Critica letteraria, note a margine

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Alcuni giorni fa Giulio D’Antona ha pubblicato sul suo blog un interessante articolo sul destino della critica letteraria, che sembra essersi appiattita alla dimensione del consiglio di lettura quando non dell’encomio. L’articolo ha generato un certo dibattito ricevendo risposte interessanti, a dimostrazione, mi pare, del fatto che il tema è sentito tra gli operatori del settore. Di seguito alcuni spunti di riflessione.

Un contesto editoriale sano

«La critica», scrive Giulio D’Antona, «non è un favore e nemmeno un consiglio di lettura. È un’analisi severa […] del testo, del suo autore e delle sue potenzialità». A supporto di questa tesi più che condivisibile porta alcuni esempi tratti dal panorama letterario statunitense, come il dibattito sul Cardellino di Donna Tartt o gli articoli di David Foster Wallace su John Updike. 

In America, però, questi esempi sono resi possibili dall’esistenza di un contesto letterario solido all’interno del quale la critica occupa un posto pubblicamente riconosciuto. Questo significa molte cose. Ad esempio un’editoria tutto sommato vitale, il riconoscimento economico della professione letteraria, l’esistenza di spazi dedicati alla critica, la presenza di un pubblico interessato a leggere le recensioni. 

Purtroppo in Italia mancano quasi tutti questi aspetti, in parte per cause contingenti (la crisi economica), in parte per cause strutturali (il mercato della lingua inglese è incomparabilmente più solido di quello della lingua italiana per ragioni di numeri), in parte a causa della cattiva gestione da parte dei professionisti dell’editoria del cambiamento che ha investito il settore negli ultimi anni. 

Non puoi fare una critica letteraria severa e puntuale se non c’è una rivista che ti paghi per farla, uno spazio dedicato, un pubblico disposto a leggerla e un’editoria abbastanza solida e trasparente da considerare l’eventuale stroncatura come un incentivo a migliorare.

Professionisti?

Gli esempi citati da Giulio D’Antona riguardano veri pesi massimi del sistema letterario americano, Hemingway e Foster Wallace, il New Yorker e la Paris Review. Se in Italia il discorso critico ha ancora una sua vitalità questo si deve all’iniziativa dei singoli o a realtà piccole, indipendenti e quindi, nella maggior parte dei casi, poco solide. 

Mi sembra sotto gli occhi di tutti che i grandi quotidiani e le grandi riviste, quelle che dovrebbero essere i baluardi culturali del paese, hanno abdicato al proprio ruolo da anni. Nella stragrande maggioranza dei casi le pagine culturali dei quotidiani non aggiungono niente al discorso critico. Al contrario, sono le prime responsabili di quella tendenza alla celebrazione evidenziata dall’articolo di Giulio D’Antona.

D’altra parte le piccole realtà non hanno la stabilità necessaria per attraversare indenni momenti di crisi e proporre sfide difficili da sostenere anche economicamente. Molte delle migliori riviste culturali sono in perdita. Cosa ce ne facciamo di realtà bellissime che chiudono i battenti dopo un anno, come Pagina 99? Questa frammentazione non rischia di disperdere le già esigue energie della critica?

 Il ruolo del web

Generalmente viene dato per scontato che il web abbia messo in crisi il principio d’autorità, ma solo in Italia questo ha comportato conseguenze tanto catastrofiche. Nel Regno Unito, dove vivo, nessuno si sognerebbe di pensare che un articolo del Guardian è uguale al post di un blog. 

Al contrario i quotidiani italiani si sono appropriati del copia-incolla e hanno smesso di verificare le fonti, come nel caso delle vignette rubate dal Corriere o del paradossale profluvio di false lettere di Elena Ferrante di questi giorni. Quello che è andato a farsi benedire sono gli standard di qualità e professionalità dei prodotti editoriali.

Per la critica letteraria il web potrebbe essere (e spesso è) uno strumento eccellente di dibattito e divulgazione di nuove idee. Dovrebbe servire ai critici di talento per trovare uno spazio nel discorso culturale del paese, non alle grandi istituzioni culturali per giustificare la propria inefficienza. 

La guerra lampo degli uffici stampa

Con il venire meno di un principio d’autorità condiviso è facile cadere nell’errore che l’opinione dominante sui social network corrisponda alla verità. Da questo punto di vista un tweet di un critico letterario pesa di meno di molti tweet di perfetti sconosciuti. Andate sul profilo Twitter di un qualsiasi editore e scoprirete che prolifera di retweet di persone comuni che postano foto di sé stessi con in mano un libro pubblicato dall’editore. 

Per quale motivo un ufficio stampa dovrebbe retwittare la stroncatura di un proprio libro da parte di un influente critico quando può retwittare gli elogi di decine di lettori?

In un normale equilibrio di poteri del tipo di quello immaginato da Giulio D’Antona gli uffici stampa non dovrebbero essere i primi attori del discorso intorno al libro. Nella realtà l’unico caso letterario ad aver conquistato la copertina dei quotidiani negli ultimi mesi è il mistero intorno all’identità di Elena Ferrante e l’opportunità o meno di candidare il suo romanzo al Premio Strega.

Amici di amici

Un punto sottolineato da Giulio D’Antona e altri è il fatto che il mondo letterario italiano è molto circoscritto: chiunque ne faccia parte conosce personalmente molti dei suoi appartenenti. Quelli che non conosce sono amici di amici. 

Difficilmente a uno scrittore piace ricevere la stroncatura di un amico o a un editore piace sentir parlare male dei suoi libri dalla persona a cui scrive email dopo il lavoro. Quand’anche non agiscano queste dinamiche, il favore personale resta il principale metodo di avanzamento di carriera in Italia. 

Purtroppo però questo non riguarda solo l’editoria e non è certo un problema che possa essere risolto a forza di post sui blog.

(Nella foto: Roland Barthes)

Broadchurch

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Ho un rapporto ambiguo con Broadchurch, la serie televisiva britannica prodotta da ITV a partire dallo scorso anno: guardandola qualcosa mi infastidisce, ma non smetto di guardarla. La storia racconta delle indagini relative all’omicidio del quindicenne Danny Latimer, trovato morto su una spiaggia del Dorset. Quest’anno è stata mandata in onda la seconda stagione.

Da un lato è niente di meno e niente di più di un crime show abbastanza tipico, con i pregi e i difetti dell’industria televisiva britannica in termini di indipendenza della produzione e relativo corto respiro delle trame, che mancano quasi sistematicamente dell’ambizione delle serie americane (anche nei casi migliori, vedi The Honourable Woman). Dall’altro è un ritratto della provincia inglese così struggente che non posso fare a meno di esserne affascinato.

In questo senso: il detective a capo dell’indagine, lo scozzese Alec Hardy (David Tennant) è malato di cuore e ha alle spalle una carriera di fallimenti. Non fallimenti spettacolari, da antieroe chandleriano. Fallimenti veri: è semplicemente un poliziotto mediocre. La sua partner Ellie Miller (Olivia Colman) è il ritratto dell’amica di famiglia a cui vuoi bene ma di cui profondamente ti vergogni. È sguaiata, pedante, parla a sproposito, si fa travolgere dall’emozione in maniera goffa. Mentre si relazionano tra loro verrebbe voglia di guardare da un’altra parte per l’imbarazzo.

Lo stesso vale per gli altri personaggi, giornalisti di quotidiani locali che vogliono fare (e non faranno mai) carriera nella stampa nazionale, avvocatesse che credono di essere (e non sono) brillanti, amici di famiglia la cui personalità borderline viene accettata perché il luogo non offre niente di meglio. Ogni volta che guardo Broadchurch mi viene in mente la Pasqua passata a Eastbourne a mangiare fish & chips per assenza di ristoranti propriamente detti. I treni che attraversano le Midlands e sui quali salgono donne con vestiti fuori moda che vanno a Londra per visitare parenti in ospedale e di fronte alla città si sentono fuori posto, a disagio.

I creatori di Broadchurch sono consapevoli della sensazione che trasmette la serie? All’inizio ero convinto di no, soprattutto per la naturalezza (direi: la spontaneità, come se non ci fossero alternative, altri argomenti di cui parlare o altri linguaggi per parlarne) con cui la provincia viene rappresentata: senza nostalgia e senza avversione. Poi ho scoperto che l’autore della sere è Chris Chibnall, che ha girato Torchwood e puntate del Dottor Who, ha fatto parte di compagnie di teatro sperimentali ed è lo show runner di Law & Order UK. Non proprio uno sconosciuto.

Chibnall, originario del Lancashire, ha però raccontato di aver ideato Broadchurch durante un periodo in cui viaggiava molto per lavoro e passava poco tempo con la famiglia nella sua casa del Dorset. Dunque non solo è nato in provincia, ma ha scelto di vivere in provincia nonostante gli studi universitari londinesi e i contratti con case di produzione USA. Lo sguardo partecipe che posa sulla provincia che fa da sfondo a Broadchurch è così visibile da essere talvolta quasi fastidioso. Uno sguardo senza lirismo (come accade invece ad esempio in Glue) e senza rabbia. Trasparente fino alla vertigine.

In Italia Broadchurch va in onda sulla rete televisiva Giallo dal 28 aprile scorso. In America ne hanno fatto un remake, Gracepoint, con protagonista sempre David Tennant ma non Olivia Colman, sostituita dalla ben più avvenente Anna Gunn. La location è la splendida Jurassic Coast nel sud-ovest dell’Inghilterra e la colonna sonora è in gran parte scritta da Ólafur Arnalds.