Il segreto di Stranger Things

C’è una lettura filosofica di Stranger Things, la serie televisiva dei fratelli Duffer disponibile su Netflix, che vorrei provare a proporre. Se non l’avete vista e fate conto di vederla non leggete questo articolo, perché ci sono degli spoiler.

Due parole sull’intreccio. Ambientata in un paesino dell’Indiana nel 1983, Stranger Things racconta di un ragazzino, Will, che viene rapito da una creatura misteriosa sfuggita da un laboratorio dello US Department of Energy; insieme alla creatura che rapisce Will, dal laboratorio fugge anche Eleven, una bambina su cui sono stati condotti esperimenti sul potenziamento neurale e che dunque si trova in possesso di superpoteri come la telecinesi. Eleven aiuterà gli amici di Will nella ricerca del ragazzino scomparso, mentre Will continua a sfuggire alla creatura in uno strano mondo che sembra esistere all’interno o al di sotto del mondo di tutti i giorni.

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La casa di Donald Trump

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La sera dell’11 november ero a un incontro con Massimo Recalcati all’Istituto di Cultura Italiana, che si trova a Belgravia, uno dei quartieri più ricchi dell’Occidente. È anche un quartiere vuoto, dove uomini armati proteggono le ambasciate straniere. Queste fotografie della casa di Trump mi hanno ricordato quelle, bellissime, scattate da Karen Knorr a Belgravia negli anni di Maragret Thatcher: ci si vede la stessa distanza siderale, l’essere alieno rispetto al resto del Paese. Con la differenza che nel 1979 la Thatcher rappresentava il paradigma di un mondo nascente: allora non era impossibile farsi sedurre dalle promesse dell’ultraliberismo se quelle erano le tue idee politiche. Quasi quarant’anni dopo Trump incarna ancora quell’ideale dopo che la storia ne ha ampiamente decretato il fallimento. Le fotografie della sua casa solo le fotografie da una casa di morti e il voto che l’ha reso presidente, rispecchiato in questo lusso, si rivela per quell che è: un rito macabro.

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Vasta, Dyer e il mondo fuori

Dunque, siccome vogliamo che all’origine del viaggio ci sia l’autentico e non un suo surrogato d’emergenza, girovaghiamo ancora, ancora ci fermiamo, ancora confrontiamo le foto con quello che si intravede fuori.

«Prima che Mosca stessa, è Berlino che si impara a conoscere attraverso Mosca». A scriverlo, nel 1927, è Walter Benjamin nel suo reportage dalla capitale sovietica, in un incipit che fa piazza pulita di cinquecento anni di descrizioni scientifiche di luoghi stranieri e terre esotiche. Per le strade di Mosca vedo Berlino: tutto quello che segue assume caratteri incerti, viene ammantato dal dubbio. Lo scopo stesso del racconto vacilla, perché l’esperienza del luogo è nella mente di chi lo guarda e, indipendentemente dalla geografia, forse gli occhi non vedono altro che l’interno della mente.

Questo stato di sospensione è lo stesso suggerito dal sottotitolo di White Sands, l’ultimo libro di Geoff Dyer: experiences from the outside world. Lo scrittore inglese, che con Benjamin ha più di un punto in comune (entrambi sono flâneur della vita, entrambi sono custodi, più che autori, di una scrittura in equilibrio precario tra generi diversi, insieme accademica e intimamente personale) non ha mai fatto altro che raccontare luoghi, le tracce lasciate dalle persone dai luoghi, i luoghi e le loro storie immortalate dalla fotografia. Ma un libro che riflettesse sul significato del racconto di viaggio non l’aveva mai scritto, e c’era da chiedersi perché.

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