I fatti di Woolwich nel contesto del Controllo e di quella forma di indifferenza collettiva che chiamiamo multiculturalismo

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Mercoledì 22 maggio 2013 due cittadini inglesi di origine nigeriana hanno aggredito e ucciso un militare che stava rientrando nella caserma di Woolwich, un quartiere a sudest di Londra. I due hanno investito l’uomo con una macchina, poi hanno tentato di decapitarlo con coltelli e mannaie da cucina e infine hanno trascinato il cadavere in mezzo alla strada. Dopo aver compiuto l’omicidio hanno aspettato l’arrivo della polizia spiegando ai passanti le ragioni del loro gesto, che sarebbe una rivendicazione per i musulmani uccisi dall’esercito inglese. David Cameron, il primo ministro britannico, ha parlato immediatamente di un attacco terroristico, il primo mortale a Londra dal 7 luglio 2005, quando quattro attentatori suicidi si erano fatti esplodere su tre linee della metropolitana e su un autobus provocando 52 morti e 700 feriti.

Nei giorni successivi all’attacco di Woolwich si sono scoperte alcune cose riguardo ai due supposti attentatori, il ventottenne Michael Adebolajo e il ventiduenne Michael Adebowale, ora feriti e sotto sorveglianza in due ospedali londinesi. Entrambi sono nati nel Regno Unito e provengono da famiglie cristiane di origine nigeriana. Adebolajo era noto al MI5 per le sue frequentazioni in ambiente estremista, essendosi convertito all’Islam nel 2003 sotto consiglio del controverso predicatore Anjem Choudary e avendo legami con il gruppo Al-Muhajiroun, bandito nel 2010 proprio insieme all’ex gruppo di Choundary, Islam4UK: in effetti era così noto che l’MI5 pare gli avesse addirittura offerto un lavoro come “talpa” dall’interno, lavoro che però lui aveva rifiutato. Adebolajo, si è anche scoperto, aveva studiato Storia alla prestigiosa Università di Greenwich, un quartiere poco distante, dove aveva conosciuto Adebowale. Entrambi sembrerebbero avere ragioni personali oltre che ragioni politiche per l’omicidio: Adebolajo era amico di un soldato ucciso da una bomba in Iraq, mentre il Adebowale aveva assistito all’uccisione del proprio migliore amico nel 2008, per mano di un ragazzo bianco, nel contesto di una faida tra gang rivali. Oltre ai due assassini, altre due persone sono state arrestate il giorno dopo la morte del militare, il venticinquenne Drummer Lee Rigby. Altre tre persone sono state arrestate nel pomeriggio del 25 maggio, sempre nella zona sudest di Londra, ma sull’identità di questi ulteriori arresti le informazioni sono ancora vaghe e lacunose. E questi sono i fatti, ora veniamo alle interpretazioni.

 1. Ruolo ed efficacia del Panopticon

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Cos’ha colpito l’opinione pubblica nei fatti di Woolwich? Il richiamo al terrorismo, naturalmente, e quella che è stata definita la brutalità “medievale” dell’omicidio – le mannaie da macelleria, i coltelli, il tentativo di decapitazione ed eviscerazione. Tuttavia ci sono aspetti che hanno colpito di più al di là della Manica che nel Regno Unito. Uno di questi è il video che riprende Adebolajo con le mani sporche di sangue nell’intento di spiegare con tutta tranquillità a chi lo filma le ragioni del suo gesto, come se avesse appena fatto qualcosa di sbagliato (chessò, scrivere una frase jihadista sul muro con lo spray), non come se avesse appena ucciso una persona a sangue freddo. Un’altra cosa che ha colpito molto il pubblico europeo è l’apparente fissità della scena seguita all’assassinio, con i due omicidi/attentatori che aspettano tranquillamente l’arrivo della polizia mentre una folla di curiosi osserva l’accaduto, e un paio di donne si avvicinano al cadavere per constatarne la morte.

Londra, ed è un fatto noto almeno dagli ultimi Giochi Olimpici, è la cosa che più si avvicina al Panopticon, il carcere ideale progettato alla fine del 1700 dal filosofo Jeremy Bentham. Il significato del termine “Panopticon” è “ciò che fa vedere tutto”, ed è noto che Londra è una delle città più controllate e filmate al mondo: su un duble-decker qualsiasi mi è capitato di contare nove occhi meccanici, pochi di meno sugli autobus a un solo piano. Se vivi a Londra non ci pensi, e naturalmente l’efficacia dello strumento deriva proprio dalla sua invisibilità (ne sapeva qualcosa Foucault), ma praticamente ogni tuo gesto è filmato, osservato e archiviato da qualche parte nella Grande Memoria della città. Una dimostrazione di questo fatto è che i due sospetti per l’omicidio di Woolwich erano noti alle forze dell’ordine (il caso di Adebolajo è quasi ironico nella sua assurdità: come uno Zelig criminale, nei giorni dopo l’omicidio sui giornali hanno cominciato ad apparire fotografie che lo ritraggono in tutte le pose del perfetto estremista islamico, che prega enfaticamente in compagnia di predicatori esiliati, con il volto coperto da una kefiah, arrestato dalla polizia ecc.). Ai quotidiani inglesi non è sfuggito che l’aspetto dell’esposizione mediatica è di importanza centrale nell’efficacia di un gesto violento di matrice politica, sia o meno terrorista, e che la proliferazione di dispositivi mobili di cattura e archiviazione fa combutta con le telecamere di sorveglianza per fornire al terrorista di turno un’eco mediatica che solo una decina di anni fa sarebbe stata impensabile. Come in una puntata di Black Mirror, la serie Tv britannica ambientata in un futuro distopico di tecnologie che si rivoltano contro gli umani, i meccanismi si innescano da soli. La facilità con cui Cameron ha parlato di “lotta al terrorismo” è disdicevole e pericolosa, ma in un certo qual modo resa necessaria dalla meccanizzazione del processo che dall’atto violento porta alla presa di posizione politica, passando appunto per la diffusione mediatica. Ma su questo ci torneremo.

Il secondo aspetto concernente il Controllo è più intimo e riguarda il controllo emotivo. Una delle migliori serie televisive inglesi di questa stagione si chiama Utopia e si apre con un killer dal volto inespressivo che uccide a sangue freddo tre persone, di cui una è un bambino che non avrà 10 anni, senza rimorsi o tentennamenti.  Quella che al di fuori della Gran Bretagna potrebbe essere legittimamente interpretata come una forma di espressionismo abbastanza calzante nel caso di un thriller fantascientifico diventa invece una forma di critica sociale in un paese dove il controllo emotivo è imposto fin dai primissimi anni di vita. Non che gli inglesi siano killer dissociati dalle proprie emozioni, naturalmente, ma quello che tante forme di espressione nell’Inghilterra contemporanea cercano di mettere in luce è proprio il lato oscuro di una società dove il Controllo è una parola che si scrive con la maiuscola – un imperativo morale invece che una semplice forma ereditata dalla compulsione vittoriana, anglocentrica e colonialista delle Buone Maniere. Michael Adebolajo, che nel tempo libero faceva volontariato e che nel video registrato dopo l’omicidio si scusa con “le donne che hanno dovuto assistere a questa scena” con una mannaia insanguinata stretta in mano non parla soltanto di terrorismo e di violenza esplicita, ma anche della violenza implicita che si nasconde dietro un sistema dall’efficienza perfetta, ma traboccante di zone d’ombra rimosse.

 2. La grande indifferenza

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Il secondo aspetto preoccupante di ciò che è successo a Woolwich riguarda un’altra caratteristica dell’identità londinese, la sua natura multiculturale. “Londra è la moderna Babilonia”, scriveva l’ex primo ministro Benjamin Disraeli nel Tancred: era il 1847 e questa è la frase con cui Julian Temple decide di aprire l’omonimo documentario dedicato alla sua città Natale. Londra è sotto tutti gli aspetti la moderna Babilonia: non solo perché vivono a fianco a fianco tutte le razze, le etnie e le culture del mondo, ma anche perché a differenza di altre grandi città quasi non esistono “zone” unicamente abitate da qualche minoranza etnica (con alcune eccezioni che vanno dalla centrale e turistica Chinatown alla comunità caraibica di Brixton): quartieri arabi scivolano nei templi della finanza, aree nere punteggiano i quartieri upper-class del sudovest, la bangladese Brick Lane si infila nella City. Londra è sempre stata questa mescolanza enciclopedia e poco ordinata di culture differenti, lo è dai tempi in cui era la città più grande del mondo e il centro dell’Impero Britannico e continuerà probabilmente a esserlo nel futuro. L’altro aspetto che le conferisce meritatamente il titolo di “moderna Babilonia” è la sorprendente relativa assenza di conflitti in cui queste culture convivono a strettissimo contatto. Niente banlieues come a Parigi e in Svezia, niente hinterland milanese, niente di niente. Fino a quando succedono fatti come quello di Woolwich, che i giornali hanno interpretato come il prezzo da pagare per vivere in una società multientica, aperta e tollerante. Tutto questo è vero, ma a me non pare una spiegazione sufficiente.  

Una delle esperienze più forti della vita londinese è prendere la metropolitana la mattina per andare al lavoro. Abito su una collina, e guardando dalla finestra all’alba posso vedere fiumi di pendolari che scendono verso la stazione della metropolitana come gli hollow men di Eliot attraversano il London Bridge. In metropolitana i londinesi guardano a terra, leggono il giornale o giocano a Jewels sul cellulare, probabilmente assuefatti da quello che per me resta uno spettacolo quotidiano: veder seduti fianco a fianco il broker che va a Canary Wharf e il musulmano che legge il Corano, la coppia gay e la famiglia indiana benestante, il sikh che si reca ad aprire il corner shop nel quartiere vicino, l’africano vestito con l’abito di Armani e il bianco caucasico con i dreadlock rosa che torna a casa dopo una nottata passata fuori. Per me è uno spettacolo, dicevo, ma non per il londinese medio, che vive in un guscio variamente edificato di cuffie e iPhone, tablet, “Evening Standard”, Kindle, libri usati, Testi Sacri – uno spazio vitale ricavato scavando nell’eccesso di stimoli provocato dall’umanità altrettanto variamente differente,  colorata, grigia, silenziosa, rumorosa, comunque troppo ricca di informazioni perché possano essere tutte processate normalmente, figuriamoci la mattina mentre vai al lavoro. Alla mia fidanzata è capitato di stare seduta di fronte a un tizio ben vestito con la bava alla bocca che tremava, e di essere l’unica ad accorgersene. A me è capitato di provare la stessa indifferenza: di aiutare una giovane mamma a portare il passeggino giù da una rampa di scale a Notting Hill e di accorgermi ore dopo che non l’avevo nemmeno guardata in faccia mentre mi ringraziava (era bella, brutta, grassa, indiana, bianca? il bambino com’era? cosa faceva, dormiva o mi guardava?).

Non fraintendetemi: non sto giudicando l’atteggiamento dell’uomo medio in metropolitana più di quanto non giudichi il mio provincialismo sud-europeo (un modo per dire che una vita passata qua per forza di cose ti cambia), e sono consapevole che la metro all’ora di punta è solo una faccia della medaglia – l’altra sono quartieri come Brixton, con le birre giamaicane, il Black Cultural Archives, Bob Marley Way e tutto il resto. Ritengo l’apertura di Londra alle diversità di cultura e razza uno degli aspetti che la rendono così bella e unica nel panorama europeo, e non mi illudo certo che questa multidimensionalità possa essere ottenuta facilmente, o senza che ci sia un prezzo da pagare. E  tuttavia tendo ancora a vedere il discorso da una prospettiva un po’ più ampia.

Michael Adebolajo era un bravo studente all’università ed era un membro attivo della comunità di Woolwich dove faceva il volontario, un’altra delle grandi ossessioni inglesi. Frequentava in maniera sistematica gruppi estremisti, era stato arrestato un paio di volte nell’ambito di manifestazioni violente anti-occidentali, ma i suoi vicini di casa sembravano non saperne niente. C’è uno slogan britannico che recentemente si è trasformato in un meme e che recita “Keep calm and carry on”, mantieni la calma e tira avanti. A volte capita però che per mantenere la calma e tirare avanti sia necessario guardare a terra, e guardando a terra non ci si accorge della ricchezza a volte proficua e a volte disturbante di ciò che si ha intorno.

3. Sul futuro del multiculturalismo in un contesto mutevole (ovvero: le ferite non si rimarginano facendo finta che non sia successo niente)

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I fatti di Woolwich hanno ovviamente scatenato una reazione a catena di proteste, contro-proteste, rivendicazioni e contro-rivendicazioni. Tanto il British National Party (BNP) quanto la English Defense League (EDL), due organizzazioni di estrema destra, hanno manifestato contro la presenza musulmana sul suolo britannico, e in tutto il paese si è assistito ad attacchi a moschee e altre forme di incitazione all’odio razziale  che hanno portato all’arresto di diverse persone. La comunità musulmana ha condannato l’attacco, ma non ha fatto lo stesso Anjem Choudary, suscitando ulteriori polemiche. Ad oggi la situazione è estremamente delicata, e gli sviluppi ancora piuttosto imprevedibili.

Due giorni dopo l’attentato mi trovavo in un bar nella zona residenziale di Merton e ho sentito un uomo anziano chiedersi: “Shouldn’t we defend our way of life?”, non dovremmo difendere il nostro modo di vivere? La domanda è di quelle serie: il modello di sviluppo occidentale è competitivo e alienante, per decenni ha basato (e tuttora in parte basa) il proprio benessere sullo sfruttamento delle zone più povere del mondo, induce alla proliferazione di desideri non necessari, conduce alla solitudine e all’anomia, è irrimediabilmente desacralizzato e demitizzato,  è volgare nel suo ridurre i rapporti umani all’attrazione sessuale e spietato nel ridurre l’essere umano stesso a una dimensione numerale, calcolabile, produttivistica. Eppure saremmo disposti a fare cambio con una teocrazia in stile iraniano? O con l’anarchia militarizzata dell’Africa Occidentale? O ancora, con il comunismo capitalista cinese, il populismo sudamericano, qualche sotto-cultura di qualche sotto-gruppo etnico di un arcipelago minore di isole sperdute nel mezzo dell’Oceano Pacifico? La risposta può essere legittimamente sì oppure no, ma la mia risposta personale è che no, non sarei disposto. Vivo in una società che non mi piace, ma non sarei pronto a cambiarla con un modello diverso da quello che conosco. Non sono di quelli che partirebbero per l’India per non fare ritorno, o che arrivati a 50 anni venderanno tutto e si compreranno una casa in Messico, sposeranno una donna del luogo e cominceranno tardivamente a fumare marijuana. Niente di male in tutto questo, ma non è il mio modo di vedere.

Una delle cose che si imparano presto vivendo in un contesto ad altissimo tasso di multiculturalismo è che il rapporto tra culture differenti, quando esiste, si basa su un pregiudizio alimentato da entrambe le parti e sulla curiosità che deriva dalla più totale incomprensione: qui gli italiani si comportano più da italiani di quanto facessero in Italia per rendersi intellegibili a una pluralità di punti di vista diversi che si aspettano una certa idea di italianità (io non faccio eccezione, ovviamente). Al contrario certi tentativi di comunicazione sono destinati al fallimento in partenza: la ragazza originaria del Kirghizistan che mi racconta come nel suo paese la gente sia di etnia mongola, parli una lingua vicina al turco e non abbia religione per via dell’URSS di cui ha fatto parte fino agli anni Novanta mette insieme una serie di cose che di cui sono così profondamente ignorante che semplicemente non capisco davvero di cosa mi sta parlando. Mi sforzo ogni volta di assaggiare la zuppa che la mia inquilina malese cucina facendo bollire insieme costolette d’agnello e ostriche, mi sforzo di capire che viene da una cultura diversa dalla mia, eppure se devo essere onesto lo trovo un piatto semplicemente disgustoso. Ma rispettare le abitudini altrui non significa approvarle e nemmeno capirle, direte voi, ed è vero. Però è altrettanto vero che se non ti capisco e non ti approvo la mia “tolleranza” nei tuoi confronti significa che vivremo fianco a fianco grazie al potere salvifico dell’indifferenza reciproca. Io non avrò capito qualcosa di più di te e tu non avrai capito qualcosa di più di me, ci saremo semplicemente ignorati.

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Ovviamente non sto predicando il rifiuto delle società multiculturali, né sto facendo un outing di simpatie di estrema destra. Semplicemente mi sto chiedendo quanto il significato globalista, terzomondista e sinistrorso del termine “multiculturalismo” in cui sono cresciuto e in cui non ho mai davvero smesso di credere sia proficuo se applicato a situazioni dove la complessità è troppo elevata per cedere a qualsivoglia forma di semplificazione, e in cui le conseguenze di  ogni errore possono essere tanto devastanti. Quando vivevo a Torino mi era facile perdonare il ragazzo egiziano che mi svegliava la notte urlando ubriaco, e persino inquadrare nel contesto delle terribili politiche di immigrazione italiane gli stupri o gli omicidi alla periferia di Roma – in fondo si trattava di poveracci messi ai margini da un sistema globale spietato e profondamente ingiusto, cosa che continuo a pensare tuttora. Ma quando una differenza culturale porta a compiere atti di violenza deliberata e pianificata le cose cambiano, tanto più se capitano a cinque chilometri dal luogo in cui ogni giorno ti svegli, scendi in strada, vai a fare la spesa e a prendere la metropolitana. Le cose cambiano perché ti rendi conto che il termine “multiculturalismo” non presuppone una grossa categoria di ciò che è diverso da te, ma una serie pressoché infinita di casi particolari che vanno compresi uno a uno, soppesati moralmente uno a uno con tutta l’onestà di cui sei capace per capire se questa cosa, proprio questa cosa qua, puoi tollerarla oppure no, se ti piace oppure no, se riesci a viverla oppure no.

Poiché questa bilancia morale nella pratica quotidiana è quasi impossibile (troppo faticosa, troppo subordinata alle necessità della vita di tutti i giorni) il risultato è spesso quello di far coincidere la vita in una società multiculturale con una indifferenza pressoché totale per il prossimo, con l’effetto che certe ferite aperte non si rimarginano davvero mai perché le motivazioni che le hanno prodotte non sono mai state realmente comprese: gli inglesi, che sono troppo raffinati la retorica Biblico-Texana di un Geroge Bush, hanno risposto agli attentati del 2005 mantenendo la calma e tirando avanti, e così faranno probabilmente anche in questo caso (sui giornali ad esempio sono usciti parecchi articoli che appoggiavano la decisione dei quotidiani svedesi di non dare risalto alle rivolte nelle periferie per non alimentarle: come se ignorare un fenomeno fosse la chiave per far sì che scompaia – se chiudo gli occhi e non vedo la lampada che ho davanti a me vuol dire che la lampada non esiste).  Allo stesso modo hanno fatto nel 2011, quando una serie di proteste scatenate da adolescenti di colore nei quartieri di Tottenham, Croydon, Enfield e altri (tra cui Woolwich, guarda caso) hanno messo a ferro e fuoco mezza città: due anni più tardi la violenza giovanile non è stata affatto sedata, le gang di teenager continuano a rappresentare l’orrore sottopelle di una società adulta e funzionante e ogni mese circa un ragazzino di 15 o 16 anni perde la vita accoltellato sull’autobus, all’uscita da scuola o nel parco giochi dietro casa. Per questo i fatti di Woolwich sono preoccupanti, non tanto per il richiamo a una rete terroristica armata di accette e coltelli invece che di bombe e aerei, come scriveva Zucconi su “Repubblica” (ah, che belli i tempi delle Twin Towers, quando era tutto così grande e spettacolare che lo show valeva il prezzo del biglietto!): perché sono la riprova che c’è qualcosa che non funziona nell’Impero, e che sotto la superficie scorre una tensione che tutta la stupenda efficienza e l’affascinante bellezza della coolest city in the World non sarà sufficiente a contenere, se prima non verrà capita profondamente. Una chiave per farlo, forse, è smettere di pensare che una società multiculturale sia per forza di cose una società pacificata: forse al contrario è una società dove il conflitto non viene rimosso, ma viene letto come la manifestazione sana dell’incontro proficuo di diversi punti di vista alternativi, non assoggettati a un modello che per quanto tollerante resti sempre uno e uno solo. 

Pacifico e la borghesia rimossa

Si fa presto a dire che c’è negli articoli di Francesco Pacifico si respira aria da dandy, che se la critica dall’esterno è una roba da adolescenti comunisti quella dall’interno è una critica solo a metà, che la consapevolezza postmoderna ha rotto le scatole: sarà anche vero, ma un pezzo che centra il punto come quello pubblicato su “IL” qualche giorno fa lo si legge raramente, e vi sfido a dire il contrario. Pacifico poi si pone un paio di domande oggettivamente importanti, come ad esempio questa:

Siamo cresciuti nella borghesia: come possiamo continuare a rimuoverla dal discorso pubblico, a rappresentarci come fossimo nati in un falansterio?

Già, come possiamo? E perché lo facciamo, voglio dire profondamente, le ragioni reali, inconfessabili? Chissà che poi oltre alla specificità italiana non ci sia un moto per così dire globale: se ci fate attenzione vi accorgete che facciamo finta che non esistano tante cose, i marchi di moda giovanile fanno finta che non ci sia distinzione tra uomini e donne, i talent show fanno finta che non ci sia differenza tra chi è dotato e chi no, le distinzioni culturali sembrano sempre razziste agli Uomini Buoni in ogni latitudine del mondo civilizzato.

Tutto questo mi fa tornare in mente un bellissimo libro di Franco La Cecla letto qualche anno fa (Saperci fare. Corpi e autenticità, elèuthera, 2009) che poneva l’accento proprio sull’enfatizzazione delle differenze come metodo di relazione proficua con l’altro, un tema che l’antropolgo-architetto siciliano ha portato avanti anche nei suoi libri successivi. Oppure, tornando a Pacifico, mi viene in mente Walter Siti che parla della “borgatizzazione della borghesia”. Una borghesia che si vergogna di sé stessa e un proletariato che vota Berlusconi da vent’anni mi sembrano un buon punto di partenza per riflettere sulle ragioni psicologiche dell’impasse di creatività che sta trasformando la crisi economica italiana in una catastrofe.

(Foto: una scena del Fascino discreto della borghesia, di Luis Buñuel, 1972)

Forme astratte e nuovo realismo: Chabon e i Lego

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Tra i saggi di Manhood for Amateurs di Michael Chabon (Harper, 2009; in Italia è arrivato per Rizzoli nel 2010 con il brutto ma forse necessario titolo Uomini si diventa), uno dei più interessanti è quello dedicato all’evoluzione dei Lego dagli anni Sessanta a oggi, “To the Legoland Station”. Chabon, che è nato nel 1963, ricorda così i mattoncini della sua infanzia: 

When I first began to play with them in the late 1960s, Legos retained a strong flavor of their austere, progressive Scandinavian origins. Abstract, minimal, “pure” in form and design, they echoed the dominant midcentury aestethic, with its emphasis on utility and human perfectibility.

I Lego, prosegue Chabon, erano venduti solo nei sei colori puri, e le minifigs (i personaggi) erano senza volto: uno spazio lasciato libero per l’immaginazione, «funzionale, utopico, semi-immaginario, astratto». Poi continua scrivendo:

They were a lineal descendant of Friedrich Fröbel’s, famous “gifts”, the wooden stacking blocks that influenced Frank Lloyd Wright as a child, part mathematics, part pedagogy, a system – the Lego system – by which children could led to infer complex patterns from a few fundamental principles of interrelationship and geometry.

Come fabbrica la Lego esiste dagli inizi del Novecento, ma i famosi mattoncini vengono prodotti dal 1958: la guerra era finita da un pezzo, la ricostruzione era in stadio avanzato in tutta Europa e il boom economico stava aprendo la strada alla società dell’informazione (il primo testo a parlare esplicitamente di “economia della conoscenza” è The Production and Distribution of Knowledge in the United States dell’economista Fritz Machlup, 1962). Significativamente, la stessa idea al contempo matematica e utopica, focalizzata sulla formalizzazione delle serie tanto quanto su una sincera spinta progressista, a qualche migliaio di chilometri di distanza dalla Danimarca stava portando alla nascita dei primi computer nei laboratori del Mit di Boston e in quelli più visionari della Baia di San Francisco.

Chabon coglie molto bene l’ambivalenza dell’ingresso di una tale idea nelle case delle persone, nelle mani dei bambini. All’enorme invito alla creatività e alla libera espressione personale che sottende l’idea dei Lego corrisponde anche un’astrazione davvero matematica, la stessa che secondo studiosi come Armand Mattelart (Storia della società dell’informazione, Torino, Einaudi, 2002) è il vero segno impresso dalla modernità sulle società occidentali: quel processo di normazione e riduzione alla “numinosità del numero” (l’espressione è di Jung) che da Leibniz prima e dalla Rivoluzione Francese poi conduce fino a Google, attraversando trecento anni di storia. 

E Google mi è tornato in mente, leggendo “To the Legoland Station”, anche quando Chabon paragona i mattoncini degli anni Sessanta a quelli di fine anni Novanta:

By the late nineties […] abstraction was dead. Full-blown realism reigned supereme in the Legosphere. Legos were sold in kits that enabled one to put together – at fine scales, in deatail made possible by a wild array of odd-shaped pieces – precise replicas of Ferrari Formula I racers, pirate galleons, jet airplanes. Lego provided not only the standard public-domain play environments supplied by toy designers of the past fifty years – the Wild West, the Middle Ages, jungle and farm and city streets – but also a line of licensed Star Wars kits, the first of many subsequent ventures into trademarked, conglomerate-owned, pre-imagined environments.

Leggendo queste righe ho pensato a come si è evoluto il panorama dell’informazione dai tempi in cui i primi pionieri del personal computer realizzavano le loro macchine dei sogni nei primi anni Sessanta: a come la diffusione delle applicazioni per dispositivi mobili stia mettendo in crisi il modello libero del web, ai “giardini chiusi” e rigidamente regolamentati imposti dai social network, ma anche al grado di dettaglio sempre maggiore a cui puntano le nuove tecnologie informative (il 3D, le fotografie in alta risoluzione, gli occhiali e le mappe terrestri e oceaniche di Google).

E al rischio che si corre di ritenere una determinata rappresentazione “reale” perché il grado di granularità informativa è così elevato: in fondo, per quanti dati possiamo aggiungere, pur sempre di un simbolo si tratta, e come insegna Borges una mappa grande quanto il territorio che vuole rappresentare non è più  fedele, è soltanto inutilizzabile. L’utopia geometrica dei lego anni Sessanta conteneva in sé la promessa di un mondo migliore, ed esplicitava il sacrificio collettivo richiesto per beneficiare di questo progresso (le minifigs senza volto). Il moderno nuovo realismo promette l’esaurimento sistematico di ogni spazio vuoto, l’appiattimento a livello della superficie, la performance totale. Abbiamo conservato la matematica, ma abbiamo perso l’utopia. 

L’Opac Sbn rischia di chiudere

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Mi è arrivata ieri la notizia che l’Opac Sbn è a rischio chiusura: secondo un comunicato diffuso dal personale dell’Iccu e sostanzialmente confermato dalla direttrice dell’istituto Rosa Caffo mancherebbero i fondi per mantenere attivo il servizio, che soccomberebbe nel caso di ulteriori tagli. L’Opac Sbn è nato nel 1997, in concomitanza con l’arrivo di internet nel nostro paese: praticamente non è mai esistita un’Italia in rete senza il suo catalogo pubblico online.

Le conseguenze di una perdita del genere sono chiare a chiunque abbia scritto una tesi di laurea o abbia dovuto stilare una bibliografia per qualsiasi motivo: sostanzialmente, significherebbe dover cercare un volume sul catalogo di ogni singola biblioteca pubblica, da Aosta a Palermo. Più ancora, pensare a una rete bibliotecaria senza un catalogo  collettivo del patrimonio librario è come pensare a una enorme biblioteca senza un’indice o al web senza motori di ricerca: una inservibile massa di informazione che ricorda da vicino, scusate la banalità del paragone, il babelico universo descritto da Borges (La biblioteca dei Babele, in Finzioni, 1941). 

Soprattutto però è l’ennesimo segno della decadenza culturale a cui l’Italia sta andando incontro da anni, un po’ spinta dalla crisi economica e un po’ in assoluta autonomia: un’immagine iconica come quella delle feste di Arcore o del terremoto all’Aquila. Spero che l’Opac riesca a salvarsi, ma questi sono i momenti in cui sono contento di vivere a qualche migliaio di chilometri di distanza. La notizia del comunicato mi è arrivata tramite Giulio Mozzi, che ne ha scritto per “Vibrisse”.

(Foto: particolari de “La torre di Babele”, Pieter Bruegel il Vecchio, 1563)

Numero uno

Ho aperto Boring Machines Disturb Sleep nel dicembre del 2006, prima su Blogger e poi su WordPress. L’ho intitolato come una canzone dei Mogwai e gli ho dato un sottotitolo, blog archivio per un’estetica minimale. Avevo ventun’anni, facevo l’università, avevo da poco scoperto Raymond Carver, vivevo con due inquilini a San Salvario a Torino e pubblicavo in miei primi racconti su FaM ed Eleanore Rigby. Avevo in cantiere una raccolta intitolata Generazione Rumore che non avrebbe mai visto la luce, come tante cose iniziate e mai finite durante quel periodo.

Sette anni più tardi sono cambiate così tante cose che se mi guardo indietro non vedo un’epoca diversa della mia vita, ma un’epoca diversa per l’umanità. Ovviamente è solo la mia percezione soggettiva, ma certe Cose Grandi sono diverse davvero. Nel 2006 in Italia il Web 2.0 era una novità, per dire, e al mondo c’era ancora David Foster Wallace. Poi ci sono quelle Cose Soggettivamente Grandi che sono cambiate per me: ora vivo a Londra con la mia ragazza, ho finito l’università, non leggo Carver da un pezzo. I miei inquilini dell’epoca li sento raramente, viviamo tutti in posti diversi e le occasioni di incontrarsi sono poche. FaM ed Eleanore Rigby purtroppo non ci sono più, e io ho smesso da un pezzo di scrivere racconti.

Tutta questa introduzione per dire una cosa: che mi è tornata voglia di riprendere i fili là dove li avevo lasciati. Dal 2006 a oggi Boring Machines Disturb Sleep c’è sempre stato, ma ha assunto via via forme diverse. Dal blog archivio per un’estetica minimale è diventato un blog vero e proprio, poi un sito web che raccoglie i miei contributi per le riviste con cui collaboro, dal Mucchio Selvaggio a minima&moralia, inutile, Archivio Caltari, Nuovi Argomenti. L’aspetto dinamico del blog è andato perdendosi, delegato ai social network. E questa è una cosa di cui sento di dispiacermi, perché i 140 caratteri di Twitter non sostituiscono uno spazio di riflessione più rilassato e occasionale come quello offerto da un blog. Per cui eccoci di nuovo qui, questa volta su Tumblr.

Boring Machines, il sito, probabilmente rimarrà, più probabilmente diventerà a breve qualcosa di diverso. Parallelamente a questo blog ho deciso di aprire una pagina di Facebook che faccia da hub per i contenuti dislocati su diverse piattaforme, social network e riviste comprese. La fotografia qua sotto ritrae un giovane Vladimir Nabokov circondato da una greca di farfalle disegnata dallo stesso Nabokov in età adulta: trovo che sia un’immagine bella e in qualche modo significativa, anche se per spiegarvi perché dovrei metterci un post molto, ma molto più lungo di questo. Quindi lascio a voi. Per qualsiasi segnalazione, critica, commento, suggerimento o richiesta d’aiuto  potete scrivere a orgone5 [at] gmail [dot] com.

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