad una vetrina e guardo la mia immagine riflessa con il piccolo puffo-Marx stampato sulla maglietta. Indosso un paio di occhiali degli anni 70 e ho la barba sempre più lunga, i capelli sempre più arruffati.
Sono bello. Cazzo, quanto sono bello.
Constatato che sono bello decido che questa sarà la mia giornata migliore a New York City. Sono stranamente energico e voglioso di fare qualunque cosa non c’entri nulla con la fotografia. Leggo le insegne dei negozi. Saluto le mamme con i bambini. Accarezzo le testoline pulciose dei cani dei vecchi gay e i vecchi gay mi sorridono.
Qui tutto ha un aspetto familiare, gli ingorghi in mezzo alle strade, le facce della gente. Tutti suonano il clacson senza motivo. C’è perfino il sole.
Dopo mezzora di girovagare randagio e solitario decido che ho bisogno di un caffé. Per incominciare bene la mia gita fuoriporta, per fumare una sigaretta in mezzo a quest’aria di primavera tutta nuova.
Entro in un bar a caso senza nemmeno guardare l’insegna e dico: “One coffee please”.
Quando mi mollano davanti un espresso quasi svengo.
Ma faccio finta di niente, bevo in silenzio. Chiedo un bicchiere d’acqua e mi danno pure quello. Poi il barista mi guarda e dice qualcosa.
“What?”, dico io. “Speak slowly I don’t speak english wery well”. Mi stringo nelle spalle. “Please”.
“Ah”, fa lui. “Don’t speak english very well. E che cazzo speak allora, arabo?” Sembra che gli venga in mente qualcosa e comincia a fissarmi con più attenzione. “You a terrorist boy? No terrorists here. Understand? Capisci? Eh?”
Non so cosa dire.
“Yes”, dico. “Cioè no. No terrorist.” Poi mi sembra strano.“You speak italian? Italiano?”
“Italian? Già che parlo italiano. You confused boy. Qualche rotella fuori posto? Stai bene? What’s wrong whit you?”
“No no”, dico, effettivamente confuso. “Mi dispiace. I have to go now. Salve”.
Ed esco dal locale, senza nemmeno pagare il caffé.

(… e poi attraversai la strada, e adesso che ero al sicuro potevo alzare la testa. Guardai l’insegna del locale, diceva: BAR SPORT.
L’avevo scoperto in fretta, ma non abbastanza. Bensonhurst era il quartiere italiano di New York, ecco qui. Niente panico. Decine di migliaia di siciliani emigrati. La festa di Santa Rosalia.
Little Italy a Manhattan era soltanto l’ennesima presa per il culo per turisti.
Benvenuto. Questa è New York. Niente panico.
E allora cominciai a notare altre cose, le facce della gente, ecco perché mi tornavano familiari. I nomi dei negozi: DE FELICE – BARBIERE; NON SOLO MOTO; OFFICINA MECCANICA RUSSO.
Risi. Tornai indietro e pagai quel caffè…)

Mezzora dopo sono di nuovo a spasso per questo quartiere di italiani trapiantati, conscio di essere bello.
Questa cosa della bellezza, poi. Che succede? Perché oggi c’è il sole? Perché ieri pioveva? È un simbolo? Sono tutti maledetti simboli? Segnali? Che cosa vogliono indicare?
Giuro su dio che appena comincia a girarmi la testa urlo.
Comunque non ci voglio pensare. Ho un’intera giornata davanti, la giornata più bella che passerò a New York. C’è il sole e mi sento elettrico. Elettronico. Elettrizzante.
Grande puffo sulla maglietta alza il pugno, speriamo che non mi prendano per un esule comunista.
Giro per queste strade con i negozi che si chiamano ZU ZU, OFFICINA MECCANICA RUSSO, DORIS. Ci sono strade ampie e trafficate dove tutti si muovono che neanche il mercato di Tangeri. Clacson ovunque. Gente che parla in siciliano misto all’inglese misto a chissà cosa. Ebrei e cinesi che sconfinano.
E poi ci sono strade strette e silenziose dove i bambini giocano a pallone. Ci sono madri nere e bianche (più bianche che nere) sui balconi di queste case rossicce.
Un sacco di tag ovunque, qui a Brooklyn la mania dell’hip-hop ha lasciato i suoi segni indelebili.
La mattinata va così: cammino a zonzo, entro in un parco, esco dal parco. Compro dell’uva in un piccolo negozio dove dico: “Un grappolo d’uva per favore. Sì. No, grazie. No, tenga pure il resto. Arrivederci signora, buona giornata”.
(Questa cosa dell’uva sta diventando un leit-motiv della mia vita negli USA. Chissà poi perché. Altri simboli? No, questa volta no.)
Torno al parco e mangio il mio grappolo d’uva. C’è un barbone mezzo scemo (ma forse non è nemmeno un barbone) che canta a squarciagola come un gatto. Poi sputa e se ne va.
E io, per non fare troppo l’italiano che mangia pasta, mi compro un sano hot-dog.
Ed è già pomeriggio.

(C’era quest’atmosfera rarefatta, distante, silenziosa. Anche dove la miriade di lingue mescolate creava rumore, il silenzio sembrava prevalere.
Sui clacson, sulle voci dei bambini, su tutto.
Per la prima volta da quando ero negli Stati Uniti respiravo aria di primavera. Sentivo… sapevo che qualcosa sarebbe successo.
Come facevo a saperlo? Non so cosa dirti, lo sapevo e basta.
Camminai per il quartiere praticamente tutto il giorno. Ricordo che ad un certo punto entrai in una sala da biliardo. Giocai a carambola con un vecchio che sembrava avere duecento anni…
E mi raccontò la storia di Bensonhurst. La storia di Brooklyn, i ghetti neri, quella cosa che qui chiamano “gentrification”. Gli artisti scappati da Manhattan.
I gay e le lesbiche e giù giù fino ai famosi 13 omicidi di Bensonhurst, appena un anno prima. E la coppa del mondo – dov’ero io quando l’Italia vinceva la coppa del mondo?
Non riuscivo a ricordare…)

Ad un certo punto una faccia da tossico mi si avvicina e sorride. Indica la mia t-shirt e dice: “cool!”.
Visto che il contatto è stabilito gli chiedo cosa posso fare tutto il giorno in questo quartiere. Fa finta di farsi una riga di coca sul dorso della mano e ride. Gli dico di no.
Allora dice Santa Rosalia. C’è l’edificio dell’associazione, pare che qui sia una specie di attrazione per turisti.
Gli dico di nuovo di no. Gli racconto del tizio mezzo scemo che cantava nel parco e questo schizzato continua a ridere. “I konw”, dice, “I know. Cool. Cool.”
Insomma finisce che lo lascio perdere e me ne vado. Entro in un negozio di parrucche, in un sexy shop, in una libreria, persino in una bottega da barbiere.
All’inizio non mi lasciano entrare, forse pensano che sia comunista.
“No”, dico, in inglese perché questi qui l’italiano non lo parlano, “no comunist. No terrorist. Just cut hair. You see? Hair…”.
Finisce che in qualche maniera capiscono e decidono di tagliarmi i capelli.
Il barbiere taglia e fischietta, io mi guardo allo specchio e con il passare del tempo sono sempre più bello.
La natura è una cosa incredibile.

(… e quando lasciai la sala da biliardo era sera, di colpo. L’attività umana era diminuita. Il sole coperto da nuvoli sottili, violacee.
Un ronzio nell’orecchio, una voglia di non so cosa.
C’era una zona del quartiere che non avevo ancora visto, dietro il parco. Le case praticamente non esistevano, tanto erano basse. E rosse. E vuote.
Un luogo pieno di spazi vuoti, parcheggi, piazzali…
E lì da qualche parte c’era questo edificio, uguale agli altri. Solo. Isolato dalle altre case.
Mattoni rossi, una scala… La facciata completamente ricoperta di tag.
E sotto un cartello… Diceva…)

E poi bello sbarbato e con i capelli corti (non molto corti, ma puliti e profumati) ad un certo punto mi ritrovo in una sala da biliardo.
So giocare a biliardo? Certo che sì. So giocare a carambola e chiedo a qualcuno dei presenti di sfidarmi. Se perdo offro una birra. Altrimenti offrono loro.
C’è questo vecchio che si fa avanti, sembra un sopravvissuto alla conquista del New England, non so, potrebbe avere 400 anni come ridere.
Eppure gioca bene. Gioca e non smette di parlare, mi racconta tutta la storia del quartiere, la storia di Brooklyn…
… metà in italiano e metà in inglese…
… e naturalmente perdo e devo offrirgli pure da bere. Parla e parla e parla ancora, e alla fine lo saluto, gli stringo la mano gli dico…
… e quando esco è sera. Di colpo. Inspiegabilmente.
Sera.
Quanto tempo ho passato in quella sala da biliardo? Ore? Anni?
Penso che c’è qualcosa che non va, penso che il tempo è una stronzata di proporzioni epiche, penso che ho fame. C’è…
… c’è una zona del quartiere che non ho visto…

(Rimasi immobile sulla soglia, un piede sul gradino, indeciso.
Dovevo entrare? Avevo giurato a me stesso che non l’avrei fatto. Avevo…)

… cammino piano in questa zona silenziosa, soltanto parcheggi e alberi, spazi vuoti. E c’è questo sole che sta tramontando, e il cielo di un viola quasi dolce, un’altra volta.
E poi c’è questo edificio, uguale a tutti gli altri ma isolato. La testa comincia a girarmi un po’ e mi dico giuro che questa volta urlo.
Ma non urlo.
Allora guardo questo edificio e sotto c’è un cartello…

(… e a quel punto la testa continuava a girare sempre più forte, come una bussola che indica il nord.
Sapevo che qualcosa lì dentro mi aspettava eppure…
Non volevo…)

… non posso crederci cazzo, non posso crederci, non posso crederci, non posso crederci, cazzo cazzo cazzo cazzo….

(… e alla fine decisi di entrare, e cominciai a salire i gradini.)

3.

bensonhurst, primo aprile, ore sette e ventidue

Non posso crederci.
Cazzo, non riesco proprio a crederci. È qualcosa che sta al di sopra della mia comprensione, o al disotto. Dovunque decida di stare mi sembra impossibile.
Uno si fa una promessa. Si alza la mattina deciso a mantenere questa promessa. Il cielo e l’aria e tutto il resto sembrano volerlo aiutare nel suo intento. Prende una cazzo di metropolitana e scende il più lontano possibile da qualsiasi stimolo sensoriale. E cosa ci trova?
Esattamente quello da cui stava fuggendo.
Insomma c’è questa zona del quartiere che non ho ancora visto. C’è questo edificio isolato, mezzo distrutto, ricoperto di scritte incomprensibili. E sotto c’è un cartello.
Il cartello dice: MOSTRA FOTOGRAFICA.
E poi la testa comincia a girarmi un po’, e metto un piede sul primo gradino della scala in ferro. La testa gira un po’ di più e metto l’altro piede sul secondo gradino.
E fuori il cielo è viola e tutta Brooklyn sembra produrre un ronzio sommesso che assomiglia al silenzio, e man mano che la testa vortica e vortica salgo i gradini di questa scala, tre quattro cinque sei, e poi metto la mano sulla maniglia della porta a vetri, e spingo e la porta si apre.
E sono dentro.
La testa smette di girare.
Non posso crederci.

Per un tempo interminabile rimango immobile, impietrito, allucinato da me stesso.
E ci rimarrei ore, e forse tutta la vita, se una signora gentile con la faccia da giapponese non venisse ad accogliermi con un bicchiere di spumante in mano.
(Noto: il bicchiere è di plastica; la signora è relativamente bella e relativamente giovane; evviva Brooklyn.)
Comunque questa nippo-signorina continua a sorridermi educatamente e mi molla in mano il bicchiere. Parla in inglese con un accento perfetto, eppure non capisco un’acca. Cerco di sorridere e faccio il confuso mettendomi una mano nei capelli. Dico yes yes yes e no no no senza che ce ne sia realmente bisogno.
Che condizione pietosa, sempre. Ma perché deve essere tutto così complicato, mi chiedo io?
Quando Lady Manga scompare ho un attimo per riprendermi e capire cosa sta succedendo. Mi guardo intorno. Sono nell’atrio di un piccolo edificio pieno di luci soffuse. Ok. Dalla stanza accanto giungono mormorii e voci indistinte. Bene anche questo. Semplice. Da qualche parte ci deve essere una mostra fotografica.
Di là suppongo.
Decido di farmi forza. Prima è toccato ai quadri. Ora alle foto. E vada per le foto. Basta che sia l’ultima. Prego dio o gli dei o chi per loro che sia l’ultima, che tutta questa faccenda finisca qui, oggi stesso.
E poi il posto non è sgradevole. È un vecchio edificio, ma sembra arredato con gusto. Poteva andarmi peggio. Potevo trovarmi ad un aperitivo di post-situazionisti yankee nell’Upper East Side. Non c’è limite alla tragedia.
Butto giù tutto lo spumante d’un fiato (uno spumante discretamente sgradevole, tra l’altro) e mi preparo a fare il mio ingresso trionfale nell’altra stanza.
Uno due tre.
Vado.

Di là è tutto esattamente come me lo aspetto. Una grossa stanza rettangolare, illuminata male, piena di gente che beve e mangia tartine e parla di cose che suppongo essere idiozie. Vecchie signore eleganti e giovani molto cool e uomini con la faccia da folli che fumano una sigaretta dietro l’altra.
La solita gente delle mostre d’arte insomma.
Le fotografie sono appese alle pareti. Non sono molte. Una ventina, su per giù. Sono tutte stampate nello stesso formato, molto grosso (un metro e qualcosa per qualcosa in meno di un metro.)
Comincio il giro.
I primi cinque o sei scatti sono scorci di New York. Di Brooklyn, anzi, forse addirittura di Bensonhurst. Ci sono neri con una bottiglia di whisky nel sacchetto di carta, in canottiera, sudati, seduti sulle verande di vecchie case in mattoni. Un negozio 24h/7d fotografato di notte, davanti al negozio una prostituta che potrebbe benissimo essere un uomo travestito. Ragazzini italiani nel parco del quartiere, raccolti intorno ad un vecchio barbone pulciosissimo che dorme su una panchina.
Poi il panorama cambia. Ci sono due ritratti della nippo-signora mezza nuda, imbarazzata in una posa scomposta nel bel mezzo di un parcheggio, con un sacco di vento nei capelli e sotto la gonna (una specie di Marilyn versione low profile, qualcosa del genere.)
Poi cambia ancora. Montagne sfocate, immerse nella nebbia mattutina, montagne che sembrano vagamente denti di un grosso animale, che hanno qualcosa di familiare che mi sfugge, non so bene perché.
E cambia di nuovo, per l’ultima volta.
L’ultima foto è il primissimo piano del volto di un bambino. Ha i capelli chiari, un po’ troppo lunghi, un mezzo sorriso sognante sulle labbra, una luce indefinibile negli occhi. Dietro si vedono soltanto prati, rocce e un piccolissimo triangolo di cielo viola del tramonto.
Sotto la foto c’è una didascalia: CRONONAUTA, ESTATE 1986.
La testa comincia a girarmi all’impazzata. Mi volto di scatto, con l’intenzione di uscire di corsa da quell’edificio, prendere aria, correre il più lontano possibile.
Poi lo vedo.
Un uomo, in fondo alla sala, che mi fissa. Capisco che scappare è inutile, il viaggio finisce qui.
La testa gira sempre di più, tutto si fa sempre più scuro e più indistinto, ho nelle orecchie un ronzio insopportabile, la testa continua a girare e non vedo più in faccia le persone, il ronzio aumenta e aumenta e ora stanno per esplodermi i timpani e poi di colpo tutto finisce.
E svengo.

***

“Pensavamo fossi scomparso”, dico.
“Se è per questo si pensava lo stesso di te”, dice lui.
“Ma che c’entra, io sono scomparso per… quanto hai detto? Quattro anni?” Annuisce. “Tu per ventuno! Ventuno! Non vorrai paragonare le due scomparse, spero…”
Si stringe nelle spalle. “Bah, quattro anni, ventun’anni, due secoli… Sai cosa cambia…”
Questa è un’obiezione giusta, e non so cosa ribattere. Mi verso un bicchiere di vino e ne bevo un po’, guardandomi intorno con aria indifferente.
Siamo in una piccola tavola calda nell’estremo ovest del quartiere. È tardi e non c’è più nessuno, siamo gli unici due clienti. Dietro il banco una ragazza scura ma non nera asciuga grossi boccali di birra. C’è della musica da qualche parte, troppo bassa perché possa capire di cosa si tratta.
Fino a mezzora fa eravamo in tre. Lady Manga, che si chiama Emily (guarda tu che coincidenza), è stata molto carina con me. Ha aspettato che riprendessi coscienza e mi ha portato un bicchiere d’acqua. Ha detto che dovevo mangiare qualcosa.
Mi hanno accompagnato qui, lui e lei, forse più lei che lui.
E poi Emy se n’è andata, ha detto: “Voi due avete tante cose di cui parlare”.
E aveva ragione, purtroppo, aveva maledettamente ragione.
Abbiamo ordinato due bistecche sanguinolente con patate e carotine bollite, e pane e una bottiglia di questo vino californiano che bevono qui.
E ci siamo messi a parlare, come vecchi amici, come se nel frattempo niente fosse successo.

È invecchiato, povero Guido, oppure è invecchiato il ricordo che avevo di lui.
Per carità, sarei riuscito a riconoscerlo in mezzo ad una folla, alla festa di Santa Rosalia, per dire. È sempre alto e magro come una canna di bambù. Anzi, sembra ancora più magro, come se in questi ventun’anni avesse lavorato intensamente per ritirarsi dal mondo della materia, delle cose, delle passioni umane.
Visto che sono ancora lì che non so cosa dire, dico una cosa banale.
“Però non sembra olandese. Emy dico”.
“Infatti è coreana”, dice lui.
“Ah”. Rifletto. “Ah. Non è Emy… Emy? No?”
“Per essere Emy è Emy. Però è coreana. L’ho conosciuta a Brooklyn, due settimane dopo che sono arrivato negli Stati Uniti. Sai lei… lei è una gallerista. Cerca artisti, li fa esporre. Cose così”.
Annuisco.
Lui ride.
“Pensa che ero venuto qui per fare il corniciaio”, dice.

È andata così. So che ha dell’incredibile, ma è andata così, nessuno ci può far niente. La vita non è per niente realistica. Questo, in qualche maniera confusa, l’ho sempre saputo.
Quella sera d’estate del 1986 Guido prende la macchina, infila nell’autoradio la cassetta dei Talkin’ Heads e parte per arrivare in Olanda dalla sua fidanzata, che si chiama anche lei Emy ma non è per niente coreana, neanche un po’.
Ha deciso di non fermarsi mai, per nessun motivo, nemmeno per pisciare.
E guida, per ore e ore, attraversa la frontiera svizzera, attraversa la frontiera tedesca, resta incollato al sedile e con le mani sul volante per 8 ore e 7 minuti. Quando arriva allo svincolo di Dierdorf è quasi l’alba, ha percorso 784 chilometri e nel frattempo a cominciato a piovere, una pioggia leggera che cade sull’autostrada deserta.
È a questo punto che l’auto si ferma. Inspiegabilmente (c’è benzina, la temperatura dell’acqua è bassa, nessun rumore strano) la Citroen verde che sta guidando comincia a sobbalzare, fa giusto in tempo a portarla sulla corsia d’emergenza che il motore si spegne.
Sono le cinque del mattino, piove, si trova a parecchi chilometri di distanza da Colonia che è la città più vicina. Per quanto si impegni l’auto non riparte (e d’altra parte lui un’auto non sa nemmeno com’è fatta, il suo impegno consiste nel girare la chiave e accelerare.) Esce dall’abitacolo. Il cielo si sta schiarendo. I pochi mezzi che passano sull’autostrada deserta non lo vedono neanche. Oltre il guardrail ci sono soltanto prati sporchi, svincoli, magazzini, fabbriche vuote.
Di colpo, senza nessuna ragione apparente, Guido ha paura.
A quei tempi i telefoni cellulari non esistevano, e se anche fossero esistiti probabilmente Guido non ne avrebbe posseduto uno. Ha freddo. È confuso. Man mano che il cielo si schiarisce (assumendo una tonalità violacea, dolce) il terrore aumenta, lo paralizza, gli impedisce di fare qualunque cosa sensata.
Vorrebbe urlare, vorrebbe correre, eppure non può. È paralizzato, totalmente.
Dopo un’ora di questa situazione di totale angoscia, quando ormai il sole è quasi spuntato, Guido prende una decisione: deve dormire. Dormirà, e quando si sveglierà tutto sarà più semplice, più chiaro.
Si infila nell’abitacolo dell’auto, e si addormenta in un attimo.
E fa un sogno. Uno sfondo viola, al centro del quale ondeggia una macchia bianca. La macchia bianca prende forma, si trasforma in un bambino e poi in un piccolo uomo.
L’omino comincia a parlare.

Quando si sveglia sono passate sette ore. È l’una di pomeriggio, è completamente sudato. Gli sembra di non aver mai dormito così bene in vita sua.
Adesso tutto è perfettamente chiaro, perfettamente lineare.
Per qualche strana ragione nessuno sembra averlo notato, la polizia non ha controllato quell’auto abbandonata ai margini dell’autostrada. È ancora in tempo. Cercando di non farsi vedere svita le targhe e se le infila in tasca.
Poi scavalca il guardrail, e comincia a camminare in mezzo ai prati ancora fradici per la pioggia di quella notte.

Da questo punto in poi la vicenda si fa confusa. Per un pezzo non ricorda nulla, soltanto quell’onnipresente cielo viola e il ronzio di sottofondo.
Poi compare in alcune città europee, Berlino, Barcellona, Kiev. E scompare di nuovo. Compare in città non europee, in paesi, prati, deserti, tra gli aborigeni e i dogo e gli inuit. E scompare. Compare nel 1266, nel 1648 (alla fine della guerra dei trent’anni), nel 600 avanti cristo, nel 2892.
(A questo punto lo interrompo: “Vuoi dire che anche io ho fatto tutto questo?”, chiedo incredulo.
“Può darsi”, dice lui. “Direi di sì”. Mi guarda. “Sì, direi proprio che l’hai fatto. Un giorno magari te lo ricorderai, magari no”.)
E va avanti così per diciassette anni, a comparire e scomparire senza ragione, e poi un giorno di primavera del 2003 si ritrova seduto nello Starbuck della Fifth Avenue, a Manhattan, con un caffè caldo tra le mani e un gran giramento di testa.
E comincia a rifarsi una vita.

***

Quando Guido finisce di raccontare tutto questo è un’ora impossibile, l’una o le due del mattino. Io comincio a tempestarlo di domande. Perché. Cosa significa. Che senso ha. Cosa vuole dire. Per quale motivo io. Per quale motivo tu. Che cazzo c’centra tutto questo con la mia vita.
La cameriera ci guarda con un’aria di tristezza indefinibile, aspetta soltanto che ce ne andiamo per chiudere tutto e andare a dormire o a ballare o a farsi di crack, non so.
Me ne accorgo. Anche Guido se ne accorge.
“Andiamocene”, dice, “puoi stare a casa mia, parleremo là”.
E parliamo. Parliamo attraversando Bensonhurst di notte, con i suoi poveri vecchi alcolisti e gli immigrati di chissà quale cazzo di paese, gli italiani che continuano a bere birra nelle verande, i gay che bevono nei locali da gay, le prostitute e i travestiti che si preparano ad affrontare tutta una lunga notte di lavoro.
Parliamo del destino che esiste e che non esiste allo stesso tempo, della vita umana che inizia per finire, delle epoche storiche che cambiano, del mondo che è sempre uguale in ogni luogo e in ogni epoca anche se sembra diverso.
Parliamo delle differenze che sono il nucleo della vita stessa, del caos che ne è la cifra, dell’impressione sbagliata che può fare viaggiare nel tempo, o pensare di viaggiare nel tempo, di un mondo armonico e direzionato che invece non esiste.
Parliamo salendo le scale del suo appartamento a Bensonhurst est, a bassa voce perché Emy dorme nell’altra stanza, tra fotografie di fotografi famosi e fotografie di amici di Guido, riproduzioni di quadri, film libri fumetti oggetti comprati e trovati e regalati che nascondono una storia che significa tempo, vita, morte, ancora vita.
Parliamo del tempo che va e che viene, delle cose che si dissolvono come sabbia, delle cose che si dimenticano, delle cose che finiscono e delle cose che iniziano.
Parliamo con un bicchiere di whisky in mano e la trentesima sigaretta nel posacenere e ad un certo punto dico a Guido: “Allora il tempo esiste”, e lui dice: “Sì, solo che la gente non lo sa”.
E parliamo ancora di tante cose, di come vivere comprendendo il tempo, di come non farsi schiacciare dal tempo, di come sia duro imparare ad esistere, di come sia incredibilmente difficile vivere la vita senza scomparire, accettare di vivere senza uno scopo e senza voglia di morire, e quando abbiamo parlato per cinque o sei ore di fila e ormai è l’alba, abbiamo gli occhi pesti e la voce arrochita dal tabacco, allora a quel punto Guido mi guarda e mi dice: “Hai capito cosa hai visto?”
E io rispondo: “Sì”.

4.

bensonhurst, due aprile – ventisei settembre duemilasette

Restai a casa di Guido e Emy per quasi sei mesi. Avevano una stanza per gli ospiti. Un piccolo letto. Una finestra che dava sugli alberi del parco.
Trovai lavoro come garzone in un alimentari di italiani, conoscenti di Guido, siciliani, come quasi tutti in quel quartiere. Portavo casse di ciliegie e pesche a casa di vecchie signore sole, artisti decaduti che non uscivano più di casa da vent’anni.
Mi alzavo presto la mattina, andavo a dormire presto la sera.
Cenavo sempre a casa. Emy cucinava. Guido stava seduto in veranda a guardare la strada affollata di bambini, gli alberi, il vento, l’estate. La domenica Guido tagliava il prato, Emy prendeva il sole nel giardino sul retro. Il rumore del tosaerba. Un silenzio cosmico.

In quei sei mesi non pensai mai a quello che mi era capitato. Io e Guido non ne parlammo mai più. Nei giorni liberi accompagnavo Emy a Brooklyn Heights, alla galleria. Facevo la spesa, o lavavo i pavimenti di casa. Cercavo di contribuire in qualche modo.
Mi feci anche qualche amico, gente che veniva al negozio, vicini di casa. Non ricordo i loro nomi. Ragazzi come me, figli di famiglie povere, scoppiati. La sera li vedevo rannicchiati sulla stagnola del crack, oppure non li vedevo proprio. Restavamo ore a bere birra seduti sul marciapiede, davanti a casa di qualcuno, parlando di niente.
Passò la primavera e venne un’altra estate torrida. Albe fresche e ventilate, pomeriggi sonnolenti. In negozio c’era una piccola radio. Ascoltavo i Velvet Underground, Blondie, Patty Smith, i Pere Ubu.
New York, indimenticabile New York.
Al pomeriggio la gente non usciva. La sera crocchi di vecchi cattolici si radunavano intorno ad un prete che recitava il rosario. La notte le strade si popolavano di spacciatori e prostitute, insetti attratti da una luce indefinibile. Musica dai locali alternativi del quartiere. Sirene della polizia.

Sei mesi di pace sospesa, filtrata, sussurrata.
Non successe niente. Non lasciai Brooklyn nemmeno per un’ora, non tornai a Manhattan, non andai nemmeno a recuperare le mie cose ad Hoboken. C’erano piccoli negozi d’abbigliamento a Bensonhurst, economici, newyorkesi e meticci, sufficienti per rifarmi un guardaroba.
Lessi i libri di Guido. Scrittori di Brooklyn e di Manhattan, del New Jersey, del Midwest. Testi di psicologia cognitiva. L’opera completa di Guattari. Leggende medievali. Fumetti.
Non successe niente e passò anche l’estate, le lucciole, il profumo dei tigli, dell’asfalto riscaldato dal sole.
A settembre cominciò a piovere. Dolcemente, gocce piccole d’acqua tiepida. Avevo messo da parte qualche soldo, sapevo che non sarei potuto restare in quella casa per sempre. Cosa dovevo fare? Cercavo la mia strada in silenzio, mi preparavo al distacco da quel nido temporaneo, aspettavo.

Erano i primi di settembre, avevo già cenato nonostante non fossero ancora le otto di sera. Il giorno dopo non avrei lavorato. Il negozio restava chiuso, causa lutto: era morta la sorella della proprietaria, siciliana anche lei, brooklynese anche lei ma emigrata nel Queens. Bisognava andare al funerale, e avevano deciso di concedermi un giorno di ferie.
Chiesi a Guido se gli andava una birra. Nel quartiere, una cosa rapida, due chiacchiere. Disse di no. Lui e Emy volevano andare al cinema. Mi invitarono. Questa volta fui io a dire di no, preferivo una birra nel quartiere.
Uscimmo di casa tutti insieme, loro salirono in macchina, scomparvero.
Camminai solo fino ad un pub che si chiamava Maddox, mentre quella pioggia lieve continuava a cadere sull’asfalto, sulle case, sull’immondizia raccolta ai lati delle strade. Il locale era una delle tante perle di Bensonhurst. Uno spazio angusto, le pareti dipinte dai graffiti più assurdi, prezzi popolari, una fauna alternativa di giovani con i fuseaux neri, t-shirt a righe, pettinature pazzesche, stivali, piercing.
Quella sera, sul piccolo palco suonava un gruppo composto da tre elementi, due ragazzi e una ragazza. Qualcosa come un Iggy Pop melodico, più lento, ancora più scarno.
Ordinai una birra e mi misi seduto ad ascoltare.

Notai la ragazza quasi subito. Non fu un colpo di fulmine. La notai e pensai che mi stava simpatica. Aveva un viso simpatico. Mi ricordava qualcosa.
Ci guardavamo di sottecchi, dietro le colonne del locale, attraverso la terza pinta di birra rossa. Cominciammo a sorriderci come nel più classico film d’amore, ma senza amore. Con rispetto. Con curiosità. Con empatia.
Era insieme ad un gruppo di amici, cinque o sei. Quando tolse il cardigan nero notai che indossava una maglietta viola. Sulla maglietta era stampato un piccolo fungo che sorrideva.
Era una coincidenza? Destino? Nemesi?
Non ci pensai nemmeno, in quel momento. Rimasi solo per un pezzo, cercando di ricordarmi come si fa ad avvicinare una ragazza. Ripensai a Bologna, a tutto il sesso che avevo fatto a Bologna. Tra me e me risi, ma di un riso triste.
Poi mi alzai dal tavolo.

Si chiamava Judy. Era nata nell’Illinois. Era a New York per studiare cinema. Aveva due anni più di me, viveva a Brooklyn, si era trasferita da poco.
Due ore dopo stavamo camminando assieme, sotto la pioggia che si era fatta finissima, praticamente impercettibile. Era ancora presto, le undici, mezzanotte. Non faceva freddo e non faceva caldo. Disse di andare in un posto vicino a casa sua, sotto la tettoia di un mercato coperto.
Parlammo di noi, di quello che avevamo fatto nella vita, di quello che avremmo voluto fare. Non le raccontai dei viaggi nel tempo. Le raccontai di Bologna, delle montagne. Di Guido e di Emy, di come ci fossimo incontrati per caso vent’anni dopo, dall’altra parte del mondo. Lei capiva alcune cose, altre no. Parlò di lei, dell’infanzia nel Midwest, dei campi di grano inondati dal sole. Della media borghesia che imitava l’Est, delle feste in casa, l’alcol, la droga il sesso.
Io capivo alcune cose, altre no.
Disse di berci qualcosa da lei, la sua inquilina non era in casa. Dissi di sì. Disse che se volevo potevo fermarmi lì a dormire. Dissi di sì.
La baciai, poi la abbracciai e la tenni stretta per un tempo lunghissimo, e capii che volevo ricominciare. Da qualunque posto, ma ricominciare.
La presi per mano, e dissi: “Andiamo”.

Per tutto settembre vidi Judy ogni giorno. Cenavamo insieme, a pranzo mi portava un panino in negozio. La sera uscivamo con i suoi amici, uscivamo soli, non uscivamo. Andava bene. Fuori continuava a piovere. Andava bene così.
Fu un mese bello, un mese dolce, divertente, spensierato, doloroso. Alla fine di settembre mi accorsi che avevo abbastanza soldi per lasciare casa di Guido. Mi accorsi che era ora di prendere una decisione, e la decisione da prendere era chiara: dovevo tornare a casa, parlare a mio padre, raccontare qualcosa a mia madre e ai miei amici, a tutta quella gente che mi stava aspettando da quattro anni e mezzo, convinta forse che ormai fossi morto, fuggito, scomparso per sempre.
Nei parlai a Guido e a Emy, e loro si dissero d’accordo. Guido disse che un giorno sarebbe tornato anche lui, solo che non era il momento giusto. Mi chiese per favore di non parlare del nostro incontro a mio padre. Che non era ancora il momento.
Dissi di sì, ok, che andava bene.
Poi ne parlai a Judy. Lei pianse. Poi si asciugò le lacrime e non mi parlò per due giorni. Poi pianse di nuovo, e poi mi abbracciò forte. Sorrise. Disse che sarebbe venuta con me, giusto una piccola vacanza, una settimana o dieci giorni. Poi sarebbe tornata a New York. Forse ci saremmo rivisti, forse no. Andava bene lo stesso.
Dissi che andava bene, poteva accompagnarmi in Italia, sarebbe stato divertente.
Organizzammo il viaggio e scherzammo molto. Quella notte dormii da lei. La mattina tornai a casa di Guido, non feci nulla per tutto il giorno. La sera infilai le miei cose nella valigia.
Judy arrivò la mattina successiva, con una piccola borsa da viaggio. Stavo facendo colazione con Guido in veranda, nonostante non facesse più molto caldo.
Judy si sedette al tavolo con noi.

Poi silenzio.
Dieci minuti e avrei lasciato Bensonhurst, forse per tutta la vita. Guido ci avrebbe accompagnati al JFK. Avevo salutato Emy la sera prima. Avrei guardato New York scomparire sotto le nuvole.
Silenzio sotto la veranda di una casa di Brooklyn, davanti ad una tazza di caffè, pane, marmellata, frutta. Restavamo seduti a guardarci, senza dire niente. Non imbarazzati. Silenziosi. Concentrati nell’ascoltare quel silenzio.
La strada sgombra, la pioggia che batte sulla veranda, le tazze fumanti. La sigaretta accesa di Guido, Judy che gioca con una ciocca dei suoi capelli. Un gatto che attraversa la strada di corsa.
Questa è l’ultima cosa che vidi di Bensonhurst. In macchina parlai con Guido, guardai la strada dritto davanti a me. Poi attraversammo il ponte e arrivammo a Manhattan. Poi un lungo percorso metropolitano, intricato, e alla fine il JFK.
Ma Bensonhusrt immobilizzata in quell’attimo di quiete non la scorderò mai.
Fu un secondo, ma capii molte cose. Capii che era finita un’epoca, e che stava cominciando qualcosa di nuovo. Capii tutto quello che non avevo ancora capito, anche se in quel momento non me ne resi conto.
Era ora di tornare a casa.

crononauta (parte 2 di 4)

1.

duemilatre – duemilasette, sulla terra

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La scomparsa non è un atto necessariamente fisico. Gli esseri umani scompaiono di continuo: cambiano casa, fidanzato, gruppo di amici. A volte cambiano fede politica, religione, sesso. Spengono il cellulare. Si scordano degli altri esseri umani.
A volte semplicemente si ritirano in sèstessi, chiudono le porte al mondo.
Si scompare perchèil mondo va troppo veloce, oppure perchè va troppo lento. Perchè le cose fanno male. Perchè scomparire è un’altra maniera di non sporcarsi le mani, oppure perchè scomparendo si evitano le grandi tragedie della storia.
E ci sono molti modi di scomparire. Ci si può convincere che la carne significhi tentazione, corruzione, peccato. Si può vivere la vita in attesa della morte, o nella ricerca dell’estasi. Si può fare uso di allucinogeni, si può impazzire, si può perdere l’uso della parola, si può diventare asceti o vagabondi o anoressici.
Joseph K. scompariva trasformandosi in uno scarafaggio, Leopardi cantando l’Infinito nascosto dietro una siepe: Vladimir scomparve salendo su un treno alla stazione di Bologna, e da quel giorno per quattro anni nessuno lo vide più.
Per qualche mese si parlò di lui. Nei locali del Pratello, nelle aule studio, alle lezioni, in piccoli crocchi di ubriachi in via Mascarella, in piazza Verdi, in piazza Santo Stefano. Le sue ex fidanzate provarono a chiamarlo e trovarono il cellulare spento. I suoi amici andarono a trovarlo a casa e scoprirono le facce imbarazzate dei suoi inquilini, o ex inquilini.
Si parlava di Vladimir come si parla delle crisi di governo, della serie A, della figa: un’altra leggenda che sorreggeva il mondo spumeggiante dei ventenni nel Villaggio Globale. Niente di più e niente di meno, onestamente, alla fine dei conti.
Si parlava di Vladimir a trecento chilometri di distanza, nei piccoli negozi di un piccolo paese ai piedi delle Alpi. Fruttivendoli che da trent’anni vendevano la frutta a sua madre, insegnanti che gli avevano insegnato a leggere. Il migliore amico delle medie, la prima ragazza con cui aveva fatto l’amore, le donne che andavano a messa con sua nonna, i colleghi di lavoro dei suoi genitori.
Per qualche mese tutti parlarono di Vladimir e poi quasi tutti se ne scordarono.
La vita continuava, lasciando indietro i dispersi.

Quella sera del 17 marzo il padre di Vladimir parlò a sua moglie. Raccontò la telefonata senza omettere nulla. Sua moglie urlò. Poi pianse. Voleva telefonare alla polizia. Lui disse di no. Lei telefonò lo stesso.
Da quel momento all’interno della coppia molte cose cambiarono.
Innanzitutto smisero di fare l’amore. Questo li rendeva entrambi nervosi: ogni gesto si trasformava in una tentazione, in uno scherno, in un rifiuto.
Lui cominciò a sentirsi colpevole e insicuro. Avrebbe dovuto impedire a suo figlio di andarsene? Avrebbe dovuto implorarlo di restare vicino a loro? Minacciarlo di chiudere i flussi mensili di denaro diretti al suo conto in banca? Perchè aveva accettato tutto con tanta naturalezza, senza fare nessuna domanda, senza porsi nessun dubbio ragionevole?
Per prima cosa smise di dormire. Le domande lo assalivano nel cuore della notte, gli concedevano poche ore di sonno agitato, puntellato di incubi tremendi. La mattina anche il liceo si trasformava in un incubo. Era un incubo la vita con sua moglie, spogliata di qualsiasi gesto affettuoso, di qualsiasi complicità, di qualsiasi gioia.
Dal canto suo anche lei, esattamente come suo figlio, decise di scomparire. Per quattro lunghi mesi si chiuse in un silenzio intaccabile, ostile e rassegnato al tempo stesso. Finchè un giorno di luglio, mentre stava tagliando le carote per la cena, scoppiò a piangere. Da quel giorno non smise più: piangeva tutti i giorni un’ora al giorno, con metodo. Pianse e pianse e ancora pianse, fino a strapparsi gli occhi dalle orbite. E poi smise.
Quando smise anche di piangere cominciò a soffrire davvero. Capì che il problema non era la scomparsa di Vladimir, non soltanto. Non era suo marito, il suo lavoro, la menopausa, il precariato, le Torri Gemelle. Era qualcosa di più profondo, di intangibile e pericoloso. Cominciò a provare sensi di morte imminente. Andò da uno psicologo, poi da uno psichiatra. Prese gocce omeopatiche contro lo stress, poi qualche sonnifero, poi diventò dipendente dallo Xanax.
Quasi due anni dopo la partenza di Vladimir si guardòallo specchio e si accorse che era invecchiata. Era una donna di mezza età rovinata da mesi e mesi di sofferenze. Pensò he il tempo continuava a passare, nonostante tutto. E capì qualcosa che non sapeva definire.
Da quel momento in poi le cose migliorarono. C’era un matrimonio da ricostruire, ma non era impossibile. Un giorno i genitori di Vladimir uscirono a cena insieme. Qualche giorno dopo si diedero il primo bacio. Poi, una notte di gennaio, si ritrovarono a fare l’amore, senza nemmeno rendersi conto di quello che stava succedendo.
E anche loro, alla fine, ricominciarono a vivere.

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E la terra? Cosa faceva la terra nel frattempo?
La terra nel frattempo non aveva smesso di girare intorno al sole. A prima vista poteva sembrare crudele, ma era così. Vladimir era scomparso e il tempo continuava a scorrere. Sua madre era in psicoterapia e il tempo continuava a scorrere. Suo padre dormiva un’ora a notte (un’ora tormentata da incubi allucinati) e il tempo continuava a scorrere.
A Bologna, a trecento chilometri di distanza, studenti di materie umanistiche si laureavano o abbandonavano gli studi. Qualche ragazza rimaneva incinta, qualcuno moriva in un incidente d’auto. Altri si innamoravano, litigavano, lasciavano per sempre un luogo, una donna, un’idea. Altri ancora si calavano un acido per cominciare la serata. E intanto il tempo non smetteva di scorrere.
In uno stesso istante lo zio di Vladimir fumava erba in India, i suoi inquilini stavano bevendo birra in casa, le sue ex ragazze stavano facendo sesso con altri ragazzi. Una bomba uccideva dieci persone a Baghdad, a Pechino una casa di contadini faceva posto ad un palazzo di venticinque piani, in Texas un condannato a morte aspettava l’esecuzione al buio nella sua cella. E nel frattempo Vladimir continuava ad essere scomparso.
Quando sua madre si vide allo specchio e capì di essere invecchiata il tempo stava scorrendo. Mentre i suoi genitori facevano l’amore dopo mesi di rancori il tempo stava scorrendo. Durante quell’orgasmo che sancì la fine dell’attesa e l’inizio di una nuova vita le loro cellule cerebrali stavano morendo a milioni.
Il tempo continuava a scorrere, nonostante tutto e nonostante tutti.
Tra il 2003 e il 2007, mentre una famiglia elaborava il lutto per un figlio scomparso, al mondo non passò nemmeno per la testa l’idea di fermarsi. La gente continuava ad alzarsi la mattina per andare a lavorare e continuava a tornare a casa la sera con gli occhi arrossati. Continuava ad accendere la televisione e a mangiare panini riscaldati negli autogrill. I ragazzini continuavano a masturbarsi nei bagni dei genitori. I professori ad insegnare la loro materia. Gli aerei continuavano a decollare, la gente nasceva e moriva, altri lutti venivano elaborati.
Scoppiò una guerra in Iraq, scoppiarono bombe a Madrid e a Londra. Milioni di persone morirono e milioni di esseri umani videro la luce per la prima volta. Bernardo Provenzano fu arrestato. Goerge W. Bush Jr. fu eletto presidente degli Stati Uniti per la seconda volta. Esseri umani gioirono ed esseri umani piansero.
Il mondo faceva a meno di Vladimir.
Tutto andava com’era sempre andato, e come sarebbe andato per sempre.

2.

duemilatre – duemilasette, altrove

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Vladimir non percepiva nulla di tutto questo.
Vedeva intorno a sé un cielo viola, sentiva un ronzio indistinto in lontananza.
Non sapeva se era la realtà o se stava sognando, e non aveva gli strumenti per porsi la domanda.
Vide tutto. Fu presente in qualsiasi epoca storica del mondo, presente passata e futura. Fu ogni essere umano sulla terra, ogni vita che si stava vivendo, che era stata vissuta e che era ancora da vivere.
E scordò tutto.
E di nuovo percepì ogni cosa del mondo, e poi smise di percepire. E percepì di nuovo, e smise. Vide cose che avrebbe dimenticato, cose che non esistono e cose di cui non si può parlare.
E tornò a fluttuare in quel cielo viola e immateriale: tutto accadeva contemporaneamente, conoscenza e oblio, presenza e assenza, oggi, ieri, domani, soltanto parole senza significato.
Comparve sulla terra, e poi scomparve di nuovo.
Fu visto e dimenticato da persone come lui, fatte per vedere e dimenticare.
E tornò a vedere il cielo viola, per un tempo che furono quattro anni, centinaia di secoli, una manciata di secondi.
Tutto finiva e ricominciava, in eterno.
Avanti e indietro per sempre.
Vide tutto e scordò tutto. Ogni cosa contemporaneamente, instancabilmente, inesorabilmente.
Fino a quando qualcosa accadde.
Nel cielo viola si formò una macchia bianca. La macchia assunse una forma umana e si trasformò in un piccolo uomo.
L’omino cominciò a parlare.

crononauta (parte 1 di 4)

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1.

estate

Nella baita avevano appena messo il telefono. Il telefono era nero e tondo, veniva dagli anni 60. L’avevano messo su una panca sulla quale era incisa una data: 1734. Adesso erano nel 1986. Il tempo andava avanti e indietro, nessuno era ancora riuscito a capire con quale logica.
La baita era un possedimento comune dei 3 abitanti di fondovalle, tutti in qualche modo imparentati tra loro. Il telefono no. Il telefono era di Martine, un’ex arancione in fuga da Milano e dalle sue delusioni. Il movimento si era esaurito. Vivek aveva chiuso i battenti. La new age si era rivelata un innamoramento passeggero. L’unico scopo dei maschi sembrava quello di produrre sperma, incuranti delle conseguenze fatali di quel piccolo miracolo biologico.
Affrontare la fine degli anni 80 a Milano sembrava francamente impossibile. Passare dalle bombe ai Duran Duran in un’estate sembrava francamente impossibile. Eppure succedeva. Il tempo andava e veniva.
Nell’estate del 1986 le baite di montagna del Piemonte orientale raccoglievano i reduci. Dalla psichedelia, dal 68, dal pacifismo, dall’India, dall’eroina, dall’autop e di nuovo dall’eroina.
Una cosa come 733 anni prima negli stessi luoghi si riuniva una specie diversa di reduci: i reduci dalla chiesa, dalle eresie, dalle stregonerie, dai malocchi, dalle mutazioni genetiche provocate dagli incesti. Il tempo tornava indietro e poi ricominciava a scorrere per il verso giusto. Il telefono degli anni 60 era sempre lì, sulla panca del 1734, nella baita del 1253 di proprietà dei sopravvissuti al 77.
La logica interna a questi movimenti restava un mistero.

Il telefono squillò una prima volta: qualcuno che aveva sbagliato numero.
Mentre qualcuno da qualche parte sbagliava numero, nella baita walser del 1253 l’attività umana era in fermento.
Il professore buddista fumava la pipa, proprio come il professore ateo che era suo fratello. La moglie del professore ateo lavava il figlio nella vasca da bagno. Un tedesco con una lunga barba bionda leggeva Heidegger. La moglie del tedesco affettava scalogno e barbabietole in cucina. Martine dipingeva in veranda. I bambini giocavano sparpagliati all’ombra.
Un corniciaio con la passione della fotografia fotografava i bambini che giocavano all’ombra. I bambini giocavano a spiare il corniciaio, che credevano essere il Cattivo di un cartone animato. Il corniciaio giocava a spiare i bambini, credendo di non essere visto perché aveva in mano una macchina fotografica.
Soltanto un altro grande equivoco che non sarebbe mai stato chiarito.

Dopo quella volta il telefono non squillò più per un pezzo. Il professore buddista continuò a fumare la pipa, Martine a dipingere le montagne per dimenticare Milano che l’aveva delusa.
Il tedesco che leggeva Heidegger si era messo a coltivare l’orto. Nei giochi dei bambini il Cattivo aveva assunto forme misteriose: il buio, le lucciole, la mamma. Il corniciaio continuava a scattare foto per fermare quel viavai folle del tempo. I bambini avevano smesso di considerarlo.
Nella baita walser del 1253, in quell’estate del 1986, i bambini erano 4: due femminucce (entrambe tedesche) e due maschietti (entrambi italiani). Uno dei due maschietti era nato a Milano dall’ennesima delusione di Martine, e aveva 3 anni. L’altro maschietto era figlio del professore ateo e aveva 6 anni. Le bambine avevano 4 e 7 anni. Il bambino ateo si chiamava Vladimir come il più ateo degli atei. Di giorno giocava all’ombra. Inseguiva animali preistorici che non erano mai esistiti e salvava principesse travestite da funghetto allucinogeno. (Un giorno aveva visto un disegno sul diario di sua madre: una bambina bellissima vestita da fungo. Sotto c’era scritto: FUNGO!!! Fu il primo amore della sua vita).
Un pomeriggio successe una cosa. Vladimir, il bambino dotato di superpoteri, aveva quasi sconfitto il Cattivo e il suo animale preistorico falso ed era ad un passo dal liberare la principessa FUNGO!!!
E a quel punto il corniciaio si era messo in mezzo. Gli aveva detto: “Ti faccio una foto”. Aveva detto: “Continua a giocare”. Come dire: “Addio mia principessa”.
Non aveva detto più niente ma la macchina fotografica aveva fatto: click!
Il Cattivo era fuggito in groppa al suo animale preistorico, portandosi via la principessa.

Quindici giorni di agosto erano passati così: alberi, prati, rocce, deserti, ombre, vuoti. Il sole ormai tramontava alle 4 di pomeriggio. La vita della valle sarebbe ricominciata presto. Code in posta. Aule affollate di liceali proto-punk. Elettrodomestici. Il Sistema, entropico, decentrante, alienante, atomizzante. Nasci produci consuma crepa.
(Tutte le principesse a forma di fungo erano state salvate, c’era bisogno della televisione per alimentare nuove fantasie.)

Il telefono squillò una seconda volta il giorno dopo ferragosto.
Rispose la bambina tedesca. Martine corse a prendere il ricevitore. La voce dall’altra parte assomigliava più al tedesco che all’italiano o al francese. Disse: “Guido”. Martine urlò: “Guidooooo!”.
Guido, che poi era il corniciaio, arrivò e si aggrappò al ricevitore come un bruco ad una foglia. Ci si avvolse, ci si ripiegò, ci si rannicchiò contro. Per trenta secondi, poi appese.
Quella sera a cena Guido disse: “Oggi. Al telefono. Era Emy”. Emy era la fidanzata olandese di Guido. Guido disse: “Parto per Utrecht. Forse già questa sera”. Si mise in bocca un pezzo di pane al sesamo e deglutì. “Sì”, disse. “Già questa sera. Per forza questa sera”.
Gli altri, come c’era da aspettarsi, vollero sapere se era successo qualcosa. Di grave, magari. Una tragedia, magari.
Guido disse di no, di no e di no. Ma che doveva partire. Cose da coppie. Cose che sapevano loro.
Dopo cena, mentre preparava i bagagli, pensò al tempo che andava avanti e indietro senza una logica apparente. Pensò anche allo spazio da percorrere, allo spazio percorso e alla relatività delle dimensioni. Decise che sarebbe arrivato ad Utrecht senza mai fermarsi, nemmeno per dormire. “Nemmeno per pisciare”, si disse. Di corsa. “Come un pazzo”, si disse.
Come un pazzo: solo il pensiero lo metteva di buon umore.

(Guido partì. I bambini giocarono a scomparire. C’era odore freddo d’erba umida. Scomparire nell’odore d’erba umida era facile. Bastava pensare che non esistevi e nessuno ti avrebbe visto.
Gli adulti scomparvero davvero e ricomparvero per mettere a letto i bambini. Poi il mondo scomparve di nuovo e comparirono sogni. Vladimir sognò un cielo viola e immobile e si svegliò piangendo. Sua madre ricomparve per spiegargli che andava tutto bene. Vladimir smise di piangere e si addormentò.)

Quarantotto ore dopo il telefono squillò per la terza volta. Rispose Martine. Ancora quella lingua che non sembrava italiano né francese. Sfoggiando tutte le sue conoscenze in materia di lingue anglofone Martine disse: “Wait!”. E andò a chiamare il tedesco che leggeva Heidegger.
Il quale andò al ricevitore e vi rimase dieci minuti dimostrando scarso interesse per l’oggetto e per la conversazione.
Quando anche lui ebbe agganciato disse: “Emy, la ragazza di Guido, l’olandese, dice che Guido non è arrivato a Utrecht, dice che non c’è, che non ha telefonato, dice che non sa dov’è, è un po’ preoccupata anche”.
Tutti gli altri diedero mostra di essere perplessi.

2.

autunno

La vita a fondovalle era ricominciata. Dagli alberi nevicavano foglie accartocciate che facevano il rumore della carta di giornale. Vladimir, il bambino ateo, schivava le foglie che provocavano ustioni mortali.
Aveva avuto una virata fantascientifica provocata dal passaggio di Guerre Stellari in tv. Niente più funghi. Niente falsi animali preistorici. Quelle erano cose da estate. Da prati, mirtilli, lucciole.
Adesso dovevi infilarti la maglia di lana e andare a scuola.
Quell’anno era in seconda. Disegnava mondi desertici popolati da forme di vita dai contorni geometrici. La Terra nel 2580: tutto quanto, alla fine del 1986, sembrava il 2580.
E Vladimir, il bambino dello spazio, si sentiva decisamente a suo agio.

Per gli adulti il 1986 era soltanto il 1986. Niente animali preistorici, niente cyborg. Il loro universo mutante era popolato da creature ben più mostruose: politici, banchieri, modelle, missili atomici. Il 2580 era soltanto un altro luogo che non avrebbero mai visto. Punto.
Il padre di Vladimir era tornato a insegnare filosofia nel suo liceo di provincia. Sua madre aveva ripreso in mano i libri dell’università. Suo zio (il professore buddista) era tornato a Bologna dove faceva il ricercatore. Il tedesco e sua moglie erano tornati in Germania.
Martine aveva deciso di passare l’inverno dai genitori di Vladimir, nella stanza degli ospiti. Aveva trovato lavoro come cameriera in un ristorante. Cercava una casa. Suo figlio era troppo piccolo per fare qualsiasi cosa, quindi non faceva niente. La madre di Vladimir gli cambiava il pannolino quando lo sentiva piangere. Poi tornava ai suoi libri di psicologia, e la questione era in qualche maniera risolta.

La scomparsa improvvisa di Guido era stata interpretata dalla piccola comunità di adulti come Atto Geniale e Controverso del Vero Artista. Insomma Guido queste cose le faceva. Non importava che fosse solo un corniciaio. L’arte è qualcosa di invisibile ai più. Insomma non c’era motivo di preoccuparsi. Fantasia al potere.
Questo è ciò che si dicevano al telefono. Camminando in cerca di funghi la domenica mattina. In coda alla cassa del nuovo centro commerciale a basso costo (i cartelloni fucsia fatti a stella dicevano: SVENDITA! Sembrava volessero svendere tutto. Anche loro si sentivano svenduti. Stavano cominciando tempi difficili, lo sapevano, non potevano farci niente).
In realtà questa faccenda di Guido era un problema per tutti. Tutti si chiedevano che fine avesse fatto. Se stesse bene. Perché non fosse mai arrivato a Utrecht. E dove si era cacciato, poi? Era in Italia? In Olanda? In quale tempo? Nel 1253? Nel 2580?
La lettera che arrivò ai genitori di Vladimir sul finire di ottobre fu un sollievo. Non rispondeva alle domande essenziali ma forniva qualche indizio. Non spiegava il senso della vita ma teorizzava la forza di gravità. Era già qualcosa.
La lettera diceva così:

Cari amici,
vi sarete accorti che sono scomparso. Emy forse vi avrà telefonato, non so.
Qui va tutto bene. Sto bene. Sono successe delle cose. Ho solo bisogno di riflettere. Vi prometto (vi giuro!) che un giorno vi telefonerò e allora ci rivedremo e vi racconterò tutto.
Non pensate a me.
Anzi no: pensateci, ma non preoccupatevi.
Vi chiamo.
Vi bacio tutti.

Guido

P.S. Mi dispiace per Emy!!! Lei mi odierà e io non posso chiamarla dal luogo in cui sto andando. Se la sentite ditele che sto bene e che mi dispiace per tutto.

P.P.S. Il tempo va e viene. È tutto un gran casino. Quando ci vediamo vi spiego.

La lettera era stata affrancata in Germania e portava la data di una settimana prima.
La piccola comunità di adulti la lesse e la rilesse e non riuscì a cavare un ragno dal buco.
Vladimir, il bambino dello spazio, ci sarebbe riuscito, ma si trovava nel 2580 e non aveva nessuna voglia di tornare indietro.

3.

inverno

Diciassette anni dopo era a Bologna. Non era più nel 2580 ma nel 2003, anima corpo e ciclo ormonale.
Non era più un bambino dello spazio ma uno studente del DAMS. Portava la barba e indossava t-shirts con scritte simpatiche. “I belong to Jesus”, per esempio. “Shampoo suicide”. “Kill your brain”.
Passati di moda i Duran Duran era finito tutto. Tutto liquidato. Deserto. Dieci anni di seppuku collettivo (elettronica nei capannoni industriali, droghe sintetiche, rapporti a rischio) poi l’apocalisse.
Adesso era ora di ricominciare, e non era semplice come sembrava. C’era nell’aria una perplessità imbarazzata. La gente non sapeva esattamente cosa dirsi. Si stringeva nelle spalle e tirava dritta per la propria strada.
Tre cose l’avevano spinto a Bologna: suo zio, il professore buddista, insegnava lì all’università. Primo. Secondo, Bologna faceva finta di essere nel 77. Via Mascarella, Paz, Paolo Fabbri (chiunque fosse). Vladimir veniva dal futuro e il presente continuava a sembrargli un tantino sclerotico. Un salto nel passato era come prendere ossigeno.
E terzo le donne. Se non puoi tenere fermo il tempo almeno fai sesso. Questo era diventato il suo motto con il passare degli anni: sesso. Da neanderthal ai replicanti, tutti volevano fare sesso. Era il sesso il vero motore del mondo. Qualcosa di sicuro, una certezza.
Stava a porta San Donato immerso in un ambiente familiare: facce nuove tutti i giorni, sveglia ad ore improbabili, tende di seta indiana, yoga, amici con l’MDMA, amici che avevano smesso con l’MDMA. Vivevano in 4, ma forse erano in 12 e forse era solo.
Forse. Bologna almeno era una certezza. Se ti chiami Vladimir, d’altronde, non tutti i luoghi sono pronti ad accoglierti. Questa era un’altra certezza. Come il 77 e i Television a qualsiasi ora del giorno. “Luna padiglione”? Cosa significava? Non l’aveva mai capito.
Faceva un po’ di sesso e tutto passava.

L’inverno del 2003 era rigido, ma non troppo. C’era gente che avrebbe passato in piazza Santo Stefano anche il giorno del giudizio, ma non troppa. Tutto il resto invece era troppo, e andava bene così.
L’equilibrio stava nell’ignorare certi fatti lampanti. Vladimir, come tutti i suoi amici, era cresciuto con Mtv: ignorare fatti lampanti era praticamente la regola. Quindi nessun problema. Fallo e basta, praticamente uno scherzo.
Questi fatti lampanti erano di natura eterogenea. Uno, per esempio, poteva essere il sesso. Poteva darsi, per esempio, che fare sesso non fosse esattamente un modo pratico di svuotare i testicoli. Per esempio. Poteva darsi che avesse a che fare con l’infanzia, il passato, il futuro, la specie, il cibo, il rapporto con tua madre.
Vladimir non ci aveva mai pensato, ma per lui il sesso aveva a che fare essenzialmente con il silenzio.
C’era un rumore, nella testa di Vladimir. Il rumore era cominciato ai tempi della montagna, nel 1986, nel 1253, c’era da sempre. C’era un omino, nel cervello di Vladimir, che diceva un sacco di parole. Parole parole e ancora parole. Questo omino aveva viaggiato nel tempo. Diceva cose sulle epoche storiche che passano e sulle cose che si dissolvono come sabbia.
Diceva: “Non vedi che tutto è già finito prima di cominciare?” E: “Rilassati, ragazzo, tanto non c’è niente da fare!” E anche: “Non è il caso di agitarsi, un giorno tornerai da dove sei venuto e allora capirai tutto”.
Inalare odore di corpi sudati, leccare saliva e gemiti e umori era un modo per recuperare il senso. L’omino stava zitto. Il muro di Berlino non era mai caduto. Niente crisi post-adolescenziali. Niente morti al World Trade Center. Niente AIDS.
Tutto andava per il meglio, se l’omino continuava a stare zitto.

(Alla fine dei conti era una costante algebrica. Ignorarla era diventato piuttosto facile. Se l’omino stava zitto tanto meglio. Se parlava l’importante era parlare a voce più alta di lui, agitarsi più di lui, sfregarsi e contorcersi in tutto il fango possibile.
Comunque andasse, Vladimir ci si era abituato.)

Ogni periodo della vita di uno studente ha i suoi chiodi fissi. Il cinema, la droga, il sesso, la solitudine, lo sport, la creta, lo yoga, la boxe, qualunque cosa.
Per Vladimir e compagni la fissa dell’inverno 2003 era il calcio balilla. Fissa non molto originale, ma tant’è. Giocavano a calcetto tutti i giorni. Sognavano partite di calcetto. Organizzavano enormi tornei di calcetto. I rapporti tra i sessi erano regolati dal calcetto. Si creavano e distruggevano coppie per un gol dalla difesa.
Andava avanti così da tutto gennaio. Poi avrebbero scordato il calcetto, il gruppo si sarebbe sciolto, si sarebbero formati altri gruppi. Fuori era inverno più che mai. Tutto poteva sembrare schizofrenico, o soltanto una maniera come un’altra per restare a galla. Ma era soltanto un altro fatto trascurabile, uno soltanto di una serie infinita.
La sera del 17 faceva un freddo fottuto. Non riuscivi a tenere il moccio su per le narici nemmeno a piangere. E Bologna Dentro Le Mura era stranamente deserta. Poco male, l’appuntamento era al solito posto al Pratello per la solita partita a calcetto. Nessun problema se era inverno. Se Bologna sembrava un deserto lunare popolato da morti viventi.
Le notti non erano un problema, mai.
Le mattine a volte sì. Quella mattina era bastato uscire a comprare le sigarette per capire che qualcosa non andava. La giornata era stata lenta e incolore. Vladimir era rimasto a guardare la tv tutto il giorno, aveva cenato in casa ed era uscito. E Bologna era deserta. E fredda. E vagamente aggressiva. I movimenti gli sembravano rallentati. Un’attesa potenzialmente eterna.
Era un presentimento tragico, che aveva a che fare con troppe cose: montagne, principesse travestite da funghetti allucinogeni, viaggi nel tempo.
L’omino che si nascondeva nella sua testa.
Mentre camminava per via Zamboni Vladimir cercava di liberarsi di questa sensazione. Si calcava la cuffia in testa e si diceva: “Questa sera non penserò a nulla”. Diceva: “Non mi fermerò un secondo per pensare”.
“Come un pazzo”, si disse.
Incredibilmente cominciò a sentirsi meglio.

Non andò molto bene.
Il calcetto si era concluso con un bilancio indeciso e grigiastro che non lasciava soddisfatto nessuno. L’ultima palla era finita fuori dal campo ed era misteriosamente scomparsa. Nessuno era disposto a pagare 50 centesimi per una sola pallina, e così si era dichiarata patta.
Di colpo, inspiegabilmente, tutti avevano trovato noiosa questa storia del calcetto. Un po’ triste, anche. Un po’ patetica, anche.
Restava soltanto la cenere. Lasciarono tutti il locale, a coppie di due o di tre, o soli. Andavano tutti in direzioni diverse. Se andavano nella stessa direzione camminavano a dieci passi di distanza. Tutti avevano altri amici da incontrare, gente che non aveva mai giocato a calcetto prima di allora e che non l’avrebbe mai fatto dopo.
Vladimir era come loro, un frammento della stessa delusione.
“Come un pazzo”, si disse, incamminandosi verso via Petroni.

Due ore dopo era seduto sui gradini di San Petronio che fumava una sigaretta. Non era andata per niente bene. Niente andava bene. Se possibile faceva ancora più freddo di prima. Bologna era ancora più deserta. La gente che aveva incontrato aveva una faccia strana, sembrava altrove. Erano corpi gettati lì in mezzo senza un motivo preciso.
Si era fermato e non avrebbe dovuto. Ripartire era impossibile, ormai.
Al secondo tiro di sigaretta si accorse che non aveva voglia di fumare. Poi si accorse che il rumore nella sua testa si era fatto assordante. Si accorse che quella città era piena di sconosciuti. Bologna era sconosciuta e ostile e qualcosa stava per succedere. Al di là di qualsiasi ragionevole dubbio.
Decise di tornare a casa. Infilarsi sotto le coperte e dormire. Soffocare l’omino e tutte le sue parole idiote in un oceano di subconscio, farsi una sega colossale ed eiaculare tutto quel terrore sulle lenzuola. Fino a domani. Poi ci avrebbe pensato domani.
Arrivò all’appartamento di Porta San Donato che non era nemmeno l’una. Nonostante ciò tutti e tre i suoi inquilini dormivano. Le luci erano spente. Non c’era nemmeno un rumore, o lui non lo sentiva.
Andò direttamente in camera sua, si spogliò, buttò i vestiti a terra accanto al letto e si avvolse nelle coperte come nell’utero di una grossa madre fatta di lana.
Chiuse gli occhi e si addormentò all’istante.

E fece un sogno.
Prima vide una macchia bianca di materiale gelatinoso. Poi questa macchia prese forma umana, diventò un bambino e poi un piccolo uomo. Un uomo molto piccolo che Vladimir conosceva da quando era nato.
Lo riconobbe senza esitazioni: era rimasto nel suo cervello tutti questi anni, ora finalmente lo vedeva.
L’omino cominciò a parlare.
Vladimir fu avvolto da un tepore indefinibile, e per la prima volta tutto ebbe significato.

Parentesi

millenovecentoottantasei – duemilatre

“1985-2000: quindici anni di solitudine”. Avrebbero potuto intitolare così un romanzo ispirato al loro passato prossimo. Solitudine. E disillusione. E crolli, tutto intorno a loro sembrava crollare giorno dopo giorno. Non era forse crollata anche l’Unione Sovietica? Qualcuno, ogni tanto, riusciva a stupirsi di essere ancora in piedi, ma niente di più.
Tra il 1986 e il 2003 la piccola tribù degli adulti aveva finito per detribalizzarsi. I compagni di partito erano diventati manager di successo, avvocati, banchieri, medici. Vivek era un ricordo sconveniente, poco più che un aneddoto colorito. Hediegger non lo conosceva più nessuno. Marx era un povero visionario, ormai lo sapevano anche i bambini.
Insomma il mondo cambiava. Inventava parole sempre nuove che per loro non avevano nessun significato. “Reagonomics”. “Gentrification”. “Glocalizzazione”.
Parole parole parole.
Le cose si erano fatte molto diverse da come le ricordavano. A sentire la tv tutti erano stati hippy almeno una volta nella vita. Non esisteva un solo stronzo che non avesse fatto il 68, il 77, che non avesse conosciuto Curcio di persona per le vie di Trento.
(E i ragazzini fumavano haschisch importata dal Marocco nelle piazze dei paesi, mentre tu che avevi visto nelle droghe una critica al sistema borghese cominciavi a sentirti un vecchio parassita idealista.)
(C’era stata l’esplosione dell’AIDS, la campagna pubblicitaria contro l’eroina, le rubriche televisive contro le droghe sintetiche: chi eri tu per dire la tua? Cosa ne sapevi di come andava il mondo, di com’era sempre andato?)
(Una volta lo chiamavi “sballo” e adesso il termine “sballo” era irrimediabilmente passato di moda. Ti sentivi passato di moda e non capivi come potesse essere successo.)
E poi c’erano i tuoi figli. L’adolescenza dei tuoi figli ti aveva messo di fronte a problematiche inedite. È giusto incidersi gli avambracci con una lametta da barba? Se porti t-shirt inneggianti a satana non sei forse un satanista? La musica è musica anche se non rimane più un solo cazzo di strumento musicale?
Dalla disco music dei tuoi vent’anni (ma la decadenza era già iniziata, ora lo riconosci) si era passati alle stragi fasciste dei trenta. Discount alimentari e reti televisive private si erano diffuse a macchia d’olio in tutto il paese. Gli anni 90 erano stati la fine di tutto (quarant’anni di fede politica, speranza in un futuro migliore, tutto).
Qualcuno era scappato in India per non fare i conti con tutto questo.
Chi era rimasto non sapeva più a che santo votarsi, e finiva irrimediabilmente per comprarsi il televisore al plasma.
Insomma era un gran casino, irrimediabilmente, inequivocabilmente un gran casino.

Martine.
Martine aveva cercato di rifarsi una vita in provincia. Aveva osannato l’aria pulita e la gente vera e l’odore dei campi d’agosto.
Una mattina di aprile del 1988 aveva avuto una crisi di nervi e avevano dovuto ricoverarla all’ospedale più vicino, imbottita di Xanax. L’ospedale era piccolo e straripante di malati terminali. Le infermiere avevano l’aria di essere lì per caso. L’odore di cloroformio dava il mal di testa.
Dopo tre giorni di degenza Martine aveva preso suo figlio in braccio ed era salita su un treno per Milano. Aveva rivisto i vecchi amici e aveva messo in atto processi di rimozione degni di un bambino autistico: non era mai Fuggita Dalla Metropoli, non era mai stata a Vivek, non sapeva niente di niente.
Aveva trovato un monolocale in via Sarpi, nel cuore della futura Chinatown, e aveva educato suo figlio alla vita di città. Milano ghiacciata nell’inverno dell’89 sorrideva come lo Stregatto di Alice, ma non importava, niente in fondo aveva importanza.
Finalmente, dopo mille anni di viaggi nel tempo, era tornata a casa.

Jens.
Il tedesco che leggeva Heidegger aveva smesso di leggere Heidegger. Era tornato in Germania e si era innamorato di una pasticciera di Monaco. Aveva mollato moglie e figlie ed era scappato con la pasticciera verso Nord, dalle parti di Colonia.
Quando la pasticcera lo lasciò per un camionista, Jens si ritirò in esilio nella Foresta Nera. Si mise ad intagliare statuette nel legno d’abete e ricominciò a leggere Heidegger.
Nel 1999, a 49 anni, si prese un cancro ai polmoni e morì.
Felice, a quanto pare, certamente solo.

Lo zio di Vladimir.
Il professore buddista era probabilmente l’unico essere umano al mondo, nel 1989, a conoscere l’urdu come l’italiano: proseguì i suoi studi e finì per ottenere la cattedra di Orientalistica all’università di Bologna.
Cominciò a vivere sei mesi nel capoluogo emiliano e sei mesi in un piccolo paese della provincia di Bombay, dove aveva moglie e figli. (A Bologna aveva una compagna con la quale però non conviveva, e che non poteva avere bambini).
Non smise di fumare erba ma smise di combattere il sistema capitalista.
Non abbandonò le pratiche zen di purificazione del corpo ma si concesse di mangiare tortellini al ragù tre volte la settimana.
Insomma raggiunse un compromesso soddisfacente, e riuscì ad attraversare il collasso dell’Occidente senza troppi traumi.

Il padre di Vladimir.
Il padre di Vladimir era diventato professore di filosofia in un liceo di provincia. I corridoi e le aule del liceo erano scarne come un haiku, o più prosaicamente come il cesso di una stazione. Gli allievi erano figure sinistre ma innocue: piccoli punk in ritardo sul tempo, ragazzine anoressiche, giovani rivoluzionari capelloni, checche.
Come dire: ombre ombre ombre.
A cui della filosofia importava meno di zero: soltanto l’ennesimo viaggio allucinato in una realtà che stava diventando più allucinata di qualsiasi speculazione.
Per il resto aveva trovato alcuni hobby interessanti a cui dedicarsi (le passeggiate in montagna, la pittura su legno) e viveva più o meno serenamente la crisi di mezza età sua e del suo continente.

La madre di Vladimir.
Sua moglie si era laureata in psicologia alla veneranda età di 31 anni, ed era finita a fare l’insegnante di sostegno alle scuole medie. Qui le ombre erano più grumose, più informi, e sempre sul punto di esplodere in mille pezzi.
Passava quattro ore al giorno a contatto con i piccoli mutanti dell’Occidente in declino: autistici, baby-paranoici, teppistelli, sessuomani precoci.
Finite le quattro ore si apriva una voragine di supermercati, poste, banche.
Scenate adolescenziali di suo figlio ateo, che francamente a tredici anni era stufo marcio di chiamarsi Vladimir e voleva fare il cantante in un gruppo rock, il tossicodipendente, il marchettaro, persino l’astronauta purché non si parlasse di comunismo.
(D’altra parte lo slancio politico che aveva portato la coppia ad affibbiargli quel nome si era esaurito con tangentopoli, e un’intera vita di ripensamento dell’Istituzione Famiglia aveva prodotto frutti piuttosto malsani.
Vladimir aveva ragione a urlare, ragione a fumarsi le canne nel garage alle dieci di mattina della domenica, ragione nel suo tentativo disperato di mettere incinta una ragazzina minorenne.
Era successo quello che succedeva a tutte le famiglie della sinistra liberale cresciute negli anni 70: si sentivano in colpa per essere diventati quello che erano.)

I bambini.
Alina, la figlia maggiore di Jens, che nel 1986 aveva 7 anni, diventò molto bella e vuota come una noce di cocco. Riuscì a prendere il diploma in ragioneria e nel 2002 andò a convivere con un dj techno che le regalava l’MD e altre porcherie chimiche. Nel 2003 lei e il dj si lasciarono, e Alina tornò a vivere a casa della madre.
Katrin, la seconda figlia di Jens, che nell’86 di anni ne aveva 4, non fece mai uso di droghe. Si diplomò brillantemente al liceo classico e andò a studiare filosofia a Berlino. Nel 2003, a 21 anni, non aveva mai avuto un ragazzo.
Matteo, il figlio di Martine, diventò un normale adolescente milanese, fissato con l’hip-hop, i graffiti e i videogiochi violenti. Nel 2003 aveva 20 anni ed era disoccupato, annoiato, indeciso sulla piega che avrebbe preso la sua vita futura.

(Il mondo insomma non si era fermato: un fatto che in futuro si sarebbe rivelato molto doloroso.
Gli adulti si ritrovavano stanchi, confusi, raffazzonati.
I bambini erano diventati adulti senza averlo chiesto.
Tutto, ancora una volta, andava esattamente come doveva andare.)

4.

primavera

L’impressione era quella di palle da biliardo lanciate ai quattro angoli del tavolo: nessuna buca, soltanto rumore secco di neuroni impazziti che cozzano tra di loro.
L’estate del 1986 (la partenza di Guido) era stata l’ultima delle loro vite, il punto di sutura che aveva irrimediabilmente chiuso un’epoca.
Tutto d’altra parte sembrava troppo labile, troppo mutevole. Per quale motivo invecchiare e morire doveva essere una necessità? Perché i figli dovevano crescere? Cos’era poi questa storia della guerra al terrorismo?
Così pensava il padre di Vladimir quando, un pomeriggio di marzo del 2003, il telefono degli anni 60 squillò per la quarta volta.

***

Il telefono.
La vita del telefono nero degli anni 60 è strettamente intrecciata alla vita di Martine: tutto inizia una notte di luglio del 1963, quando sua madre incontra un uomo in una bettola per alcolisti e decide di fuggire con lui in capo al mondo.
Quest’uomo (tale Alberto) è un piccolo malavitoso milanese che traffica merci rubate al confine con la Francia. La madre di Martine è una bella casalinga insoddisfatta delle prestazioni sessuali del marito.
L’amore, almeno potenzialmente, sembra qualcosa di scontato.
Prima di lasciare per sempre consorte e terra natale la casalinga fuggitiva prende con sé due cose: la figlia bionda di tre anni (che viene così condannata ad uno sciatto monolinguismo) e il telefono di casa (un oggetto che ha pagato molto e al quale di conseguenza si sente particolarmente affezionata).
Poi Milano. Un appartamento nel quartiere allora popolare dei Navigli. Qualche mese di felicità relativa (alcolica, più che altro) e infine un’altra fuga: Alberto, questa volta, con una ballerina di night club.
Una donna sola con una bambina piccola in una città molto grossa. Che non è “in capo al mondo”, neanche un po’.
E poi uomini uomini uomini. Tutti che la tradiscono. Il destino della figlia inscritto nell’altalenante vita sessuale della madre.
Irrimediabilmente.

Nel frattempo passano gli anni. Il telefono è sempre lì, appoggiato su una mensola nell’ingresso dell’appartamento.
È lì nel 1979, quando Martine, 19 anni, se ne va a Vivek per unirsi agli arancioni. È lì nel 1982, quando sua madre, 47 anni, muore di ictus cerebrale (dagnosi: due pacchetti di esportazione al giorno). È lì quando un ladro di verginità travestito da hippy mette incinta Martine, per poi scomparire nel nulla non appena il ventre di lei comincia a gonfiarsi.
Continua ad essere lì quando Vivek viene chiusa, nei primi mesi del 1986, e Martine e figlio decidono che la new age è finita ed è ora di cominciare a vivere sul serio.
È indubbiamente lui a squillare quando, quell’estate, Martine riceve la telefonata di un amico tedesco (tale Jens) che le propone tre mesi di permanenza in una baita wlser di amici italiani, a pochi chilometri da Milano.
Inebriata dalla prospettiva di un nuovo inizio, Martine compie il movimento inverso e speculare a quello di sua madre: dalla città parte per la provincia, portandosi dietro (senza sapere perché) figlio e telefono.

Durante la breve parentesi della baita walser, il telefono veicola due importanti epifanie: una per Guido (telefonata di Emy, partenza), una per gli altri adulti (telefonata di Emy, scomparsa di Guido, fine tardiva dell’adolescenza).
Per tutto l’inverno resta muto, e l’estate successiva, quella del 1987, si limita alla routine: telefonate di madri, padri, amici, parenti, colleghi, datori di lavoro.
Poi di nuovo Martine. Che nell’aprile del 1988 ha la sua piccola crisi di nervi (capisce che la provincia è soltanto l’ennesima fuga della sua vita) e decide di tornare a Milano. E decidere di tornare a Milano e sbarazzarsi per sempre di quel telefono è tutt’uno (nessuno capisce esattamente come mai, ma tant’è: il mondo è pieno di misteri). E così accade.
Un’ora prima di salire sul treno Martine porta il telefono ai genitori di Vladimir. Li ringrazia per l’ospitalità e l’amicizia. Chiede di conservare per lei quell’oggetto.
I genitori di Vladimir ringraziano, sorridono e lasciano il telefono sulla cassapanca in corridoio per sette mesi. Dopodichè la madre di Vladimir lo infila in una scatola di scarpe. Lo porta in cantina.
Lo infila in un armadio e chiude la porta a chiave.

***

Vide la luce per l’ultima volta a dicembre del 1988. Poi, per quasi 15 anni, tutti si scordarono di lui.
Una domenica di marzo del 2003 il padre di Vladimir scese in cantina a cercare un martello. (Stava inchiodando alla parete della sala da pranzo un piccolo quadro astratto che aveva appena finito di dipingere: ecco perché il martello.) Si mise a rovistare negli armadi e il telefono quasi gli cadde in testa.
Fu un’ulteriore epifania, un’ulteriore prova delle capacità magiche di quell’oggetto: gli anni 60 erano morti e sepolti, eppure lui restava lì, nero e lucido, come nuovo.
Non era forse un simbolo? Una condanna al mondo moderno, con la sua sclerosi tecnologica da continua mutazione? Certo che sì: tutto cambiava, quel telefono no. Era sempre uguale a sé stesso, nero lucido e rassicurante.
Condannava l’ex Unione Sovietica per essere ex, condannava le Torri Gemelle per essere implose come castelli di sabbia, condannava l’Iraq per il petrolio e gli Stati Uniti per il petrolio e tutti quanti insieme per aver intrapreso la strada del Male e dell’Autodistruzione.
Il padre di Vladimir pensava queste cose mentre portava il telefono in soggiorno, staccava il Simens cordless comprato tre mesi prima e collegava il vecchio apparecchio alla presa telefonica.
Pensava tutto questo e faceva tutto questo quando il telefono si mise a squillare.

Rimase a guardarlo un attimo.
Pensò: “Questo coso appena lo attacchi suona”. (Un po’ del suo rispetto era scomparso. Era aumentata la perplessità e anche il timore per le sue capacità magiche.)
(Pensò all’ultima volta che quel telefono aveva squillato significativamente. Pensò a Guido. Per un secondo sentì con incredibile chiarezza l’accavallarsi dei tempi, la relatività degli spazi, il susseguirsi delle stagioni. Sentì il tempo scorrere a velocità folle intorno a lui. Sentì di precipitare in un baratro senza fondo, ma senza angoscia, senza paura.
Si lasciava cadere nella voragine più profonda del mondo con tranquillità, come una foglia secca si lascia cadere da un albero.)
Poi rispose.

Era Vladimir. Poi ci fu un’interferenza. La voce di Vladimir ritornò, ma distorta, come filtrata attraverso un sintetizzatore.
(C’erano fruscii che sembravano venire da un altro mondo. Respiri e gemiti e mormorii che potevano essere la colonna sonora del limbo, della terra di mezzo, della zona del crepuscolo.)
“Papà”, disse Vladimir con quella voce distorta. “Papà mi senti?”
Disse che era in un luogo rumoroso e incasinato. Che non aveva molto tempo. Che aveva voluto telefonare a casa per salutarli.
Salutare? Perché salutare?
Perché stava partendo. Per dove? Non lo sapeva. Quando sarebbe tornato? Non lo sapeva.
Non sapeva niente, chiedeva soltanto di accettarlo. Doveva partire per forza. In quel preciso istante, non poteva aspettare un secondo di più. Se ne stava andando, ma sarebbe tornato. Per raccontare a tutti loro quello che aveva visto.
(“Sono successe delle cose. Ho solo bisogno di riflettere. Vi prometto che un giorno vi telefonerò e allora ci rivedremo e vi racconterò tutto “)
Poteva accettarlo? Davvero poteva accettarlo? Così su due piedi, per la seconda volta, anche se adesso si trattava di suo figlio?
Ci mise molto a rispondere.
“Sì”, disse alla fine. “Credo di sì”.
Vladimir disse: “Grazie”. Disse: “Ti ringrazio, sul serio”. Disse ancora: “Adesso devo andare”. Disse qualcos’altro che si perse in quel rumore indefinibile.
E appese.

5.

inverno

Era gennaio quando l’omino aveva parlato. Era emerso da una chiazza lattea di materiale gelatinoso e aveva raccontato la sua storia.
Vladimir aveva dormito. Come mai prima d’allora. Un sonno totale, senza sogni e senza incubi.
Un sonno violaceo e ronzante che assomigliava molto alla morte.
Poi si era svegliato. Aveva aperto le finestre su via San Donato e aveva guardato Bologna intirizzita, con il pelo coperto di ghiaccio e la bava alla bocca. Per la prima volta aveva visto chiaramente l’accavallarsi dei tempi. Le epoche storiche si sovrapponevano. Una volta c’era il mare, lì sotto. Un giorno non ci sarebbe stato più nulla, soltanto un vuoto cosmico.
E poi c’erano gli esseri umani. Piccole figure che mutavano in continuazione. I vecchi diventavano bambini, e viceversa. Le donne sfiorivano.
Le case si trasformavano in cumuli di macerie e dall’asfalto crescevano campi di grano.
Tutto si sgretolava e si ricostruiva a velocità supersonica. Il ragazzo dello spazio era lì per vedere e comprendere. Il 77 era evaporato, come il 1253, il 2003, il 2580. I Television non avevano più niente da cantare, nient’altro se non la loro natura effimera di esseri umani.
Quello che cantavano tutti i cantanti, l’unico argomento di conversazione del mondo, l’unico significato di tutti i libri e gli amori e le altre cose splendide e tragiche della vita.
Vladimir fu colto da una sensazione indefinibile: gli opposti si mischiavano come mai prima d’allora, erano un’unica grande cosa, la sola che avesse ancora importanza.
“Luna padiglione”. Che voleva dire?
Tutto o niente, in fin dei conti faceva lo stesso.

Per più di due mesi non uscì di casa. Aveva bisogno di riflettere, e doveva stare solo.
Era diventato una specie di eroe dei fumetti? Se aveva acquisito dei superpoteri tanto meglio: adesso doveva imparare ad usarli. E comunque non era molto facile interagire con la gente. Andare dal macellaio per vedere uno scheletro che affettava suini e ovini ancora vivi, grufolanti e belanti.
(Questo è interessante: niente nella sua vita era mai stato così simile ai suoi giochi d’infanzia. Non era mai arrivato così vicino alla comprensione come in quelle ore d’attesa, nascosto in un campo di mirtilli, concentrato nel suo amore per una principessa rapita.
Una principessa che non esisteva, rapita da un nemico che non esisteva: era l’invenzione la chiave di tutto.)
Due mesi di solitudine quasi totale, fino al 17 di marzo.
Fino a quel momento fece finta di essere impazzito, per non turbare troppo inquilini e amici. La follia era qualcosa di comprensibile, soprattutto a Bologna. La gente impazziva ovunque, in ogni momento.
Gli inquilini e gli amici d’altra parte cercarono di capire, o almeno apprezzarono la sua buona volontà. Andarono a comprargli latte e sigarette. Gli portarono riviste di musica e organizzarono piccoli concerti acustici nella sua stanza.
Lui lasciava fare.
Percepiva la loro morte e gioiva per il semplice fatto di sentirli respirare accanto a sé.

La mattina del 17 marzo si svegliò con qualcosa che gli batteva in testa. Un’urgenza assoluta di fare qualcosa. Che cosa? Non ne aveva la minima idea.
Prima di tutto pensò ad un bisogno corporale. Provò a pisciare, ma non gli scappava. Provò a farsi una sega, ma non riuscì nemmeno a farselo venire duro.
(E pensò una cosa: da due mesi a quella parte si era praticamente scordato di avere qualcosa in mezzo alle gambe. Non si era mai masturbato, non aveva mai pensato nemmeno lontanamente di uscire a cercare una ragazza. La cosa era parecchio strana e meritava un’attenta riflessione. Quantomeno dimostrava che aveva effettivamente dei superpoteri – o qualcosa di molto simile – e che era ancora lontano anni luce dal capire come usarli).
Per tutto il giorno restò chiuso in camera. Girava in tondo. Camminava sui suoi passi.
Si sentiva un giovane padre nella sala d’aspetto del reparto maternità. Aspettava di abbracciare quel coso viscido e scalciante che era appena diventato suo figlio, solo che c’era una differenza: in questo caso era lui a dover partorire.
(Che cosa esattamente fosse sul punto di partorire non gli era ben chiaro. Pensò tutto questo e fu terrorizzato dal paragone. Non è che forse era impazzito sul serio? Una buona domanda a cui era meglio non tentare di rispondere.)
Poi, verso le quattro di pomeriggio, capì. Fu la cosa più simile ad un orgasmo che gli fosse mai capitata. E la cosa fantastica era che il sesso non c’entrava un accidenti di niente. Non c’era niente di più lontano dal sesso che quella sensazione di liberazione.
Si vestì in trenta secondi netti. Infilò in un piccolo zaino le cose utili per il viaggio. Poi si rese conto che per quel tipo di viaggio niente sarebbe stato davvero utile. Disfò lo zaino e lasciò i vestiti ammucchiati per terra.
Si infilò il cappotto e uscì in strada, quasi correndo.

Dieci minuti dopo era in stazione, che prendeva fiato seduto su una panchina di marmo accanto al binario 1.
Guardava i treni andare e venire. Trasformarsi in pezzi non ancora assemblati e in vecchie carcasse arrugginite. Vedeva la stazione quando al posto della stazione c’era un enorme prato battuto dal vento.
Accese una sigaretta. La fumò fino al filtro. La spense.
Era tutto pronto, il suo Grande Viaggio stava per cominciare. Mancava soltanto una cosa. Sgradevole, imbarazzante, difficile. Ma necessaria, assolutamente.
Decise di fare tutto d’istinto, senza riflettere.
(“Come un pazzo”, diceva una piccola voce flebile nella sua testa.)
Compose il numero sulla tastiera del cellulare. Attese. Uno squillo, due squilli, tre squilli. Attese ancora. Quattro squilli, cinque squilli. Qualcuno dall’altra parte della linea alzò il ricevitore.
“Papà”, disse. La voce di suo padre era disturbata da un’interferenza. Il rumore della stazione (tutto il rumore che aveva in testa) copriva il debole impulso elettromagnetico. “Papà”, disse di nuovo.
Disse: “Papà mi senti?”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

alcune porte restano chiuse

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1.

Fino a dieci anni B visse oltre Dora, in appartamento. Tutte le otto porte della casa erano di colore verde scuro.
Una porta chiusa significava silenzio. Tabù. Qualcosa che non si poteva dire.
La camera dei suoi genitori: crisi matrimoniali, lacrime, sesso.
Lo studio di suo padre: rapine, omicidi, stupri.
Suo padre era giornalista di nera per un piccolo quotidiano. Un lavoro poco redditizio anche negli anni Sessanta. L’altra faccia di Torino. La poltiglia della città industriale.
Invece sua madre aveva insegnato matematica alle elementari.
Un giorno aveva preso a schiaffi un bambino. Aveva estratto la riga dal cassetto e aveva minacciato di ucciderlo.
Per questo motivo erano cominciate le pillole.
E tutto quel tempo chiusa nella stanza da letto, in perfetto silenzio.

Poi un giorno la porta non s’era più aperta.
Era estate. B aveva da poco compiuto dieci anni. Era arrivata l’ambulanza e avevano buttato giù la porta.
Quella sera stessa sua padre gli aveva parlato.
“La mamma non sta bene”, aveva detto. “Hanno dovuto portarla in ospedale”. Però non riusciva a guardarlo negli occhi.
Due giorni, poi sua madre era morta.
B aveva accolto la notizia in silenzio. Si metteva alla finestra e restava a fissare i campanili di Porta Palazzo.
Taglienti. Appuntiti, come le unghie di una donna.

Soltanto molti anni più tardi venne a sapere che cosa esattamente avesse ucciso sua madre.
Avvelenamento da benzodiazepine: un tubetto di Tavor.
“Non potevo crederci”, gli disse in quell’occasione suo padre. “Un giorno c’era, e il giorno dopo era scomparsa. Non potevo crederci: aveva premuto un interruttore, e si era spenta”.

2.

Dodici anni dopo esplose la stazione di Bologna. B ricevette una telefonata: un amico di Lotta Continua. Chiamava da Moncalieri, da una cabina.
“I fascisti”, diceva, “sono stati i fascisti”.

A quel tempo B aveva lasciato l’università da un pezzo.
Dipingeva. Faceva da assistente ad un vecchio artista, uno che aveva contato qualcosa negli anni Cinquanta e Sessanta.
Nel ‘54 un suo quadro era stato esposto al Moma di New York, per qualche settimana. Adesso il vecchio era gobbo e faceva fatica con i particolari: per questo aveva bisogno di un assistente.

Lavoravano otto ore al giorno, poi cenavano assieme.
A volte B restava qualche ora dopo cena. Sedevano intorno alla stufa bevendo birra.
Il vecchio aveva vissuto vent’anni sotto il regime di Franco, a Madrid, per amore di una donna. Gli piaceva parlarne.
Altre volte, la sera, camminavano per le vie desolate della periferia. Guardavano i palazzi e gli alberi.
Mani deformi emerse del cemento, diceva il vecchio.
B annuiva.

Erano andati a vivere, suo padre e lui, in un terzo piano in fondo a corso Francia. Quasi in piazza Massaua, a due passi dal multiplex.
Si erano comprati la televisione e un piccolo cane da appartamento. Il cane si chiamava Santiago.
Nel corso degli anni Settanta la televisione aveva sostituito il giornale. Avevano visto tutto: Piazza Fontana, il Cile, Moro, tutto.
Grazie alla tv, in un certo senso, B era diventato comunista.

Un giorno successe una cosa: nello studio del vecchio pittore entrò Salvador Dalì. Era vecchio e acciaccato, ma si trattava di Salvador Dalì. Non c’erano dubbi.
B non sapeva cosa dire.
Poi disse: “Le chiamo il principale”.
Il vecchio non si scompose. Si salutarono affettuosamente e uscirono in strada a braccetto. B rimase pensoso. Pensò a lungo e concluse che stupirsi delle cose è un errore.
“Va bene così”, pensò.

Poi successe un’altra cosa.
Un pomeriggio di maggio suonò il campanello. Era Milena, la nuova compagna di suo padre. Indossava un abito color pesca che spiccava sull’azzurro delle pareti.
Dissero tutto in un attimo.
“Pensiamo che convivere sia il modo giusto di affrontare le cose”, disse suo padre.
“Va bene”, disse B. Poi cominciò a pensare che doveva cercarsi una casa. Fare i bagagli. Per un periodo sarebbe andato a vivere dal vecchio pittore, pensò. Ma il giorno in cui salutò suo padre provò la sensazione di essere fatto di carta.
“Va bene così”, si disse.


Parentesi

Sette anni più tardi era a Berlino.
Caterina era giovane e bellissima.

Dopo aver lasciato il multiplex di piazza Massaua B era tornato oltre Dora.
Molto oltre. Una soffitta in via Cigna. Un unico locale spoglio, dove aveva sistemato le tele, il letto, lo stereo, un piccolo canestro.
Era tornato sulla Dora per vedere ancora i campanili di Porta Palazzo.
Ne immaginava ormai le radici, come un paio di canini.

Per quattro anni aveva smesso di dipingere.
Questione di affitti.
Aveva trovato lavoro in un market non lontano da casa. Si era fatto amici calabresi immigrati per lavorare alla Fiat, e che invece erano rimasti disoccupati. Giovani tossici reduci dal ’77. Vecchie vedove adoratrici del male.
Tutta la sottoumanità della periferia.
Caterina l’aveva convinto a ricominciare con i quadri. L’aveva conosciuta d’inverno, i capelli del colore delle foglie secche.
Avevano cominciato a vivere insieme.

Caterina lavorava per la radio. Girava con un registratore a tracolla, faceva interviste che poi spediva alle persone giuste.
E le persone giuste mandavano la voce di Caterina nell’etere.

Questo Wim aveva telefonato un giorno a casa loro. Chiamava da Berlino.
“Ragazzi, dovete venire qui”, aveva detto. “Tutto trema sempre di più. Succederanno grandi cose”.
Era un vecchio amico di Cate. Lei era intenzionata a raggiungerlo. B non lo sapeva, però a Torino non aveva nulla da fare.
“Perché no?”, si era detto alla fine.

Erano arrivati a Berlino con la 127 di Cate.
Ottobre ’88: un freddo ruvido, da piangere. In macchina c’erano una cassetta di Gianna Nannini e una dei Mudhoney.
Wim aveva trovato loro un’altra mansarda. A Schömberg. Le scale erano il colore della polvere, ma gli usci delle abitazioni di un rosso intenso.
Lui e B andarono subito d’accordo.
Wim era alto, riccio, biondo. Portava i baffi. Lavorava in un’officina meccanica e componeva musica elettronica. Il suo modello erano i Kraftwerk.
B invece era senza lavoro.
Ma l’atmosfera era elettrica, si poteva guadagnare qualche soldo in qualunque modo. Imbucando giornali nelle cassette della posta. Vendendo qualche quadro. Lavando i piatti in un ristorante per una settimana.
Invece Cate girava con il registratore e sembrava soddisfatta.

B dipingeva figure umane. Eredità del vecchio pittore amico di Dalì: figure magre, spettrali. La gente che aveva sempre visto.
Wim aveva qualcosa di ridire sui nudi.
“L’uccello”, diceva. “A questo qui gli manca l’uccello”.
B correggeva.
C’era anche un’altra persona nel giro. Si chiamava Reiner. Un tecnico delle luci specializzato in teatro. Era omosessuale. Un elettricista gay.
Reiner stava al confine con l’Est, solo, proprio sopra il check-point.
Dalla finestra si vedeva il cambio della guardia. Con Wim condivideva solo la passione per l’elettronica, per i Kraftwerk in particolare.
E una storia: raccontava di aver fatto le scuole medie con Fassbinder. E diceva di averlo baciato sulla bocca, una volta.
Reiner raccontava e Wim gli dava corda.
Cate era scettica. B si stringeva nelle spalle.

Nel novembre del 1989 cadde il muro.
La sera del nove si ubriacarono tutti.
La mattina del dieci successe qualcosa di strano: si guardarono negli occhi e capirono che era finita. Erano imbarazzati. Non avevano più niente da dirsi.
In quell’imbarazzo Cate scoprì di essere incinta.
“Vorrei che nascesse in Italia”, disse a B.
Impacchettarono le loro cose in meno di un mese.
Dischi, libri, un orso di peluche che B aveva regalato a Cate per il compleanno. Salutarono Wim e Reiner, con la promessa di tornare, un giorno, forse.
Festeggiarono il natale ad Alessandria, dai genitori di Cate. Una buona cena. Il camino. La grappa. Il discorso del presidente della repubblica in tv.

Più tardi B chiamò suo padre per dirgli che sarebbe diventato nonno.
Per un pezzo dall’altro capo della linea non si sentì niente.

3.

Every time I rise I see you fallin’
(Placebo)

“Adesso devo trovarmi un lavoro”, diceva B in quell’inverno gelido. “Non posso mica continuare a dipingere. Voglio dire, i pannolini, la scuola…”
Cate sorrideva.

A questo punto B aveva trentadue anni.
Sapeva fare il pittore e il cassiere. Sapeva anche distribuire giornali e lavare piatti, ma nel 1990 in Italia le cose non andavano così bene.
Ai colpi di fortuna non ci credeva. Ma non credeva nemmeno alla logica e ai sensi di colpa.
Tornò alla casa di via Cigna: vuota.
Tornò al market sotto casa. Lo accolse una vecchia cieca da un occhio. Una che lavorava con lui già due anni prima e con cui aveva fatto un po’ amicizia.
Teneva il banco del pesce. Usciva con lui a fumare ogni ora.
“Sei fortunato”, gli disse la vecchia.
Era andata così: quando B era partito per Berlino avevano assunto al suo posto un ragazzino di diciotto anni. Uno magro con i capelli lunghi. Poi avevano scoperto che questo ragazzino era un tossicomane.
Loro avrebbero voluto licenziarlo, solo che il ragazzino era finito sotto un tram a Venaria.
B ascoltò la storia e andò dal padrone.
Quel giorno stesso ottenne il suo vecchio posto di cassiere.

1990: la tv trasmetteva Falcone e Borsellino.
La sentenza d’appello del maxiprocesso lasciò tutti scontenti.
Nel frattempo il partito comunista si era sciolto. B non era più comunista. Non era più niente.

Segnali.
Poi crollò tutto.
Caterina perse il bambino.

Per molte sere restarono seduti l’uno accanto all’altra, in silenzio.
B smise di dipingere esseri umani. Cominciarono le forme geometriche. Spirali. Punte. Macchie di colore.

Ma Cate era cambiata: sembrava un oggetto vuoto.
A volte si scordava di cenare. Altre non andava in radio. Tutta la faccenda stava andando a puttane.
Lo sapevano, ma non riuscivano ad evitarlo.

Una sera, tornando dal lavoro, B non la trovò in casa. Aspettò al tavolo della cucina. Poi alla finestra. Poi sul divano, davanti alla tv.
Rimase ad aspettare tutto il giorno, pensando che era di nuovo agosto.

4.

I quadri di B cambiarono di nuovo.
Poche pennellate. Una macchia azzurra: il cielo. Una macchia rossa: una storia.

Pensò di cambiare casa. Ma a quel punto non gli importava più.
Conosceva la gente del quartiere. Aveva un amico senza gambe. Due erano spacciatori. Una faceva la prostituta, poi le era venuta l’asma.
Il medico le aveva somministrato quintali di cortisone. Si era gonfiata tutta ed era diventata giallina.

Non cambiò casa. Non cambiò lavoro. Il tempo cominciò a passare come mai prima d’allora.

Cinque anni dopo la morte del bambino successe qualcosa.
B dipinse un quadro totalmente rosso.
Ma ancora non andava.

Poi arrivò a chiedersi cosa fosse successo.
Era sempre ubriaco. Aveva cominciato a bere? Quando?
Però teneva una bottiglia di vodka nel freezer. Dopo cena scendeva al bar sotto casa. Quando la saracinesca cominciava ad abbassarsi usciva.
Notti che sembravano deserti: semafori e bottiglie rotte. Qualche skin, ma conosceva anche loro.

La mattina faceva colazione con lo spumante. Ma sul lavoro era efficiente, cortese con i clienti.
Non rubava soldi dalla cassa come certi suoi colleghi. Prendeva per sé lo yogurt appena scaduto e la frutta un po’ ammaccata, ma questo lo facevano tutti.

Senza attese e senza ricordi.
Gli stessi identici gesti, per quindici anni.

Ritorno

Una mattina di dicembre del 2005 suonò il campanello.
Fuori faceva freddo. Aveva nevicato. Neve indurita ai bordi delle strade. Tram gialli strisciavano sull’asfalto come bruchi.
B faceva colazione: spumante e biscotti.
Se ne stava seduto sul divano. Quando suonò il campanello si alzò in piedi, ma non aprì. Si mise a studiare un quadro azzurro, appeso alla parete sopra il letto, masticando un biscotto.
Poi sciacquò la bocca con una golata di spumante.
Il campanello suonò di nuovo. Questa volta B andò ad aprire.

Cinque minuti dopo Caterina sedeva sul divano. B le stava di fronte, su una sedia. Aveva entrambi la sigaretta accesa.
Restavano in silenzio. Non si erano ancora toccati.

Mezz’ora più tardi aprirono un’altra bottiglia di spumante. B ne teneva sempre una di riserva, sotto il lavandino.
Riempì due bicchieri di plastica.
Guardò Cate, ma lei non lo guardava. Fissava le tele bianche appese alle pareti. Ce n’erano molte. Quindici, forse venti. Misure diverse. Tutte bianche.
“Che cosa ci dipingi?”, chiese Caterina.
B scosse la testa.
“Sono finite”, disse.

Cate cominciò a raccontare.
Roma. Poi di nuovo Berlino. Wim s’era beccato l’aids. Reiner viveva con una ballerina, bellissima.
Poi New York. Corrispondente estera della Rai. Un vecchio che aveva conosciuto una sera a Brooklin. Uno che diceva di essere J. D. Salinger, a New York per un ultimo romanzo.
Poi l’undici settembre.
La polvere.

B raccontò solo una cosa: le passeggiate sulla Dora, la domenica mattina.

Pranzarono insieme. Al pomeriggio si mise a nevicare. Guardarono un film in televisione, poi Cate disse qualcosa.
“Perché quelle tele bianche?”, chiese.
B scosse la testa.
Lei non insisté.

(photo by we-make-money-not-ar t’s photos -flickr.com)