pubertà

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Passavano sotto la finestra di casa sua tutte le sere, puntuali come orologi. Venivano dalla parte della montagna, perché Roberta abitava lì, ai piedi della montagna, e Roberta era il capo: su questo inutile discutere. Quindi si incontravano tutte e quattro là sotto, al bivio con il cartello NIVOLET – FRANCIA, accendevano una sigaretta e si incamminavano. E passavano sotto la finestra di casa sua, alle nove meno un quarto, pigolando come pulcini.
Quando finalmente scomparivano dietro la curva del lavatoio Sofia rientrava in casa. Alzava il volume dello stereo per non sentire sua nonna che parlava a voce alta nell’altra stanza, mentre rigovernava i piatti della cena. Le opinioni di sua nonna sulla famiglia di Roberta l’avevano sempre lasciata perplessa. “Contadini”, diceva. “Si sono fatti la villa ma sono soltanto dei contadini”. Perché, pensava Sofia, cosa siete voialtri? Non foste stati contadini sareste andati a vivere a Torino, come zia Gilda, che lei no, che non era una contadina…
Ma poi non importava, non era certo quello il punto. A lei mica faceva schifo vivere in montagna, con le vacche l’orto e tutto il resto. Le piaceva anzi. Era sempre stata felice di tutto quel verde umido in cui affondare. Si sentiva protetta.
Era cresciuta con le ginocchia sbucciate, il fiatone, i capelli fradici di sudore. I ripostigli per gli attrezzi in cui si nascondeva, giocando con gli altri bambini, erano un buio incommensurabile: sentiva il ritmo accelerato del suo battito cardiaco e la vita le sbocciava davanti agli occhi, nei termini della possibilità assoluta. Non rimpiangeva un solo istante di tutto questo.
Un tempo, se l’avessero trascinata a forza fino giù in città, avrebbe piantato le unghie nella terra e si sarebbe messa a urlare. Le conosceva lei le ragazze di Torino, le vedeva tutte le estati in villeggiatura con la famiglia: bambole di porcellana piene di idee assurde. E cos’era poi quella storia che a dieci anni giravano per strada con lo smalto rosso sulle unghie? Quella era casa sua. Loro non sapevano niente. Le odiava.
No, il punto era un altro: che Roberta non la voleva più, la salutava a stento se la incontrava per caso dal giornalaio e la domenica a messa faceva finta di non vederla. Ecco qual era il punto. Che una volta erano inseparabili, vivevano praticamente l’una a casa dell’altra. E poi? E poi a Roberta era spuntato il seno, e a lei Sofia invece no. E adesso quando si incontravano per strada Roberta faceva un cenno veloce e tirava dritta.
Per questo lei Sofia aveva cominciato a leggere Emily Dickinson, a riempire quaderni su quaderni di frasi inutili, a passare ore su ore a camminare nei boschi: perché si sentiva sola. E tradita, e abbandonata.
Perché anche Roberta, di colpo, aveva cominciato a girare per strada con lo smalto rosso sulle unghie. E in un attimo non c’era stato più niente da dire.

Un tempo era stato diverso. A Pratolungo, frazione di Locana, tra l’82 e il 90 erano nate tre bambine: Roberta, lei Sofia, e Sandra, che era la più vecchia di tutte ma era ritardata mentale, e ormai si muoveva solo con sua madre al fianco. Sofia e Roberta erano nate lo stesso anno. Erano cresciute insieme. Giorno dopo giorno, nei prati d’estate e a casa della nonna di Sofia d’inverno, davanti alla tv con la stufa accesa. Alla fine era arrivata la pubertà, come una condanna.
Di questa recente solitudine della nipotina, la nonna di Sofia pensava molto ma diceva poco. Di solito se la prendeva con Roberta, e con tutta la sua famiglia giù giù fino ai nonni dei nonni. E non si limitava alla villa, o alle origini contadine. “Perché”, diceva, “cosa credi che vanno a farci a Locana tutte le sere? Vanno a cercare i ragazzi, ecco cosa vanno a farci. Alla sua età sua madre era lo stesso. E sua nonna anche”.
Lo diceva con un certo astio, ma su questo non aveva torto. Perché andare a Locana altrimenti? Per niente, perché a Locana non c’era niente: una pompa di benzina, due negozi, la chiesa e il bar. E al bar c’erano i ragazzi più grandi, quelli con la moto o la macchina addirittura, un po’ d’erba da fumare al parco giochi e dio sa cos’altro.
A Pratolungo invece no. C’erano i ragazzini di dieci o dodici anni che giravano con la bicicletta e in testa avevano soltanto il pallone. E lei Sofia che leggeva Emily Dickinson e camminava da sola nei boschi. Il deserto, insomma.
Eppure finché era stato inverno, con la pioggia e la neve e tutto il resto, quella solitudine era stata meno dolorosa. È vero, a scuola Roberta non le rivolgeva la parola, ma pazienza. C’erano le lezioni da seguire, gli appunti da prendere… e comunque alle tre del pomeriggio era buio, e faceva un freddo cane: passare la giornata sola in casa era quasi confortevole.
E poi le vedeva, Roberta e le altre, fuori della scuola che parlavano con i ragazzi delle superiori, e vederle le dava un senso di sicurezza. Ridevano un po’ troppo, è vero, e continuavano a fumare. Ma si trattava di una parentesi, di una fuga temporanea: dieci minuti dopo sarebbe passato l’autobus, l’unico della giornata per Pratolungo, e tutto sarebbe tornato alla normalità. Almeno fino al giorno successivo alla stessa ora.
Ma adesso che era arrivata l’estate le cose erano diverse. Roberta scendeva a Locana nel pomeriggio e ci restava fino a sera, saliva per la cena e alle nove meno un quarto tornava giù. Cosa faceva in tutte quelle ore? C’era tempo sufficiente per fare un bambino, in tutte quelle ore, per farne cento di bambini. Questa indeterminatezza la lasciava sgomenta, non le riusciva di pensare ad altro.
E poi, soprattutto, d’estate non c’era niente da fare. Senza Roberta nei dintorni, Pratolungo si trasformava in una camera a gas: i ragazzini in bicicletta con la radio nel portapacchi, i pastori, i vecchi che dormivano agli angoli delle strade. C’erano giorni in cui l’unica persona con cui parlava era Sandra, che tutte le mattine veniva con sua madre a prendere l’acqua alla fontana. Allora c’erano volte che Sofia le incontrava e si fermava un po’ a parlare. Ma la madre di Sandra era scorbutica (incattivita da quella disgrazia di figlia che le era capitata) e Sandra non diceva quasi niente.
Mugugnava, sfogliando le pagine del Topolino senza nemmeno capire le figure.
E ormai aveva più di vent’anni.
Pochi minuti dopo Sofia salutava, e si incamminava sola verso casa…

… ma poi restava a pensarci, a volte addirittura tutto il pomeriggio. Pensava che le cose cambiano, persino a Pratolungo frazione di Locana.
Da qualche tempo incontrare Sandra le dava un dolore acuto, un turbamento nuovo che riusciva solo a stento a definire. Guardava quegli occhi vuoti e avrebbe voluto urlarci dentro tutta la sua rabbia. Ma non poteva, e comunque non sarebbe servito: non c’era mai stata vita in quello sguardo, nemmeno prima che succedesse quello che era successo. Forse Sandra non ricordava neppure, e certamente era meglio così. Forse le cose erano andate esattamente come dovevano andare.
Lei Sofia invece ricordava, eccome se ricordava. Era stato d’inverno, due o tre anni prima. Comunque era una ragazzina di dieci anni (faceva ancora le elementari) ed era spensierata: voleva bene a sua nonna e voleva bene a Roberta. Quando camminava per strada si sentiva leggera e sentiva di possedere una consistenza: i suoi pensieri e il suo corpo erano ancora la stessa cosa, a quei tempi.
Era stato un inverno lungo e pieno di neve. Roberta era sempre a casa sua, guardavano la televisione o ascoltavano dischi chiuse in camera. A volte uscivano nei prati completamente bianchi e correvano e poi si lasciavano cadere in quel nulla soffice e accecante… o anche restavano alla finestra a spiare i vicini, goffi negli abiti invernali, che spaccavano la legna o rassettavano gli orti ghiacciati. Era semplice, ed era bello. Non c’erano maschi e femmine (non ancora) ma solo eschimesi che spaccavano la legna per sopravvivere a un’altra notte in montagna.
E loro due, in casa al caldo, non chiedevano altro che poter spiare. E ridere di quei travestimenti, di quella goffaggine obbligata…
Poi era successa quella cosa. Era un pomeriggio come gli altri, quieto e bianco e soleggiato esattamente come gli altri. Già quella sera in paese non si parlava d’altro.
Erano arrivati a Pratolungo dopopranzo, in due, con una macchina scura. I vecchi li avevano guardati passare con circospezione, ma non si erano mossi dalle loro case. Li conoscevano: era gente di Locana, diciottenni contadini figli di contadini e nipoti di contadini. Poveracci. Sempre al bar e sempre ubriachi. Non erano nemmeno scesi in strada, i vecchi, perché loro con quella gente non volevano averci niente a che fare. Erano teppisti, lo sapevano tutti: andavano nel bosco a drogarsi. E si drogassero pure, e magari ci restassero anche nel bosco, nessuno si sarebbe dato troppa pena. Nemmeno i loro padri.
E infatti c’erano andati, nel bosco. A bere vino e a fumare e a schiamazzare come oche. Sandra era passata di lì per caso, sola, perché a quei tempi usciva ancora sola.
L’avevano fermata con una scusa. Lei non capiva. Avevano riso e l’avevano insultata, per essere certi che non capisse. Poi gli era venuta l’idea. L’avevano fatta sedere vicino a loro sul tronco d’albero e s’erano messi a dire porcate, prima ridendo e poi sul serio, e avevano cominciato a toccarla e lei s’era fatta toccare ovunque e continuava a non capire.
Poi l’avevano fatta salire in macchina, e mentre uno stava dentro con lei l’altro restava fuori a bere e a cantare.
Alla fine l’avevano lasciata andare ed erano tornati a Locana, soddisfatti…

Ma adesso era estate. Erano passati tre anni. Era tutto finito.
Finì tutto il giorno stesso, nelle chiacchiere del paese. Tutti conoscevano i colpevoli, ma denunciarli alla polizia significava mettere i fatti nero su bianco. Significava un articolo sul giornale locale, i commenti dei vicini, la certezza che la notizia facesse il giro delle valli. Non valeva la pena di fare uno scandalo. E in quanto a loro, i due ragazzi, si sarebbero dati da sé quel che meritavano. Zappando la terra, e continuando a bere… ci avrebbe pensato il loro stesso destino a punirli.
E basta: Sandra non era più uscita sola, ma sempre con la madre alle calcagna, come un mastino. Nient’altro.
Eppure adesso, che erano passati tre anni ed era di nuovo estate, a Sofia sembrava di capire per la prima volta cosa fosse successo. Non che prima non lo sapesse… Ma ora aveva l’impressione di sentirle sul proprio corpo, quelle mani invadenti, di uomini volgari, sporche… Mani cariche di violenza…
Non importava. Poteva chiudere gli occhi, riaprirli, guardare i prati verdi inondati di luce. Tutto quel dolore poteva scomparire.
Era estate un’altra volta.

I giorni passavano così. Nel vuoto. Si alzava presto la mattina e aiutava la nonna a raccogliere gli zucchini, o restava sola seduta su un sasso al ciglio della strada che porta al NIVOLET – FRANCIA. O guardava le lucertole che si infilavano sotto i sassi, come faceva da bambina. Solo che non era più una bambina: ecco qual era il punto.
I pomeriggi li passava a camminare sola per i prati, , raccogliendo fiori, sassi, lattine, tutto quello che le capitava di incontrare sulla strada. Vedere le altre del paese, ormai donne fatte, le provocava uno strano turbamento. Avrebbe voluto toccare quei seni pesanti per capire cosa si prova a portarli sul petto.
Degli uomini invece percepiva l’odore. Di tabacco, sudore e qualcos’altro che non avrebbe saputo definire. Era un aroma che associava alla montagna, alle domeniche lontane con Roberta, d’inverno, passate sotto le coperte. Si spogliavano nude e restavano a guardarsi a vicenda, anche per ore. A volte si toccavano. Ridevano molto, senza sapere perché.
Non voleva pensarci, avrebbe voluto scordare tutto, tornare a correre libera… ma non poteva. Si sentiva confusa, oltre che sola. E se Emily Dickinson poteva alleviare la solitudine, contro la confusione non proponeva risposte plausibili. Da quel punto di vista non diceva proprio niente di interessante.
Innanzitutto c’era la faccenda del sangue, che sua nonna, che pure s’era impegnata, non era riuscita a spiegarle come si deve. E quel prurito incessante alle braccia e alle gambe, e quelle idee assurde che le passavano per la testa ogni tanto e attimi di gioia incontrollabile e crisi di pianto immotivate. Si sentiva come un terremoto dentro e se ne vergognava, e si vergognava di arrossirne, anche. E poi quel suo corpo che s’era allungato, ma senza seni e senza fianchi, come quello di un uomo. Non capiva.
E tornavano tutti quei pensieri… La sensazione di centinaia di mani che la toccavano, che le frugavano dentro…
Ma poi anche le passeggiate solitarie finivano, e con loro tutte quelle sensazioni assurde. A casa c’era la nonna che guardava il telegiornale, o che tagliava le verdure per la cena. La sua cameretta con i dischi dei Nirvana e i libri di poesia. Il balcone da cui spiava Roberta che scendeva a Locana, alle nove meno un quarto, per andare dai ragazzi.
E basta.

Una notte, poi, successe qualcosa. Era molto tardi, l’una o le due, e lei Sofia non riusciva a prendere sonno. Era scossa da pensieri violenti, brividi, paure: le solite sensazioni che non riusciva a decifrare. Decise di scendere sotto casa ad ascoltare i grilli per calmarsi. Si vestì in silenzio per non svegliare la nonna, e in silenzio scese le scale.
Era seduta da mezzora sull’ultimo gradino della scala quando arrivò la macchina. Passò piano davanti a lei e si fermò poco più avanti, in un prato che di giorno serviva da pascolo per le vacche. Ne scesero due persone: un ragazzo alto (che non conosceva) e Chiara, l’amica bionda di Roberta. Accesero una sigaretta. Lei Sofia si fece più piccola sull’ultimo gradino della scala, si infilò più in profondità nel buio per non essere vista. I due fumarono la sigaretta parlando (ma di cosa? Da quella distanza non riusciva a distinguere le parole) e poi cominciarono a baciarsi.
Il ragazzo la baciava sulla bocca e poi sul collo, e intanto le toccava il seno e le natiche con forza, come fanno i pastori per vedere se le loro pecore sono in salute oppure no. E Chiara lasciava fare, questo era ciò che lei Sofia trovava più assurdo, che la ipnotizzava. Poi il ragazzo disse qualcosa, entrambi salirono in macchina e spensero i fari. Tutto crollò nel buio…

… e allora in quel silenzio improvviso senza luce qualcosa le salì dentro… come nausea…
… e in un attimo le tornarono davanti agli occhi tutte le estati della sua infanzia, e i ricordi… gli inverni quieti e bianchi e silenziosi… il silenzio di casa sua, con sua nonna che metteva legna nuova nella stufa, e il calore e il profumo delle verdure messe a scottare… e tutte le estati con Roberta passate a correre nei prati luminosi, la sensazione del sudore contro la schiena, gli angoli bui dove si nascondevano per parlare… di loro, della loro amicizia, della vita che sarebbe venuta, di tutte le cose che avrebbero fatto insieme…
… e poi di nuovo inverno, quell’inverno di tre anni prima quando due balordi di Locana avevano violentato Sandra che non capiva… non sapeva cosa stesse succedendo, e nemmeno lei Sofia lo sapeva e Roberta neppure, non capivano… e anche quello era stato tanto semplice, crudele ma semplice, e non c’erano quelle mani che frugavano dentro il tuo corpo, quelle sensazioni…
… quelle stesse mani che stavano frugando il corpo di Chiara in quella notte d’estate senza luce, in quel buio misterioso e terrificante…
… mani sporche e prepotenti che di tappavano la bocca, non ti lasciavano urlare il tuo dolore e la tua rabbia… la voglia di cambiare, il bisogno… mani che stavano forse stavano frugando il corpo di Roberta in un’altra parte della vallata, in un’altra macchina parcheggiata in un prato al buio e che non avevano mai frugato lei Sofia, nemmeno una volta per gioco… e non sapeva non capiva nemmeno lei come Sandra, non riusciva a vedere le cose chiaramente…
… se quelle stesse mani violente la disgustavano oppure se ne era attratta… se il suo rancore era invidia… o bisogno…

… allora si alzò di scatto, e quando fu in piedi restò immobile perché si rese conto che non sapeva cosa avrebbe fatto. Avrebbe voluto urlare, ma perché poi? Oppure arrivare alla macchina in silenzio e spegnere i movimenti frenetici di quei due corpi, ammazzarli come conigli… o chiudere gli occhi e immaginare di essere lei, il suo corpo quel movimento frenetico… e restare a guardarli morire o anche urlare di smetterla, di smetterla per favore di smettere di fare quello che stavano facendo per carità di dio…
Ma nemmeno di questo sarebbe stata capace. Allora si voltò e cominciò a correre per le scale, corse fino in camera sua e chiuse la porta con violenza, e poi si infilò nel letto tutta vestita e cominciò a piangere affondando la faccia nel cuscino per non svegliare la nonna.
Pianse per un’ora buona e mentre piangeva si chiedeva perché di tutto quel dolore, chiedeva perdono a sua nonna per essere diventata quel mostro informe, chiedeva perdono a Roberta per averla tradita… per aver tradito sé stessa… perdono per quella voglia e quella rabbia…

… e poi continuò a piangere senza chiedere più perdono a nessuno, e non pensò più a niente.
E smise di piangere e restò in silenzio distesa sul letto, senza pensare e senza sentire, immobile come un insetto.
Poi, quando anche le ultime lacrime si erano asciugate, pensò una cosa sola: che l’estate era finita. Che quella era stata l’ultima estate della sua vita e non ce ne sarebbero più state altre.
Poi si addormentò.

(photo by jsmithly on Flickr.com)

le tedesche

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La prima si chiamava Micaela. Non sono certo che si scriva così. Non importa.
Avevo dieci anni, lei anche, più o meno. Era l’87, la fine di luglio. Ero con mia madre, tutte le sere mi portava sul lungolago a passeggiare, io prendevo un gelato, lei fumava una Kim seduta su una panchina, in silenzio, la punta del naso rivolta verso la Svizzera.
Io guardavo: minigonne, capelli biondi, lentiggini. Una lingua che era un suono qualsiasi confuso tra gli altri, non tanto diverso dal fischio degli uccelli. Discorsi sfuggenti, un’allusione continua, spazi vuoti da riempire.
I turisti affollavano il Lago Maggiore da giugno ad agosto. Erano olandesi, svizzeri, tedeschi. Nemmeno questo importava. In casa mia erano “i tedeschi”, da sempre e per sempre, imprigionati nella loro nazionalità fittizia. Esotici. Diversi. Loro, tutto ciò che non è noi.
Un altoparlante, da qualche parte, mandava Vamos a la playa. Questo lo ricordo. Questo è importante, perché erano gli anni ottanta, avevo dieci anni, il lungolago era una sfilata di minigonne, scarpe laccate, acconciature improponibili. Calze di nylon accavallate ai tavoli dei bar. Parlavano una lingua che non potevo comprendere. Che spiavo, nascosto nell’ombra, dando la mano a mia madre.
Lei, non so come avesse conosciuto i genitori di Micaela. Stresa è un piccolo paese, alla fine dei conti. Mia madre era una bella donna, sapeva stare in società, sapeva cosa dire e quando dirlo. La invidiavo, l’ho sempre invidiata.
Vennero a sedersi accanto a noi sulla panchina. Con mia madre parlavano in tedesco. A me dissero qualcosa in italiano, non risposi, cercai di mostrarmi cordiale, educato. Si presentarono. Strinsi le loro mani. A contatto con quella di Micalea, piccola come la mia, rabbrividii. Qualcosa mi passò lungo la spina dorsale, lieve. Cercai di sorridere, di sembrare disinvolto, stavo già imparando senza rendermene conto. Poi andammo in un bar, a bere qualcosa tutti insieme.
E non accadde altro. Guardai gli occhi azzurri di lei che mi guardavano. La spiai mentre correva con la sorellina piccola su e giù dalle calette, sulle barche dei pescatori, dentro e fuori una siepe che delimitava un imbraco privato. Non capivo cosa stava succedendo, perché non potevo toglierle gli occhi di dosso, non potevo parlare, né muovermi.
Poi mia madre disse che era tardi, era ora di andare a dormire. Colsi un ultimo sguardo mentre si allontanavo in direzione del Grand Hotel, poi scomparve tra la folla.
Non la rividi mai più.

Il mito personale andò gonfiandosi negli anni successivi, e finì per esplodere. Dalle scuole medie uscii vivo, ma fortemente provato. Quando mi iscrissi alle superiori una cosa fu subito chiara: ero parte di un disegno più ampio, la mia ossessione era l’ennesima sfaccettatura di un’ossessione generalizzata tra il popolo maschile. Non ero più solo, il mito si era fatto collettivo.
Al liceo classico di Arona conobbi altri maschi. Figure incerte nella mia memoria, instabili, poco più che ombre. I ragazzi non mi interessavano. Erano una massa fumosa di comportamenti stereotipati, guerre, vittorie e sconfitte che mi sembravano misere.
Li attraversavo come nebbia, e in qualche maniera loro si facevano attraversare, accettavano la mia presenza transitoria. Non chiedevo altro.
Cominciai ad ascoltare i Nirvana, David Bowie, Lou Reed. Gente che con me aveva in comune una cosa: l’amore per il mondo femminile, i tacchi delle scarpe, i trucchi, i golfini d’angora, il nylon. E la rabbia per un mondo ottuso, dove maschio e femmina erano due entità contrapposte, gli istinti venivano repressi, gli amori codificati dai film demenziali visti alla televisione. Da bambino giocavo a vestirmi da donna. Una sera dell’87 avevo scoperto cos’era una donna. Le donne, da quel momento, furono il mio unico pensiero, il mio unico obbiettivo, la mia unica pietra di paragone.
I discorsi, con gli altri ragazzi del liceo Fermi, gravitavano introno a pochi nuclei stabili: lo sport (che non mi interessava nella maniera più assoluta), le risse (che mi lasciavano indifferente) e le ragazze.
Anche qui le argomentazioni erano vacillanti. Esplosioni ormonali e poco più. Come l’acne, o la barba che cominciava a crescere sulle loro guance. Nessuno riusciva a cogliere la grazia, la sensualità, il mistero, la perversione. Mi annoiavo.
La mia attenzione si attivava soltanto in un caso: quando la discussione verteva sul mito collettivo, sulle tedesche in vacanza sul Lago, sui loro capelli biondi, le loro forme, la loro lingua incomprensibile. Qui l’immaginario si sfaccettava. Nei bagni bui del liceo Fermi, quelle mattine d’inverno, compariva una traccia di calore pulsante. Ragazzine intraviste nude da una finestra aperta. Madri sole con scollature da capogiro e lo sguardo triste. Slip umidi trovati per caso sotto i balconi degli alberghi.
Chiudevo gli occhi durante le lezioni di matematica. Cominciavo a immaginare.
I sogni continuavano al pomeriggio, nel perimetro protetto della mia stanza. Mia madre era al lavoro, lontana, assente. Ero solo.
Mi masturbavo piano, cercando di assorbire ogni goccia di quel piacere proibito.

Arrivò l’estate del 93, passata ad Arona in una bettola per amanti del grunge, sugli slarghi del lungolago a bere superalcolici rubati, a fumare haschisch apertamente, sotto gli occhi di tutti. Bevevo lontano dagli altri, quasi non fumavo. Ero un alieno, ormai era chiaro a tutti. Tutti l’avevano accettato, io, loro, tutti.
Conobbi la seconda tedesca della mia vita una sera come le altre, altrettanto vuota e perduta. Cominciammo quasi per caso. C’erano delle ragazze della nostra età sedute su una panchina, non lontano da noi. Parlavano la solita lingua misteriosa, esotica. Avevamo bevuto molto. Fu il più intraprendente tra noi (il più disperato, il più affascinante) ad attaccare discorso. Ad allusioni, a gesti, ad occhiate. Loro ridevano.
Erano tre, noi quattro. La solita lotta all’ultimo sangue per uno spazio nel branco. Le portammo lungo una scaletta buia che scendeva fino all’apertura di una darsena abbandonata, un vecchio luogo delle nostre solitudini mattutine, quando decidevamo di non farci vedere per i corridoi della scuola. Ci sedemmo sull’erba, lo sguardo in direzione dell’Isola Bella.
Naturalmente il privilegio della scelta toccava a lui, l’affascinante, l’intraprendente, il disperato. Noi del codazzo venivamo dopo. Ma ero io il suo migliore amico, io il secondo a decidere in quella gerarchia idiota.
Scelsi. Si chiamava Alina. L’ultima se la contesero a lungo, a colpi di gesti eclatanti, battute per farla ridere. Noi ci appartammo, giusto qualche metro più in là. Restammo a guardarci a lungo. La baciai. Sentii sotto le mani le ossa delle spalle, le vertebre incurvate, i seni piccoli e appuntiti.
Feci quello che sognavo di fare da anni: infilai una mano sotto la gonna, scostai gli slip, sentii per la prima volta quel calore divampante avvolgermi le dita. Lei, quasi subito, fece lo stesso. Mi slacciò i jeans strappati, prese il pene tra le sue piccole dita. Fu lungo e incredibilmente piacevole, l’orgasmo più bello della mia vita, forse. Eiaculai così, in ginocchio, la bocca affondata nella sua, sull’erba, sulle sue cosce nude.
Ridemmo. Lei disse qualcosa in tedesco, maliziosamente. Andammo a lavarci con l’acqua del lago, le offrii una sigaretta e restammo in silenzio.
In quel momento mi accorsi che anche l’ultima coppia si era formata. Una figura solitaria, il quarto di noi (non avrei saputo dire chi), camminava lentamente nei pressi della scaletta. Quando cominciò a salire i gradini voltai lo sguardo. Sarebbe scomparso in quel buio lontano, e la sua serata sarebbe finita così.
Un’ombra tra le altre, niente di più.

La terza arrivò molti anni dopo. Ero riuscito a diplomarmi con un punteggio discreto, voti altissimi in italiano e letteratura inglese. All’esame di maturità avevo presentato una tesina sulla bellezza in arte, forse troppo perversa per un diciottenne. I professori avevano preferito sorvolare.
Mi ero trasferito a Milano per studiare Lettere in Statale. Abitavo solo in un monolocale molto costoso a Porta Ticinese.
Milano possedeva quello che cercavo: la cultura, la rabbia, l’amore, il sesso. Avevo trovato gente simile a me, altri alieni abbandonati nella metropoli. La città era viva, organica, potentemente simbolica. L’effetto caleidoscopico delle luci al neon, di ritorno dai locali a tarda notte, era una boccata d’aria. Si sommava a tutti i volti di donna intravisti nei tram, nelle spalle scoperte dei pomeriggi di primavera, in piccoli piedi femminili lasciati nudi in Piazza Duomo, nelle giornate torride della prima estate.
Toccavo tutto con mani nuove. Il mio sguardo era una promessa. Bastava un cenno, una parola detta al momento giusto, per trovare un sorriso femminile pronto ad aprirsi come un fiore. Labbra che si schiudevano nella folla di un caffé milanese: un dono privato di incommensurabile bellezza. L’architettura rigida della città esplodeva, si decomponeva in un calore antico come l’uomo.
Imparai molte cose. Come si invita una ragazza ad uscire, come farla ridere, come sedurla. Quanto ci si può spingere in là una volta che il tuo corpo nudo tocca il suo. Quando sussurrare parole dolci e quando legarla al letto, lasciandola immobile ad aspettare le tue mani su di lei.
Imparai a distinguere la seta dallo chiffon, a capire cos’è una redingote, ad indossare una cravatta senza apparire elegante, o formale. Mi innamorai dei manichini nelle vetrine dei sarti, gli occhi vuoti carichi di un erotismo terrificante.
Comprai scarpe da donna, indossai biancheria intima femminile sotto i jeans da uomo, passai lunghe ore in sexy shop sotterranei insieme a compagne saltuarie, che il giorno dopo non avrei più rivisto.
E dimenticai il paese. Mia madre. Il Lago, plumbeo d’inverno, rosa nelle albe estive. Tornavo sempre meno, e non mi guardavo intorno. A Stresa non avevo più amici, ammesso che li abbia mai avuti. Il bel maledetto di quella sera del 93 faceva la fila per il metadone la domenica mattina. Gli altri erano sempre state ombre, non avrebbero mai smesso di esserlo.
I turisti non li vedevo più. C’erano, non significavano niente.
Era Milano la mia casa, il mio esperimento, il mio progetto.
Non volevo nient’atro.

Mi laureai a marzo del 2002, 110 senza la lode. A settembre sarei partito per Londra, dove avrei cominciato un master di scrittura per audiovisivi. Valutai l’ipotesi di passare l’estate a Milano. Era sconfortante.
Sapevo cosa dovevo fare e lo feci. Affittai per quattro soldi un pulmino e ci caricai tutte le poche cose che tenevo nell’appartamento. I primi di giugno ero tornato a Stresa, a casa di mia madre.
Lei, ricordo che quel giorno la guardai, per la prima volta in molti anni. Non era cambiata. Dubito che sia mai cambiata in tutta la sua vita. I capelli le si andavano ingrigendo sulle tempie, nient’altro. Era una donna forte e sola, era sempre stata così, anche prima che mio padre se ne andasse.
Guardai anche me stesso, quel giorno, nel grande specchio della sala da pranzo. Vidi un ragazzo di venticinque anni, magro, i capelli troppo lunghi spettinati, la barba incolta. Indossava una camicia attillata, aperta sul petto e con le maniche rimboccate, un paio di calzoni neri non stirati, scarpe eleganti comprate in Inghilterra tre anni prima. Era quella la persona che volevo diventare? Decisi di sì.
Cominciai a passare le giornate alla darsena di famiglia, in completa solitudine. Leggevo e rileggevo Crash di Ballard, incapace di penetrarne fino in fondo l’erotismo e la disperazione. Facevo lunghe nuotate solitarie, la sera, quando l’acqua del lago era calma e fredda come ghiaccio.
Un’altra cosa avevo imparato a Milano: che mi piaceva fare sport, purché non ci fosse competizione. Che il corpo è come un vestito, da curare con creatività, senza fanatismo. Avevo cominciato ad andare in piscina, poi in palestra. I miei muscoli lunghi si erano tonificati, la pelle si era scurita. Mi sentivo bello.
Lei, la numero tre, non ricordo come la conobbi. Non ricordo nemmeno come si chiamasse. Avevo molte donne in quegli anni, ne avrei avute molte negli anni successivi. Fu una parentesi estiva, niente di più. In fondo non ha importanza.
Era in vacanza con due amiche. Erano molto ricche, ricordo che studiavano architettura a Ginevra. Ci incontravamo nella sua camera al Grand Hotel Des Ile Borromees, tutti i giorni, sempre ad un’ora diversa. Non parlavamo molto, eppure sapevo che la sua bellezza era qualcosa di più di un bel corpo, di due occhi in cui affogare. C’era paura, nei suoi gesti, rabbia, speranza. Un universo che non sarei mai riuscito a penetrare.
Chiudevamo a chiave la porta della stanza e facevamo sesso, a lungo, con fantasia. Esploravamo i nostri corpi come si esplora una terra nascosta, con curiosità, timore, coraggio, timidezza. Le piaceva fare l’amore da dietro, per terra. Il contatto con la moquette le arrossava il seno, la gola, le guance. Bevevamo molto, vini costosi che un cameriere in livrea ci portava direttamente in camera. Mi chiedeva di eiacularle addosso, o in bocca. A volte ci masturbavamo a lungo, sentivo la sua schiena tendersi al momento dell’orgasmo. Poi di solito si addormentava, rannicchiata contro il mio corpo. Io fumavo, guardando il movimento circolare del ventilatore sul soffitto.
Non durò molto. Dieci giorni, forse quindici. Poi un pomeriggio andai a cercarla e il portiere disse che era partita. Non mi aveva lasciato un biglietto, né un mazzo di fiori, nemmeno una bottiglia di champagne pagata, da bere per dimenticarla.
Quella sera tornai a casa presto. Era la metà di luglio. Cenai con mia madre sul terrazzo della vecchia casa.
Decisi che per quell’estate non avrei avuto altre storie con ragazze straniere. Mantenni la promessa.
Un mese dopo partii per Londra.

Passarono gli anni. Finii il master e trovai lavoro come scrittore per una nuova emittente televisiva in rete, che aveva necessità di tradurre i programmi nelle maggiori lingue mondiali, di adattarli alla cultura a cui erano destinati. Lasciai l’appartamento a Wandsworth, dove avevo vissuto per sedici mesi, e mi trasferii in città, a Camden.
Dopo una serie di esperienze frugali cominciai una relazione con una donna. Si chiamava Anna, era nata in Bosnia ma viveva a Londra da più di dieci anni. Non abbastanza, comunque, per scordare la tragedia del suo popolo. Aveva visto l’incendio di Belgrado. Era scappata in Inghilterra per ricominciare. C’era riuscita, ma portava addosso un carico di dolore inestinguibile. Quel dolore, a saperlo prendere, si trasformava in erotismo. Per la prima volta in vita mia mi innamorai.
Venne a vivere a casa mia. Dividemmo tutto: letto, soldi, nottate interminabili nei locali di Soho, amici, passioni. Fui io a lasciarla, quattro anni dopo. Le cose tra di noi non funzionavano più. A letto eravamo diventati violenti. Il piacere era dolore, mortificazione. Non c’era più creazione, soltanto esplorazione del limite. Eravamo andati troppo in là.
Ricominciare la vita da single fu difficile, ma anche liberatorio. Avevo un appartamento in centro, venivo pagato profumatamente per il mio lavoro, conoscevo la gente giusta, frequentavo i posti giusti. Conobbi altre ragazze, le portai a bere in locali sconosciuti ai margini della città. Con una di loro passai una settimana al mare, a Bournemouth, poi ci lasciammo. Qualche volta incontrai Anna per strada, alla fermata della metropolitana, in un pub che eravamo soliti frequentare insieme. Non ci parlavamo. Non avevamo nemmeno il coraggio di guardarci negli occhi.
Negli anni successivi intrapresi soltanto un’altra relazione degna di nota. Lei era americana del New Jersey, si chiamava Eileen, lavorava nella pubblicità. Andammo avanti a vederci per tre anni, ma senza alcuna regolarità. Passava lunghi inverni in casa mia, poi scompariva per mesi. Era una donna problematica, fragile, perennemente abbagliata dalle luci e dai colori di quella vita irreale che stavamo vivendo. A letto esigeva la luce spenta. Facevamo l’amore teneramente, quasi con tristezza. Anche lei, comunque, un giorno scomparve. Disse che si trasferiva a Tokyo.
Probabilmente lo fece, perché nessuno la rivide più.

Ricevetti la telefonata la mattina del mio quarantunesimo compleanno. Era mia madre, mi faceva gli auguri. Le chiesi come stava. Non tanto bene, disse, da qualche settimana si sentiva debole, faticava ad alzarsi dal letto la mattina. Le chiesi se avesse parlato con un medico. Disse di no, che non era niente, solo l’età. Certamente nel giro di qualche giorno si sarebbe ripresa.
Erano i primi di luglio. Pensai che potevo anticipare di qualche settimana il mio abituale ritorno in Italia, che di solito durava tutto il mese di agosto. Le avrei fatto una sorpresa. Potevo portarla dieci giorni al mare, in Liguria, in Toscana, ovunque. Ero sicuro che le avrebbe fatto piacere.
Com’era mia abitudine partii senza avvisare nessuna delle mie amanti. Staccai il telefono di casa, spensi il cellulare. Il volo veloce Heathrow-Malpensa durò meno di cinquanta minuti. Ringraziai le nuove tecnologie e i nuovi combustibili, chiamai un taxi.
Ad aprirmi la porta di casa, quando infilai la chiave nella toppa, fu un’infermiera. La guardai a lungo senza capire. Disse di scendere in giardino, che doveva parlarmi.
Qualche sera prima mia madre si era sentita male in cucina. In qualche maniera era riuscita a chiamare un’ambulanza, ma non aveva voluto essere portata in pronto soccorso a nessun costo. Il medico di famiglia, che nel frattempo era stato contattato, le aveva fatto gli esami preliminari: battito cardiaco, pressione, prelievo del sangue. Accertatosi che le sue condizioni erano stabili era rincasato, con la promessa che sarebbe tornato a controllare la mattina dopo, appena sveglio.
Non era stato necessario andare oltre. Gli esami del sangue avevano insospettito gli ematologi dell’ospedale di Arona, ed esami più approfonditi avevano rivelato un tumore del sangue in stadio piuttosto avanzato. Il nome popolare della malattia era leucemia fulminante. In una persona di settantacinque anni non si trattava di giorni, ma di alcune settimane, forse più di un mese. Ad ogni modo qualunque tipo di cura si sarebbe rivelato assolutamente inefficace.
Restai con lei. Le chiesi perché non mi avesse avvertito prima, lei rispose che non voleva rovinarmi il compleanno. Mia madre era così, era sempre stata discreta, silenziosa, mai un lamento, mai una parola di troppo. Era vissuta sola e avrebbe preferito morire sola, senza disturbare nessuno. Era fatta così.
Quella sera mi fece promettere che non l’avrei portata in ospedale e che non l’avrei attaccata ad una macchina per nessuna ragione al mondo. Decidemmo insieme di pagare un’infermiera che si prendesse cura di lei, che le somministrasse dosi di morfina strettamente necessarie ad una morte serena. O decorosa, come disse lei.
Poi, più tardi, quando mi ritrovai solo nella camera da letto di quand’ero bambino, incominciai a piangere. Prima sommessamente, poi a grandi singhiozzi che cercai di soffocare con il cuscino.
Molto dopo, alla fine di quella lunghissima notte insonne, uscii sul lago a fumare l’ennesima sigaretta. Era l’alba. Il lago era immobile e silenzioso. Avevo pianto per ore, ininterrottamente. Pensai che avevo pianto, per la prima volta negli ultimi trent’anni.
Mi lasciai cadere su una panchina, spossato.
I primi turisti stavano uscendo dagli alberghi a passeggiare, in attesa della colazione.

Morì una mattina di tre settimane dopo, inaspettatamente, dopo giorni di progressivi miglioramenti. Compilai carte. Organizzai il funerale. Strinsi le mani di parenti lontani e di antichi conoscenti. E tutto finì.
Pensai di tornare subito a Londra, al lavoro, alle donne che avevo lasciato. Non ci riuscii. Non riuscii nemmeno a rientrare in casa, presi una stanza al Grand Hotel, la stessa che sedici anni prima aveva ospitato la terza tedesca della mia vita. Passavo le giornate in solitudine, a guardare canali satellitari sull’enorme schermo a parete, un recente acquisto di nuovi gestori dell’albergo. La sera andavo a sedermi ad un tavolo del solito bar della mia infanzia, e bevevo, ininterrottamente, fino all’ora di chiusura.
Fu lì che conobbi Tina, la numero quattro. Anche lei sedeva sola tutte le sere. A parte questo era uguale a tutte le altre, bionda, occhi azzurri in cui perdersi. Era più giovane di me, ma non di molto. La invitai a bere insieme. La corteggiai aggressivamente, e lei rispose aggressivamente, determinata, senza paura. La portai in camera la prima sera. Ero ubriaco. Anche lei lo era. La spinsi con la faccia contro una parete, le alzai la gonna, le strappai gli slip e la penetrai. Venimmo quasi subito entrambi, e non fu piacevole, non fu niente. Mi staccai dal suo corpo e mi lasciai cadere sul letto, ancora mezzo vestito. Mi addormentai all’istante.
La mattina dopo era scomparsa. La incontrai per strada nel pomeriggio e le feci un gesto, poi andai in albergo. Dieci minuti dopo stava bussando. La feci sedere sul letto. Le misi una mano sulla bocca e cominciai a toccarle i seni. La baciai. Lei morse il mio labbro inferiore e sentii le nostre bocche che si riempivano di sangue. Mi slacciò i jeans e cominciò a masturbarmi. Ancora una volta eiaculai quasi subito, schizzandole di sperma la maglietta leggera di Armani.
Andò avanti così alcuni giorni. Un pomeriggio si presentò in albergo e quando provai a baciarla mi respinse. Non pronunciò una sola sillaba. Si sedette sul bordo del letto e cominciò a piangere, con il volto affondato tra le mani.
Le chiesi se le andava di uscire a far due passi. Potevamo bere qualcosa insieme.
Annuì, e scomparve nel bagno.

Due ore dopo eravamo seduti sull’erba della darsena abbandonata, dove una notte di venticinque anni prima avevo sfilato gli slip ad Alina, la numero due. Mangiavamo un gelato. Parlavamo.
Per la prima volta mi scoprivo a raccontare a una tedesca della mia vita, della mia infanzia, di mia madre. Anche Tina parlava. Di suo marito che l’aveva tradita per anni, e che ora l’aveva lasciata sola, senza figli, troppo vecchia per pensare di averne.
Parlava un inglese discreto, sufficiente a capirsi. A capire me, il dolore che mi portavo dentro, il dolore recente per la morte di mia madre, quello che c’era sempre stato senza che nemmeno sapessi perché.
Il dolore di lei era la stessa cosa. Vivo. Umano.
Parlammo fino a sera, poi disse che era stanca, avrebbe dovuto riposarsi. Pensava di ripartire la mattina seguente. Sarebbe passata all’albergo a salutarmi. Sorrideva. Era felice di aver parlato, diceva di sentirsi meglio.
Anche io sorrisi. La guardai negli occhi nell’ultima luce della sera e vidi una cosa: dolore. E gioia, e speranza.
Vidi un essere umano.
In quel preciso istante capii che sarei tornato a Londra, che avrei ricominciato la mia vita. Capii che Tina sarebbe tornata in Germania e non l’avrei più rivista. In fondo non importava.
Capii con assoluta certezza che quella sarebbe stata l’ultima tedesca della mia vita.

(photo by Tuffer on Flickr.com)