Otherworlds e il tramonto su Marte

sunset  mars

Siccome era festa, lunedì Emanuela e io siamo andati al National History Museum a vedere Otherworlds, una mostra fotografica sull’esplorazione spaziale musicata da Brian Eno. Ho trovato diverse fotografie evocative – gli scatti ravvcinati dell’attività eruttiva del Sole, o le immagini satellitari degli uragani sulla Terra che spiegano meglio di molti libri cosa si intende per ecosistema e perché il riscaldamento globale è un problema tanto grave – ma una in particolare ha colpito la mia immaginazione: è quella che vedete in apertura di questo post e immortala un tramonto su Marte fotografato dal rover Spirit nel 2005. Da un lato si tratta del fatto che tutte queste fotografie, quelle della Terra e quelle più astratte scattate ai confini del sistema solare, siano state realizzate da macchine, e in larga parte catturino panorami che l’occhio umano forse non vedrà mai direttamente: c’è qualcosa di suggestivo e sottilmente inquietante in questa forma di fotografia privata dello sguardo umano – dati raccolti e inviati attraverso il vuoto cosmico senza un’intenzionalità estetica, o anche solo significante. Dall’altro è proprio la strana quotidianità della scena ritratta da Spirit a essermi rimasta impressa, come se il dispiegarsi di un evento comune – il sorgere e tramontare del Sole all’orizzonte – contribuisse a sottolineare l’alterità radicale dello scenario in cui avviene. Il cielo è blu a causa della composizione atmosferica marziana – un blu che sulla Terra non esiste. Per quanto simile al panorama di un deserto terrestre, la cornice in cui avviene il tramonto è priva di vita, esposta alle radiazioni solari dall’assenza di ozono nell’atmosfera, funestata da tempeste di sabbia globali. In altre parole, un mondo alieno.

Penso che questa sia una fotografia importante nella storia dell’uomo, come quelle di Auschwitz o di Piazza Tienanmen. Qualche anno fa, parlando del Whole Earth Catalog, provavo a spiegare l’enorme impatto avuto dalla prima fotografia della Terra scattata dallo spazio nel 1967. La fotografia del tramonto su Marte non è altrettanto potente, ma per certi versi è più inquietante: come il perturbante freudiano – i sogni e gli automi – ci mette di fronte a una familiarità non familiare, quello che Timothy Morton ha chiamato con una bella espressione “lo strano straniero”. In un certo senso mi ricorda le sagome umane impresse sui muri di Hiroshima, per l’assenza di umanità nell’occhio che le ha fotografate, il loro somigliare a negativi fotografici. Anche il tramonto marziano è la traccia di qualcosa che non c’è più: Spirit ha inviato il suo ultimo segnale alla Terra nel marzo 2010. Non è suggestivo pensare che questo tramonto sia il residuo di un passato reso significativo da uno dei tanti futuri possibili – quello in cui l’uomo vedrà con i propri occhi i tramonti di Marte – che forse non si realizzerà mai?

Monsters come in many forms

Si parlerà di 10 Cloverfield Lane per tanti motivi – l’uso riuscito del colpo di scena, il rapporto con il film del 2008, la solita mano di Abrams in tutto quello che tocca. A me ha colpito questo (attenzione, spoiler!): il fatto che John Goodwin sia psicotico e al contempo abbia ragione riguardo allo stato della realtà ha una certa rilevanza culturale. In primo luogo perché, se 10 Cloverfield Lane è un film sulla fabbricazione narrativa del reale, allora il suo senso ultimo è che non c’è più distanza tra la realtà e la sua narrazione: l’opposto di quello che capitava in The Village (quello dichiaratamente un film sulla produzione narrativa del reale per fini politici, oltre che una bellissima metafora psicologica) dove al di fuori della foresta c’era la vita di tutti i giorni. E poi perché ha un corollario inquietante: anche se riesci a scappare dal bunker ti troverai in un bunker più grande dal quale non si può scappare – grande quanto la Terra intera, in effetti. Qui i riferimenti si sprecano, dall’Area X che fuoriesce dai propri confini e ingloba tutto il mondo all’assenza di un altrove nella filosofia di Timothy Morton. Nelle forme più disparate (in 10 Cloverfield Lane con il solito remix vintage semiserio) l’arte di questi anni sembra riflettere su questo punto ancora e ancora.