alcune porte restano chiuse

torino.jpg


1.

Fino a dieci anni B visse oltre Dora, in appartamento. Tutte le otto porte della casa erano di colore verde scuro.
Una porta chiusa significava silenzio. Tabù. Qualcosa che non si poteva dire.
La camera dei suoi genitori: crisi matrimoniali, lacrime, sesso.
Lo studio di suo padre: rapine, omicidi, stupri.
Suo padre era giornalista di nera per un piccolo quotidiano. Un lavoro poco redditizio anche negli anni Sessanta. L’altra faccia di Torino. La poltiglia della città industriale.
Invece sua madre aveva insegnato matematica alle elementari.
Un giorno aveva preso a schiaffi un bambino. Aveva estratto la riga dal cassetto e aveva minacciato di ucciderlo.
Per questo motivo erano cominciate le pillole.
E tutto quel tempo chiusa nella stanza da letto, in perfetto silenzio.

Poi un giorno la porta non s’era più aperta.
Era estate. B aveva da poco compiuto dieci anni. Era arrivata l’ambulanza e avevano buttato giù la porta.
Quella sera stessa sua padre gli aveva parlato.
“La mamma non sta bene”, aveva detto. “Hanno dovuto portarla in ospedale”. Però non riusciva a guardarlo negli occhi.
Due giorni, poi sua madre era morta.
B aveva accolto la notizia in silenzio. Si metteva alla finestra e restava a fissare i campanili di Porta Palazzo.
Taglienti. Appuntiti, come le unghie di una donna.

Soltanto molti anni più tardi venne a sapere che cosa esattamente avesse ucciso sua madre.
Avvelenamento da benzodiazepine: un tubetto di Tavor.
“Non potevo crederci”, gli disse in quell’occasione suo padre. “Un giorno c’era, e il giorno dopo era scomparsa. Non potevo crederci: aveva premuto un interruttore, e si era spenta”.

2.

Dodici anni dopo esplose la stazione di Bologna. B ricevette una telefonata: un amico di Lotta Continua. Chiamava da Moncalieri, da una cabina.
“I fascisti”, diceva, “sono stati i fascisti”.

A quel tempo B aveva lasciato l’università da un pezzo.
Dipingeva. Faceva da assistente ad un vecchio artista, uno che aveva contato qualcosa negli anni Cinquanta e Sessanta.
Nel ‘54 un suo quadro era stato esposto al Moma di New York, per qualche settimana. Adesso il vecchio era gobbo e faceva fatica con i particolari: per questo aveva bisogno di un assistente.

Lavoravano otto ore al giorno, poi cenavano assieme.
A volte B restava qualche ora dopo cena. Sedevano intorno alla stufa bevendo birra.
Il vecchio aveva vissuto vent’anni sotto il regime di Franco, a Madrid, per amore di una donna. Gli piaceva parlarne.
Altre volte, la sera, camminavano per le vie desolate della periferia. Guardavano i palazzi e gli alberi.
Mani deformi emerse del cemento, diceva il vecchio.
B annuiva.

Erano andati a vivere, suo padre e lui, in un terzo piano in fondo a corso Francia. Quasi in piazza Massaua, a due passi dal multiplex.
Si erano comprati la televisione e un piccolo cane da appartamento. Il cane si chiamava Santiago.
Nel corso degli anni Settanta la televisione aveva sostituito il giornale. Avevano visto tutto: Piazza Fontana, il Cile, Moro, tutto.
Grazie alla tv, in un certo senso, B era diventato comunista.

Un giorno successe una cosa: nello studio del vecchio pittore entrò Salvador Dalì. Era vecchio e acciaccato, ma si trattava di Salvador Dalì. Non c’erano dubbi.
B non sapeva cosa dire.
Poi disse: “Le chiamo il principale”.
Il vecchio non si scompose. Si salutarono affettuosamente e uscirono in strada a braccetto. B rimase pensoso. Pensò a lungo e concluse che stupirsi delle cose è un errore.
“Va bene così”, pensò.

Poi successe un’altra cosa.
Un pomeriggio di maggio suonò il campanello. Era Milena, la nuova compagna di suo padre. Indossava un abito color pesca che spiccava sull’azzurro delle pareti.
Dissero tutto in un attimo.
“Pensiamo che convivere sia il modo giusto di affrontare le cose”, disse suo padre.
“Va bene”, disse B. Poi cominciò a pensare che doveva cercarsi una casa. Fare i bagagli. Per un periodo sarebbe andato a vivere dal vecchio pittore, pensò. Ma il giorno in cui salutò suo padre provò la sensazione di essere fatto di carta.
“Va bene così”, si disse.


Parentesi

Sette anni più tardi era a Berlino.
Caterina era giovane e bellissima.

Dopo aver lasciato il multiplex di piazza Massaua B era tornato oltre Dora.
Molto oltre. Una soffitta in via Cigna. Un unico locale spoglio, dove aveva sistemato le tele, il letto, lo stereo, un piccolo canestro.
Era tornato sulla Dora per vedere ancora i campanili di Porta Palazzo.
Ne immaginava ormai le radici, come un paio di canini.

Per quattro anni aveva smesso di dipingere.
Questione di affitti.
Aveva trovato lavoro in un market non lontano da casa. Si era fatto amici calabresi immigrati per lavorare alla Fiat, e che invece erano rimasti disoccupati. Giovani tossici reduci dal ’77. Vecchie vedove adoratrici del male.
Tutta la sottoumanità della periferia.
Caterina l’aveva convinto a ricominciare con i quadri. L’aveva conosciuta d’inverno, i capelli del colore delle foglie secche.
Avevano cominciato a vivere insieme.

Caterina lavorava per la radio. Girava con un registratore a tracolla, faceva interviste che poi spediva alle persone giuste.
E le persone giuste mandavano la voce di Caterina nell’etere.

Questo Wim aveva telefonato un giorno a casa loro. Chiamava da Berlino.
“Ragazzi, dovete venire qui”, aveva detto. “Tutto trema sempre di più. Succederanno grandi cose”.
Era un vecchio amico di Cate. Lei era intenzionata a raggiungerlo. B non lo sapeva, però a Torino non aveva nulla da fare.
“Perché no?”, si era detto alla fine.

Erano arrivati a Berlino con la 127 di Cate.
Ottobre ’88: un freddo ruvido, da piangere. In macchina c’erano una cassetta di Gianna Nannini e una dei Mudhoney.
Wim aveva trovato loro un’altra mansarda. A Schömberg. Le scale erano il colore della polvere, ma gli usci delle abitazioni di un rosso intenso.
Lui e B andarono subito d’accordo.
Wim era alto, riccio, biondo. Portava i baffi. Lavorava in un’officina meccanica e componeva musica elettronica. Il suo modello erano i Kraftwerk.
B invece era senza lavoro.
Ma l’atmosfera era elettrica, si poteva guadagnare qualche soldo in qualunque modo. Imbucando giornali nelle cassette della posta. Vendendo qualche quadro. Lavando i piatti in un ristorante per una settimana.
Invece Cate girava con il registratore e sembrava soddisfatta.

B dipingeva figure umane. Eredità del vecchio pittore amico di Dalì: figure magre, spettrali. La gente che aveva sempre visto.
Wim aveva qualcosa di ridire sui nudi.
“L’uccello”, diceva. “A questo qui gli manca l’uccello”.
B correggeva.
C’era anche un’altra persona nel giro. Si chiamava Reiner. Un tecnico delle luci specializzato in teatro. Era omosessuale. Un elettricista gay.
Reiner stava al confine con l’Est, solo, proprio sopra il check-point.
Dalla finestra si vedeva il cambio della guardia. Con Wim condivideva solo la passione per l’elettronica, per i Kraftwerk in particolare.
E una storia: raccontava di aver fatto le scuole medie con Fassbinder. E diceva di averlo baciato sulla bocca, una volta.
Reiner raccontava e Wim gli dava corda.
Cate era scettica. B si stringeva nelle spalle.

Nel novembre del 1989 cadde il muro.
La sera del nove si ubriacarono tutti.
La mattina del dieci successe qualcosa di strano: si guardarono negli occhi e capirono che era finita. Erano imbarazzati. Non avevano più niente da dirsi.
In quell’imbarazzo Cate scoprì di essere incinta.
“Vorrei che nascesse in Italia”, disse a B.
Impacchettarono le loro cose in meno di un mese.
Dischi, libri, un orso di peluche che B aveva regalato a Cate per il compleanno. Salutarono Wim e Reiner, con la promessa di tornare, un giorno, forse.
Festeggiarono il natale ad Alessandria, dai genitori di Cate. Una buona cena. Il camino. La grappa. Il discorso del presidente della repubblica in tv.

Più tardi B chiamò suo padre per dirgli che sarebbe diventato nonno.
Per un pezzo dall’altro capo della linea non si sentì niente.

3.

Every time I rise I see you fallin’
(Placebo)

“Adesso devo trovarmi un lavoro”, diceva B in quell’inverno gelido. “Non posso mica continuare a dipingere. Voglio dire, i pannolini, la scuola…”
Cate sorrideva.

A questo punto B aveva trentadue anni.
Sapeva fare il pittore e il cassiere. Sapeva anche distribuire giornali e lavare piatti, ma nel 1990 in Italia le cose non andavano così bene.
Ai colpi di fortuna non ci credeva. Ma non credeva nemmeno alla logica e ai sensi di colpa.
Tornò alla casa di via Cigna: vuota.
Tornò al market sotto casa. Lo accolse una vecchia cieca da un occhio. Una che lavorava con lui già due anni prima e con cui aveva fatto un po’ amicizia.
Teneva il banco del pesce. Usciva con lui a fumare ogni ora.
“Sei fortunato”, gli disse la vecchia.
Era andata così: quando B era partito per Berlino avevano assunto al suo posto un ragazzino di diciotto anni. Uno magro con i capelli lunghi. Poi avevano scoperto che questo ragazzino era un tossicomane.
Loro avrebbero voluto licenziarlo, solo che il ragazzino era finito sotto un tram a Venaria.
B ascoltò la storia e andò dal padrone.
Quel giorno stesso ottenne il suo vecchio posto di cassiere.

1990: la tv trasmetteva Falcone e Borsellino.
La sentenza d’appello del maxiprocesso lasciò tutti scontenti.
Nel frattempo il partito comunista si era sciolto. B non era più comunista. Non era più niente.

Segnali.
Poi crollò tutto.
Caterina perse il bambino.

Per molte sere restarono seduti l’uno accanto all’altra, in silenzio.
B smise di dipingere esseri umani. Cominciarono le forme geometriche. Spirali. Punte. Macchie di colore.

Ma Cate era cambiata: sembrava un oggetto vuoto.
A volte si scordava di cenare. Altre non andava in radio. Tutta la faccenda stava andando a puttane.
Lo sapevano, ma non riuscivano ad evitarlo.

Una sera, tornando dal lavoro, B non la trovò in casa. Aspettò al tavolo della cucina. Poi alla finestra. Poi sul divano, davanti alla tv.
Rimase ad aspettare tutto il giorno, pensando che era di nuovo agosto.

4.

I quadri di B cambiarono di nuovo.
Poche pennellate. Una macchia azzurra: il cielo. Una macchia rossa: una storia.

Pensò di cambiare casa. Ma a quel punto non gli importava più.
Conosceva la gente del quartiere. Aveva un amico senza gambe. Due erano spacciatori. Una faceva la prostituta, poi le era venuta l’asma.
Il medico le aveva somministrato quintali di cortisone. Si era gonfiata tutta ed era diventata giallina.

Non cambiò casa. Non cambiò lavoro. Il tempo cominciò a passare come mai prima d’allora.

Cinque anni dopo la morte del bambino successe qualcosa.
B dipinse un quadro totalmente rosso.
Ma ancora non andava.

Poi arrivò a chiedersi cosa fosse successo.
Era sempre ubriaco. Aveva cominciato a bere? Quando?
Però teneva una bottiglia di vodka nel freezer. Dopo cena scendeva al bar sotto casa. Quando la saracinesca cominciava ad abbassarsi usciva.
Notti che sembravano deserti: semafori e bottiglie rotte. Qualche skin, ma conosceva anche loro.

La mattina faceva colazione con lo spumante. Ma sul lavoro era efficiente, cortese con i clienti.
Non rubava soldi dalla cassa come certi suoi colleghi. Prendeva per sé lo yogurt appena scaduto e la frutta un po’ ammaccata, ma questo lo facevano tutti.

Senza attese e senza ricordi.
Gli stessi identici gesti, per quindici anni.

Ritorno

Una mattina di dicembre del 2005 suonò il campanello.
Fuori faceva freddo. Aveva nevicato. Neve indurita ai bordi delle strade. Tram gialli strisciavano sull’asfalto come bruchi.
B faceva colazione: spumante e biscotti.
Se ne stava seduto sul divano. Quando suonò il campanello si alzò in piedi, ma non aprì. Si mise a studiare un quadro azzurro, appeso alla parete sopra il letto, masticando un biscotto.
Poi sciacquò la bocca con una golata di spumante.
Il campanello suonò di nuovo. Questa volta B andò ad aprire.

Cinque minuti dopo Caterina sedeva sul divano. B le stava di fronte, su una sedia. Aveva entrambi la sigaretta accesa.
Restavano in silenzio. Non si erano ancora toccati.

Mezz’ora più tardi aprirono un’altra bottiglia di spumante. B ne teneva sempre una di riserva, sotto il lavandino.
Riempì due bicchieri di plastica.
Guardò Cate, ma lei non lo guardava. Fissava le tele bianche appese alle pareti. Ce n’erano molte. Quindici, forse venti. Misure diverse. Tutte bianche.
“Che cosa ci dipingi?”, chiese Caterina.
B scosse la testa.
“Sono finite”, disse.

Cate cominciò a raccontare.
Roma. Poi di nuovo Berlino. Wim s’era beccato l’aids. Reiner viveva con una ballerina, bellissima.
Poi New York. Corrispondente estera della Rai. Un vecchio che aveva conosciuto una sera a Brooklin. Uno che diceva di essere J. D. Salinger, a New York per un ultimo romanzo.
Poi l’undici settembre.
La polvere.

B raccontò solo una cosa: le passeggiate sulla Dora, la domenica mattina.

Pranzarono insieme. Al pomeriggio si mise a nevicare. Guardarono un film in televisione, poi Cate disse qualcosa.
“Perché quelle tele bianche?”, chiese.
B scosse la testa.
Lei non insisté.

(photo by we-make-money-not-ar t’s photos -flickr.com)