Il paradigma di Anakin: perché The Force Awakens non è abbastanza

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Quanto detto da George Lucas riguardo a The Force Awakens rispecchia le impressioni che ho avuto uscito dal cinema e che ho scoperto essere abbastanza condivise: il nuovo capitolo della saga di Star Wars è un film vintage e citazionista, che non aggiunge nulla di nuovo alla storia e perde l’occasione di essere autenticamente contemporaneo. Da Abrams un po’ si poteva aspettarselo (il perché lo spiega Alessandro Romeo), ma c’è un punto che mi sembra valga la pena di sottolineare.

Il postmoderno cacciato dalla porta rientra sempre dalla finestra: viene dato per morto qualche decina di volta l’anno e tutti i best seller culturali ne sono infarciti. Quando Lucas dice che The Force Awakens è un film per fan vuole dire che è un meta-film, inessenziale o addirittura incomprensibile se non si conosce l’universo interno a Star Wars. Un film il cui senso sta nella riflessione sul proprio mondo interno come un quadro concettuale ha senso non in sé ma in relazione al mondo interno all’arte contemporanea. 

Non sono un grande conoscitore della saga, ma parlando del film con mio fratello mi è venuta un’idea. Mio fratello sostiene che il personaggio centrale di Star Wars, quello che ne giustifica l’esistenza, sia Anakin, la cui evoluzione da buono a cattivo a buono-in-extremis (da Jedi a Sith a riequilibratore della forza, come dice la profezia) è il filo narrativo su cui si snodano la trilogia originale e i tre prequel. Dall’episodio VII in poi Anakin, morto alla fine del VI, non è più presente.

Allora vorrei proporre questa lettura: diciamo che Anakin rappresenta nell’universo di Star Wars la Natura, l’originale, l’atto creativo spontaneo nato dalla mente di George Lucas quasi quarant’anni fa. The Force Awakens rappresenta quindi letteralmente “ciò che viene dopo la fine della Natura” secondo la celebre definizione di postmoderno data da Fredric Jameson. 

L’episodio VII si scontra con il problema originale del postmoderno, il sospetto mai sopito che suscita la copia rispetto all’originale e la mancanza di slancio vitale (leggi l’eccessivo intellettualismo) che ne consegue. Nel suo tentativo di rimuovere la Natura dal discorso e di far prevalere l’interpretazione sulla tradizione, il postmoderno è entrato ormai da decenni in un duplice scacco: una base solida di realtà “inemendabile” (Ferraris) rimane e la tradizione platonica che vede il noumeno (la cosa in sé) primeggiare rispetto al fenomeno (la sua rappresentazione) rimane viva anche nei tempi dei social media.

Il risultato è una generale perdita di potenza narrativa: Anakin mozza la mano di Luke in una scena forte e cupa, mentre l’uccisione di Han Solo da parte di Kylo Ren è prevedibile e quasi parodistica; l’unico vero momento di pathos del film, la distruzione dei pianeti della Repubblica per mezzo di Starkiller, è relegato in secondo piano; Han e Leia anziani sono, per essere gentili, un po’ tristi. Al netto della fascinazione contemporanea per la domanda “cosa viene dopo?” (vedi Pulp Fiction, Jennifer Egan, Boyhood) il meccanismo narrativo non è all’altezza dei precedenti film della saga.

Viene da chiedersi cosa sia successo al postmoderno dagli anni 70 a oggi, come sia iniziato il processo degenerativo di formalizzazione manieristica che ha portato un movimento culturale vitale alla sfiducia nei confronti del futuro (vintage) e all’autoreferenzialità estrema (hipsterismo). L’aspetto peggiore è forse che The Force Awakens non è un film terribile, ha anche buoni pregi: semplicemente la sua proposta culturale, visti i tempi che corrono, non è abbastanza.