Gentrificazione all’italiana: San Salvario, Torino

Con il tempo ho scoperto di essere una persona che tende a legarsi ai luoghi, ed è forse per questo che ho vissuto a San Salvario per tutto il tempo che ho vissuto a Torino: otto anni e mezzo, dall’ottobre del 2004 a gennaio 2013. Inizialmente abitavo al confine meridionale, in quella terra di nessuno tra centro città e Lingotto costellata di latterie, con i prezzi degli affitti inspiegabilmente alti e una popolazione anziana tendente alla tristezza e alle passeggiate mattutine con i cani. Tuttavia in corso Dante ci sono rimasto solo un anno (un anno di parquè nel bilocale al piano rialzato, palestra con un nome orientale e condomini diffidenti: dopo diciannove anni passati in un paese ricco e provinciale questa versione polverosa del suburbio parigino è il massimo compromesso che si possa chiedere tra libertà degli spazi cittadini e rassicurante noia della vita in campagna), poi ho conosciuto le persone giuste e mi sono trasferito nel cuore del quartiere. C’è stata una sistemazione di passaggio, luminosa e disperata come tutte le cose che non possono durare, finché mi sono stabilito in quella che sarebbe diventata la mia vera casa torinese in via Sant’Anselmo. Lì sono rimasto, prima con i miei inquilini e poi con la mia ragazza, finché non ho lasciato Torino per Londra. 

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Sono arrivato a Torino nel corso di un cambiamento epocale per la storia della città, quello innescato dalle Olimpiadi invernali del 2006, e tuttavia ancora nei primi anni della mia permanenza dire che abitavo a San Salvario equivaleva a sentire le persone che avevi invitato a cena declinare la proposta: un quartiere periferico per le distanze ridotte di Torino, e comunque fuori dal centro, con una nomea terribile che al grande vuoto lasciato dalla borghesia che l’aveva abitato dalla metà del XIX secolo alla metà del XX aveva aggiunto lo spaccio di droga negli anni 70 e 80 e poi la massiccia immigrazione dall’Africa e dall’Est europeo, in parte in virtù della vicinanza della stazione di Porta Nuova e in parte per il background già multietnico e multi-religioso del quartiere (due importanti chiese cattoliche, una sinagoga, una moschea e un tempio valdese). Allora la vita della città si svolgeva altrove, soprattutto quella giovanile: ai Murazzi recentemente bonificati, nel quadrato di vie desolanti che circondano l’Università da via Po a piazza Vittorio, se eri abbastanza upper-class da permetterti costi alti per i cocktail e tollerare cravatte e tacchi a spillo al Quadrilatero Romano, già passato per la fase di declino e successivo recupero urbano. I parenti al telefono ti chiedevano “Abiti a San Salvario? Ma non hai paura?”. E questo nonostante la presenza della facoltà di Architettura, la sede della Stampa, il complesso di Torino Esposizioni, la forte presenza associazionistica, diversi musei e due teatri. 

Questo era il quartiere quando ci sono arrivato: vie buie, due cinema porno (che ci sono ancora), pochi locali, bar arabi, ristoranti peruviani, gente che stazionava a bere birra davanti all’alimentari cinese di via Berthollet, spaccio di hashish a ogni strada (dire “A posto” ai magrebini che ti guardavano negli occhi prima ancora che parlassero era diventato una specie di tic per tutti i residenti sotto i trent’anni), spaccio di cocaina nelle zone più buie e periferiche, retate di polizia abbastanza frequenti, risse, di tanto in tanto qualche accoltellamento. Nel cortile interno della mia casa al 24 di via Belfiore, dove una volta aveva avuto sede un club musicale importante come Hiroshima Mon Amour, c’erano una chiesa evangelica e un club di scambisti. Di fronte c’era il bar di Michele, arabo e frequentato solo da arabi, che vendeva la Moretti ai prezzi più economici della zona, e che ben presto era diventato il nostro luogo di ritrovo. La sera la clientela si ubriacava in maniera molesta e giocava al video poker. Mi sono innamorato del quartiere nel corso di quel primo anno passato in via Belfiore, e fin da subito ho cominciato a costruirci sopra un vero e proprio lifestile: minimale, giovanile, romantico e senza speranze, com’ero io a quei tempi. Eppure i segni del cambiamento c’erano già tutti, e la gentrificazione arrivata di lì a poco era, in realtà, un fenomeno già largamente annunciato.

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San Salvario è diventato il quartiere più cool di Torino, quello in cui tutti volevano abitare, all’improvviso: nel biennio che ha separato la città dal suo passato a quello che sarà il suo futuro, tra il 2006 e il 2008 mentre tutti quanti, io compreso, eravamo distratti dall’effetto inebriante delle Olimpiadi (i turisti che non c’erano mai stati, le ragazze svedesi alle feste, le occupazioni all’università, Patti Smith che cantava in piazza Castello ribattezzata con italianissimo cattivo gusto “Medal Plaza”), ma anche dall’effetto di cambiamenti più grandi (la crisi economica sarebbe arrivata dopo, ma all’inizio c’era ancora la sensazione di leggerezza dovuta al fatto di scriversi su MySpace con una ragazza delle isole Far Oer, quando il tuo tasso di interazione mediata dal computer era rimasto, fino a poco tempo prima, confinato alla chat e ai forum). Comincia con i locali che aprono clonandosi a vicenda, rumerie che producono altre rumerie e poi vodkerie per generazione imperfetta, e a quel punto diventi consapevole di una serie di segnali che finora avevi ignorato o ingenuamente imputato all’aria bohemien del quartiere: la tua vicina di casa è una pittrice, sotto abita un pianista, la ragazza al bar studia circo, le tue amiche hanno messo una piscina sul terrazzo e per il compleanno ti regalano una custodia di lana per la macchina fotografica cucita a mano o una sedia fatta con fascette comprate in ferramenta. A novembre per le strade arriva Paratissima, l’associazione di cui fai parte comincia a riunirsi sotto casa tua, nella casella della posta trovi lettere degli agenti immobiliari che cercano di convincerti a vendere. A quel punto è già troppo tardi, e quello che amavi del quartiere in cui abiti sta già scomparendo, anche se ci metterà anni per scivolare via del tutto: perdi la speranza a colpi di apericena, di quarantenni radical-chic vestiti di nero, di ragazze indie rock (nel 2007 e 2008) che tinteggiano negozi di vestiti retrò con maglie a righe la domenica mattina, che si trasformeranno di lì a qualche anno (nel 2010 e nel 2011) nei loro fidanzati hypster con barbe e camice a quadri che aprono discoteche e sale prove con lavatrici a gettoni dentro. I tuoi vecchi amici se ne vanno uno a uno, arrivano i tuoi nuovi amici e tu rimani con i dubbi che crescono sempre un po’ di più, finché alla fine cedi e dici basta: non ne puoi più, te ne vai.

***

Dopo otto anni e mezzo non sarei probabilmente rimasto a Torino anche se non fossi partito per Londra, ma anche se fossi rimasto non sarei restato a San Salvario. Tuttavia ora, quando torno sempre troppo fugacemente, senza prestare la necessaria attenzione ai dettagli (sarà probabilmente questa la chiave per comprendere: perdere la visione d’insieme) mi rendo conto di qualcosa: che quella gentrificazione che mi ha mandato via e che ho vissuto tanto male non c’è davvero stata, o almeno non fino in fondo.

Torno un pomeriggio d’estate e, mentre aspetto un amico in ritardo, faccio un giro per il quartiere. Mi fermo a prendere un caffè in un bar con il bancone metallico pieno di macchie circolari e zuccherose di caffè, dove un uomo con l’orecchino mi fa una battuta che non fa ridere. Esco e vedo gli anziani sulla sedia a rotelle che vengono spinti da badanti rumene, la panetteria ebraica, i negozi di oggetti per la casa che avevo sempre dato per scontati e che ora che vivo a Londra, dove la vendita al dettaglio è in mano alle catene per il 99% dei casi (al  posto della ferramenta qui c’è Rober Dyas), mi sembrano stranamente più autentici; sulla panchina su cui mi siedo ad aspettare, il peruviano con dei baffi da ungherese dell’Ottocento non mi degna di uno sguardo; sarà il Continente che è per sua natura più grigio, caldo, sporco e rumoroso di una città dove la perfezione è elevata a standard, ma tutto mi sembra così povero e decadente da farmi tenerezza; i cinema porno ci sono ancora, e così la gente che si raccoglie a bere intorno all’alimentari cinese, e insomma c’è ancora tutto: i trentenni che si assiepano all’ora dell’aperitivo fuori dai locali non sono un miraggio, ma mi sembrano ora come un elemento mobile in un fondale che non cambia. Non che rimpianga di aver lasciato quel quartiere a cui ormai ho già dato tutto, ma il senso di risentimento che provavo fino a qualche tempo fa sembra affievolirsi fino a sparire.

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Alla fine capisco che tutta questa lunghissima introduzione è servita per arrivare a una conclusione semplice: e cioè che San Salvario non è Brooklyn e nemmeno Islington, che l’Italia non è l’America ma nemmeno il Regno Unito; facciamo cose, imitiamo modelli di sviluppo, ma non riusciamo a crederci fino in fondo; un quartiere che si gentrifica in Italia (chissà cosa ne pensano a Roma quelli che abitano al Pigneto) non si gentrifica mai fino in fondo, o non lo fa mai con la nettezza che vedi nelle gallerie d’arte e nei panorami post-industriali di Shoreditch, dove gli elementi di scena sono tutti al loro posto e la gente ha davvero l’aria di credere che vivere in un ex quartiere povero diventato ricco sia meglio che vivere in un quartiere che è sempre stato ricco, e che la forma del luogo in cui vivi sia altrettanto importante che la sostanza umana in mezzo alla quale vivi, come se un bell’abito senza nessuno dentro non fosse qualcosa di profondamente inquietante. 

Il mio amico, quando arriva, mi racconta che da Michele, che continua a esserci, non ci si può più andare: c’è la coda di gente che vuole comprare lì la Moretti perché costa meno. Confusamente, ma anche profondamente, è questo spirito di sopravvivenza, questo rimanere sempre sospesi tra il capitalismo avanzato e l’economia di sussistenza, a cavallo tra la serie A e la serie B dell’Occidente, che se non servirà a salvarci sarà almeno utile nell’aiutarci a non prenderci troppo sul serio, barattando il raggiungimento di un’immagine perfetta con un pericoloso svuotamento di senso. 

“Game of Thrones” e le costellazioni familiari

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Televisivamente parlando Game of Thrones deve il suo successo a una miscela riuscita di violenza, sesso, mappe, intrighi e zombie, ma il motivo che la rende davvero interessante è lo scacchiere di interessi familiari contrapposti, il peso del genos sui destini individuali e collettivi: più che scoprire chi sarà alla fine a conquistare i Sette Regni intriga vedere se Tyron riuscirà a individuarsi nonostante il dispotico padre, o se l’ostinazione di Daenerys a vendicare un’offesa che esiste solo nel suo mondo (il padre, a quanto pare, era pazzo e pericoloso) sarà sufficiente a portarla con i suoi draghi al di qua del mare.

Proprio per questo motivo la terza stagione aveva finora deluso così tanto: incagliata in una zona torbida tra la pornografia e lo stuzzicamento degli istinti sadici (il grosso pene di Pod, la scena lesbo dell’evirazione di Theon Greyjoy, la prostituta trafitta dalle frecce di Joffrey) aveva progressivamente perso la sua delicata armonia narrativa, quella meccanica del potere messa in scena così bene dalla sigla di apertura. E proprio per questo la puntata 3×9 ribalta il giudizio e si configura come uno degli episodi più riusciti di tutta la serie.

Alla fine della puntata (ATTENZIONE SPOILER, smettete di leggere se non ci siete ancora arrivati) Robb Stark e la madre Catelyn Tully rimangono vittime di un’imboscata tesa da Walder Frey alle Torri Gemelle. La scena del massacro viene preparata nel corso di tutta la puntata dal susseguirsi sempre più insistito di segnali (la scoperta del metamorfismo di Bran, l’abbandono di Ygritte da parte di Jon Snow, le battute di Frey alla moglie di Robb, l’allegria dei commensali alla cena) e si consuma con un realismo che ne acuisce l’estrema violenza: le pugnalate al ventre gravido di Jayne, la voce impastata con cui Catelyn pronuncia le ultime parole, la rapidità del gesto che le taglia la gola, persino l’uccisione del metalupo. Era dalla fine della prima stagione, quando Ned viene decapitato ad Approdo del Re, che gli Stark non subiscono un lutto così grave, ed era sempre da quel momento che le vicende non subivano una svolta narrativa così importante (di fatto, la guerra tra Stark e Lannister, asse portante di tutta la serie fino a questo punto, è finita, almeno per il momento). 

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Soprattutto però il massacro degli Stark in casa Frey segna il punto di climax massimo nel percorso di maturazione e contatto con l’oscurità che  Game of Thrones mette in scena dalla prima puntata della prima stagione, seppure con una certa incostanza, nei suoi momenti migliori, e che l’arrivo minacciato dell’inverno (e delle creature spettrali che porta con sé) rappresenta a livello simbolico. Neanche a dirlo, si tratta di nuovo di un percorso che passa attraverso il prisma familiare per riflettersi sui singoli individui, assumendo di volta in volta coloriture diverse.

Nella grande costellazione di Westeros, infatti, Casa Stark rappresenta la famiglia compiutamente borghese, benestante ma solidamente ancorata a un mondo di lavoro, etica e tradizione, severa a volte ma sempre giusta: Ned Stark incarna una figura paterna altamente positiva, ben lontana sia dal dispotismo di Tywin Lannister che dalla devianza del Re Folle. Gli Stark si distinguono dalla nobiltà decadente dei Lannister, che vengono dal caldo sud e il cui albero genealogico è un intrico di incesti, tanto quanto dall’esotica alterità dei Targaryen. Non sono tanto presuntuosi da ritenersi privi di macchia (Ned ha tradito Catelyn, un tempo) ma abbastanza da mantenersi a una distanza equa dalla cupezza di Grayjoy e Baratheon e dalla mollezza dei Tyrell. Sono i custodi della Barriera, infine, l’avanguardia nella lotta della civiltà contro le cose selvagge che vengono con l’inverno.

Per questo non solo il loro massacro, ma anche le tonalità altamente drammatiche con cui viene messo in atto (si tratta delle sene forse più violente della televisione mainstream dalla carneficina che chiude la seconda stagione di Boardwalk Empire) contengono un’informazione: mentre a sud del mare si sta formando una coppia che invoca una nuova purezza della razza (la biondezza eugenetica di Daenerys e Daario) la famiglia dei giusti semplicemente soccombe al maggiore cinismo dei ricchi Lannister. Ciò che Robb Stark aveva fatto seguendo le forze oscure del cuore viene disfatto dalla chiara violenza che potere e denaro possono edificare. In una bella scena della stagione precedente Lord Baelish dice a Cersei “knowledge is power”, e Cersei gli risponde “power is power”. Cersei, veniamo a scoprire (e lo scopriamo venendo a scoprire che lei e Jaime a loro volta l’hanno scoperto sulla propria pelle, con le proprie ferite) aveva ragione.

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Così mi viene da pensare che in fondo tutto Game of Thrones potrebbe essere letto finora come il romanzo di formazione dei figli della famiglia Stark, strappati all’infanzia dorata di profonda armonia (intra e extra-familiare, con la natura e i suoi ritmi) dalla violenza dell’agire umano: prima con decapitazione pubblica di Ned, la paralisi di Bran e l’allontanamento di Jon Snow, e poi con la caduta di Grande Inverno e il massacro di Robb e Catelyn. Ognuno a modo suo ha intrapreso il percorso che da bambino lo porterà ad essere adulto, Sansa definendosi come dama ad Approdo del Re, Arya affermando la propria diversità rispetto proprio rispetto al ruolo di dama, Bran in una maniera più mistica e oscura. Non mi stupirei se proprio il suo potere empatico nei confronti delle cose selvagge, la sua polarità epilettica e il suo corpo reso inadatto all’azione finissero per convogliare su di lui il destino più grande, la maturità collettiva che verrà dopo l’inverno, con il nuovo ordine politico e sociale. Magari è il suo sguardo introverso (letteralmente: le pupille gli si rivoltano all’interno durante gli eventi metamorfici) a guardare la mappa dei Sette Regni e a conferirle un senso.