roberto saviano – gomorra

(questo articolo comparirà su Atelier numero 45, marzo 2007)

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Esistono libri impossibili da recensire. Libri la cui semplice presenza fisica impedisce il compiersi di un atto che si suppone obbiettivo, come ancora oggi si suppone che debba essere la critica letteraria. Libri che per il solo fatto di esistere impongono una scelta, un atto politico, l’esercizio del proprio diritto di voto intellettuale. Libri che sono scomodi per tutti, per chi li scrive, per chi li legge, per chi ha il compito di parlarne. Gomorra è uno di questi libri. Questa non è una recensione.

 

Qualcuno ha detto che Lester Bangs è stato il più importante scrittore americano degli anni settanta, nonostante abbia scritto per tutta la vita di musica: recensioni a dischi, cronache dai concerti. Probabilmente aveva ragione. L’aneddoto raccontato da Forlani (alla Feltrinelli di Torino Gomorra è collocato tra i saggi) e poi arricchito da Saviano stesso (in una libreria di Roma lo stesso libro si trova nel settore “turismo”) è altamente indicativo. È sbagliato dire che Gomorra è anche un romanzo, e anche un reportage sul lato oscuro dell’economia capitalista, e anche una riflessione dai tratti epici sul potere, sulla miseria, sulla morte. Tradisce quella forma mentis tipicamente schematizzante che sociologi come McLuhan fanno risalire all’era industriale e meccanica dell’Occidente: frammentazione, specialismo, razionalizzazione fordista. Gomorra di Roberto Saviano non è niente di tutto questo, è un’opera complessa, un testo che richiede una lettura in profondità, inclusiva, organica. Ogni tentativo di definirlo, di smontarlo nei suoi ingranaggi, è già tentativo di riduzione a cosa domestica, è già ammissione del suo carattere problematico. Il bambino smette di aver paura del buio quando comincia a comprendere che il buio è soltanto assenza di luce, e nient’altro.

Detto questo è indubbiamente vero che quel contenitore chiamato Gomorra presenta al suo interno un romanzo di formazione, un trattato di macroeconomia, una rappresentazione tra l’epico e il mitico del sistema camorra, una riflessione quasi shakespeariana sul male, sull’uomo, sul potere. Ma non solo. La scrittura di Saviano funziona per strati, o per cerchi concentrici: tutto il libro può essere letto sotto chiavi interpretative molto diverse tra loro, nella misura stessa in cui ogni lettore è diverso dall’altro. Tanto per fare un esempio: se certamente non sbaglia chi vede in Gomorra un atto quasi titanico di denuncia al potere mafioso, non cade in errore nemmeno chi, in ottica diametralmente opposta, leggesse nelle parole di Saviano una sorta di fascinazione per questo potere1.

È una scrittura fatta di cose, di materia. La parola stessa è materia: Gomorra parla di merci, di movimenti di oggetti nello spazio, del potere feticista e distruttivo degli oggetti. Non capita mai, in questo libro, nemmeno nei momenti più lirici (la lunga cantilena pasoliniana dell’”Io so e ho le prove”, o l’incontro a Roma tra l’io narrante e un padre fatiscente) che la parola si stacchi, fisicamente, dall’oggetto fisico che identifica. Ogni termine ha un peso specifico enorme, perché ogni termine identifica un preciso fattore socio-economico, e perché in ogni termine è contenuta la scelta precisa e cosciente della testimonianza, della denuncia. Ogni parola pesa, in Gomorra, perché ogni parola è un atto politico autosufficiente, nello stesso modo in cui il solo parlare di mafia è (in Italia, nell’epoca del berlusconismo e della sommersione) violare un tabù.

Eppure Gomorra non è un trattato di storia contemporanea, Saviano non è uno storico, Saviano è uno scrittore. È importante ricordarlo. Tutto il libro è attraversato da una tensione lirica che assume di volta in volta sfumature epiche (l’albero genealogico dei clan, le faide, i grandi movimenti economici) o mitiche (seppure di mitologia moderna, a sfatare il luogo comune, reazionario oltre ogni dire, del mafioso in coppola e lupara).

Uno dei punti più interessanti a riguardo (forse il più interessante, come peraltro è già stato notato da diverse parti) è quello dell’io narrante. Il lettore medio (o il lettore assuefatto allo schema individualista che separa ogni singolo dal suo vicino) non può che trovare irritante la presenza di questo narratore onnisciente, eppure sempre presente, per così dire, sul luogo e al momento del delitto. È un narratore che c’è, che vive, eppure che sa troppo, e troppo lucidamente, per essere un semplice personaggio della fiction. Mi è capitato molto spesso di sentir muovere questa obiezione: ma è Saviano che racconta? Davvero Saviano ha visto tutte queste cose? Se, com’è logico, Saviano non ha visto (di persona) tutte queste cose, non è logico pensare che Saviano si stia inventando tutto di sana pianta?

Assolutamente logico. E assolutamente errato. Questo è forse uno dei tratti di maggiore novità (sostanziale e non semplicemente stilistica, sempre che le due cose possano essere ancora separate) che Saviano porta nella letteratura italiana, e che fanno di Gomorra una grande opera artistica oltre che storica, politica e giornalistica. Per comprendere la vera natura di questo io-narrante è necessario smettere quell’atteggiamento tipicamente razionale che porta alla creazione del concetto di individuo. Bisogna, in un certo senso, tornare alla filosofia presocratica, a Eraclito, a Omero, al mito, appunto: come non esiste una “personalità” di Ulisse nell’Odissea (Ulisse è al tempo stesso coraggioso e vigliacco, è furbo ma si lascia ingannare, a volte è debole, altre volte forte) così non esiste una personalità dell’io-narrante in Gomorra. Il narratore di Gomorra è un personaggio che non esiste, e nello stesso tempo sono migliaia di personaggi unificati sotto la stessa voce, è il chiacchiericcio del popolo, sono gli atti giudiziari della magistratura, sono trattati di storia della mafia. Saviano stesso, con la sua esperienza personale, è soltanto uno di questi personaggi. È il suo narratore colui che tira le fila, il denominatore comune, la chiave di lettura di un discorso complesso, impossibile da comprendere se la sua stessa presenza non lo traducesse in un linguaggio accessibile, lineare.

Anche per questo è necessario ribadire che Roberto Saviano è uno scrittore, e Gomorra è l’opera di uno scrittore. La sovrapposizione dei piani (letterario e civile, pubblico e privato) non può che generare confusione. L’attenzione febbrile, per certi versi morbosa, che l’opinione pubblica, la stampa, e parte della comunità letteraria hanno riversato sulle vicende personali di Saviano (le minacce, la scorta) è un gravissimo errore almeno da due punti di vista. Da un lato ha generato un approccio spesso acritico all’opera, che viene confusa con il suo autore. Saviano si è dimostrato (non solo con Gomorra) un ottimo scrittore, stilisticamente molto maturo nonostante i suoi ventotto anni; d’altra parte, proprio per i suoi ventotto anni, è certamente uno scrittore che può ancora crescere e migliorare2.

Dall’altro lato il clamore mediatico che ha suscitato il caso Saviano ha finito per fare dello stesso Saviano, e della sua opera, un grande simbolo (di legalità, di giustizia, di coraggio). Ne ha fatto un’icona, e le icone possono essere molto pericolose. Se quella di edificare simboli è una tendenza implicita ai media (a tutti i media, non solo quelli di massa, da internet alla parola umana), bisogna però fare attenzione che alla mitopoiesi non segua la tipica immobilità (per giunta pacificata) dell’uomo che si arrende al destino. Se una così grande attenzione mediatica per il caso Saviano ha indubbiamente risvolti positivi (grandissima diffusione dell’opera, sua penetrazione anche in fasce sociali e culturali non abituate a simili letture), bisogna stare molto attenti che l’attestazione di solidarietà non diventi (come succede in Italia almeno da quando l’Italia unita esiste) la scusa più comoda per conservare lo stato attuale delle cose. In altre parole: la lotta alla mafia non si fa con scrivendo articoli in sostegno di Roberto Saviano, non si fa con le condanne formali dei partiti, non si fa mandando l’esercito a presidiare i quartieri “caldi” di Napoli. Tutto questo va bene, ma non è sufficiente. E i toni spesso troppo enfatici con cui la questione Saviano viene trattata in certi ambienti culturali e politici fa pensare che si stia recitando, per l’ennesima volta, la milionesima nel nostro paese, la solita commedia delle riforme (e delle rivoluzioni) che lasciano tutto inalterato.

C’è il rischio, concretissimo, che Saviano diventi l’ennesimo simbolo immobile (o immobilizzato) della lotta alla mafia. Ha ragione Wu Ming 1 quando scrive: “Saviano non deve diventare un martire. Questa è la cosa più importante”.

Se il mondo della cultura può fare qualcosa per lui è proprio questo: evitare di farne un martire, accostarsi alla sua opera senza sensazionalismi e senza preconcetti di sorta. Solo in questo modo è possibile parlare, criticamente, di un libro come Gomorra. E solo in questo modo si può fare un lavoro anche politico, oltre che culturale, che produca veramente dei frutti.

In questo senso, e solo in questo senso, anche questa è una recensione.

 

 

 

 

1 Sono parole di Saviano stesso, in un’intervista apparsa su Lipperatura, il blog di Loredana Lipperini: “Se a volte cado in momenti di chiara fascinazione per loro (i boss) è perché i boss mi hanno affascinato. Questo non mi ha neanche per un minuto sottratto odio, vero, privatissimo, feroce nei loro confronti”.

2 Il che peraltro è vero quando si parla di Saviano-scrittore; vale, cioè, per un discorso prettamente letterario e stilistico, che niente ha a che vedere con la forza dirompete e con l’impatto politico di un libro come Gomorra. Ha ragione Moresco quando, in una lettera a Saviano comparsa su “Il primo amore” dice: “E anche quando a mio parere sbagli saturando troppo la pagina di informazioni, lo fai per generosità, per giovinezza, per impazienza, per senso di responsabilità e giustizia, per ansia di dire tutto, e quindi non sbagli”.


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bovisa killer

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Novembre.

Avevano preso in gestione un piccolo supermarket per la stagione invernale. Vendevano frutta esotica e calze da donna, riviste spinte e attrezzi da lavoro, vendevano perfino qualche vecchia radio a transistor. Il locale era angusto ma accogliente, pulito, ordinato.
La vecchia proprietaria, una domenicana che era arrivata a Milano negli anni ottanta su un volo merci, era tornata a Santo Domingo a trovare i figli che non vedeva da otto anni. Aveva lasciato il negozio a Giulio, che era il suo unico commesso.
“Ritorno in primavera”, aveva detto. E poi: “I soldi che guadagni sono soldi tuoi”.
Giulio l’aveva accompagnata a Malpensa, poi si era trovato da solo in negozio, con le saracinesche abbassate.
Aveva preso in mano il telefono e aveva chiamato Pietro, il suo migliore amico.

Era arrivato quando già stava facendo buio, con il motorino giallo anche se la temperatura non superava i due o tre gradi. Aveva una grossa borsa piena di vestiti e di libri e di dischi. Conosceva bene quel posto. Anche lui aveva vissuto in Bovisa, quando faceva l’università. Era lì, da qualche parte, che aveva parlato con Giulio per la prima volta.
Era entrato dalla saracinesca alzata a metà. Lui e Giulio si erano stretti la mano. Poi, come se fosse stato a casa sua, Pietro aveva preso due birre dal frigorifero.
E in un certo senso, aveva pensato, questa è la mia nuova casa.

Sul retro c’era un bagno con anche la doccia e una stanza quadrata che Estela, la domenicana, usava per parcheggiare la bicicletta. Loro la pulirono la riordinarono e ci misero due brande per dormire. Ci misero anche un tavolo sul quale piazzarono il computer portatile di Pietro.
“Per non pagare l’affitto di un appartamento”, aveva detto Giulio al telefono, due o tre ore prima.
Poi erano andati a casa di Giulio a prendere Lucky. Lucky era un cane e aveva dei problemi psicomotori seri, per questo Giulio l’aveva tenuto con sé. L’avevano trovato una notte, lui Pietro e la sorella di Pietro che si chiamava Martina. Era legato a un palo vicino alla stazione del passante ferroviario. Era agosto, faceva caldo, avevano la bocca secca per la sete e per i negroni di un aperitivo.
Avevano deciso di portarlo a casa.
Martina, che aveva diciassette anni, aveva detto che quel cane aveva qualcosa che non andava, loro l’avevano trovato, era un cane fortunato. Aveva detto di chiamarlo Lucky, come una canzone dei Radiohead.
Quella sera Giulio aveva pensato che aveva ventidue anni e che stava per farne ventitrè. Martina invece aveva diciassette anni e pensava che ne avrebbe avuti diciassette per tutta la vita.

Dicembre.

Il lavoro andava discretamente. Non richiedeva molto impegno e il primo mese aveva fruttato quasi seicento euro a testa tolte le spese. I fornitori telefonavano la mattina presto, i clienti si chiedevano dove fosse Estela, ascoltavano le spiegazioni, se ne andavano soddisfatti.
Si era messo a fare ancora più freddo, il motorino di Pietro una mattina non era partito e da quella volta non era partito più. Martina veniva a trovarli quando usciva da scuola. A volte pranzavano insieme. Altre volte Martina restava al negozio e loro andavano al politecnico, vendevano qualche grammo d’erba agli amici, a volte Pietro giocava a calcio nel cortile del poli mentre Giulio parlava con una ragazza su una panchina.

Vendevano pannolini alle mamme, riviste d’auto ai papà, sigarette ai figli.
La stanza da letto, quella che Estela aveva usato come ripostiglio, si era riempita di abiti e dischi. Le casse del portatile di Pietro mandavano musica a basso volume tutto il giorno, Massive Attack, Portishead, Air.
Lucky stava nel cortile interno, ma lo facevano entrare all’ora di cena. Cenavano assieme, loro due e Lucky, poi a volte uscivano, altre volte restavano in casa.

Aveva cominciato a nevicare e due giorni dopo tutta Bovisa era sommersa dalla neve. Il muro diroccato, le gru, i capannoni. Tutto.
Una domenica pomeriggio Giulio aveva svegliato Pietro e Pietro gli aveva chiesto: “Che ore sono?”
“Le tre meno un quarto.”
Avevano passato la notte ad un rave fuori città ed erano tornati all’alba. Fuori stava facendo buio di nuovo.
“Possiamo portare Lucky al parco”, aveva detto Giulio.
Faceva freddo ma il cielo era limpido e rossastro. Lucky correva nella neve mentre Giulio e Pietro fumavano appoggiati alla saxo verde di Giulio. Faceva un freddo tremendo. Erano le otto di sera, erano svegli da cinque ore e avevano pranzato da tre.

La mattina di natale il corriere della sera, cronaca di Milano, titolava: “Killer di Natale”. E l’occhiello diceva: “Brutale omicidio in Bovisa, macellaio fatto a pezzi da sconosciuti. L’assassino ha usato i coltelli da lavoro della vittima”.
Poi c’era una foto, e sotto la foto un nome e un’età, cinquataquattro anni.
Pietro lesse l’articolo senza interesse. Si chiese se conosceva il morto e si disse che non lo conosceva.
Allora andò a farsi una doccia, perché quel giorno, per natale, avrebbe pranzato a casa di sua madre.

Gennaio.

Il negozio era rimasto chiuso per natale fino al sette, dopo l’epifania. Il capodanno l’avevano fatto in due posti diversi, ma tutti e due a Milano. Erano tornati in negozio la sera dei sei e tre giorni dopo era morto Lucky.
Avevano sempre discusso su chi dovesse cambiare l’acqua alla ciotola del cane. Avevano deciso che Pietro, la mattina, doveva rompere il ghiaccio che si era formato durante la notte e cambiare l’acqua. Però Pietro se ne dimenticava sempre, e capitava spesso che discutessero.
Una mattina si erano alzati e avevano trovato Lucky morto in cortile. Era freddo e rigido, non avevano nemmeno il coraggio di toccarlo. Attaccata alla ciotola ghiacciata c’era una cosa piccola e scura, sembrava una prugna secca, invece era un pezzettino della lingua di Lucky.
Avevano sollevato il cadavere e l’avevano buttato nel cassone della spazzatura, ma tutto questo in silenzio. E Giulio era rimasto silenzioso per tutta la sera e anche per i giorni dopo, e di colpo qualcosa era cambiato.
Dopo le cose avevano cominciato a peggiorare.

Il secondo omicidio era arrivato verso il quindici. Questa volta si trattava di una cucitrice cinese, una donna di quarantasette anni. L’assassino l’aveva rapita per strada, l’aveva violentata, le aveva rotto l’osso del collo e poi l’aveva lasciata in un campo, contro le macerie di un capannone industriale.
Avevano visto la polizia e l’ambulanza e avevano visto il cadavere coperto dal lenzuolo bianco. Tornando verso il negozio Pietro aveva detto: “Io questa la conoscevo”. E Martina, che era andata con loro, aveva detto che i cinesi sono tutti uguali. Giulio non aveva detto niente.
Già il giorno dopo tutto il quartiere parlava del mostro della Bovisa.

“Un mostro in Bovisa” era il titolo dell’articolo che Martina stava leggendo, sul corriere, cronaca di Milano, prima pagina.
Li andava a trovare più spesso, ora che Lucky era morto. Passava per fare due chiacchiere con suo fratello, lo portava a bere un caffé, a fumare una sigaretta sotto l’enorme antenna della tv. Giulio usciva molto spesso, tornava a casa tardi, a volte la mattina non si svegliava. Frequentava una ragazza che Pietro e Martina non conoscevano.
Fuori tutto era gelato, gli spacciatori agli angoli delle strade erano gelati, gli studenti di architettura erano gelati. La gente giocava al lotto, comprava i giornali, saliva e scendeva dagli autobus.
Il serial killer del quartiere, o i due assassini occasionali, giocava o giocavano al lotto, comprava o compravano i giornali. La stanza da letto dietro al negozio, come al solito, era piena di musica.

Prima che arrivasse la fine del mese c’era stato tempo per un altro omicidio. Si trattava di una studentessa di architettura di vent’anni. L’avevano trovata con la gola tagliata, sul sedile di una golf grigia, in un vicolo vuoto, pieno di ghiaccio e immondizia.
L’avevano ammazzata di giorno, sotto gli occhi di tutti. Non l’avevano violentata, non c’erano nemmeno segni di colluttazione, sembrava che si fosse fatta tagliare la gola tranquillamente. La polizia non sapeva cosa dire. Non c’era legame tra gli omicidi. Chi ammazzava non lasciava tracce, era bravo, o erano bravi, e fortunati.
In quel periodo erano cominciati i sospetti. Tutti sospettavano di tutti, i milanesi degli immigrati, gli egiziani degli ucraini, i baristi dei loro clienti e i clienti dei baristi. E qualcuno, profeticamente, aveva scritto sul muro di una casa: “bovisa killer, quartiere a rischio”.

Febbraio.

Martina non c’era, non si vedeva da un pezzo, e Pietro era in negozio. Giulio si era preso la mattinata per dormire, poi era uscito a farsi un panino, ora camminava nel cortile ghiacciato e deserto del politecnico.
Stava seduto su una panchina. Guardava le facce dei passanti e pensava che ognuno di loro era il mostro della Bovisa, bovisa killer, come si diceva, almeno potenzialmente. Ognuno di loro era un assassino, da qualche parte, oppure una vittima.
C’era un sole pallido e automobili nel parcheggio della stazione, e il passante ferroviario che si muoveva in silenzio. Pensava alla ragazza con cui stava uscendo, lei non era di Bovisa, non correva rischi. Le giornate erano lunghe e vuote. Le notti confuse. Ora aveva mal di testa.
E pensava a Martina, lei ogni tanto spariva, non chiamava, non si faceva più vedere. Aveva diciassette anni, anche Giulio aveva avuto diciassette anni un secolo fa. Gli mancavano i diciassette anni e gli mancava Martina.

La prima settimana di febbraio c’erano stati altri due omicidi. Due pensionati, marito e moglie, erano stati ammazzati con un colpo di pistola alla nuca, nel loro appartamento al quinto piano. La pistola aveva il silenziatore e nessuno aveva sentito gli spari.
Quattro giorni più tardi un uomo era stato ucciso a calci da altri tre uomini, certi, avevano detto, che si trattasse del mostro, o almeno di uno dei mostri.
Il morto aveva ventisette anni, soffriva di schizofrenia paranoide da dodici. I tre uomini erano stati arrestati. I giornali e la televisione invitavano alla calma, i telegiornali riprendevano le scene degli omicidi. Il sindaco di Milano e il capo della polizia avevano tenuto un discorso nel quartiere. La gente aveva paura.

Dietro i vetri del negozio l’atmosfera era sospesa. Ormai facevano vite diverse, frequentavano compagnie diverse, Martina non la vedevano quasi più. Pietro lavorava la mattina, Giulio il pomeriggio. Il quartiere era pattugliato giorno e notte dalle volanti della polizia, erano scomparsi gli spacciatori, erano scomparsi gli studenti.
Era tutto freddo e ghiacciato e vuoto. Le giornate passavano tutte uguali, Giulio chiudeva la saracinesca del negozio, prendeva un autobus per Cadorna e pensava al pomeriggio con Pietro e Lucky al parco Sempione. Pensava a Estela e a Martina e pensava che se Lucky non fosse morto tutto questo non sarebbe successo.

Ormai c’era un omicidio ogni tre o quattro giorni. Un immigrato egiziano, un’impiegata, un vecchio tossicomane.
Era il più eclatante caso di cronaca nera degli ultimi quindici anni. La polizia nel quartiere era triplicata. L’inefficienza delle misure repressive destava scandalo, arrestavano un uomo e la notte stessa un altro uomo veniva ammazzato.
Il corriere della sera aveva scritto che gli assassini erano molti, sconosciuti, gente anonima, forse le stesse vittime. Sembrava che tutti, nel quartiere, senza un motivo, avessero cominciato ad uccidere.

Marzo.

Nel mese di marzo la carneficina aveva raggiunto il suo apice, e proprio a quel punto Giulio e Pietro avevano festeggiato il compleanno di Martina.
Fuori la situazione era andata progressivamente mutando. Ormai nessuno parlava più del mostro, o dei mostri. Il fenomeno era chiaramente dilagato, seppure un mostro c’era stato ora ce n’erano centinaia, forse tutto il quartiere. Chi uccideva spesso si costituiva, altre volte si impiccava con le calze di nylon della moglie. Altre volte resisteva alla polizia e veniva ucciso in una sparatoria. Altre volte ancora scompariva nella mischia, lasciava il quartiere, o tornava a uccidere.
Le autorità, la polizia, il sindaco, gli assessori e i politici di Roma, tutti insomma chiedevano di evacuare il quartiere, tutti si dicevano d’accordo e nessuno se ne andava. Qualcosa teneva gli abitanti del quartiere legati al quartiere, e alla probabilità di una morte violenta. Nessuno sapeva cosa fosse ma nessuno si faceva troppe domande.
Fuori era ancora tutto congelato, nonostante fosse marzo, e anche nelle case era tutto congelato, e anche le persone erano congelate. Un inverno che sembrava infinito.

Era arrivata dopo la scuola, come faceva nei primi mesi del loro lavoro al negozio. Avevano pranzato insieme, erano rimasti tutti e tre in negozio per tutto il pomeriggio. Avevano bevuto birra per tutto il pomeriggio e all’ora di cena erano tutti e tre già discretamente ubriachi, e allegri.
Erano andati a cena in un ristorante cinese, avevano bevuto ancora. Giulio aveva parlato per la prima volta della sua ragazza. Pietro aveva parlato di Lucky, aveva detto che continuava a sentirsi in colpa. “Era solo un cane”, aveva detto Giulio. “Non è successo niente”. Martina aveva parlato d’amore, poi avevano parlato di sesso, gli occhi di Martina brillavano di una dolcezza disperata.
Poi erano tornati in negozio. Avevano dato a Martina il loro regalo di compleanno, Giulio le aveva sorriso e lei si era messa a ridere. Avevano bevuto ancora e ormai erano ubriachi, e fuori faceva freddo, anche dentro faceva freddo. Così avevano avvicinato le brande e si erano infilati sotto le coperte, tutti e tre, si erano messi a guardare un film.
Avevano dormito qualche ora. Giulio aveva sentito contro il suo il corpo di Martina, che aveva appena compiuto diciotto anni, e anche quello di Pietro.
Erano stati bene, e stavano bene quando la sveglia era suonata alle sette, perché Martina doveva andare a scuola. Fuori era ancora buio, il cielo era illuminato dai lampeggianti della polizia. C’erano reparti speciali dei carabinieri agli angoli delle strade, tiratori scelti nascosti nei palazzi abbandonati. La gente moriva e la gente uccideva. La polizia sparava. L’assurda ondata di follia di quell’inverno non era ancora finita.
Il tram era arrivato, Martina li aveva salutati con un bacio ed era scomparsa nella foschia.

Il pomeriggio seguente Pietro aveva ricevuto una telefonata. Era sua madre. Chiedeva se Martina fosse lì.
“No”, aveva risposto Pietro.
“Ha detto che doveva parlarti”.
“Ha detto che veniva qui?”
“Sì, dopo la scuola”.
“Qui non c’è”.
Erano rimasti in silenzio per un lungo momento. Pietro era rimasti in silenzio ad ascoltare l’angoscia di sua madre all’altro capo del telefono. Aveva guardato Giulio e Giulio aveva capito tutto, in un attimo, aveva capito che non era la morte di Lucky, che non era niente, quello era solo un inizio, ora tutto era finito. Tutto.

Parentesi.

L’ondata di omicidi che colpi il quartiere Bovisa, periferia ovest di Milano, nell’inverno del 1996, si concluse di colpo, come era cominciata, sul finire di marzo di quello stesso anno.
L’ultimo omicidio fu quello di una donna di ventinove anni, strangolata dal suo fidanzato che l’aveva scoperta infedele. Era il 23 marzo 1996.
Molti degli assassini si costituirono, alcuni riuscirono a scappare e altri ancora si tolsero la vita. A tutti i 28 arrestati fu concessa l’infermità mentale: nessuno di loro riuscì a portare un movente plausibile per gli omicidi perpetrati. Tutti, nessuno escluso, sembravano in preda ad una strana confusione allucinatoria sui fatti riguardanti il loro recente passato.
Il caso che passò alla storia con il nome di “Bovisa killer” è ancora oggi, dieci anni dopo, oggetto di studio per equipe di psicologi, antropologi e sociologi di tutto il mondo. La spiegazione dei movimenti della strage si è indirizzata, di recente, su un tipo di teoria definita “generazionale”. Secondo questa scuola di pensiero il caso “Bovisa killer” costituirebbe una sorta di rappresentazione rituale dell’apocalisse, collegata con l’ansia per la fine del millennio e che ebbe la tendenza ad esprimersi nel rifiuto drastico e totale del proprio tempo, di quelli che oggi vengono chiamati “i virulenti anni 90”.
Questa tesi, bisogna dire, è però accettata solo da una parte del mondo accademico, ed è stata spesso accusata di mancanza di rigore scientifico.
Per quanto riguarda i 28 colpevoli accertati, esclusi due che si tolsero la vita in carcere, i restanti 26 sembrano ad oggi perfettamente reintegrati nella società, e non sembrano conservare ricordo, se non vago, di quell’incredibile inverno del 1996.

(photo by: Mr Jaded- flickr.com)