un sole luminoso come fosse vero

di Barbara Bernardini

 

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Deve solo mettere la sabbia sotto la veranda di cartone e la casa sarà finita.
Ha costruito la facciata con il portoncino e le due finestre sui lati, la veranda con la scale che scendono in spiaggia, il vialetto, con le gomme per cancellare al posto dei grandi ciottoli, che inizia dai gradini e finisce contro il bordo della scatola di scarpe.
Con le tempere ha colorato di bianco la facciata e di azzurro il portone.
All’inizio aveva pensato di disegnarla sulla torta, la loro casa al mare. Ci aveva anche provato ma il cioccolato si era mescolato con la panna e i granellini colorati avevano cominciato ad affondare nella copertura dissolvendo il disegno in pochi minuti.

La settimana prima il padre l’aveva portata al mare, c’è una cosa che voglio farti vedere, le aveva detto.
L’aveva trattata come un’adulta, spiegando segreti di un mondo quadrato: soldi, case, ipoteche. La Banca aveva cominciato allora a prendere una forma più fredda e geometrica e a perdere tutta la magia che aveva attribuito alla stessa parola solo pochi anni prima, quando in punta di piedi, mentre sua madre era allo sportello per pagare, rubava i moduli vuoti per portarseli a casa e fingere di essere l’uomo in giacca e cravatta blindato dietro a un vetro e sicuro di ogni suo gesto.
Mentre il padre le parlava, lei fissava suo fratello che raccoglieva conchiglie, i pantaloni arrotolati al ginocchio e si era sentita così grande, importante.
Le aveva detto: ricordi? Indicando una casa sulla spiaggia.
Lei aveva scosso la testa. No.

L’avrebbe nascosta nell’armadio per portarla poi giù a cena. Prima di chiudere lo sportello la guarda meglio, allontanandosi. È bella.
Esce dalla camera e nel corridoio vede suo fratello che legge qualcosa sdraiato sul tappeto della sua camera. In giardino, suo padre sta spingendo il tosaerba, sua madre stende i panni. E capisce cosa manca: la casa che ha costruito non ha niente di diverso dalla casa che hanno visto al mare, da fuori, con le finestre chiuse, il portone chiuso. Deve aprire le persiane, deve ritagliare le loro sagome e metterle in veranda, o sui gradini. Suo fratello potrebbe stare sulla sabbia a giocare.
Torna su e si mette al lavoro. Si sarebbero ripresi quella casa aveva detto papà.
Lui aveva costruito un’altalena, continuava a chiederle: ricordi?
Aveva detto: la ricompriamo e torniamo qui per l’estate.
Aveva detto: mamma non lo sa ancora, è una sorpresa, è un segreto fra me e te.
Avrebbe voluto abbracciarlo, ma gli aveva solo promesso, seria, che non l’avrebbe svelato a nessuno. Poi era corsa dal fratello vicino l’acqua. “Perché ridi?” niente, così. “Perché piangi?” niente, scemo, sta’ zitto.

La sagoma di se stessa l’ha vestita con i jeans e la sua maglietta preferita, quella nera con la stella rossa. Alla mamma non piace quella maglia. Come non le piace la musica che ha cominciato ad ascoltare, come non le piace la sua amica, come non le piace quando si mette un po’ di matita nera intorno agli occhi. Hai dodici anni, dove vai così? Come non le piace cosa sta diventando.
Sistema le quattro sagome e rimane a guardare di nuovo.
Sono brutte, la linguetta sotto i piedi di ciascuno si vede, la colla esce dai lati e ha impiastricciato tutto. Il lavoro ora è diventato sciatto, sporco, poco curato. Per aprire le finestre ha fatto un taglio fra le persiane e le ha piegate verso l’esterno, ma col taglierino è andata storta, non è perfetto. Non è più perfetto. E quelle sagome sono davvero brutte, non somigliano per niente a loro, tranne la sua.

I suoi sono rientrati, sono in cucina. Si chiede se vedranno la torta in frigo, se si ricorderanno del loro anniversario.
Si affaccia dalle scale per ascoltare.
Stanno urlando.
Agli angoli della torta, con uno stuzzicadenti, aveva inciso, piccolissime, quattro parole: non-litigate-mai-più. Poi con la mano stretta a pugno quattro colpi e le aveva cancellate, ora gli angoli erano un pochino più bassi, ma non era male, sembrava fatto apposta.
Torna in camera, la porta chiusa, lo stereo acceso, le voci arrivano solo leggere. Silenzio e urla si potrebbero anche mescolare. Si mescolano sempre, da che ricorda.
Strappa via quelle orribili sagome, la casa era meglio prima.
Sua madre apre la porta. “Ho visto la torta che hai fatto”, dice.
Lei indica la casa, “ho fatto anche questa”.
“Ah, tu lo sapevi?”
La sua voce è diventata subito più asciutta. “Tu lo sapevi? Tuo padre gioca, tuo padre ci riporterà sul lastrico, tuo padre ci farà togliere tutto di nuovo…”
La voce si scioglie, sua madre si inginocchia e la stringe. Le prende la testa fra le braccia a piange contro di lei. Quella carne è troppo calda, è troppo morbida, le guance bagnate, è sporco e fuori posto, la sensazione è quella di quando il suo amico le ha messo una mano sul culo, indagando insistente. Ed è sicura che sia la sensazione sbagliata.
Lei si scosta, guarda, le ripete, “ho fatto anche questa”.
“È molto bella.”
Ma sa che non la sta guardando, vorrebbe chiederle cosa manca, mamma secondo te cosa manca, voglio che sia perfetta. Vorrebbe dirle che prima la casa era bellissima, che non c’erano quelle macchie di colla, vorrebbe chiederle di rifare quelle sagome insieme, vorrebbe chiederle aiutami, ma lei ha smesso di piangere. La guarda, “stai diventando grande, stai diventando una donna”. Gli occhi per un attimo sulle sue tette piccole, si sente avvampare, la sensazione è sempre sbagliata.
“Sei abbastanza grande da capire anche tu che quello che abbiamo passato è stato un periodo nero, stiamo tirando fuori la testa solo ora, stiamo respirando solo ora, per comprare quella casa dovremmo ricominciare tutto daccapo. Non ce la faccio più, sono stanca.”
Sulla porta le ripete: “grazie per la torta e grazie per il lavoro, è bellissima quella casa”.
Lei rimane di spalle, non si volta, sa che sua madre non ha mai guardato per davvero. Si sarebbe accorta dei difetti, dei buchi, altrimenti.
“Scendi per cena.”
“Arrivo, un attimo.”

Nel silenzio della cena ci sono ancora le urla del pomeriggio. Suo fratello mangia facendo scorrere avanti e indietro un’automobilina vicino il piatto. Quando la spinge indietro si sentono una serie di piccoli scatti.
Osserva la mano del fratello, l’automobile color fuoco, vorrebbe essere in grado di incenerire gli oggetti con lo sguardo.
Suo padre si alza e va fuori a fumare. Nel buio del giardino, in fondo, si vede brillare di rosso la sua sigaretta. Si vede, vaga, la sua sagoma, un braccio sul fianco, le gambe un po’ larghe.
Sua madre si gira verso il lavandino, i piatti in lavastoviglie. Silenziosa, fa un cenno, “andate a letto” sta a dire.
Suo fratello la guarda, forse è l’unico a ricordarsi della torta.
Lei si mette un dito sulla bocca, sta’ zitto, e lo tira via per un braccio.

Toglie la sabbia, cerca di ripulire le tracce di colla. Le sagome non sono poi così male, prova a ritoccarle con un pennarello, affinando i tratti e inserendo i particolari. Ritaglia una nuova base per ciascuna e le incolla nuovamente ai loro posti. Rimette la sabbia, nel doppio travaso ne ha sparsa parecchia sul pavimento.
Guarda fuori la finestra e vede suo padre ancora lì, nella stessa posizione. Suo fratello gli corre intorno, gli chiede qualcosa, lui scuote la testa, senza guardarlo. Pensa al pomeriggio al mare, allo spiraglio, a suo padre che le parlava, che la guardava, che le raccontava aneddoti della sua infanzia.
Suo fratello torna lentamente dentro casa voltandosi indietro un paio di volte verso il padre. Il profilo di lui rimane immobile.

La porta che si apre la fa saltare. Suo fratello, con due piatti di torta.
“Che fai? Cos’è quella?”
Lei lo guarda, un ragazzino grassottello che i compagni chiamano “differita” e non gli risponde.
Lui si siede vicino a lei, osserva meglio la casa e le dice che manca il sole.
“Quel sole che sta appeso di fianco la porta. L’avevi fatto tu, a scuola, e mamma l’ha attaccato fuori. Mi piace quel sole, sta ancora lì.”
Lei prova a ripensare alla casa sulla spiaggia, non ricorda di aver visto.
Forse sì.
Suo fratello ritaglia un piccolo sole da un pezzetto di cartoncino giallo.
“Posso?”
Lo incolla vicino il portoncino.
Assaggiano la torta. Il fratello dice che è buona, che avrebbe dovuto prenderne di più. Lo osserva e si accorge per la prima volta, o per l’ennesima, dello sguardo che ha quando la guarda, quando le dice che la torta è buona, che la casa è bella, che il sole che aveva fatto da bimba era luminoso come un sole vero.
Vorrebbe accarezzargli la testa, vorrebbe proteggerlo, ripensa a quando l’ha visto pochi minuti prima rientrare in casa a testa bassa, voltarsi in attesa di un cenno del padre e poi trascinare i piedi fino a scomparire. Ma ricorda la sensazione dell’abbraccio di sua madre, nel suo corpo non c’è la soluzione.
Apre la finestra, mette fuori, sul davanzale, la casa di carta. In giardino suo padre non c’è più.
“La bruciamo?”
“Dovrai rifarla.”
“Non importa.”
Gli occhi del fratello brillano.
“Io ho un accendino.”
“Accendila tu, allora. vai.”

La casa è davvero perfetta in quel preciso istante. La luce delle fiamme li illumina mentre mangiano l’ultimo pezzo di torta e dalla finestra aperta entrano piccole ali di carta bruciata.

(photo by maria flor. on flickr.com)

#2 quarto frammento

Lo stesso giorno in cui Karl Rossman si presentò per essere assunto al Teatro di Oklahama, si presentò anche un altro ragazzo, di origini bulgare ma di madre greca, che per qualche anno aveva lavorato come meccanico ma aveva finito con l’annoiarsi, e che, soprattutto, non aveva portato con sè in America alcun parente, amico, o ricordo.
Naturalmente c’era, tra gli sportelli di reclutamento, anche quello per ragazzi bulgari di madre greca, ma quando a questo sportello gli chiesero cosa volesse fare e lui dichiarò che non c’era niente al mondo che volesse fare, gli addetti all’assunzione, pure volenterosi, si trovarono molto perplessi. Era infatti impossibile trovare un posto nel Teatro a qualcuno che dichiarasse di non voler fare niente, e così, seppure con rammarico, e seppure dopo aver cercato parecchie volte di convincerlo che ci doveva per forza essere qualcosa che egli volesse fare nella vita, si videro costretti a rifiutare la sua domanda di assunzione e a rimandarlo a casa.
Seduto nella grande piazza polverosa davanti all’ippodromo, mentre in cielo si addensavano strane nuvole violacee, il ragazzo pensò che il suo destino era ben misero, se non riusciva ad essere assunto nemmeno al Teatro di Oklahama. E che sebbene non volesse alcun posto nella vita, allo stesso modo avrebbe voluto avere nel Teatro il posto riservato a tutti coloro che non vogliono un posto nella vita: purtroppo però, come gli era stato ripetuto più volte, quel posto era l’unico non disponibile.
E a riprova della sua inconsistenza la gente che attraversava indaffarata la piazza sembrava non accorgersi di lui, e addirittura una ragazza, ancora vestita da angelo, gli sbattè contro e cadde a terra, e una volta che si fu rialzata rimase a guardarsi intorno perplessa, e anche un po’ spaventata, come se non si fosse resa conto che dell’ostacolo che aveva intralciato il suo cammino, e anzi come se non riuscisse proprio a vederlo.
In quel preciso istante il ragazzo capì che aveva cominciato a scomparire.

#1 due pittori

Due amici, entrambi pittori, hanno una discussione. Il primo sostiene che la vita vada vissuta in maniera eroica, nel totale dispendio delle proprie energie. Il secondo parla di naufragi, del vuoto che inghiotte ogni speranza, del disastro sottile e ineluttabile che grava sull’esistenza umana.
Il primo dice che vorrebbe morire giovane per regalare alla sua parabola il carattere dell’assoluto, vorrebbe scalare ogni vetta del mondo e di lì contemplare il mare di nebbia della gente comune. Ad impedire la sua ascesa è la concretezza della materia, la banalità dei giorni scanditi dal tempo, le imperfezioni del corpo.
Il secondo afferma che la morte è il suo pensiero ossessivo ormai da vent’anni, e che una certa sensazione di sradicamento lo costringe a stare sempre in casa fingendosi malato: per il resto lavora poco, e ogni volta che completa un quadro lo appoggia alla parete per non spostarlo più. D’altra parte, dice, dipinge solo per passatempo, perchè anche la pittura, come le altre attività umane, è stupida e vana.
A questo punto il primo amico obbietta che ci vuole certamente molto eroismo per continuare a condurre una vita nella quale non si crede, e altrettanto eroismo è implicito in un atteggiamento di tanto profonda rassegnazione mista a quell’ironia che è il maggior pregio dell’amico.
L’amico, però, afferma che la sua ironia non è fatta per divertire gli altri ma soltanto sè stesso, e che il suo movimento è così inutilmente circolare che ha finito con il perdere per lui ogni senso, tanto che lui stesso non saprebbe dire, in questo preciso momento, se sta continuando a vivere o se al contrario si trova in un altro posto.
Interpellato su quale sia questo posto, però, non sa come rispondere, e porta questa sua indecisione come prova decisiva della sua totale incapacità di sollevarsi.