Let the right one in di Tomas Alfredson

Avevo scritto due righe per convincere tutti a vedere questo bellissimo film, ma preferisco presentarlo così:

Per qualunque altra considerazione generica (sul tema “adolescenza, vampiri e scoperta dell’ombra” prima o poi scriverò qualcosa) preferisco rimandare alla migliore rivista di cinema della rete, Gli Spietati (in particolare alle bellissima, brevissima e chiarissima recensione di Manuel Billi).

Guardatelo, ne vale davvero la pena…

La castrazione del mostro

periferia di Bologna

Mi pare che l’attenzione morbosa dei media italiani sulle vicende di violenza sessuale contenga in sè parecchi spunti di riflessione. E non tanto per i latrati dei vari ministri leghisti che propongono norme degne del dottor Mengele come la castrazione chimica, quanto piuttosto perché solitamente tanta aggressività serve a coprire falle del sistema molto più profonde del singolo stupratore squilibrato. Questo caso naturalmente non fa eccezione.
Premetto a qualunque altro discorso che personalmente ritengo la violenza sessuale il più grave dei reati dopo l’omicidio, e penso che il sistema giudiziario italiano si sia sempre dimostrato troppo morbido nei confronti di questo genere di reati: sono ben contento dunque che si inaspriscano le pene per gli stupratori così come vuole il ministro Carfagna.
Detto questo però non posso esimermi dal fare una breve considerazione. Mi sembra che tutti questi recenti casi di stupro dovrebbero far riflettere i nostri governanti ad un livello più profondo della solita risposta repressiva (ripeto: sacrosanta). Perché tanti stupri? Cosa spinge un uomo a violentare una donna? Perché tanto disagio sessuale in questa nostra civiltà?
La prima considerazione è molto banale: è risaputo che la società in cui viviamo (diciamo da una cinquantina d’anni a questa parte) è quella in cui si pratica meno sesso nell’intera storia dell’umanità. Questa distanza dall’istintualità primigenia dell’essere umano è in parte un residuo di morale platonico-cristiana e in parte prodotto delle trasformazioni sociali degli ultimi cinquant’anni. Nella nostra società è difficile vivere la sessualità in maniera spontanea e per così dire “sana” a causa di vari motivi. Da un lato la crescente complessità dei rapporti sociali e dei rapporti uomo-donna in particolare (con le trasformazioni del ruolo femminile nella società degli ultimi trent’anni circa, ma anche con il progressivo deterioramento di istituzioni come la famiglia o il matrimonio) ha messo in moto un meccanismo di ri-assettamento dei rapporti anche sessuali tra le persone che è ben lungi dall’essersi concluso. Dall’altro, sopratutto, una sempre più oppressiva mitologia del sesso ha reso altamente nevrotico il rapporto dei singoli con la propria istintualità profonda: come diceva giustamente Giacomo Dacquino se il modello della sessualità appagante è quello di Emanuelle o di Rocco Siffredi è facile che le persone normali si sentano svilite dal confronto e che vivano l’atto sessuale con un’ansia da prestazione che non ha pari nella storia dell’uomo (Dacquino – Vivere il piacere).
Si fa poco sesso, dunque, e quel poco che si fa è così mediato da modelli culturali distorti (sempre Dacquino, ma anche Steiner, fanno a questo riguardo una distinzione tra “sensualità” del passato e “genitalità” del presente) che perde praticamente tutta la sua carica ludica ed emotiva per trasformarsi in una prestazione che come ogni prestazione genera stress, stanchezza, fatica.
Questo mi pare indubbiamente un primo aspetto del problema. Il secondo, strettamente collegato al primo, è che in questa società “sconessa” dal proprio corpo e dai propri istinti la mitologia mediatica del corpo e degli istinti la fa da padrone. Per rendersi conto di quello che sto dicendo basta accendere la televisione su qualunque canale a qualunque ora: si spazia dalle varie veline in shorts alle foto di donne in topless anche sui migliori quotidiani del paese, fino ad arrivare a tutto l’apparato sensoriale messo in moto da qualunque pubblicità. Il proliferare in rete dei siti pornografici è semplicemente uno degli effetti più visibili di questi due aspetti fin qui elencati.
Ora, stando così le cose è chiaro che all’interno del tessuto sociale si crei uno iato via via sempre più incolmabile: da un lato un’enorme quantità di desiderio messo in moto dal sistema mediatico e dall’altra un’effettiva impossibilità di appagare questo desiderio. In questo senso anche la chiusura delle case di piacere e la progressiva ghettizzazione delle prostitute nel regno dell’oscuro (e quindi anche dell’illegale, nel mondo ctonio dei nuovi schiavi) ha giocato negli ultimi anni un ruolo importante.
Renè Girard nel corso della sua opera ha analizzato in maniera molto acuta come funzioni questo tipo di “mediazione” del desiderio (per qualunque approfondimento rimando a Girard – Il risentimento), e come proprio questa costante tensione irrisolta costituisca il motore immobile del mondo dei consumi. Il residuo del consumo, o ciò che Bauman chiamerebbe il “rifiuto” prodotto dal consumo, è in questo caso la perversione, o nello specifico il perverito e lo stupratore.
Mi pare quindi che al di là della risposta repressiva, certamente necessaria, lo Stato dovrebbe interrogarsi profondamente sui meccanismi che mettono in moto questa brutalità e questa violenza. Nella maggior parte dei casi lo stupratore è semplicemente un essere troppo debole dal punto di vista psichico per riuscire ad accollare su di sè un conflitto lacerante che però (ed è qui il problema) non è individuale, o non soltanto individuale, ma in buona parte sociale e sistemico.
Senza una riassociazione dell’uomo con il proprio corpo, e un ritorno all’emotività profonda dell’esperienza sessuale (intendendo con “emotività” anche il suo aspetto ludico, di puro piacere) non servirà nemmeno la minaccia della castrazione chimica per fermare i tanto famigerati “stupratori delle periferie”: per il semplice fatto che gli “stupratori delle periferire” violentano, e a volte anche ammazzano, perché quella è l’unica risposta che riescono a dare ad un problema che è immensamente più grande di loro.
Se non cambierà qualcosa alle radici cento stupratori all’ergastolo produrranno duecento stupratori nei garage della cintura romana, e così via all’infinito.

photo: CC by …cave on Flickr.com


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Lo scrittore autarchico

Sul penultimo Espresso, il numero 27, è uscito un articolo a firma di Carla Benedetti sul tema dell’editing letterario. L’articolo sosteneva una tesi abbastanza accettata dalla morale comune: quella dell’editing è un’operazione commerciale che ha senso soltanto in un sistema letterario industrializzato come il nostro, l’editing livella tutti gli scrittori uniformandoli ad un unico stile per così dire “vendibile”, l’editing mortifica la creatività individuale in nome di un mercato letterario sempre più omologato e scadente.

Mi pare indubbio che tutte le perplessità sollevate dalle Benedetti siano più che legittime: il problema insito nella questione sta però secondo me da un’altra parte.

L’omologazione stilistica e tematica della narrativa contemporanea è sotto gli occhi di tutti, ed è senza dubbio un grave difetto dell’industria culturale in generale e libraria nello specifico. Mi sembra però che questa omologazione non sia tanto frutto dell’editing in sè quanto di un cattivo editing, un editing miope, che contraddistingue buona parte dell’editoria nostrana (negli USA la questione è molto diversa).

Quello che voglio dire è questo: è indubbio che un editing malfatto (un editing mosso soltanto da mire commerciali e che non rispetta l’identità del libro e dell’autore editato) produca effetti catastrofici nel panorama letterario. Ma il mito dello scrittore autarchico, che pensa, scrive, edita e poi magari anche pubblica e promuove il proprio prodotto mi sembra un residuo di romanticismo e poco più. Non si capisce bene perché, in un mondo dove la cultura si è fatta “collettiva piuttosto che individuale” (cito Hobsbawm,”Il Secolo Breve”), dove i registi non tengono più in mano la macchina da presa e dove i musicisti producono gli arrangiamenti insieme ad un’equipe di tecnici, gli scrittori dovrebbero essere condannati a questa terribile tortura dell’autosufficienza.

La questione molto banale mi sembra una sola.

Fino all’800 chi scriveva proveniva da famiglie ricche o quantomeno agiate, e aveva tutto il tempo di questo mondo per dedicarsi (tra una caccia alla volpe e l’altra) alle successive riscritture del proprio elaborato. Ancora fino ad una quarantina d’anni fa scrivere era un vero e proprio mestiere, tant’è che la gente non si vergognava affatto di mettere sulla porta di casa la dicitura “Tal dei Tali – Scrittore”.

Oggi di scrittura non si vive, come non si vive di nessun altro tipo d’arte, a meno di non rientrare in una cerchia di eletti autori di best-seller di vario tipo e genere. Tutti noi che abbiamo meno di 40 anni sappiamo bene che per risicare uno stipendio minimo alle necessità primarie ci tocca lavorare molte ore al giorno, spesso in condizioni proibitive e senza alcuna sicurezza riguardo al fatto che lo stipendio ci sia anche domani e non solo oggi.

Come si può chiedere a chi scrive di avere la forza (oltre che il tempo materiale) di seguire il processo di scrittura in tutte le sue fasi? Non è già un miracolo che in tempi di precarietà, co.co.co., salari minimi e crisi economica ci sia ancora chi ha voglia di mettersi a fare qualcosa che sia privo di un diretto tornaconto materiale?

Si potrebbe dire che era meglio una volta, che la creatività dei poeti maledetti e degli avanguardisti era genuina perché non mediata dal mercato e che la scrittura d’oggi non è che un pallido riflesso filtrato centinaia di volte al setaccio del talento del singolo. Ma qui, come in ogni discorso di questo tipo, casca l’asino: è probabile che molti di noi siano convinti che sia il sistema capitalista tout court a non funzionare, ma dirsi marxisti nel 2009 suona un po’ ridicolo indipendentemente dall’idea politica di ciascuno.

La Benedetti riporta nel suo articolo il caso eclatante di Carver e delle infinite differenze tra la versione editata della sua seconda raccolta (“Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”) e la versione originale dello stesso testo (“Principianti”, da poco pubblicato da Einaudi). Ma è anche vero che senza i tagli assassini di Gordon Lish non sarebbe esistito quel minimalismo che ha segnato tanta letteratura contemporanea.

Che piaccia oppure no sarà il caso di rassegnarsi alla realtà, cioè al fatto che questo nostro mondo è diventato troppo infinitamente complesso perché le forze di un singolo essere umano siano sufficienti per gestirlo in tutte le sue multiformi sfaccettature.

Nel caso specifico mi pare che un mondo privo di editor sarebbe un mondo di scrittori approssimativi e incompleti, mai pienamente realizzati: il che sarebbe altrettanto triste di un panorama come purtroppo è in larga parte quello italiano (quello reale, però) fatto di scritture esangui e di scrittori usa e getta. Concerne il tanto decantanto “principio di realtà” anche l’umiltà di lasciarsi aiutare unita alla fierezza di non farsi ingoiare e vomitare da un ingranaggio onnivoro com’è quello editoriale.

Se questo venisse compreso da scrittori ed editori, e dai lettori soprattutto, forse si aprirebbero nuove possibilità per la scrittura, possibilità autentiche.

In fondo Vivianne Westwood non sarebbe mai diventata Vivianne Westwood senza i Sex Pistols, ma chi si ricorderebbe oggi dei Sex Pistols se non fosse esistita Vivianne Westwood?


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Bambini che cadono

un lemming

Non so se ve ne siete accorti ma: dopo la saga interminabile degli stupratori (rumeni che violentano italiane, rumeni che violentano rumeni e italiani che violentano rumene…… e dulcis in fundo rumeni che violentano le ottantenni di ogni etnia), dopo la grave piaga dei cani randagi mangiatori di esseri umani (e forse stupratori di esseri umani) e il best-seller dello stupratore seriale delle periferie romane (sottotitolo: “il PD e la questione morale”), oggi finalmente i media italiani hanno deciso di dare una brusca svolta nella programmazione della propria offerta: il nuovo tormentone dell’estate 2009 è quello dei bambini che cadono dai balconi: centinaia e centinaia di pargoli ancora incapaci di formulare verbo salteranno come lemming dai balconi di tutta italia (ma principalmente dai balconi delle periferie romane) per deliziare i palati sempre più esigenti dei telespettatori.

La Stampa di domenica, che dedicava al preoccupante fenomeno un’intera pagina, ha voluto riassumere con un simpatico schemino le cinque peggiori tragedie delle ultime settimane. Pare però che l’articolista non sia riuscito a trovare cinque bebé volanti nell’ultimo mese e mezzo (le periferie romane non sono poi così degradate) e quindi all’ultimo posto della top five è entrata di diritto una bambina che è caduta dalla tromba delle scale.

Che fantastica compagna d’avventure, questa postmodernità….


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Custer

Questo è il racconto con cui parteciperò alle selezioni di Esor-dire, concorso per scrittori esordienti organizzato dalla Scuola Holden e da Scrittori In Città. Alcuni di voi l’avranno già letto nella prima stesura, comparsa su Boring Machines circa un anno fa: rispetto alla prima questa è nettamente più corta (circa 10.000 battute in meno) e, secondo me, decisamente migliore. Colgo l’occasione per ringraziare nuovamente Ivano Bariani per aver fatto il mio nome agli organizzatori del progetto.

I.

Madamadoré aveva molte belle figlie, Lucia Arazzi un solo figlio maschio. Non era quello che si sarebbe aspettata dalla vita: aveva sempre sognato una bambina con cui condividere i segreti della propria femminilità, e da qualche parte nel suo intimo era convinta che il responsabile di quell’unica imperfetta gravidanza fosse suo marito. Se n’era lamentata spesso e avrebbe continuato a lamentarsi se un bel giorno lui non avesse deciso di andarsene di casa come un ladro e non tornare più.

Adesso che da quella partenza erano passati più di quattro anni le capitava di chiedersi che fine avesse fatto l’uomo con cui aveva condiviso metà della sua vita. Ma i pensieri si confondevano subito, diventavano piccoli pesci luccicanti protetti da una boccia di vetro. Di fronte alle domande della gente aveva imparato a sorridere come se volesse abbracciare l’intero universo.

Il marito di Lucia Arazzi era un commerciante di polli ma per tutta la vita aveva creduto di essere un cowboy. Due cose riempivano i suoi pensieri: l’America e i cavalli. L’America non l’aveva mai vista e a cavallo c’era salito solo una volta da bambino, ma questo in fin dei conti non significava molto. I mercati erano per lui fiere campestri del vecchio Colorado e il camion rosso fuoco su cui passava i tre quarti del suo tempo un bel baio sbuffante. Nella cabina del cavallo erano appese foto delle riserve indiane dell’Oklahoma, e l’immagine di quelle distese di nulla infinito sarebbe stata sufficiente per fare di lui un uomo felice.

Questa era l’idea che per vent’anni Lucia aveva avuto dell’uomo con cui era sposata: un bambino di cento chili, un po’ stravagante ma innocuo.

Era quindi rimasta stupita più ancora che addolorata quando una notte di febbraio lui aveva infilato qualche vestito in valigia ed era salito sul camion. Dopodiché era scomparso e nessuno in paese l’aveva più rivisto.

Dopo questa partenza improvvisa le cose avevano preso una piega diversa. Per quattro lunghi mesi le imposte della casa azzurra degli Arazzi erano rimaste chiuse, l’erba che per la prima volta cresceva disordinata e selvaggia nel piccolo giardino. Poi, agli inizi dell’estate, Lucia era ricomparsa per le strade del paese con quel nuovo sorriso e di lì a poco aveva rilevato il negozio.

Già dall’insegna dorata, le grandi lettere in corsivo, era subito chiaro che il “Madamadoré” non era un esercizio commerciale come gli altri. Vendeva soprammobili e piccoli oggetti ornamentali, ma in realtà la sua missione era un’altra: chiedeva fiducia e donava fiducia. Era un regno di fragilità e perfezione, un baluardo contro lo scorrere del tempo.

Lucia aveva maturato l’idea di mettersi a lavorare durante quei lunghi mesi di silenzio. Sapeva bene che tutti in paese stavano parlando di lei e aveva avuto bisogno di meditare una risposta plausibile ai pettegolezzi. Alla fine aveva deciso di dedicarsi a qualcosa di carino, qualcosa che la gente non può fare a meno di amare. Dopo aver escluso i cuccioli aveva scelto di investire le sue energie nella cosa che più le piaceva nella vita, i ninnoli, appunto.

Così era nato il “Madamadoré”, con le sue stanze color carta da zucchero, le melodie scordate dei suoi vecchi carillon, le file di Pierrot sugli scaffali in rovere.

In realtà, com’è facile immaginare, di ninnoli non ne comprava quasi più nessuno: già da parecchi anni in paese erano fioriti i negozi di videogiochi e le boutique d’alta moda, i bambini preferivano gli sparattutto alle bambole di pezza e le signore l’artigianato etnico alle culle di legno intarsiato esposte nella vetrina del “Madamadoré”. Ma Lucia Arazzi era benestante di famiglia e c’era sempre qualche donna di mezza età che non disdegnava di passare una mezzora in quella specie di paradiso delle fiabe chiacchierando con lei del più e del meno.

Lucia poi in quel momento aveva molto bisogno di parlare, e avrebbe parlato con tutti fuorché, s’intende, con i cowboy. Ma di cowboy per sua fortuna al “Madamadoré” non ne entrarono mai.

L’estate in cui il figlio di Lucia Arazzi ebbe la malaugurata idea di crescere fu un’estate torrida. Il sole sorgeva alle sette e restava piantato in mezzo al cielo fino alle nove di sera. Dopo quell’ora si poteva cominciare a vivere.

Il ragazzo si chiamava Diego, ma tutti lo conoscevano come Custer perché una volta si era presentato a scuola vestito da generale nordista con una vera Smith&Wesson carica nel cinturone. Questo era successo l’anno in cui suo padre se n’era andato, poco dopo che le imposte della casa azzurra si erano riaperte. Era stato quando i compagni di classe avevano cominciato a prenderlo in giro per il travestimento che il futuro Custer aveva estratto la Smith&Wesson.

Dopodiché c’era stato un parapiglia generale e il ragazzino era stato trascinato in presidenza. Allo psicologo scolastico aveva detto di aver trovato la pistola in soffitta, mentre il vestito era un vecchio abito di carnevale di quand’era bambino. Era stato convincente nel dimostrare che non aveva intenzione di usare la pistola ma non era riuscito a giustificare in alcun modo lo scopo di quella messinscena.

“Era solo uno scherzo”, aveva detto, poi si era chiuso in un mutismo pressoché totale. Con il passare dei mesi la gente aveva finito per credergli, ma intanto il giovane Diego si era irrimediabilmente trasformato in Custer.

Da quel giorno erano passati ormai quattro anni e sul mento di Custer stavano spuntando i primi peli. Nel corso di quell’arco di tempo Diego e suo padre avevano ripreso a vedersi di tanto in tanto. Il ragazzo però non raccontava mai nulla di quegli incontri  a Lucia e lei si guardava bene dal fare qualunque tipo di domanda.

L’estate in cui Custer lasciò i territori sicuri dell’infanzia per avventurarsi nel roveto dell’adolescenza fu segnata da un fatto curioso che coinvolse l’intero paese: il caldo sahariano di agosto aveva portato con sé la migrazione di milioni cavallette nordafricane, e i piccoli insetti neri, la cui forma particolarmente appiattita faceva pensare a scarafaggi, si attaccarono come coriandoli alle vetrine dei negozi e ai parabrezza delle auto per non muoversi più.

Producevano un lieve rumore ronzante simile allo sbattere d’ali di un piccolo uccello, monotono ma dolce.

Nell’arco di poche settimane tutto il paese ne fu invaso, e cullato da quella melodia ipnotica sprofondò in un sonno placido e senza sogni.

Questa vicenda degli insetti aveva riportato alla mente di Diego una cosa successa qualche mese prima, che l’aveva profondamente turbato senza che nemmeno lui sapesse perché.

Era inverno, Diego aveva cenato con il padre in una grossa pizzeria ai bordi della strada provinciale ed era tornato a casa. Lucia era ancora sveglia. L’aveva accolto con il suo sorriso che sembrava panna, senza alcuna domanda.

Poi Diego era andato in cucina e aveva scoperto che attorno alla serpentina del frigorifero aveva nidificato un’intera colonia di scarafaggi.

Aveva subito avvertito sua madre, e la scena che ne era seguita era stata divertente e disgustosa al tempo stesso: lui aveva spostato il frigo mentre Lucia si era data da fare con uno speciale prodotto contro i parassiti. Gli insetti però correvano di qua e di là, si infilavano sotto i mobili e nei telai delle porte, madre e figlio un po’ li inseguivano con la scopa e un po’ fuggivano disgustati. Finita la caccia erano tornati a guardare la televisione in salotto, ancora inebriati dall’euforia che quella piccola avventura aveva portato con sé.

Nei giorni successivi però Diego era stato tormentato da un pensiero che continuava a venirgli in mente nonostante facesse di tutto per scacciarlo.

Aveva immaginato il “Madamadoré” straripante di scarafaggi, gli insetti che camminavano sulle culle intarsiate e sui Pierrot, sulle bambole di pezza, sui carillon. Scarafaggi che si arrampicavano sulle pareti, che uscivano dai rubinetti e dal pavimento. Scarafaggi dappertutto, fino a quando tutto, il “Madamadoré” ma anche qualcos’altro che Diego non riusciva esattamente a definire, tutto era soltanto una macchia nera di insetti, una palla di materia scura, viva e strisciante.

Nei mesi successivi non aveva più pensato a quella storia. Poi, improvvisamente, era tornata l’estate.

II.

Nella casa azzurra le imposte erano di nuovo chiuse, uno schermo scuro contro il caldo accecante. Le strade erano silenziose in maniera innaturale. In certe ore del giorno l’unico rumore che si poteva sentire era quello delle cavallette, il loro brusio intimo e costante. Dietro le tende color confetto Diego e Lucia si incontravano per brevi istanti, simili a fantasmi nell’aria ondulata dal sole. Apparivano e scomparivano nel cono d’ombra del ciliegio in giardino. Loro due soli: il cowboy adolescente e il sorriso di sua madre che sembrava riempire la galassia.

Lucia andava ogni mattina al “Madamadoré”, incurante del fatto che i suoi clienti migliori fossero in vacanza in Tunisia o a Kuala Lumpur. Pranzava a casa con Diego, poi il pomeriggio tornava in negozio.

Quell’estate faceva troppo caldo per uscire e così il giovane Custer passava ore e ore da solo nella grande casa e si guardava allo specchio. C’era qualcosa di nuovo nel suo volto ma non capiva cosa. L’espressione? Il principio di barba sul mento e sotto il naso? Non lo sapeva e forse non voleva saperlo. La sera, quando finalmente quel sole da mezzogiorno di fuoco calava dietro le sagome delle montagne, lasciava le ombre protettive della casa e incontrava i suoi amici. Ma anche in loro c’era qualcosa di diverso rispetto al passato. Parlavano in maniera diversa e sembrava che dentro di loro si stesse combattendo una guerra senza eserciti ma piena, stracolma di esplosioni.

Diego guardava i loro occhi attoniti e ci vedeva il suo stesso stupore. C’era qualcosa da dire, ma nessuno sapeva come dirlo.

Le parole galleggiavano tra di loro come bolle di sapone, restavano ferme a mezz’aria e poi scomparivano.

A volte gli capitava di avere paura. Non sapeva esattamente cosa lo spingesse lontano dalla solitudine della casa, dal suo silenzio e dagli specchi che lo fissavano con espressione di rimprovero. Si rifugiava al “Madamadoré” perché non esisteva per lui miglior ansiolitico che il negozio di sua madre, con tutti quegli oggetti che non conoscevano lo scorrere del tempo.

Lì gironzolava per le stanze o aiutava Lucia a fare i pacchetti regalo: la sensazione del raso dorato sotto le dita lo confortava, aveva il potere di ipnotizzarlo. Altre volte si sedeva a terra e caricava un carillon, poi stava ad ascoltarne la melodia assorto come durante una preghiera.

La musica fluiva come gocce d’acqua sul cristallo e i pensieri si confondevano, si facevano anch’essi d’acqua, come in un sogno.

Lentamente ma inesorabilmente uno strano senso di assenza si era impossessato delle sue giornate. Qualcosa dentro di lui si muoveva maniera circolare, come se la mano di un gigante l’avesse sollevato da terra e ora lo stesse cullando con dolcezza infinita. Ma il negozio era sempre lo stesso, la camera da letto in cui passava la maggior parte del suo tempo era sempre la stessa: pareti azzurre, scaffali ordinati, i libri di scuola. E l’assenza a guardarla bene era stupore. Sgomento. Come dire: “Che ci faccio qui? Che mi sta succedendo?” Il bambino che era in lui guardava il teatro di un’imminente Little Big Horn e non si decideva a suonare le trombe. Custer in quel momento era da tutt’altra parte, oppure non era mai esistito.

Poi arrivò agosto.

Con la migrazione della cavallette africane lo stato di Diego subì un’ulteriore accelerata: cominciò a cadere addormentato nei luoghi, alle ore e nelle posizioni più improbabili. Guardando la televisione alle tre di pomeriggio di colpo si metteva a dormire come un sasso. Si sedeva alla scrivania di camera sua e crollava con la testa tra le braccia. Una volta si addormentò su una panchina mentre parlava con un gruppo di amici, ma fu solo per un attimo e fortunatamente nessuno si accorse di niente.

Tutto questo addormentarsi in maniera pressoché casuale contribuì non poco a confondere ulteriormente i suoi pensieri. Alle volte gli capitava di svegliarsi intontito da qualche parte e di non ricordare assolutamente cosa stesse facendo prima di sprofondare nel sonno. I giorni cominciarono ad accavallarsi, le ore di luce si confondevano con quelle di buio. Certe notti non riusciva a dormire, allora andava in giardino e restava a guardare la luna come un licantropo. E in effetti questo si sentiva, un licantropo. Alla fine successe qualcosa.

Era un pomeriggio di metà agosto. Diego dormiva placidamente sul letto di camera sua quando si svegliò di colpo e si tirò a sedere. Rimase un attimo in quella posizione, immobile. Si sentiva particolarmente confuso. Che ore erano? La stanza azzurra era invasa da una penombra polverosa e sonnolenta. Andò alla finestra e aprì una feritoia nelle tende di lino bianco. Fuori il cielo era senza colore. Aveva già cenato? Non ricordava. Scese in salotto per cercare sua madre ma non riuscì a trovarla. Si lasciò cadere sul divano e si addormentò.

Quando si svegliò era di nuovo in camera sua, ma questa volta era notte. Non sapeva che ore erano e non cercò un orologio per scoprirlo. Ora non si sentiva più confuso. C’era una chiarezza, dentro di lui, un’urgenza. Si alzò meccanicamente dal letto e si rese conto che indossava un pigiama. Quando si era cambiato? Senza pensare a quello che stava facendo si spogliò nudo e si guardò allo specchio. Poi aprì l’armadio dei vestiti, prese le prime cose che gli capitarono sotto mano e scese le scale.

Aveva fatto soltanto un paio di gradini quando un’immagine attraversò la sua mente. Mancava qualcosa. Tornò indietro e si diresse verso la soffitta.

Da qualche parte nel buio, in un angolo sotto il lucernario, c’era un piccolo baule. Lo aprì. La Smith&Wesson era lì dentro, coperta dalla fodera di velluto rosso, esattamente come l’aveva trovata la prima volta. Controllò: era carica.

In salotto non accese nemmeno le luci. Aprì la porta d’ingresso e uscì. Per un attimo rimase immobile nell’aria fresca che a quell’ora non aveva più nessun odore, sentiva solo l’umidità sulla pelle e il rumore strisciante delle cavallette contro i vetri delle case. Guardò la luna piena che rischiarava le strade.

Poi si mosse. Doveva andare.

La mattina dopo fu svegliato da sua madre. Lo venne a chiamare in camera e gli disse che doveva parlargli. Lui si alzò e si vestì in fretta, poi scese al piano di sotto.

Lucia lo aspettava nella grande cucina bianca, seduta al tavolo sul quale era stata preparata un’abbondante colazione. Gli chiese come stava e lui disse che non c’era male. Gli chiese se avesse dormito bene e lui rispose di sì. Sua madre sorrideva fissando un punto indistinto sulla tovaglia di un bianco abbacinante. Alla fine disse: “Questa notte qualcuno ha distrutto il negozio”.

Aveva pronunciato quelle parole in fretta, senza smettere di sorridere. Dietro quel sorriso però Diego intuiva fiumi di lacrime. Allora gli tornò in mente la pistola e si sentì svenire. Cos’ho fatto, pensò. Ma non riusciva a ricordare. Nella sua memoria la notte precedente era un enorme buco nero, profondo come un abisso.

Avrebbe voluto finalmente mettersi a piangere e chiedere scusa a sua madre, per la pistola e per i carillon distrutti del “Madamadoré”, per la barba che stava cominciando a crescergli e per la paura che ormai da mesi provava di sé stesso.

Ma non fece niente. Rimase immobile, senza muovere un muscolo, i pensieri che giravano in tondo a una velocità impressionante. Quando sua madre parlò non riuscì a capire cosa avesse detto. Le chiese di ripetere e concentrò tutte le sue energie per riuscire a penetrare il significato di quelle parole.

“La polizia li ha presi questa mattina”, stava dicendo Lucia. “Sono due ragazzini della tua età”. Fece una pausa. “Dicono che non sanno perché l’hanno fatto, hanno detto che si annoiavano”.

Dopo queste parole fu come se il tempo per Diego si fosse fermato. Ad un certo punto sua madre uscì di casa, forse per andare alla polizia a fare la denuncia. Diego non sentì il rumore della porta che si chiudeva e nemmeno quello della macchina sulla ghiaia del vialetto d’ingresso.

Rimase seduto ancora a lungo. Poi, quando era ormai quasi ora di pranzo, finalmente si alzò.

Alcune notti più tardi fece un sogno. C’era lui travestito da generale Custer che camminava per le strade del paese, la Smith&Wesson puntata dritto davanti a sé. Sparava ovunque, ai passanti, alle vetrine dei negozi, alle auto parcheggiate. Quando arrivava davanti al “Madamadoré” si accorgeva che quella era la meta del suo viaggio. Caricava la pistola e stava per sparare quando una grossa automobile rossa e sbuffante lo investiva. Nell’auto però non c’era nessuno. Di colpo Custer si ritrovava a terra con l’auto che lo sormontava come una bestia feroce. Curiosamente, però, non provava dolore né paura.

Poco dopo si ritrovava paralizzato e costretto perennemente a letto, giorno e notte, mentre fuori era estate e i suoi amici correvano per le strade e urlavano il suo nome da sotto le finestre. Lui non rispondeva. Restava lì in silenzio e aspettava qualcosa.

Poi quel qualcosa arrivava. Era sua madre e si prendeva cura di lui come di un bambino. Diego era felice di essere curato, sentiva di nuovo quella sensazione ipnotica e dolce che lo avvolgeva e aveva una voglia incontenibile di dormire, dormire per giorni interi, dormire e non svegliarsi mai più.

Stava quasi per addormentarsi quando notava qualcosa: nella cintura che stringeva i jeans Lucia era infilata la Smith&Wesson. Allora capiva improvvisamente che sua madre non stava più sorridendo, che in quel momento il volto di lei era freddo e inespressivo come quello di un manichino.

Era a questo punto che cominciava ad urlare.

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