La mischia di Valentina Maini

Ogni tanto mi succede questa cosa: ci sono libri che mi si piazzano davanti mentre vado per la mia strada, che solitamente è una strada ignara di gran parte di ciò che le capita attorno, e di cui mi basta leggere la sinossi per sapere che in quel libro cadrò come in una voragine. Mi capita raramente ma quando capita non c’è scampo, un po’ come le fiammelle mistiche che guidano le scelte dell’agente Cooper dopo che si è apparentemente rincoglionito per aver passato troppo tempo nella Loggia Nera. La mischia è uno di questi libri. La prima cosa a cui ho pensato leggendolo sono i quadri di Chagall, complice forse la copertina (più tardi ho aggiornato il mio immaginario artistico su Schiele). Ho pensato a Clarice Lispector, a Burroughs, al Faulkner di Mentre morivo (“mia madre è un pesce”), ho pensato a Bolaño, al Bolaño dei Detective selvaggi in cui l’arte è la grande menzogna ma anche l’unica salvezza e in cui l’identità è qualcosa di fluido e mai dato per sempre (in effetti ho pensato tantissimo a Bolaño: un giorno dovremmo parlare seriamente dell’influenza che Bolaño ha sulla letteratura italiana della mia generazione; Bolaño è stato per me un altro di quei libri-fiammella quasi vent’anni fa). A un certo punto mi sono reso conto di essere in una specie di riscrittura della Trilogia della città di K, ma una riscrittura obliqua e vertiginosa, un po’ come C di Tom McCarthy è una riscrittura di un famoso caso clinico di Freud. Ho pensato alla Nouvelle Vague, al Tempo materiale di Vasta e ai romanzi di Jennifer Egan in cui tutti sono spie e tutti hanno molti nomi, ho pensato a un album di musica ricorsiva e pischedelica, un album dei Black Angels, ad esempio, poi il romanzo ha cambiato direzione ancora due volte, l’ultima proprio all’ultima pagina, quindi la metto così: se non credete alla storia delle fiammelle mistiche pensate che certamente i riferimenti letterari stanno nella mente del lettore tanto quanto nella penna dello scrittore, o meglio che questa cosa che chiamiamo letteratura è un sistema di segnali radio che scrittori e lettori si scambiano continuamente, intercettandoli da un etere la cui origine va cercata chissà dove, ma se uno scrittore o una scrittrice vi fa pensare ai nomi elencati sopra per cinquecento pagine senza praticamente un momento di sosta vuol dire che questo scrittore o questa scrittrice stanno volando ad altezze siderali e sono portatori o portatrici di una voce letteraria fuori dal comune, che è esattamente quello che ho pensato di Valentina Maìni per tutto il libro. Quindi la morale di questo lungo post è: credete nelle fiammelle mistiche, se potete, ma quale che sia il vostro grado di fiducia nell’invisibile leggete questo bellissimo romanzo.

Essere senza casa su Tuttolibri (La Stampa)

Di Essere senza casa si è parlato davvero moltissimo in questo mese, e sono particolarmente contento che dopo tutte le recensioni arrivi anche quella di Christian Raimo oggi su Tuttolibri della Stampa. Il lavoro di Christian è per me un punto di riferimento dai tempi in cui facevo l’università e avevo uno scaffale di libri dedicato solo a minimum fax quindi questa pagina qui sotto è un po’ speciale.

Essere senza casa su Marvin

Su Marvin, Giacomo Ferrara mi intervista a proposito di Essere senza casa, che definisce “un saggio pop acuto e scorrevole”. Giacomo coglie un aspetto interessante del mio libro:

Quello che mi preme dire in questa breve introduzione è che Essere senza casa è a suo modo un libro gioioso, direi vitalistico, pur non essendo ottimista. Anzi, lo è proprio perché respinge la dicotomia ottimismo/catastrofismo, e ci invita piuttosto ad aprirci alla stranezza, a uscire dal soporifero vortice di storie in cui siamo avvolti.   

Essere senza casa su La Balena Bianca e Mar dei Sargassi

Oggi due recensioni a Essere senza casa: la prima, a firma di Enrico Monacelli e pubblicata su La Balena Bianca, è un vero e proprio saggio sul mio libro e coglie alcuni aspetti finora trascurati, come quello dell’influsso dell’horror e di quella che Enrico chiama “psichedelia nera”, una traccia nascosta ma, per me, molto importante. La seconda, a firma di Mariaconsiglia Flavia Fedele, è comparsa su Mar dei Sargassi e definisce Essere senza casa “un volume prezioso e puntuale”.

Essere senza casa su Esquire

Oggi su Esquire è arrivata questa bella recensione a Essere senza casa di Hamilton Santià. Hamilton è una delle persone che hanno reso possibile questo libro, quindi il ringraziamento è doppio. Della recensione mi colpiscono due cose. La prima è il taglio generazionale che alcuni lettori, tra cui Hamilton, hanno trovato nel libro: non era mia intenzione, almeno non pienamente, ma il fatto che Essere senza casa generi questo tipo di letture mi fa pensare di aver toccato un discorso condiviso. Il secondo è un termine, “spaesamento”, che sia Hamilton che Mario Capello hanno utilizzato per parlare del libro. Questi due aspetti mi sembra che dialoghino tra loro: che la mia sia una generazione spaesata è forse ovvio, ma che questi nostri anni siano segnati dallo spaesamento, dal passaggio tra mondi diversi e dall’incertezza mi sembra un tema interessante che meriterebbe di essere approfondito (e, ancora una volta, sono contento di essere riuscito a toccare questo tasto, almeno parzialmente, nel mio libro)

Essere senza casa su Pagina 3 e Doppiozero

Ieri mattina (13 luglio) il grande Edoardo Camurri ha condotto una bella puntata di Pagina 3 dedicata al “vivere in tempi strani”, durante la quale ha letto il brano di Essere senza casa pubblicato su Not. Intanto, su Doppiozero Francesco Guglieri ha scritto una bella recensione a L’albero intricato di David Quammen in cui traccia una connessione tra il libro di Quammen ed Essere senza casa (analogia curiosamente ripresa anche a livello grafico, visto che la copertina Adelphi e quella del mio libro si assomigliano parecchio). Il perché dell’analogia ve lo lascio scoprire leggendo il bell’articolo di Francesco.

Essere senza casa sull’Huffington Post

Sono stato in viaggio tra l’Inghilterra e l’Italia, quindi aggiorno il sito in ritardo: sul suo blog per l’Huffington Post Mario Capello scrive una recensione molto bella di Essere senza casa, cogliendo con una chiarezza di cui non sarei stato capace nemmeno alcuni temi chiave del libro:

Didino, infatti, ha scritto il libro che, quantomeno nel panorama italiano, tratteggia meglio il senso di sottile paura, di minaccia incombente ma senza forma, dovuta a un agente onnipresente ma invisibile, che abbiamo vissuto in questi mesi. E del resto, qualcuno riesce ricordare tempi più strani di questi, per parafrasare il sottotitolo? Eppure, visti i normali tempi editoriali e quelli di elaborazione e scrittura di un libro, l’autore non può che averlo scritto almeno un paio di anni fa. E allora com’è possibile che questo splendido libro di critica culturale, questo libro che mischia filosofia, personal essay e sociologia descriva proprio il qui e ora?

Essere senza casa su Flanerì

Su Flanerì Giovanni Bitetto scrive una recensione molto bella e profonda di Essere senza casa, lusingandomi con accostamenti a Iain Sinclair e all’ermenautica barocca e sopratuttto cogliendo esattamente ciò che volevo fare con questo libro, cioè fornire qualche strumento culturale per leggere il presente:

Questo è solo un percorso di lettura fra i molti che predispone il ventaglio discorsivo di Essere senza casa. Si tratta di un’utile cassetta degli attrezzi in cui il lettore accorto può prelevare i simboli adatti a discernere il reale, giacché ogni aspetto preso in esame dall’autore prevede il nitore della sintesi, segno della profonda riflessione che c’è a monte. Ecco che ci ritroviamo ad avere un alfabeto preciso per esprimere l’abisso psichico e materiale di cui fa esperienza il cittadino dell’Occidente globalizzato. D’altronde, a proposito di case, io stesso scrivo questo articolo in procinto di lasciare il nono appartamento in nove anni, nella quarta città in cui ho vissuto, e chissà se sarò già a disfare le valigie nel decimo quando questo pezzo verrà pubblicato.